Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki
Le motivazioni che spinsero gli USA a
usare la bomba atomica
Che regimi autoritari – nel tentativo di vincere una guerra – non si facciano scrupoli a colpire la popolazione civile di un Paese nemico non deve sorprendere più di tanto dato che, non avendo esitato a eliminare i dissidenti interni, non vi sarebbe ragione di credere che nei confronti degli oppositori esterni si possa avere maggiore considerazione. Che simili metodi vengano invece utilizzati da Governi Democratici fa di certo molto più scalpore. L’esempio più noto – e quello più estremo – in tal senso fu il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki da parte degli Americani. Quali sono state le motivazioni che spinsero il Governo USA – che prima del conflitto aveva duramente condannato i bombardamenti contro i civili[1] – a commettere quelle stesse azioni che dichiarava di disapprovare?
Una delle ragioni fu quella di risparmiare le vite dei propri soldati. Il motivo principale per cui gli Stati Uniti decisero di sganciare le bombe fu quello di costringere il Giappone alla resa, evitando un’invasione che avrebbe comportato la perdita di decine, se non centinaia di migliaia di militari americani. Gli USA erano coscienti di trovarsi di fronte a un nemico accanito, a cui era stato insegnato che la morte era preferibile a una resa in battaglia[2], e per questo decisero di adottare la tattica dei bombardamenti strategici volti a sconfiggere i Giapponesi facendo crollare il loro fronte interno. Strategia che comportò – ancora prima dell’uso delle atomiche – la morte di moltissimi civili: nel solo bombardamento di Tokyo vi furono oltre 100.000 morti.
Un’altra spiegazione fu il desiderio di vendetta. A rendere accettabili agli occhi degli Americani i bombardamenti delle città giapponesi furono anche le atrocità commesse dal nemico nipponico. L’attacco a Pearl Harbor avvenuto senza dichiarazione di guerra scosse profondamente l’opinione pubblica americana così come la notizia di crimini compiuti nei Paesi occupati[3]: a esempio, nella marcia della morte di Batanna; nelle Filippine, migliaia di prigionieri americani e filippini furono uccisi o morirono durante il tragitto. Questi massacri contribuirono alla disumanizzazione del nemico: il Generale George Kenney riteneva che i Giapponesi fossero una «categoria umana inferiore», i cui soldati assecondavano «la passione mongola per il saccheggio, l’incendio doloso e lo stupro». Per combattere un nemico feroce, venne quindi ritenuto lecito adottare dei mezzi feroci: «Quando si ha a che fare con una bestia, bisogna trattarla come una bestia» ebbe a scrivere il Presidente Americano Harry Truman in una lettera dell’11 agosto 1945 a Samuel Cavert, uno dei fondatori del National Councili of Churches.[4]
Sintetizzando, si può dire che l’imbarbarimento della guerra fece sì che gli Stati Uniti passassero dal condannare i bombardamenti contro i civili all’effettuare attacchi indiscriminati sulle città che culminarono con il lancio delle due bombe atomiche. Un percorso simile avvenne anche in Gran Bretagna: se nelle prime fasi del conflitto Churchill deplorava l’eventuale utilizzo di bombardamenti aerei indiscriminati, successivamente – a seguito degli attacchi alle città inglesi da parte dell’aviazione tedesca e alle forti perdite di uomini e mezzi – giungerà a ritenere lecito adottare la tattica del «moral bombing», ossia quello di attuare bombardamenti a tappeto in modo da minare il morale della popolazione nemica. Strategia che, pur avendo effetti[5], suscitò controversie e discussioni.[6]
Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki rappresenta a tutt’oggi uno degli argomenti più dibattuti. Vi è chi afferma che questo contribuì a fermare la guerra evitando un numero maggiore di morti sia da parte americana che giapponese; e chi, al contrario, vi vede invece uno dei più gravi crimini commessi in tutta la storia dell’Umanità. Lo stesso Presidente Americano Harry Truman ebbe un atteggiamento contraddittorio a riguardo: se in alcune occasioni ribadì con fermezza la sua scelta di autorizzare l’arma nucleare (per esempio, in un’intervista nel 1958, alla domanda se avesse avuto qualche rammarico per l’utilizzo dei bombardamenti atomici rispose di non avere «neanche il più minimo rimorso, nel modo più assoluto»),[7] in altre circostanze invece manifestò pensieri totalmente opposti; Henry Wallace, Segretario del Commercio, ebbe ad annotare nel suo diario che, dopo il bombardamento di Nagasaki, il Presidente Americano dette l’ordine di interrompere i bombardamenti atomici perché «il pensiero di eliminare altre 100.000 persone era [per lui] troppo orribile. Non gli piaceva l’idea di uccidere “tutti quei bambini”».[8] Compito dello storico non è comunque quello di esprimere giudizi morali quanto piuttosto studiare gli eventi che portarono all’uso dell’arma nucleare in modo che la tragedia che colpì Hiroshima e Nagasaki non debba mai più ripetersi.
