Raffaele Minichiello, la vera storia di Rambo
L’uomo che ispirò lo scrittore David Morrell sulla figura del popolarissimo ex Marine italo-americano

Immagino che molti abbiano visto i film che raccontano le vicende, di una tragicità «eroica», di John Rambo, ex Marine dal difficile reinserimento nella società dopo la guerra del Vietnam, tradito da molte autorità del suo stesso Paese per il quale ha combattuto, pervaso dal desiderio di fare giustizia e proteggere il prossimo a rischio della sua stessa vita.

Molti meno sanno che il personaggio, creato dallo scrittore David Morrell, non è una semplice finzione ma si ispira a due figure reali: Audie Murphy, un eroe della Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto Raffaele Minichiello, un Italiano ex Marine, famoso soprattutto per lo «spettacolare» dirottamento aereo intercontinentale del 31 ottobre 1969, il più lungo di tutta la storia dell’aviazione (oltre 19 ore da Los Angeles a Roma, con scali a Denver, New York, Bangor nel Maine, Shannon in Irlanda, per un totale di 10.941 chilometri).

A vederlo oggi, Raffaele non sembra un Rambo: ha un’aria mite, quasi dimessa, da tranquillo impiegato, non certo un culturista col corpo fasciato di muscoli, pronto a scuotere il mondo dalle fondamenta. Ma andiamo con ordine.

Raffaele Minichiello, conosciuto anche come Ralph, nasce a Melito Irpino il 1º novembre 1949, in una povera casa di campagna dove non c’è neanche l’elettricità. La vita è resa ancor più difficile a causa del devastante terremoto del 1962, così la sua famiglia si trasferisce a Seattle, negli Stati Uniti. È una terra che può attrarre o respingere, dove si può scendere in piazza a contestare il Governo o ascoltare musica per una settimana, viaggiare nello spazio o sprofondare nel fango del Vietnam. Molti emigranti la descrivono quasi come il Paese della Cuccagna, bastano qualche idea e tanta buona volontà per farsi una casa e vivere senza preoccupazioni. Raffaele è un ragazzo di 14 anni dall’aspetto affascinante ma anche taciturno, analfabeta, che parla solo il suo dialetto e non riesce a integrarsi; alla Foster High School riesce a superare con grande facilità solo la materia di disegno meccanico, grazie al lavoro svolto in precedenza nell’officina di Grottaminarda. Nel 1967 abbandona gli studi e si arruola negli United States Marine Corps come soldato scelto, nella 5a divisione di stanza a Pendleton, in California.

A 17 anni viene imbarcato per il Vietnam. Resta in trincea per 13 mesi e viene decorato con una medaglia al valore; ha visto i berretti verdi, gli assalti con gli elicotteri ma anche le stragi di civili. «Arrivai in Vietnam il 15 dicembre del 1967» ricorda. «È stata una guerra molto diversa dalle altre. “In primis” per via del territorio. Noi ci siamo trovati difatti in difficoltà perché il nemico sapeva sempre i nostri movimenti. Erano loro a decidere quando attaccarci perché erano esperti del territorio e questa era un’arma in più. Noi avevamo maggiori mezzi militari ed aerei ma loro sapevano muoversi bene ed erano ben addestrati.

Proprio in questi giorni stavo rileggendo il libro della Fallaci, Niente e così sia, che parla della strage che ci fu nel villaggio di Malai […]. Fu una vera e propria strage di civili ed il libro della Fallaci spiega bene cos’è la guerra: solo chi ha vissuto una guerra può capire di cosa si tratta. La guerra che vediamo oggi al cinema o nei videogame è ben diversa da quella reale. Chi ha vissuto la guerra come me sa di cosa parlo. Basti pensare che durante la Seconda Guerra Mondiale, si è calcolato, che un soldato americano su un anno combatteva circa 20 giorni. In Vietnam un soldato americano su 13 mesi combatteva almeno 240 giorni.

Io sono stato in Vietnam nel ’68, c’erano circa 500.000 Americani in quel periodo e di questi solo una piccola parte, un 20% al massimo andavano in combattimento e c’era una grandissima differenza fra l’andare in avanscoperta e rimanere in base. Nel mio caso quindi lo stress era molto forte poiché sapevo che il nemico poteva essere ovunque e che da un momento all’altro poteva uscir fuori dal bosco per sparare».

