Un episodio poco conosciuto della guerra partigiana in Italia
Non solo uomini e donne: a volte, furono le opere d’arte e architettura a essere vittime di gesti sconsiderati

Nell’immaginario popolare, la parola «Resistenza» o «partigiani» indica delle bande numerose, ben armate e organizzate secondo una rigida gerarchia, che creano attentati contro le infrastrutture e i soldati nemici, anche quando questo porta a rappresaglie sanguinose contro le popolazioni inermi delle zone colpite.

Questo è in gran parte vero, ma non sempre: il fatto che voglio raccontare mostra come non solo le persone, ma anche luoghi ed edifici di grande valore artistico siano stati a volte vittime «collaterali» di gesti partigiani inutili e sconsiderati.

Aprile 1945. La Seconda Guerra Mondiale sul fronte italiano è agli sgoccioli, le truppe tedesche sono ormai in ritirata per raggiungere la Germania. A Celle Ligure, ridente località turistica allora come oggi (il borgo più bello della Liguria, e uno dei più belli d’Italia), le ore precedenti il fatidico 25 aprile, giorno della Liberazione, scorrono tranquille. Il paese si distende in una magnifica insenatura nella Riviera di Ponente, delimitato a Est e Ovest da due rigogliose pinete, e protetto a Sud dalle prime propaggini collinari; dietro spiagge di sabbia finissima, importata dall’Adriatico, c’è la ferrovia, che sarà poi spostata più all’interno. Alle sue spalle si erge la Passeggiata Romana, situata sul promontorio della Crocetta: è un tragitto che risale all’epoca romana, quando costituiva una via di comunicazione essenziale prima della creazione della strada costiera; oggi il percorso passa anche accanto ai resti del Castello Testa, che si ergeva maestoso e solenne, e della chiesa di Nostra Signora della Crocetta, la chiesa più antica di Celle. Il Comando Tedesco locale ha garantito che non avrebbe fatto saltare in aria il promontorio della Crocetta; sotto il promontorio passa infatti la galleria ferroviaria, che è stata completamente minata. L’assicurazione dei Tedeschi è motivata dal buon comportamento tenuto dai Cellesi e dai Cellaschi (termini che indicano i residenti in paese nel primo caso, e i nativi del paese nel secondo) nei confronti degli occupanti venuti dalla Germania. Dopo le prime, comprensibili diffidenze, si sono stabiliti rapporti di «buon vicinato», correttezza e collaborazione tra maggiorenti, comitati e autorità cellesi con i comandanti tedeschi; avvengono trattenimenti di svago congiunti nel salone delle Scuole Elementari G. Risso (ora Scuole Medie), e il cinematografo funziona di giorno per i Tedeschi e di sera per gli Italiani. I Tedeschi, tra l’altro, sono Guardie di Frontiera e non SS, quindi alieni dal fanatismo cieco e dalla violenza fine a se stessa. Sono molti, tra l’altro, i Cellesi che si presentano giornalmente alla TODT (l’ente tedesco di costruzioni militari qui impegnato a realizzare un muraglione antisbarco in cemento sulla spiaggia dei Piani, la parte più recente di Celle), per una paga sicura e immediata. I partigiani, secondo un elenco ufficiale, sono 26, ma nessuno «in montagna», ovvero sono partigiani solo di nome. Per questo, quello che accadrà in seguito, la sciagura più grave ad aver colpito il litorale ligure in periodo di guerra, che i più anziani ricordano ancora (ho personalmente parlato con un testimone oculare dei fatti, all’epoca bambino), risulta quasi incomprensibile.

Pochi i documenti che ne parlano: un «memoriale» di Giovanni Berruti, assoldato dal Comando Tedesco del contingente di Celle quale interprete, e che scrive a caldo nei giorni successivi allo scoppio; è un’opera privata ma di valenza pubblica. Ci sono poi testimonianze orali a volte messe per iscritto anche a mezzo stampa, ma nessun resoconto presso l’Archivio Storico Comunale, l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), la neocostituita sezione di Celle. Ma i fatti, anche con la penuria di fonti ufficiali, parlano da soli.

I Tedeschi stanno smobilitando attraverso il valico del Giovo Ligure-Sassello (Varazze); in paese sono rimasti solo tre militari della Wermacht: uno di guardia presso la stazione ferroviaria, e gli altri due agli imbocchi della galleria del treno. La popolazione è stata rassicurata di poter andare a dormire in casa da annunci ad alta voce per le vie del centro storico preceduti dal suono di tromba, e con passa-parola che il promontorio della Crocetta non corre alcun pericolo, perché i collegamenti degli esplosivi nelle nicchie della galleria sono stati scollegati. Del resto, con i primi contingenti anglo-americani a pochi chilometri da Savona e le truppe della V Armata già nei pressi di Genova, nessuna logica avrebbe far saltare la Crocetta perché non impedirebbe né rallenterebbe l’avanzata alleata. Prova ne è che, quando accadrà ciò che ora racconteremo, il contingente tedesco (poco più di 15 uomini) è già lontano dal paese.