1 A esempio, nel 1937 il Dipartimento di Stato Americano protestò con il Giappone per i bombardamenti contro le città cinesi, dichiarando: «Qualsiasi bombardamento generale di un’area estesa in cui risiede una numerosa popolazione impegnata in attività pacifiche è ingiustificato e contrario ai principi di diritto e umanità».
2 Esempio di simile mentalità fu l’atteggiamento tenuto dal Ministro della Guerra, il Generale Korechika Anami, che ancora il 9 agosto 1945, durante il Consiglio Direttivo Supremo di Guerra Giapponese, si mostrò favorevole al proseguimento del conflitto: «È ancora di gran lunga troppo presto per dire che la guerra è perduta. Che noi infliggeremo pesanti perdite al nemico quando invaderà il Giappone è fuori di dubbio, e non è affatto impossibile che si possa rovesciare la situazione in nostro favore, tramutando la sconfitta in una vittoria». Confronta Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Milano 1990, pagina 819.
3 I bombardamenti atomici sul Giappone ebbero l’effetto di mettere in ombra – almeno in Occidente – i crimini compiuti dalle truppe nipponiche nei territori occupati (eccettuato, forse, il massacro di Nanchino del 1937). Un buon volume sul tema è quello di Jean-Louis Margolin, L’esercito dell’Imperatore. Storia dei crimini di guerra giapponesi (1937-1945), Lindau, Torino 2009.
4 Confronta Richard Overy, Pioggia di distruzione. Tokyo, Hiroshima e la bomba, Einaudi 2025, pagine 37 e 114.
5 Il peso dei bombardamenti arei nella sconfitta del Terzo Reich è dibattuto dagli storici. Tuttavia secondo il Colonnello Generale Alfred Jodl, i bombardamenti delle città tedesche ebbero un effetto psicologico devastante sul morale delle truppe: come raccontò durante un interrogatorio degli Alleati nel 1945, «mentre prima il soldato tedesco credeva che, combattendo al fronte, stesse proteggendo la madrepatria, la moglie e i figli, questo fattore è stato completamente annullato e sostituito dalla consapevolezza che “io posso resistere quanto mi pare, ma mia moglie e i miei figli sono comunque spacciati” […]. La sensazione era: “Per che cosa sto combattendo? Posso anche essere coraggiosissimo ma a casa sta crollando tutto lo stesso”. Era sicuramente una reazione molto forte che ha indebolito lo spirito combattivo delle truppe. Oltre a ciò, in parallelo, c’erano gli effetti sulle capacità lavorative nel settore della manodopera degli armamenti». Confronta Richard Overy, Confessioni. Come gli Alleati hanno scoperto la terribile realtà del Terzo Reich, Mondadori, Milano 2002, pagina 227.
6 Se per il Vescovo Anglicano George Bell, membro della Camera dei Lord, i bombardamenti a tappeto erano una pratica profondamente immorale («Come può il Gabinetto di Guerra non vedere che questa progressiva devastazione delle città minaccia le radici della civiltà?»), per il Maresciallo Robert Saundly, responsabile del Bomber Comand Britannico nonché uno dei responsabili del controverso bombardamento di Dresda, simile strategia fu una scelta inevitabile («Una volta che una guerra globale è scoppiata non può più essere umanizzata o civilizzata, e se una parte tentasse di farlo sarebbe con ogni probabilità sconfitta»).
7 Pioggia di distruzione, pagina 125.
8 La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, pagina 820.