Tornato nella patria d’adozione, scopre il rancore della popolazione nei confronti dei veterani, viene colpito da insulti razzisti e trattato come un accattone. Soprattutto, si sente tradito per il mancato pagamento in busta paga di 200 dollari da parte dello Stato Americano e della richiesta respinta di trasferimento in Italia. L’idea che prende possesso della sua mente è la convinzione di essere stato preso in giro e considerato meno che niente.

Una notte sfonda la porta di uno spaccio militare impossessandosi della differenza dovutagli in cibo e bevande, ma si ubriaca e si addormenta all’interno del locale. Il giorno seguente viene arrestato. Il giorno prima di essere processato dalla Corte Marziale, diserta.

Qui inizia la parte più epica della sua vita. Non ha ancora 20 anni. Con un fucile nascosto sotto la giacca, all’aeroporto di Los Angeles acquista un biglietto aereo per San Francisco. Si accoda a due hostess, che gli permettono di entrare in loro compagnia da un’entrata secondaria. È, come abbiamo detto più sopra, il 31 ottobre del 1969. Sono passati tre mesi da quando un uomo ha posato il piede sul primo corpo celeste che non sia il suo pianeta: la Luna. Raffaele sale su un aereo Boeing 707 della TWA. 15 minuti prima del decollo, tira fuori il fucile, fa scendere anziani, bambini e donne e prende in ostaggio il pilota, comandante Cook, e le due hostess, Charlene Del Monico e Tracey Coleman. Nessuno protesta, nessuno ha paura, tutti obbediscono in un’allegra atmosfera di gita fuoriporta.

In un’intervista, parlando del dirottamento, Raffaele ha spiegato che «bisogna considerare l’età, il momento e le particolari situazioni che hanno portato a quest’evento. Ero reduce dalla guerra del Vietnam e cercavo spiegazioni sul mancato versamento di 200 dollari, come compenso per il mio servizio come soldato. Le spiegazioni non arrivarono e per di più venni anche trattato dalle istituzioni, in particolare da una persona, in maniera sgarbata e senza rispetto. Questo fu un evento che, come detto vista anche l’età e l’esperienza in Vietnam, mi portò a compiere quell’atto. La motivazione sta nel fatto che non sono stato capito e compreso quando ho chiesto spiegazioni sul mancato versamento di questi 200 dollari. Fu una questione di principio, io avevo fatto la mia parte durante quei 13 mesi di guerra in Vietnam ma venni trattato senza il giusto rispetto.

[…] Non rifarei mai una cosa del genere tornando indietro e […] sono fortemente convinto che la giustizia personale non serve a niente. […] Non ho mai usato la forza durante il dirottamento. Anzi il clima era disteso. Io dissi semplicemente che da quel momento avevo il controllo del mezzo e che dovevano rispondere ai miei ordini. Non ho mai puntato il fucile verso nessuno.

Non ho mai maltrattato quelle persone. Durante la traversata dell’Atlantico due hostess dormivano ed io parlavo del più e del meno con il capitano in prima classe. Ricordo che ad un certo punto andai in bagno e lasciai il fucile davanti ai miei piedi a terra. Quando tornai dal bagno il fucile era ancora lì. Pensavo che mi avrebbero ammazzato. Quando uscii dal bagno dissi al capitano perché non avesse sparato, lui mi rispose: “Io non sono un assassino, mi dispiace non posso far niente per te”.

I membri dell’equipaggio una volta tornati negli Stati Uniti, nel corso di un’intervista rilasciata pochi giorni dopo il dirottamento, hanno dichiarato: “Minichiello non è un criminale, andrebbe aiutato diversamente”. […] Con una delle hostess ho anche avuto una sorta di flirt, un amore platonico che abbiamo condiviso per diverso tempo finché i contatti non si sono allentati».

Prima di atterrare a Roma, informa il comandante che, una volta a terra, avrebbe fatto salire sull’aereo un funzionario di polizia dell’aeroporto e con il nuovo ostaggio avrebbe tentato la fuga in automobile. Queste condizioni vengono comunicate alla torre di controllo di Fiumicino e così il vice questore Pietro Gulì, che dirige il commissariato aeroportuale, sale la scaletta del Boeing senza giacca e con le mani poggiate sul capo. Minichiello saluta con un cenno l’equipaggio e con il poliziotto sotto tiro scende e si infila nell’Alfa Romeo Giulietta parcheggiata sulla pista. Gulì si mette alla guida, Minichiello gli comunica la destinazione: Napoli, ma in piena campagna Raffaele fa fermare l’auto e si dà alla fuga a piedi.

