Caterina II, Zarina della Russia
Ribellione di Pugacëv
In ogni regime, da che mondo è mondo, mai tutto succede tranquillamente; anzi, sono frequenti i casi in cui si riscontrano certi sommovimenti da parte di gruppi, più o meno numerosi, che reagiscono in malo modo (e come dare loro torto?) al comportamento brutale e prepotente dei propri governanti.
A ciò non è sfuggito nemmeno il Governo della Grande Russia, dove la Monarchia si comportava da padrona assoluta di tutto ciò che la circondava, sudditi compresi, trattati come veri e propri servi della gleba, senza nessun diritto, ma semplicemente con l’obbligo di lavorare per il padrone per un tozzo di pane, quando c’era; logicamente, era uno stato insostenibile, per cui non ci si deve sorprendere se, a un certo momento – come si dice – la corda si spezza.
D’altra parte, cos’era veramente successo durante il Governo Monarchico di Pietro il Grande, prima, e di Caterina II, poi? Durante il suo regno, che è durato dal 1772 al 1796, anno della sua morte, Caterina aveva regalato – se passa la parola – interi villaggi, con tutto ciò che c’era al loro interno, naturalmente contadini compresi, agli aristocratici, ai ricchi, ai compiacenti proprietari di terreni e palazzi, oltreché ai rappresentanti della Chiesa, a patto che collaborassero con lo Stato. Come se non bastasse, era in atto un innalzamento dell’inflazione che fece lievitare i prezzi su tutto e che mise quei poveretti in condizioni deplorevoli di miseria e fame, mentre stagioni sfavorevoli decimarono le produzioni agricole; epidemie, fra cui quella della peste, che colpì Mosca nel 1771, fecero il resto.
Insomma, mancava solamente l’occasione giusta per reagire. Durante il regno di Caterina, furono diversi i moti di ribellione da parte della plebe, ma il più significativo fu quello organizzato e diretto da Emeljan Ivanovič Pugacëv, un cosacco che era stato nell’esercito russo con il grado di tenente e che poi aveva disertato.
Egli approfittò del malcontento della popolazione contro il Governo Centrale, puntando sulle difficoltà in cui essa navigava a causa della guerra in atto con l’Impero Ottomano. Si mise a capo della rivolta e, in nome dello Zar Pietro II, morto non si sa se per cause naturali o altro, si autoproclamò Zar della Russia e, fra l’altro, dichiarò la fine della servitù della gleba perché, come detto in precedenza, la Corte Russa, per tutta una questione di interessi politici e finanziari, era favorevole ai ricchi e ai nobili, che pertanto erano padroni nel vero senso della parola dei paesi con tutti i loro abitanti: insomma, un’indiscutibile ma deprecabile proprietà.
Nel periodo compreso fra il 1762 e il 1769, scoppiarono ben 50 rivolte (mediamente più di 6 per ogni anno), che raggiunsero la massima gravità quando scoppiò quella di Pugacëv, appunto, fra il 1773 e il 1775, detta «Guerra dei Contadini» o «Ribellione dei Cosacchi». La promessa fatta ai rivoltosi consisteva nella concessione della disponibilità dei terreni agricoli, nell’abolizione delle tasse e del servizio militare di leva e nella liberazione dal giogo dei proprietari. Per quanto attiene alla burocrazia e all’esercito, Pugacëv mantenne l’organizzazione di Caterina II, con l’unica variante che al suo posto c’era lui. Insomma, fece tutto ciò perché al popolo sembrasse che lui fosse uno Zar Pietro III redivivo.
L’esercito di Pugacëv era un’accozzaglia di persone che non erano soddisfatte del Governo Centrale, alle quali si aggiunsero ribelli religiosi, fra i quali si ricordano i «Vecchi Credenti» e schiavi stanchi del giogo padronale; lui cercò di comprendere e di soddisfare le ragioni delle varie popolazioni.
C’erano gruppi che appoggiarono la rivolta e che, pur non dedicandosi del tutto alla stessa, le erano molto vicini.
Fra i volontari emersero i Ciuvasci, i Mari, i Mordvini, gli Udmurti, etnie che vivevano nei bacini del Volga e del Kama, che aderirono alla rivolta contro il Governo Centrale perché non erano d’accordo di lasciare la loro religione per essere convertiti a quella ortodossa russa e di essere obbligati a parlare la lingua dello Stato e, magari, di accettarne pure la cultura. Alla ribellione parteciparono i Tartari che, pur non discostandosi molto dalla cultura del Governo Centrale, si opposero al carico eccessivo di tasse e agli obblighi militari. Si aggiunsero i Calmucchi buddisti e i Kazaki musulmani che erano in contrasto con i Russi che piantavano il naso nei loro territori. Inoltre, entrarono a far parte dell’esercito di Pugacëv anche i Baschiri, un popolo di nomadi che voleva mantenere la sua autonomia politica e culturale e non accettava di trasformare il suo modo di vivere, lasciando il nomadismo per trasformarsi in stanziale, lavorare nelle fattorie e nelle fabbriche.
