Il Generale George Washington e i suoi contatti
Un mondo da scoprire

George Washington, nato in Virginia nel 1732, rappresenta gli Stati Uniti. Non solo perché guidò come comandante in capo l’Esercito Continentale sfidando le truppe britanniche ben armate ed equipaggiate, non solo perché divenne il Presidente della Convenzione Costituzionale del 1787 che redasse l’attuale Costituzione degli Stati Uniti. Ma «in primis» perché divenne il primo Presidente della nuova Nazione e dette il nome alla capitale. Risulta particolarmente interessante scoprire alcuni suoi contatti che tanto peso hanno avuto negli stati Uniti e fuori, e che sono poco noti e poco studiati.

Suo contemporaneo fu il Generale Thomas Sumter. Anche lui nativo della Virginia come il Generale Washington, ebbe un ruolo chiave nella Guerra d’Indipendenza Americana, un vero eroe nazionale. Si stabilì dopo le note vicende belliche in Carolina del Nord divenendo Senatore e con una posizione guida nel Congresso Americano assieme all’intera sua famiglia.

Noi sappiamo che la stessa Guerra di Secessione Americana iniziò proprio simbolicamente in Carolina del Sud da Fort Sumter, una roccaforte che rappresentava più di qualunque altra l’Unione. Storicamente si sostiene che il Generale Thomas Sumter fosse legato come il Generale George Washington alle piantagioni schiaviste. Lo furono, visti i tempi. Loro stessi erano proprietari terrieri.

Sumter, come Jefferson, apparteneva al Partito Repubblicano-Democratico mentre George Washington era un Federalista. Questo bipartitismo non aveva ancora un’impronta industriale come l’avrebbe assunta in seguito la distinzione in due costole (Repubblicani e Democratici) nate entrambe dal Partito Democratico-Repubblicano di Jefferson. E la schiavitù era maggiormente diffusa nel Sud degli Stati Uniti, di stampo agricolo, mentre meno diffusa restava nel Nord che si stava industrializzando. Quello che interessa scoprire è il legame autentico tra questi personaggi e l’Inghilterra «whig» che si stava formando.

In Inghilterra un personaggio emerse in quegli anni: Lord Charles James Fox.

Nato nel 1749 e dunque pressoché contemporaneo dei precedenti, fu un acceso liberale, Segretario per gli Affari Esteri dal 1782 al 1783 e uno strenuo sostenitore dell’abolizione della schiavitù nonché favorevole al riconoscimento dell’indipendenza delle Colonie Britanniche Americane. Si oppose con energia a Re Giorgio III e dopo aver subito una batosta politica con i «tories» fu colui che incoraggiò con la mediazione di Talleyrand un possibile accordo dell’Inghilterra con Napoleone Bonaparte.

Non conobbe mai di persona George Washington, almeno questo riportano le cronache. Ma i due furono legati da una profonda connessione politica a distanza. Non dobbiamo farci ingannare dalla questione della schiavitù. Negli Stati Uniti dell’epoca, prioritariamente agricoli, era riconosciuta pur comprendendo i limiti statuali di una simile impalcatura non solo per ideologia e per sensibilità, ma soprattutto sul piano economico.

La crescita esponenziale industriale che gli Stati del Nord andavano già seguendo imponeva loro di rivedere questa situazione. E i «Whig» inglesi, di cui Lord Charles James Fox fu un po’ il padre tutelare, ne erano i principali sostenitori. Incoraggiarono infatti il Nuovo Mondo, Fox in testa, a liberarsi da tale catena commerciale e produttiva.

Lord Charles James Fox dette a George Washington sostegno politico durante la Guerra d’Indipendenza Americana schierandosi apertamente in Parlamento a favore dei coloni americani e contro la politica intransigente di Re Giorgio III.

Per manifestare visivamente la sua vicinanza alla causa rivoluzionaria, Fox era noto per presentarsi alla Camera dei Comuni indossando un abito giallo e blu. Questi erano i colori dell’Uniforme dell’Esercito Continentale guidato da George Washington. Lord Charles James Fox gestì in Inghilterra le trattative per il riconoscimento dell’indipendenza americana ed ebbe sempre un rapporto conflittuale con Re Giorgio III. La visione «whig» ampliava gli orizzonti a lungo raggio, possiamo tranquillamente dire a 360°, per una visione in prospettiva.

Gli Stati Uniti nascenti rappresentavano agli occhi di tale visione non una minaccia ma un futuro autentico «partner» commerciale, là dove la crescita economica avrebbe agevolato una mole superiore di scambi commerciali. E sul piano politico una diversa concezione anche in patria (Inghilterra) del processo produttivo industriale.

Thomas Sumter nel 1762 scortò e assistette recandosi a Londra i capi Cherockee che desideravano incontrare personalmente la Corona Britannica per rinsaldare i rapporti di pace dopo i conflitti coloniali. La delegazione e Sumter ricevettero grandi attenzioni a Londra; i capi indiani incontrarono il Re Giorgio III, ricevettero doni e intellettuali dell’epoca, come il pittore Joshua Reynolds e il poeta Oliver Goldsmith.

Nell’agosto del 1762 Sumter e i delegati Cherokee intrapresero il viaggio di ritorno verso il Nord America, sbarcando in Carolina, a Charleston.