L’uomo si rifugia in una chiesa del Divino Amore, ma dopo essere stato riconosciuto dal prete viene raggiunto dalla polizia. Si arrende senza opporre resistenza; anzi, in questura dice in dialetto irpino: «N’aggio fatto niente» («Non ho fatto nulla»). Più che Rambo, a molti ricorda Forrest Gump per l’ingenuità, il candore di chi cambia la storia con gesti lievi e dirompenti.

Processato in Italia, viene condannato a sette anni di reclusione; la giustizia italiana tiene in considerazione le attenuanti generiche, «in primis» il mancato indennizzo dovutogli per la guerra del Vietnam. Il suo gesto viene interpretato da tutti come un atto di contestazione alla guerra del Vietnam e Raffaele diventa, suo malgrado, un simbolo. Rimarrà in carcere solo 18 mesi, il resto gli sarà condonato per buona condotta, così come non verrà mai concessa l’estradizione negli Stati Uniti, nonostante le continue richieste americane.

«Dopo esser uscito dal carcere» racconta Raffaele «ho incontrato Cinzia, con la quale sono stato per tantissimi anni. Abbiamo messo su famiglia a Roma. Con lei ho avuto un figlio dopo pochi anni. Passati altri 12 anni dalla nascita del nostro primo figlio è rimasta nuovamente incinta. Qui succede un fatto che segnò la mia vita. Cinzia morì durante il travaglio, per negligenza dei medici. Era il 1985. È stato un dolore tremendo, siamo praticamente cresciuti insieme, basta pensare che quando ci siamo fidanzati lei aveva 16 anni ed io 22. Il grande dolore che provai venne alimentato dal dispiacere che avevo rivolto verso i medici che non avevano assistito adeguatamente. Ho difatti denunciato l’ospedale. Decisi inoltre di portare avanti una mia battaglia, cambiare il corso della medicina. Avevo chiamato questo mio proposito “il progetto”». Si trattava «di cercare di fare un assalto ad un convegno di medici per dare un segnale. Ero difatti convinto in quel momento che l’unico modo per cambiare le cose era usare la forza ed avevo deciso di agire in occasione di un convegno di medici a Fiuggi. Fortunatamente poi il progetto decadde grazie alla fede. C’è da fare un flashback. Quando arrivai in Vietnam ci regalarono un Vangelo, […] ma all’epoca non gli diedi peso in quanto non riuscivo a comprenderne il significato. Dopo la morte di mia moglie ero distrutto e trovai conforto proprio nel Vangelo.

Devo ringraziare un ragazzo che lavorava nei pressi del mio luogo di lavoro, a Corso Francia. Lui venne da me per darmi le condoglianze e nel farlo mi regalò un Vangelo. Nel frattempo io stavo portando avanti il mio progetto, e devo dire che avevo sia la capacità economica che i mezzi, dove acquistare le armi, per portarlo a compimento. Mentre io ultimavo il mio piano questo ragazzo mi parlava del Signore e del Vangelo. Grazie a lui ho cominciato a leggere la Bibbia ma allo stesso tempo vivevo per il “progetto”, era diventato lo scopo della mia vita. Ciò che mi fece desistere fu la lettura di un passo del Vangelo di Luca, capitolo 23 versetto 34: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Quel giorno ho incontrato veramente Dio, ed ho capito che se avessi portato a termine il mio “progetto” avrei sbagliato, perché se Gesù aveva perdonato gli uomini chi ero io per non farlo? Ho capito che avrei fatto tanto male a molte persone e che non sarebbe cambiato niente». Conclude: «Vedo la mia vita come un bicchiere mezzo pieno che mi ha fatto capire che gli uomini, chi più chi meno, sono tutti fallaci, nessuno è perfetto, per questo credo unicamente nella parola del Vangelo, nella parola di Dio»

Ora anche i conti con la giustizia statunitense sono stati perdonati in seguito alla grazia concessa dallo Stato Americano e da tempo Raffaele è un cittadino libero anche negli Stati Uniti.

(dicembre 2025)

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