Otranto: assedio e conquista turca (1480)
Corsi e ricorsi della storia: il caso di Venezia Giulia e Dalmazia (1943-1954)

Il 28 luglio 1480, spinta da una forte tempesta di vento, la grande flotta di Maometto II costituita da 150 navi con 18.000 soldati[1], agli ordini di un comandante sanguinario, Ahmed Pascià, comparve al largo di Otranto, che fu posta in stato d’assedio dopo uno sbarco senza opposizioni. In effetti, la guarnigione spagnola presente in città si era data alla fuga al solo comparire dei galeoni ottomani, promettendo rinforzi che non avrebbero potuto sopraggiungere in tempo utile: fu così che la difesa, guidata da Francesco Zurlo e da Giovanni Antonio Delli Falconi, venne sostenuta dai pescatori e dai contadini locali, che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione maschile, mentre quella totale, comprensiva di donne, vecchi e bambini, ammontava a non più di 6.000 persone.

All’epoca, la potenza ottomana sembrava imbattibile ed incuteva terrore per le sue celebri efferatezze. Sarebbe occorso molto tempo prima del forte riscatto di Lepanto (1571) o della grande vittoria che il principe Eugenio di Savoia avrebbe riportato a danno dei Turchi nella celebre campagna del 1687.

Ad Otranto, non essendo riusciti ad ottenere la resa nonostante l’ampia superiorità di uomini e mezzi, i Turchi ordinarono il bombardamento della città, che cadde in mano nemica soltanto il successivo 11 agosto dopo una valorosa resistenza di due settimane rimasta negli annali d’Italia quale esempio di vero eroismo, suffragato dal giuramento collettivo di fedeltà ai valori cristiani, che era stato solennemente formulato in Cattedrale.

L’invasore propose ai vinti una scelta tanto drammatica quanto iniqua: apostasia o morte. La risposta fu eroica, e formulata per tutta la comunità cittadina da parte del vecchio cimatore Antonio Primaldo: «Finora ci siamo battuti per la patria e per la vita, e ora bisogna farlo per Gesù Cristo e per le nostre anime».

Tutti i maschi di oltre 15 anni vennero barbaramente uccisi mentre donne e bambini furono ridotti in schiavitù, con quale orrendo destino è facile immaginare. Particolarmente cruento fu il sacrificio degli 813 Martiri massacrati «in odium fidei» sul colle della Minerva, alla presenza forzata dei congiunti, dopo un rifiuto plebiscitario di conversione all’Islam. A gruppi di 50, subirono la tortura di una feroce decapitazione. Quale ulteriore oltraggio postumo, le loro Spoglie vennero lasciate insepolte per parecchi mesi, alla mercé di animali ed eventi naturali.

L’Arcivescovo Stefano Agricoli Pendinelli fu fatto a pezzi a colpi di scimitarra, il responsabile della guarnigione Francesco Largo fu segato da vivo, e Antonio Primaldo fu il primo dei condannati a essere consegnato al boia: il suo Martirio[2] è stato riconosciuto dal Santo Padre Benedetto XVI dopo oltre mezzo millennio nel Decreto Vaticano del 6 luglio 2007.

Cappella con le ossa dei martiri

La Basilica Cattedrale, la cappella con le ossa dei martiri, Otranto (Italia); fotografia di Simone Valtorta, 2004

Le cronache abbondano di particolari tremendi: non contenti del sangue cristiano versato nella terribile strage, i Turchi impalarono un loro soldato che non aveva condiviso le singolari crudeltà e la stessa copertura religiosa dell’eccidio, trasformarono le chiese in stalle per i loro cavalli, e imposero ai pochi superstiti la «legge» della violenza e della prevaricazione, indiscriminata e pervicace come non mai. Del resto, le loro efferatezze non erano una novità: se non altro, si sapeva bene quanto era accaduto dopo la caduta di Costantinopoli, il cui ricordo non lasciava alternative a una pur disperata resistenza alla luce dei valori cristiani.

Nondimeno, la nemesi fu particolarmente solerte: appena un anno dopo, gli invasori dovettero arrendersi alle truppe di Alfonso d’Aragona (8 settembre 1481). E oggi gli 813 Martiri sono i Santi Protettori di Otranto, oggetto di culto permanente e riconoscente da parte della cittadinanza, che non ha voluto né potuto dimenticare una pagina di orrore assoluto.

Infatti, a oltre 500 anni da quel funesto e tragico episodio della storia italiana, il sacrificio dei Martiri di Otranto continua a essere oggetto di ricordi non effimeri e di onori da riconoscere in perpetuo ai protagonisti di quella vicenda dolorosa e straziante, ma nello stesso tempo, manifestazione di fede e di consapevole sacrificio.

Il tremendo Olocausto che ebbe luogo nella Puglia del 1480, dove fu duramente colpita anche Vieste, costituisce con tutta evidenza un esempio da glorificare e da mandare a memoria degli ignari, e di quanti si ostinano a coltivare le illusioni di una vita senza luce, all’insegna dell’edonismo e del materialismo.

C’è una sorta di DNA che unisce il sacrificio degli Idruntini di Otranto a quello di tanti altri Italiani in frequenti e tragiche vicende della loro lunga e assai spesso allucinante storia.

