Il Codice Navajo: come gli Stati Uniti vinsero la guerra contro il Giappone grazie ai nativi americani
Una pagina poco conosciuta della Seconda Guerra Mondiale

Parlando dei motivi per cui si può vincere una guerra, possiamo citare le strategie di attacco e difesa dei Generali, le manovre sul campo di battaglia, il migliore armamento o mobilità delle truppe. In realtà, la guerra moderna si basa soprattutto sul passaggio di informazioni, non solo tra le unità da battaglia impegnate in uno scontro, ma anche in tutto quello che riguarda piani ad ampio raggio, obiettivi, forze impiegate in vari settori, utilizzo di spie nel campo nemico, e via dicendo. Insomma, tutto quanto viene trasmesso soprattutto via radio.

Ci sono esempi della storia, anche antica, che mostrano come una singola comunicazione abbia potuto stravolgere l’esito di una guerra. Uno per tutti: durante le guerre persiane, il condottiero greco Temistocle inviò un messaggio a Serse, fingendosi traditore e invitandolo a dar battaglia ai suoi nelle acque di Salamina, dove le navi persiane si trovarono a dover manovrare in spazi troppo ristretti per la loro mole, e furono in gran parte affondate.

Ancor di più che nel passato, oggi il successo delle operazioni militari dipende soprattutto dalla sicurezza delle comunicazioni: venire a conoscenza delle intenzioni di un nemico, dell’esatta entità delle forze a sua disposizione, dell’identità dei comandanti è un enorme vantaggio per pianificare eventuali difese e contrattacchi.

In questo caso, il cosiddetto Codice Navajo rappresenta uno degli esempi più affascinanti di crittografia nella storia militare. Furono gli Americani a sviluppare un sistema basato sulla lingua navajo, ovvero un idioma unico per complessità e struttura: questo codice si dimostrò impenetrabile per le forze nemiche, fornendo un contributo insostituibile alla vittoria degli Stati Uniti nella Guerra del Pacifico contro il Giappone (1941-1945).

Ancora nel 1942, quando l’asse della vittoria era puntato sull’Impero del Sol Levante, ci si era resi conto che i messaggi trasmessi via radio dagli Americani erano vulnerabili alle intercettazioni e alla decodifica da parte del nemico. Allora Philip Johnston, un veterano della Prima Guerra Mondiale, figlio di un missionario e cresciuto tra i Navajo, un popolo dei cosiddetti Indiani d’America (oggi più popolarmente chiamati «nativi americani»), propose di utilizzare la lingua navajo come base per un sistema di crittografia: questa lingua aveva una struttura unica che la rendeva praticamente impossibile da comprendere per chiunque non fosse un madrelingua. Innanzitutto era parlata esclusivamente dalle tribù Navajo del Sud-Ovest degli Stati Uniti (solo poco più di 30 non Navajo la comprendevano), inoltre era priva di una forma scritta e in più era caratterizzata da una grammatica complessa e da un lessico ricco di sfumature.

Il Codice Navajo fu ufficialmente sviluppato e modellato secondo il «Joint Army/Navy Phonetic Alphabet», precursore dell’alfabeto fonetico NATO, che associava le lettere dell’alfabeto inglese a delle parole nella stessa lingua, per evitare di perdere tempo prezioso a fare lo spelling a voce di tutti i termini, lettera per lettera. Oltretutto, il Codice Navajo non si limitava alla semplice traduzione della lingua inglese in navajo, ma fu sviluppato un sistema che combinava parole navajo con un insieme di equivalenti criptati per lettere, numeri e concetti militari. A esempio, la parola navajo per «tartaruga» rappresentava un carro armato, «patata» era una bomba a mano, «pesce di ferro» un sommergibile mentre «uccello di ferro» indicava un aereo e, in particolare, l’uccello «poiana» veniva usato per identificare il bombardiere. (Alcune di queste parole entrarono a far parte del vocabolario dei Marines e sono comunemente usate ancora oggi per riferirsi agli oggetti a cui fanno riferimento). Non solo, ma nel sistema ogni lettera dell’alfabeto inglese era rappresentata da una parola navajo. Qualche esempio: A (Ant) diventava Wol-la-chee, B (Bear) diventava Shush, C (Cat) diventava Moasi, e via dicendo. Questa combinazione di terminologia codificata e linguaggio naturale lo rendeva estremamente difficile da decifrare per chi non fosse di madrelingua navajo.

Furono arruolati all’inizio circa 200 uomini navajo, che divennero noti come «Code Talkers». Non solo conoscevano il codice, ma vennero addestrati per trasmettere e ricevere messaggi sotto pressione, spesso in situazioni di combattimento estremamente pericolose. Furono presenti in battaglie chiave del Pacifico, come Guadalcanal, Tarawa, Saipan e la celebre battaglia di Iwo Jima: in quest’ultimo scenario, nei primi due giorni di combattimento, sei Navajo trasmisero oltre 800 messaggi senza un solo errore, tanto che il Generale Howard Connor, capo delle comunicazioni della 5ª Divisione dei Marines, dichiarò: «Se non fosse stato per i Navajo, i Marines non avrebbero mai preso Iwo Jima».

I Navajo si dimostrarono veloci e precisi: potevano cifrare, trasmettere e decifrare un messaggio di tre righe, in inglese, in appena 20 secondi, contro i 30 minuti richiesti da una macchina dell’epoca.

Insomma, il Codice Navajo non è un semplice strumento militare, ma una testimonianza della creatività, dell’adattabilità e della diversità culturale, e la sua efficacia dimostrò quanto il patrimonio linguistico e culturale potesse essere una risorsa strategica in momenti di crisi. Il contributo dei Navajo, il loro sacrificio e la loro dedizione continuano a ispirare generazioni, ricordandoci che la forza della collaborazione può superare ogni ostacolo, e hanno evidenziato l’importanza di includere le comunità dei nativi americani nella narrazione storica degli Stati Uniti.

L’impiego dei Navajo continuò per tutta la guerra di Corea e fu messo da parte solo nei primi anni della guerra del Vietnam.

Questi autentici eroi non ricevettero riconoscimenti fino alla declassificazione delle informazioni militari, nel 1968. Fu solo il 13 dicembre 2007 che il Code Talker Recognition Act (Atto di Riconoscimento dei Code Talker) fu introdotto nella Camera dei Rappresentanti, cioè la Camera dei Deputati Americana. Questo Atto riconobbe il servizio reso da ogni «Code Talker» che servì nell’esercito statunitense, assegnando per tutti una medaglia d’oro del Congresso e per ciascuno una medaglia d’argento. Un riconoscimento doveroso, anche se tardivo.

(maggio 2026)

Tag: Simone Valtorta, Seconda Guerra Mondiale, Codice Navajo, crittografia, Guerra del Pacifico, Impero del Sol Levante, Philip Johnston, alfabeto fonetico NATO, Code Talkers, battaglia di Iwo Jima, Howard Connor, Code Talker Recognition Act, Atto di Riconoscimento dei Code Talker.