Coober Pedy
Una città che c’è e non c’è

L’Australia ha molte cose interessanti e caratteristiche da vedere e da ammirare da parte dei turisti, quali Wave Rock, Karijini, il deserto dei Pinnacoli, Shell Beach e le incredibili e spettacolari Uluru e Kata Tjuta; ma a queste sembra corretto aggiungere pure Coober Pedy, la città che c’è e... non c’è, come si dimostrerà più avanti. Si tratta di una località situata nella parte centrale della massa continentale, che dista 845 chilometri da Adelaide e 700 da Yulara, dove si trovano le maestose formazioni rocciose dette Uluru e Kata Tjuta. Ci si sposta lungo la strada statale Stuart Highway, che fra Darwin e Port August è lunga 2.834 chilometri. Sono grandi distanze che richiedono uno sforzo per gli automobilisti e una visita a Coober Pedy può dare un attimo di riposo e di sollievo al rintronato autista. È, questa, un cittadina costituita da poche case, una stazione ferroviaria, qualche locanda, un ristorante, un ospedale, una scuola, una stazione di polizia e un piccolo aeroporto, mentre tutt’attorno il vuoto: si può con certezza affermare che è unica al mondo. Ma si tratta di una città importante, perché è un centro dal quale il prezioso minerale chiamato opale si sposta alla conquista del mondo.

Ma che cos’è l’opale? È una pietra preziosa (dal latino «opalus» = «pietra preziosa», appunto) amata e apprezzata dalle signore, per la sua bellezza e la sua variabilità. Si tratta di un minerale colloidale, vale a dire privo di struttura reticolare, costituito da silice idrata (SiO2.nH2O), con percentuale in acqua fino al 20%, che in natura si trova in vene, noduli e croste variamente colorate, spesso arricchiti da iridescenze. Molte sono le varietà di opale: i colori possono andare dallo ialino al bianco latte; ma meravigliosa è tutta la gamma di colori che comprende il rosso, il verde, il giallo, il marrone, fino al nero.

Il Paese, verso il quale la natura di è dimostrata generosa in merito all’opale, è l’Australia, la cui produzione è tra l’87 e il 90% di quella del mondo intero; tanto che è stata indotta ad assumere quella pietra come nazionale e ciò in modo particolare nella località di Lightning Ridge, dove si verifica la coltivazione dell’opale nero; altri Paesi che hanno giacimenti dai quali si estrae l’opale sono il Messico, l’Etiopia, il Brasile e gli Stati Uniti. Qualcosa si trova anche da altre parti, ma il quantitativo è talmente irrisorio da non influenzare minimamente il mercato del settore.

La coltivazione dell’opale in Australia è talmente abbondante che in sua corrispondenza il suolo sembra sia stato colpito da centinaia di bombe, tante sono le cavità ricavate; basti pensare che presso la città di White Cliff, in piena attività già nel 1880, gli scavi effettuati sono circa 50.000; naturalmente, in quella città tutto ruota attorno all’estrazione e alla commercializzazione dell’opale.

Comunque, tornando a Coober Pedy, la vita si svolge tutta in sotterraneo dove si fa di tutto, e la vita trascorre alla larga dalle temperature impossibili del luogo; non è male ricordare, inoltre, che spesso, in corrispondenza dei primi mesi dell’anno, quella zona è tormentata da enormi tempeste di sabbia, che si evidenziano come nuvoloni di polvere rossastra.

Ma come è venuto in mente a qualcuno di costruire una città, anche se minima, in quel deserto brullo, con vegetazione stentata, e abitato solamente da piccoli animali? Il tutto è successo per caso, quando – si risale al febbraio 1915 – ricercatori di minerali ebbero la fortuna di trovare in giro sul terreno magnifiche pietre naturali, che dimostrarono di essere opali, di una qualità meravigliosa, sino ad allora sconosciuta e sicuramente superiore a quella di tutti gli opali rinvenuti nel mondo intero; per averne un’idea, basta confrontarli con gli opali africani, che sono belli, sì, ma non allo stesso livello, tanto che nel confronto questi ultimi sono miseramente battuti. Quei primi ricercatori si fermarono, convinti che valeva la pena di approfondire la conoscenza di quel giacimento. E si resero conto del fatto che esso, di cui solamente una parte era allo scoperto, era molto più ricco di quanto si fosse ritenuto in un primo momento. Cosi, cominciarono a scavare, a scavare e a raccogliere quelle pietre che si formano in cavità sotterranee principalmente in acqua e che, un volta lavorate, sono la gioia per le signore di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali e...forse un po’ meno per le tasche dei loro consorti.