Una drammatica vicenda di grande rilevanza mediatica, a esempio, è quella occorsa in Venezia Giulia e Dalmazia durante il decennio 1943-1954, dove analoga ferocia fu ravvisabile nelle uccisioni indiscriminate, in analoga pervicacia nell’odio per la fede cristiana, e altrettanto analoga volontà di perseguire il genocidio: con la differenza non marginale che nel Novecento era passato quasi mezzo millennio dai fatti di Otranto, contrassegnato, almeno sulla carta, da conclamati progressi etici e giuridici.

Basti ricordare le centinaia di suore e di sacerdoti assassinati in Istria, a cominciare dal caso emblematico di Don Francesco Bonifacio, il giovane curato di Villa Gadrossi caduto in odore di santità[3]. Quanto alla nemesi, è stata lenta, ma alla fine il regime comunista nei Paesi dell’Europa Orientale, Jugoslavia compresa, è crollato in modo clamoroso.

Peraltro, mezzo millennio di storia e di avanzamenti giuridici e culturali non ha indotto progressi duraturi e significativi, specialmente nel caso dei conflitti e delle guerre, all’insegna di armi sempre più attrezzate a fini di sterminio.

In effetti, si continua ad auspicare la pace nei contesti mondiali di massima credibilità etica e politica, a cominciare dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, ma si deve tristemente constatare che i risultati, nelle migliori delle ipotesi, sono labili e transeunti.

Allo stato attuale delle cose, si deve necessariamente ammettere che il «volto demoniaco del potere» teorizzato da Gerhard Ritter continua a farla da padrone, inducendo tragedie senza fine e limitando il cosiddetto progresso umano e civile a quello meramente tecnico.

La «banalità del male» di cui ha parlato Hannah Arendt nella sua opera dedicata all’Olocausto Ebraico – ma non solo – è sempre in agguato, con motivazioni che continuano a ignorare il diritto positivo, e a più forte ragione quello naturale. In effetti, la «banalità» non esclude gli effetti nefasti e criminali dell’odio, ma li supporta e ribadisce.

In definitiva, è sempre tempo di esorcizzare la tentazione satanica che si trova alle radici del male, e di ricordare le vittime innocenti di ogni genocidio: un oltraggio all’ordine civile solennemente ma troppo spesso inutilmente proclamato nelle Dichiarazioni dei diritti e nelle Costituzioni moderne.


Note

1 Si tratta di una stima prudenziale mutuata dalla bibliografia prevalente, in misura maggiore di espressione locale. In effetti, secondo alcune fonti i galeoni ottomani sarebbero stati almeno 200, con un numero di uomini proporzionalmente superiore a quello indicato. Al contrario, i difensori in armi, peraltro privi di artiglieria e di altri mezzi militari pesanti, furono soltanto qualche centinaio. In una suggestiva rievocazione del «sacco» di Otranto nella forma di romanzo storico, l’opera più nota è quella di Maria Corti, L’ora di tutti, Feltrinelli, Milano 1962 (anche nell’edizione tascabile di Bompiani, Milano 2001). Sull’argomento esistono, inoltre, sceneggiature a fini teatrali e cinematografici come quelle di Rita Durante (Il sacco di Otranto), Giuseppe Trecca (I Martiri di Otranto: il più fulgido episodio della storia italiana) e Carmelo Bene (Nostra Signora dei Turchi, opera premiata alla 33° Mostra di Venezia).

2 Oggi le ossa di buona parte dei Martiri sono custodite in sette contenitori lignei collocati nell’abside della Cattedrale di Otranto dove sono oggetto di venerazione da parte della cittadinanza e dei fedeli del comprensorio; altre reliquie vennero traslate a Napoli per essere inumate nella chiesa di Santa Caterina, e altre ancora riposano in diverse città italiane, a dimostrazione di una «pietas» nei confronti delle Vittime e del loro eroismo cristiano assai diffusa nei secoli scorsi. Per quanto riguarda il numero delle Vittime, è da ricordare che secondo alcune fonti si sarebbe ragguagliato a oltre 10.000, senza contare altre 5.000 persone ridotte in schiavitù, ma le cifre in questione devono ritenersi sovrastimate, avuto riguardo a quelle della popolazione, salvo possibili errori nel conteggio degli abitanti.

3 Una storia dettagliata e documentata delle persecuzioni a danno dei religiosi nelle zone del confine orientale italiano è ora disponibile in: Pietro Zovatto, Preti perseguitati in Istria (1945-1956), Luglio Editore, Trieste 2017, 336 pagine.

(maggio 2018; ripubblicato: luglio 2026)

Tag: Carlo Cesare Montani, Sacco di Otranto, Maometto II, Ahmed Pascià, Martiri di Otranto, Antonio Primaldo, Stefano Agricoli Pendinelli, Papa Benedetto XVI, Alfonso d’Aragona, Don Francesco Bonifacio, Gerhard Ritter, Hannah Arendt, Otranto, Venezia Giulia, Dalmazia, Vieste, Puglia, Europa Orientale, Jugoslavia, 813 Martiri Cristiani di Otranto, Colle della Minerva, Idruntini, Organizzazione delle Nazioni Unite, Olocausto, Dichiarazioni dei Diritti, Costituzioni moderne.