Stefano Petris
Il testamento spirituale di un Eroe
(Fiume, 11 ottobre 1945)
Nell’80° anniversario dalla scomparsa dell’Eroe per fucilazione da parte jugoslava, la grande figura di Stefano Petris deve essere ricordata con gli onori del caso a tutti gli Italiani degni di questo nome. In quella stagione plumbea le esecuzioni erano all’ordine del giorno: furono migliaia, generalmente immuni da colpe, fatta accezione per quella di avere amato l’Italia, le persone che caddero per mano dell’invasore quando le armi avevano già taciuto; tale sorte iniqua non fu riservata soltanto a chi aveva combattuto dalla cosiddetta «parte sbagliata» – come da pervicace espressione della «vulgata» – ma coinvolse anche le persone comuni, espressione del popolo lavoratore, solo perché Italiani.
Quello di Stefano è un esempio particolarmente ragguardevole perché nella sua qualità di comandante del presidio di Cherso, la grande isola nel Golfo di Fiume, si era distinto nella lotta contro l’occupazione tedesca, e poi contro quella titoista, perché voleva essere fedele alla sua Patria, come avrebbe dimostrato nella coinvolgente lettera scritta alla madre poco prima di essere vittima del plotone d’esecuzione, a sei mesi dalla fine della guerra (11 ottobre 1945).
In proposito, è sempre motivo di commozione, e di matura riflessione, il suo testamento spirituale scritto alla vigilia della fucilazione sui fogli bianchi di un testo che l’Eroe portava sempre con sé: quello della celebre Imitazione di Cristo.
«Muoio per la mia Patria, muoio per l’Italia, muoio per l’italianità dell’Istria, e della nostra isola. Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte d’attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l’Italia. Siamo migliaia d’Italiani, gettati nelle Foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia, falciati giornalmente dall’odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi, gli Italiani, e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra Istriana che è, e sarà Italiana nel mio cuore. Se il Tricolore d’Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e il mio ultimo pensiero sarà rivolto a DIO, che mi accoglierà. A voi, lascio il mio grido fortissimo, più forte delle raffiche di mitra, Viva l’Italia!».
La nobiltà di queste parole, e di una certezza etica che non è certamente rassegnazione fatalistica al destino improbo, non ha bisogno di commenti. Nondimeno, è congruo porre in evidenza la matura consapevolezza di dover fare olocausto della vita per la sola «colpa» di avere onorato il proprio dovere di Italiano, e nello stesso tempo, la speranza che il suo estremo sacrificio fosse arra di tempi migliori per la propria terra nativa: un auspicio che è rimasto a livello di semplice noumeno, ma non per questo meno commendevole nella matrice idealistica e patriottica che lo sorreggeva, e che assieme alla fede gli dava la forza di affrontare il momento estremo con un eroismo che non è azzardato definire stoico, diventando un esempio di valore assoluto.
Oggi è frequente il caso che, in occasione del 10 febbraio quale «Giorno del Ricordo di Esodo e Foibe», la lettura del testamento di Stefano nelle scuole italiane induca la commozione e la riflessione del pubblico giovanile, a dimostrazione del fatto che la «pietas» è ancora viva nei cuori migliori, e che i valori di una fede non disgiunta dal patriottismo sono sempre patrimonio di tante coscienze. Anche per questo è cosa «buona e giusta» che un documento importante come quello di Stefano alla vigilia dell’incontro con il Padre continui a essere oggetto d’informazione, e di approfondimenti costruttivi.
La storia di questo Eroe «senza macchia e senza sconfitta» ha un significato che ha finito per trascendere il momento in cui ebbe luogo, e per diventare un esempio perenne a futura memoria: in primo luogo, di una convergenza dell’azione con la fede, non sempre facile, e di una vita spesa nella serena consapevolezza di doveri prioritari, come quelli della coerenza e dell’impegno, senza concessioni al compromesso, né tanto meno alla vigliaccheria, che purtroppo avevano trovato diversi seguaci anche in quella stagione, umanamente comprensibili ma non accettabili sul piano dell’«ethos».
Stefano Petris vive nel cielo degli Eroi, e trascorso un ottantennio dal suo consapevole sacrificio cristiano e patriottico, continua a costituire un preciso modello di riferimento, tanto più importante in un’Italia come quella attuale in cui – analogamente a quanto accade altrove – le suggestioni individualiste sembrano in ascesa. Tale constatazione, peraltro, non deve indurre a disperare, perché il buon seme è sempre in grado di germogliare positivamente, nel rispetto dell’eroismo degli avi, e nell’invito a mutuarne la volontà, sia morale sia politica, di trarne spunto per «egregie cose».