La Francia di Vichy
Ritenuto un governo collaborazionista ma
presentava alcune caratteristiche particolari
La Francia di Vichy fu una realtà alquanto complessa, difficile definirla semplicemente uno stato collaborazionista o gestito da un governo fantoccio in mano ai tedeschi, vista l’ampia maggioranza parlamentare che si espresse (almeno inizialmente) a suo favore e la statura morale del suo leader, il maresciallo Philippe Petain.
La destra era stata contraria alla guerra o almeno alla guerra in quel momento, data l’impreparazione militare francese mentre la crisi economica e l’instabilità politica di quel periodo non aiutavano un simile sforzo. Nonostante le occupazioni tedesche in Europa orientale, molti ritenevano che il maggiore pericolo fosse l’Unione Sovietica o almeno che tale politica tedesca l’avrebbe portata in urto con lo stato bolscevico. Così, quando la Germania aggredì la Polonia, due giorni dopo il governo moderato di sinistra presieduto da Edouard Daladier dichiarò guerra, mentre la destra si mostrò divisa e incerta. Per alcuni mesi lo stato di guerra fu sostanzialmente teorico senza combattimenti sul confine franco-tedesco. Nel marzo 1940 Daladier fu sostituito da Albert Reynaud esponente della destra moderata ma favorevole, in contrasto con molti del suo partito, alla prosecuzione della guerra. Fra il 12 e il 13 maggio i tedeschi sfondarono con grande successo le linee francesi, due settimane dopo molti ministri e molti generali si espressero a favore di un armistizio ma Reynaud riteneva di continuare la difficile lotta e dovette dare le dimissioni. Il 16 giugno il Parlamento votò a larga maggioranza per il generale Philippe Petain e, pochi giorni dopo la firma dell’armistizio, il conferimento dei pieni poteri. Votarono a favore complessivamente nelle due Camere in 569 contro 80 e 20 astenuti, quindi oltre ai voti della destra, si ebbero quelli del centro e la maggioranza dei socialisti anche se questi si erano disgregati in piccoli gruppi. Quasi contemporaneamente si ebbe l’appello del generale De Gaulle ritiratosi a Londra per la prosecuzione del conflitto, ma non ebbe l’effetto sperato, i francesi delle colonie riconobbero in maggioranza l’autorità del governo di Vichy.
Ma chi era Philippe Petain? Come generale era considerato un moderato (in contrasto con il superiore Ferdinand Foch) contrario agli attacchi in massa che provocavano un enorme numero di morti. Si oppose inoltre a misure troppo dure verso i militari indisciplinati, al trattenimento per lunghi periodi di tempo dei fanti in prima linea e venne considerato l’eroe della battaglia di Verdun. Una volta eletto, i suoi poteri divennero vasti, il Parlamento non venne più convocato ma i partiti non furono sciolti. La politica di Petain fu di rigorosa neutralità anche se molti vissero come un affronto l’affondamento della loro flotta da parte dei britannici i quali temevano che venisse requisita dai tedeschi, questi ultimi volevano un impegno della Francia contro l’Inghilterra ma ciò non avvenne. Tale politica era anche dovuta all’esercito ridotto in patria a 120.000 unità secondo le disposizioni del trattato di pace, mentre quello stanziato nelle colonie era più vasto. Tale trattato prevedeva anche che le leggi emanate dai francesi fossero sottoposte al controllo tedesco.
Petain credeva molto in «Dio, Patria e Lavoro», potrebbe essere considerato un conservatore se non fossero a offuscare la sua immagine una serie di atti sempre più duri nei confronti degli ebrei (e della Massoneria), secondo molti non sempre sollecitati dai tedeschi. Come molti governi nazionalisti, la Francia di Vichy introdusse il sistema corporativo e un forte dirigismo economico da parte dello stato. Potrebbe essere considerato vicino al fascismo ma il suo regime non diede vita a quella mobilitazione delle masse che caratterizzarono il fascismo italiano e il nazismo.
Il governo di Petain ebbe il suo appoggio popolare ma colpisce forse di più l’adesione di importanti uomini di cultura. Ricordiamo il giornalista nazionalista Robert Brasillach che credeva nell’autoritarismo e nel mito della grandezza francese. Lo scrittore estremista Ferdinand Celine ammiratore del nazismo e per un periodo di tempo dello stalinismo. Anche Pierre Drieu La Rochelle credeva in una sintesi tra fascismo e socialismo. Ma più di tutti lo scrittore Charles Maurras che fece del suo movimento politico, l’Action Francaise, il maggiore sostenitore del governo. Il letterato era anche lui un estremista, nazionalista, voleva reintrodurre la monarchia su basi antidemocratiche e strettamente elitarie. Credeva nell’antisemitismo, disprezzava l’Illuminismo, il Romanticismo, l’idea che i diritti individuali potessero porre limiti all’autorità del governo. Gli intellettuali non furono gli unici a prendere posizioni ambigue, anche l’ex leader comunista Jacques Doriot sosteneva il governo di destra di Vichy.
La situazione cambiò notevolmente con lo sbarco degli Alleati in Nord Africa (novembre 1942), temendo un assalto della Francia da sud, immediatamente i tedeschi occuparono la zona meridionale della Francia senza comunque eliminare il governo francese. In aprile Petain mantenne per sé la carica di capo dello stato ma conferì la carica di capo del governo all’ex socialista poi indipendente di destra Pierre Laval. In generale si ritiene che quest’ultimo fu il maggiore artefice della collaborazione con i tedeschi, in un discorso radio affermò: «Mi auguro la vittoria della Germania, perché altrimenti il bolscevismo si installerebbe ovunque». Anche in altre occasioni collaborò con gli occupanti riguardo la persecuzione degli ebrei e fornì lavoratori e materiale industriale utile all’economia tedesca.
Quando l’intera Francia venne liberata dagli Anglo-Americani, Petain e Laval si ritirarono in Germania (si ritiene costretti) dove si costituì un governo in esilio senza la partecipazione di Petain. Vennero infine catturati e condannati a morte, il primo ebbe la conversione della condanna all’ergastolo per diretto intervento di De Gaulle.