Da allora, l’industria mineraria avviata all’estrazione dell’opale non ha più avuto sosta, tanto che oggi, a distanza di poco più di un secolo, l’attività estrattiva continua a raccogliere e a immettere sul mercato delle pietre preziose il minerale bello e inimitabile. Attualmente, si parla addirittura di 70 campi di estrazione: fatto che non trova riscontro in nessuna altra parte del mondo intero.

Oggi, quel luogo è ritenuto la capitale mondiale dell’opale, producendo il 90% di quello bianco e il 70% di quello nero. Quell’attività è tuttora la principale fonte di reddito per la città: anzi, sarebbe meglio precisare che è l’unica fonte di reddito, che ne consente la sopravvivenza.

Naturalmente, tale unicità non fa altro che attirare frotte di curiosi e amanti di quel minerale in un luogo che sarebbe ignorato dal turismo, non presentando nessuno degli altri requisiti che possano essere apprezzati.

Il nome Coober Pedy deriva da «kupa-piti» della lingua degli indigeni e può avere un duplice significato: «pozza d’acqua dei ragazzi» oppure «uomo bianco nella fossa» a piacere; ma ha anche un altro significato, forse più centrato, che dice che il luogo è stato «bucato dall’uomo».

La particolarità di questa mini città è che i suoi circa 2.000 abitanti, nella quasi totalità, per vincere il clima torrido del giorno e gelido della notte, caratteristica degli ambienti desertici, vivono nel sottosuolo, dove c’è il fresco protetto dalla roccia arenaria, chiamata «dugouts» (in italiano: «scavata») e l’area è insonorizzata. Sono abitazioni moderne, con elettricità e acqua corrente. Sulla superficie del suolo si trova un ambiente pressoché desertico, con poche case, qualche ristorante, una stazione di polizia, una scuola, un ospedale, come ricordato più sopra. Ma sotto c’è di tutto e di più: ristoranti, le tre chiese Serbian Orthodox Church, Catacomb Church e la cattolica St. Peter & Paul Church, alberghi, musei, gallerie d’arte, negozi dove si vende opale, e chiaramente non mancano le miniere alle quali si deve il merito di tutto quanto.

Si tratta di vuoti abbandonati dalle miniere esaurite, collegati fra di loro da gallerie. Alcune abitazioni hanno piscine, caminetti, arredi lussuosi, mentre altre sono più modeste e semplici, ma tutte sono ventilate per fare entrare aria ed eliminare l’umidità. Per accedere a quel labirinto sotterraneo, si passa dal livello della strada sino a quelli sottostanti con ascensori e scale.

Comunque, la comunità locale spinge per il turismo, mantenendo rispettosamente l’ambiente e la cultura native. Tenuto conto del clima torrido, qualora si decida di visitare Coober Pedy, il periodo migliore è quello compreso fra i mesi di aprile e di ottobre, approfittando del clima più temperato; sconsigliato il resto dell’anno, periodo estivo per l’emisfero australe, quando le temperature possono tranquillamente navigare fra i 35 e i 45°. La piovosità in quel sito si può ritenere trascurabile con i suoi 175 millimetri l’anno, distribuiti casualmente.

È una soluzione per l’uomo che si trova in un ambiente inospitale, in condizioni difficili.

Qualora si passi da quelle parti (come se fossero dietro l’angolo…), oltre alla miniera, non è da scartare una visita alla piccola costruzione, eretta in superficie, detta Josephine’s Gallery & Kangaroo Orphanage, dove si possono trovare manufatti e opere d’arte aborigene, dolci saporiti e, talvolta, la presenza di piccoli canguri orfani o feriti da mezzi sulla strada.

(febbraio 2026)

Tag: Mario Zaniboni, Coober Pedy, Australia, opali, Adelaide, Yulara, Uluru, Kata Tjuta, Stuart Highway, Darwin, Port August, opale, Lightning Ridge, White Cliff, Josephine’s Gallery & Kangaroo Orphanage.