È il 24 aprile, giorno precedente la Liberazione. Giornata infausta e amara per i Cellesi! Al primo buio scendono da Sanda, frazione di Celle, uno o più facinorosi giunti – si scoprirà in seguito – da Savona. «Cani sciolti» o bande irregolari partigiane che hanno deciso di agire in autonomia? Probabile. Fatto sta che si appostano sul terrazzo della casa degli Ossola-Olivieri, merlato verso il mare, a un tiro dalla stazione. Di qui, verso le 23, partono dei colpi che uccidono il Tedesco di guardia, il tenente Winckler (marito e padre, che sperava di riabbracciare presto moglie e figli), e feriscono un secondo soldato, accorso per aiutarlo; il terzo milite lancia i bengala rossi, di pericolo, chiedendo rinforzi ai colleghi appena partiti. Degli sparatori, uno o più, non si trovano tracce.

Le regole della rappresaglia prevedono di uccidere dieci civili per ogni Tedesco morto. Ma non accade. Accorre invece una squadra di pontieri che collega in fretta i detonatori dell’esplosivo nelle nicchie nella galleria ferroviaria e li fa scoppiare. Prima, però, i Tedeschi (da testimonianze raccolte) aiutano gli abitanti delle case vicine alla Crocetta ad allontanarsi in fretta; non scorrerà altro sangue. La popolazione di Celle accorre per vedere per l’ultima volta un pezzo della sua storia che sta per scomparire per sempre. Ai primi albori del nuovo giorno, il 25 aprile, alle 5 e un quarto, la Crocetta viene disintegrata dall’esplosione: col promontorio crollano parte del Castello Testa, alcune ville adiacenti e la bellissima chiesa (la cui campana, ripescata dal mare, batte ora i rintocchi dal campanile della chiesa dell’Assunta ai Piani). Terza vittima è il «Rifugio», a meno di 100 metri di distanza, un tratto di galleria che era l’unico riparo per gli abitanti della zona che vi accorrevano al primo suono di sirena o rombo di bombardieri su Savona: un luogo pericoloso perché pieno di materiale bellico nascosto in un’ampia e profonda fossa nel pavimento sotto un tavolato di legno, materiale non degli occupanti, di cui però tutti sapevano l’esistenza; è tale materiale bellico a provocare una seconda esplosione, che apre anche un enorme squarcio nella facciata del caseggiato di fronte. Questo è il 25 aprile per i Cellesi: un giorno che dovrebbe essere stato di gioia ma che è diventato sinonimo di lutto!

Questi i fatti, in breve. Rimangono alcune domande, prima fra tutti questa: che razza di operazione di guerra è stata? Sarebbe stato facile, anche per un piccolo gruppo di partigiani, neutralizzare tre Tedeschi isolati anche senza ucciderli, prendere possesso di stazione e galleria, appostarsi sulla Via Aurelia per impedire l’arrivo dei rinforzi – che avrebbero potuto giungere solo da quella parte – e salvare la Crocetta. Perché i cingolati americani sarebbero stati sul luogo dopo poche ore e i Tedeschi non potevano permettersi di perder tempo a tentare di forzare una strada bloccata da uomini armati.

Il tutto sembra più una «bravata», un gesto da squilibrato che si «diverte» a sparare contro nemici pressoché inermi; non li uccide nemmeno tutti, come se gli bastasse aver dimostrato qualcosa, a sé o ad altri che erano con lui, una specie di tragica «prova di coraggio» per diventare «uno dei nostri», per entrare a far parte di una banda il giorno stesso in cui di quella banda non ci sarebbe stato più bisogno. Un gesto irresponsabile, prima ancora che inutile, che solo per il volere dei Tedeschi non ha provocato un bagno di sangue italiano.

Né si è mai saputa la verità sugli sbandierati 100 o 200 partigiani appostati sulle alture di Sanda e pronti a scendere in paese proprio per salvare la Crocetta. Non si mossero. O forse non c’erano neppure. O – è stata fatta anche questa ipotesi, per quanto assurda – non erano armati. Un altro mistero insoluto.

Dopo la guerra, Carlo Russo (avvocato e politico della Democrazia Cristiana, Parlamentare e Ministro, a quei tempi facente parte del cosiddetto Comitato di Liberazione Nazionale) ha detto che lo sparatore era un partigiano non di Celle, di cui conosceva l’esatta identità e che faceva parte di un battaglione di posta sulle alture circostanti il paese che aveva il compito di seguire la ritirata tedesca; lo stesso partigiano subì un processo successivamente (non per l’episodio della Crocetta) e fu assolto. Un uomo di Savona che sparò due colpi, non si sa se da solo o con altri, se per ordini dall’alto o di sua iniziativa. Un attentato vigliacco di chi spara alle spalle e poi scappa, di nessuna valenza militare o valoriale. Un fatto che provocò la reazione tedesca e lo scoppio della Crocetta, scoppio, se non propriamente voluto, forse non sgradito da certe aree ideologiche dedite ad accentuare e aggravare atti e fatti del nemico per poter maggiormente colpevolizzare la parte avversa. Da coloro che si autodefinivano «patrioti», nulla è stato fatto o tentato per salvare la Crocetta, un pezzo di Patria – per quanto piccolo – scomparso per sempre.

(ottobre 2026)

Tag: Simone Valtorta, episodio poco conosciuto della guerra partigiana in Italia, Resistenza, partigiani, Aprile 1945, Seconda Guerra Mondiale, fronte italiano, Celle Ligure, Liguria, 25 aprile, giorno della Liberazione, Passeggiata Romana, promontorio della Crocetta, Castello Testa, chiesa di Nostra Signora della Crocetta, Cellesi, Cellaschi, TODT, Giovanni Berruti, tenente Winckler, Carlo Russo.