La famiglia paterna di Thomas Sumter aveva origini gallesi e inglesi. Suo padre William era originario dell’Inghilterra prima di emigrare in Virginia come servitore a contratto. Ironia della sorte, anni dopo questo viaggio pacifico a Londra, il nome Sumter divenne celebre proprio per la sua spietata guerriglia contro l’esercito e i lealisti dell’Impero Britannico durante la Rivoluzione Americana, guadagnandosi il celebre soprannome di «Fighting Gamecock» e l’odio del comando inglese.

Per quanto in patria su fronti politici opposti dopo la Guerra d’Indipendenza Americana, durante il conflitto George Washington e Thomas Sumter si trovarono a combattere per la medesima causa. E l’allora adolescente (1762) Lord Charles James Fox a Londra rimase indubitabilmente colpito dalla «presenza scenica» di un Thomas Sumter che osò accompagnare i capi Cherockee nella capitale inglese.

Le assonanze tra i due (Sumter morì a 97 anni nel 1832) non mancarono.

Il nipote di Lord Charles James Fox, Lord Henry Holland Fox, cui lo zio fece da padre perché rimasto prematuramente orfano, sarà colui che indirizzerà Giuseppe Binda (alias Joseph Agamennon Binda, ex spia murattiana sostenuta a Londra dopo il 1815) proprio da Holland, a recarsi nel Nuovo Mondo e precisamente a New York. Le sue frequentazioni qui lo portarono a conoscere e sposare una figlia del Generale Thomas Sumter e ad avere un ruolo strategico nelle vicende unitarie italiane. Conoscenza casuale o mediata? Più probabile la seconda, visto che i matrimoni in questi ambienti erano combinati.

Dunque Lord Henry Holland Fox come lo zio Charles James Fox e da buon «whig» era bene introdotto in tali frange nel Nuovo Mondo. Un giro di valzer assolutamente ben combinato.

Da Lucchese (Giuseppe Binda aveva tale origine), resta da chiedermi e chiedersi: perché proprio Giuseppe Binda? L’origine cattolico-liberale della famiglia del Binda può ricondurre a ipotesi storiche sin qui poco esplorate che ho cercato, definendo il personaggio, di descrivere in alcune mie pubblicazioni sul sito www.storico.org. Rapporti ancestrali con gli ambienti inglesi, definizione di appartenenze (addirittura coloniali in relazione alle allora Repubbliche Marinare, Genova e Pisa in testa) ben definite dentro i circuiti cittadini. Sta di fatto che a queste domande, queste sì, con risposte non sempre nitide, fanno da contraltare risposte molto più solide come quelle che ci riportano a questi contatti di George Washington con questi personaggi ed eroi. Sumter era un nome simbolico negli Stati Uniti. Quando fu attaccato Fort Sumter all’inizio della Guerra di Secessione, il nome Sumter questo rappresentava.

Ormai gli Stati Sudisti non potevano più tollerare la crescita esponenziale degli Stati del Nord e l’indirizzo economico industriale che rappresentavano su larga scala. Sumter, paradossalmente un latifondista agricolo e schiavista, aveva sostenuto una visione più aperta al nuovo proprio attraverso questi contatti europei con quel mondo «whig» che suo genero aveva in Europa rappresentato. Giuseppe Binda sostenne la causa mazziniana in Italia anche se la storiografia ufficiale lo nega. Ma una pubblicazione del 1940 dello storico e diplomatico Antonino d’Alia smentisce i luoghi comuni. Egli pubblicò due libri a Roma con la società editrice del Libro Italiano, importanti opere biografiche, una su Ludovico Manin ultimo Doge di Venezia e una sul Generale Giuseppe Avezzana.

Egli in quest’ultima pubblicazione sostiene che il Generale, poi Ministro della Guerra, di Giuseppe Mazzini nella Seconda Repubblica Romana, utilizzò in incognito due imbarcazioni diverse per raggiungere da Genova Civitavecchia e da qui Roma. Una era inglese e l’altra americana, e il cambio di imbarcazione avvenne a Livorno dove era Console Americano proprio Joseph Agamennon Binda. Che da ex spia internazionale e uomo accorto e molto attivo, non si lasciò sicuramente trarre in inganno da un uomo come Giuseppe Avezzana, per quanto questi fosse in incognito. Certamente non possiamo provare in modo diretto che Joseph Agamennon Binda fosse a conoscenza della presenza identitaria di Avezzana su quelle imbarcazioni, quando il Generale Avezzana passò in Livorno da una imbarcazione a un’altra.

Però entrambe erano appartenenti a due Governi, quello inglese e quello americano, dentro i quali Joseph Agamennon Binda era inserito e a conoscenza di ogni mossa possibile. Non dimentichiamo che in quella data egli era uomo di fiducia degli Stati Uniti (la famiglia del suocero era la più potente dentro il Congresso Americano) e insieme strenuo difensore dei Whig inglesi che sostenevano le ragioni del cuore della questione nazionale italiana. Pensare a un Binda poco accorto, o lasciarlo credere, penso sia un grave errore. Nutrite prove e nutriti rapporti.

(ottobre 2026)

Tag: Elena Pierotti, George Washington, Thomas Sumter, Lord Charles James Fox, Lord Henry Holland Fox, Giuseppe Avezzana, Joseph Agamennon Binda, Giuseppe Mazzini, Re Giorgio III.