Per prima cosa si cercò di rendere solido il rapporto fra i lavoratori, in modo che non ci fossero malintesi fra i vari gruppi etnici e tutto procedette al meglio, tanto che i territori fra il fiume Volga e la catena montuosa degli Urali finirono sotto il controllo di Pugacëv.
Invero, Pugacëv fece in modo di organizzare il suo seguito prendendo come esempio la Corte di San Pietroburgo precedente la morte dello Zar Pietro III. Solamente il merito, e non la nascita, distingueva le persone fra di loro; i lavoratori della terra, gli artigiani, eccetera, così come gli aristocratici, i nobili, i ricchi in genere, erano tutti al servizio dello Stato, mentre i proprietari terrieri erano una specie «estinta». Tutti erano lavoratori, non dipendenti, ai quali, fra l’altro, fu concessa la libertà religiosa. Insomma, egli tentò in tutte le maniere di ripristinare tutto quanto funzionava al meglio quando lo Zar era ancora in vita.
Pur essendo analfabeta, Pugacëv, intelligentemente e – mi si consenta – furbescamente, fece entrare nella sua cerchia alti prelati religiosi, «pope» (sacerdoti della Chiesa Ortodossa), «mullah» islamici (religiosi musulmani), rappresentanti dell’aristocrazia, capi di comunità, ufficiali militari e funzionari statali, affidando loro l’incarico di scrivere e diffondere nei suoi territori, nelle città e nei villaggi, i suoi «ùzaky», cioè i suoi decreti in lingua russa e tartara. Il contenuto di questi documenti riguardava il suo sollecito al popolo di ribelli a seguirlo e ad appoggiarlo nelle sue decisioni: il compenso consisteva nella fornitura di terreni da coltivare, grano, sale (preziosissimo a quei tempi) e nella promessa di ridurre drasticamente le tasse; però, come «verso» della medaglia, c’era pure la minaccia di punizioni o di morte per coloro che non si fossero adeguati ai suoi «desiderata».
Una prima azione militare fu l’attacco alla città di Samara, effettuato nel 1773, seguito dalla vittoria campale che si concluse con la presa della città di Kazan.
Tutto questo fu favorito dal fatto che la Zarina Caterina II, pur non vedendo di buon occhio quanto Pugacëv stava combinando e seguendolo con attenzione, non aveva dato il giusto peso alla rivolta, ritenendo che si trattasse di malumori popolani senza un seguito pericoloso. E questa forma di noncuranza e tolleranza da parte della governatrice consentì a Pugacëv di preparare un ottimo esercito, occupando parte del territorio russo.
Comunque, pur di far vedere che lei c’era, mise sul capo dei rivoltosi una taglia di 500 rubli; ma nel 1774, capito finalmente che non si trattava di uno scherzo, accrebbe la taglia a 28.000 rubli, mentre le truppe di Michelson, che avevano l’incarico di fermarlo, perdevano continuamente pezzi negli scontri. La Zarina si rese conto del fatto che la rivolta era molto più seria di quanto avesse ipotizzato, e perciò il Governo Russo, vistosi alle strette, si adoperò per concludere rapidamente il conflitto con l’Impero Ottomano, per potersi dedicare completamente a Pugacëv e ai suoi seguaci, come è dimostrato dalla Battaglia di Kazan, combattuta nell’estate del 1774. Lo Stato ebbe difficoltà a controbatterne l’offensiva, anche perché ne aveva sottovalutata la potenza. In ogni modo, entro la fine di quell’anno, il Generale Michelsohn riuscì a sconfiggere i rivoltosi nella località denominata Caricyn, e il Generale Pëtr Panin continuò a combattere i focolai che, di quando in quando, si accendevano.
Concludendo, dopo diverse vittorie, l’esercito di Pugacëv fu sconfitto dal Generale Bibikov e lui fuggì verso il fiume Volga, dove trovò popolani pronti a seguirlo, ma presso la città di Caricyn fu nuovamente sconfitto: circa 10.000 rivoltosi furono uccisi o presi prigionieri.
Pugacëv tentò di fuggire verso gli Urali, ma fu catturato. Aleksandr Suvorov lo inviò a Mosca, nel carcere della fortezza della Butyrka, rinchiuso in una cassa metallica; qui, subì la condanna riservata dalla legge per coloro che tentano di sconvolgere la stabilità dello Stato, cioè fu prima decapitato e poi squartato: era il 10 gennaio 1775.
Interessante ricordare che questi moti ispirarono al grande scrittore russo Puškin la stesura del romanzo storico La figlia del capitano, pubblicato nel 1836.
