Italiani assassinati dai partigiani jugoslavi: Luciano Medri (1928-1945)
Un esempio della crudeltà della «giustizia partigiana» soprattutto di stampo titoista

Nello scorcio conclusivo della Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto durante il lungo e tragico dopoguerra, la cosiddetta «giustizia partigiana» fu particolarmente attiva nelle zone del confine orientale, per iniziativa precipua di matrice slava. Il numero delle vittime italiane, generalmente immuni da qualsiasi colpa, non essendo mai tale quella di difendere la Patria, fu oltremodo alto: secondo valutazioni prudenziali, sarebbero almeno 20.000 coloro che vennero assassinati nelle foibe o diversamente massacrati, nel quadro della «pulizia etnica» che il regime di Belgrado aveva programmato nel solerte intendimento di espungere gli Italiani dalle loro terre di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia.

Oggi, la storiografia è riuscita a cancellare almeno parzialmente i vuoti di memoria che avevano contraddistinto la seconda metà del «secolo breve», onorando quelle vittime se non altro nella storiografia e nella migliore coscienza popolare. Un caso significativo, reso tangibile dalla Legge 30 marzo 2004 numero 92 istitutiva del Ricordo, promossa dall’Onorevole Roberto Menia nella sua qualità di parlamentare triestino particolarmente sensibile ai valori patriottici, e approvata dal Parlamento Italiano con voto pressoché unanime, è quello del martire emiliano Luciano Medri, insignito della Medaglia d’Onore e dell’Attestato a firma del Presidente della Repubblica durante le celebrazioni del 10 febbraio nella tornata del 2026.

La cerimonia commemorativa ha avuto luogo nella Prefettura di Rimini, contestualmente a quelle tenutesi nelle sedi istituzionali di Roma e in altre sedi provinciali, e ha consentito di ricordare ancora una volta, in specie alle giovani generazioni, il senso dello Stato e l’attaccamento al dovere che furono prerogativa delle vittime, fedeli al proprio dovere fino all’estremo sacrificio. In particolare, Luciano Medri (Cattolica, 24 settembre 1928-Ossero, 22 aprile 1945) era stato inquadrato nel servizio militare da pochi mesi, e dopo una breve e onorata attività nella zona di guerra del confine orientale ebbe la sventura di essere catturato da soverchianti forze titoiste (fortemente supportate dagli Alleati) assieme a 27 commilitoni e passato immediatamente per le armi, dopo avere subito anche l’estremo oltraggio di doversi scavare la fossa: in quali condizioni è facile immaginare.

Conviene aggiungere che il reparto, nonostante le sue condizioni di palese e totale inferiorità numerica, e le scarse dotazioni di armi, non aveva voluto arrendersi, ingaggiando un disperato tentativo di resistenza armata fino all’utilizzo dell’ultima cartuccia. Alla fine, prevedendo la sorte che sarebbe stata riservata ai superstiti, ci fu qualcuno che scelse di utilizzare la rivoltella d’ordinanza per togliersi la vita prima della resa. Quella scelta, sostanzialmente necessitata, fu una sublime manifestazione di senso dell’onore.

Nella vita civile, Luciano Medri – che era stato arruolato nelle forze appartenenti alla Marina Militare Repubblicana – alla luce della giovanissima età aveva potuto soltanto studiare, e aveva optato per il servizio di arruolamento volontario, nella prospettiva di proseguirlo al termine delle operazioni. Non serve aggiungere che aveva manifestato subito un esemplare spirito di Corpo, riconosciuto sia pure a distanza di un ottantennio con il conferimento della Medaglia e dell’Attestato di cui in precedenza. Non c’è che dire: le procedure «giudiziarie» partigiane erano immediate e definitive, con buona pace dello stesso diritto di guerra puntualmente ignorato anche in quella circostanza.

Conviene porre in evidenza che Luciano, nel momento in cui venne fucilato dai partigiani, era ancora un ragazzo sedicenne: cosa che la dice lunga sul carattere della cosiddetta giustizia titoista, supportata nella circostanza anche da elementi italiani. Certamente, il suo arruolamento, come quelli di tanti altri minorenni (all’epoca la maggiore età si conseguiva al raggiungimento del ventunesimo anno di vita) era stato supportato dall’Amore patrio e dal «giovanile ardore» di poetica memoria, mentre sarebbe piuttosto azzardato presumere che fosse indotto da forti convincimenti ideologici. Ecco un fattore che nel giudizio storico oggettivo deve considerarsi decisivo ai fini dell’attribuzione di meriti e di responsabilità, per cedere ragionevolmente il passo soprattutto alla «pietas», pur nell’apprezzamento degli ideali patriottici che avevano presieduto all’impegno militare di quei ragazzi, e a cui si devono rendere gli onori del caso, prescindendo senza remore dalle «vulgate» sempre in agguato.

In tutta sintesi, Luciano Medri deve essere ricordato per l’ecceità del proprio sacrificio in età oltremodo giovanile, per la fedeltà istituzionale manifestata nel corso del periodo militare, e per avere anteposto ad altre possibili opzioni il senso dello Stato e della Comunità Nazionale, con un alto esempio di coerenza e di fede.

(maggio 2026)

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