Vita delle pietre
Racconti di Leonardo da Vinci all’insegna di realtà e simbolismo

Al pari di tanti uomini di genio, Leonardo[1] non fu soltanto artista e pittore di straordinaria valenza spirituale, oltre che poliedrico scienziato e progettista, ma da vero personaggio del Rinascimento non volle trascurare nemmeno la letteratura, nel cui ambito scrisse – oltre a opere di maggiore impegno – una serie di favole e di racconti che conservano anche nel terzo millennio motivi di specifico interesse umano e psicologico.

In alcune di queste composizioni sono le pietre a farsi protagoniste, animandosi di una singolare capacità di meditazione e di ragionamento. E quindi, ad assumere una simbologia che appartiene al mondo dello spirito, e non certo a quello minerale.

L’esegesi leonardesca della pietra assume un carattere quasi rivoluzionario nel senso etimologico della parola, perché il semplice sasso inanimato diventa protagonista di un’autentica storia specifica e giammai effimera, abbandonando la primigenia realtà dell’assenza di vita per assumere quella di un’alternativa misteriosamente idonea a un raziocinio sostanzialmente miracolistico.

Infatti, un primo racconto vede la pietra rammaricarsi della sua condizione, in cima a una roccia circondata da arbusti, e lontana da altre pietre collocate in fondo al dirupo, in una sorta di consociazione apparentemente felice. Alla fine, il suo disagio viene meno, quando per fatto naturale riesce a precipitare a valle, trovando posto vicino alle altre. Ma quale delusione! La sua nuova vita diventa subito peggiore della precedente: ai margini di una via di campagna, deve confrontarsi con le ruote dei carri e persino con lo sterco degli animali.

Un’altra favola leonardesca dedicata a una pietra è quella che la vede in mano al fuochista intento a «batterla» per farne uscire la scintilla idonea a produrre il «meraviglioso frutto» della combustione. A quel punto, la pietra sembra quasi rassegnarsi, diventando paziente, e quasi comprendendo che attraverso il travaglio avrebbe contribuito a illuminare se stessa e il suo prossimo: una sorta di saggezza riveniente dallo studio e da una multiforme esperienza a tutto campo, come quella appartenente alla mente e al cuore di Leonardo da Vinci.

In entrambi i racconti è facile cogliere, attraverso il riferimento alla pietra, un accenno a diverse condizioni umane: nel primo caso, l’improvvisa mutazione peggiorativa dell’ambiente circostante, e quindi del proprio momento esistenziale; nel secondo, la pazienza che scaturisce dalla sofferenza, e l’approdo a una situazione di nuova consapevolezza.

Ecco due metafore significative di esperienze umane trasferite in modo fantastico, ma contemporaneamente realistico, alla pietra. Da una parte, c’è il rimpianto di una vita «solitaria e tranquilla» che viene sacrificata per la volontà, come rileva lo stesso Leonardo, di venire ad «abitare infra popoli pieni d’infiniti mali»; dall’altra, la matura certezza di non potersi arroccare in una tentazione solipsistica, ma di approdare al nobile impegno di migliorare le condizioni comuni di vita.

La personificazione della pietra ipotizzata da Leonardo intende farne un simbolo della vita umana, sempre propensa alla propria ottimizzazione, non soltanto estetica e funzionale, ma soprattutto etica, anticipando di mezzo millennio, tra l’altro, le future interpretazioni crociane riguardanti i diversi gradi di filosofia dello spirito. In buona sostanza, anche l’umile sasso, per non dire dei materiali lapidei di pregio, può partecipare al progresso del mondo con tutte le carte in regola.

Nelle piccole favole leonardesche[2] la pietra acquista una dimensione spirituale tanto più apprezzabile e innovatrice in una stagione come quella rinascimentale, quando il ruolo dell’uomo andava acquistando una centralità sconosciuta a quelle precedenti. Si direbbe che rimane, al fondo di tutto, la consapevolezza che l’essere umano simboleggiato nella pietra resta una creatura finita, con i suoi limiti, le sue speranze, la sua sofferenza, e in definitiva, con la sua vera grandezza.

L’uomo si distingue per un insopprimibile slancio vitale, ma nello stesso tempo è subordinato consapevolmente a una volontà superiore che regola il mondo e l’universo: quella di Dio.


Note

1 Leonardo da Vinci (1452-1519), straordinario protagonista della fioritura rinascimentale, fu un uomo dal «multiforme ingegno» con mirabile attività nei momenti più importanti della conoscenza umana e delle applicazioni architettoniche e artistiche, oltre che in aerodinamica, anatomia, astronomia, botanica, fisiologia, geologia, idraulica, ingegneria, meccanica, ottica, zoologia. Dal punto di vista letterario fu scrittore versatile in stile asciutto, lucido e volto all’essenziale, alla facilità di comprensione, al frequente riferimento alla saggezza popolare e ai suoi proverbi. Le maggiori case regnanti dell’epoca, sia in Italia che altrove, si avvalsero della sua collaborazione, tradotta in una molteplicità di opere che hanno sfidato con successo la legge del tempo, rendendo immortale la figura del loro demiurgo.

2 Le favole costituiscono un’opera minore di Leonardo anche nell’ambito di quelle letterarie, che peraltro non hanno alimentato la sua maggiore fama. Nondimeno, sono in grado di esprimere una sensibilità innovativa anche nell’ambito rinascimentale, perché riescono a conferire valori imprevedibili persino a una realtà inanimata come quella della pietra, e più generalmente, del mondo minerario.

(giugno 2026)

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