Agostino Straulino
Le grandi imprese della Marina Militare
Italiana a Gibilterra e Algeri. Omaggio alla gloria militare
e ai meriti sportivi del Comandante e Ammiraglio Dalmata
La «guerra del sangue contro l’oro» combattuta con straordinario valore italiano negli anni Quaranta del secolo scorso ha permesso di scrivere pagine eroiche senza pari: cosa tanto più degna di apprezzamento e di onore, in quanto espressa nella buona, e soprattutto nell’avversa fortuna, come sta scritto a futura memoria nel monumento di El Alamein, eretto in Egitto a perenne memoria dell’ecceità militare e patriottica, espressa dalla Marina Tricolore. Oggi, a distanza di oltre un ottantennio dai fatti, è cosa buona e giusta ricordare la storia di un’autentica epopea, che se non altro è rimasta a testimoniare il patriottismo e la dedizione al dovere di quegli Uomini «senza macchia e senza sconfitta» e dell’onore militare che conviene riservare alla loro memoria.
Fra le gesta più gloriose di quel tempo irripetibile anche dal punto di vista etico, e dell’imperativo comune che sottintendeva, è cosa buona e giusta ricordare le imprese compiute dalla Marina da Guerra Italiana – e specialmente dalla Decima Mas – a Gibilterra e Algeri (1942) dove si distinsero uomini come le Medaglie d’Oro Mario Arillo, Luigi Durand de la Penne, Salvatore Todaro e Lido Visintini, in cui il forte agire seppe coniugarsi egregiamente col nobile sentire, e che il nemico stesso non avrebbe mancato di apprezzare e onorare con significativi riconoscimenti «ad valorem» e con l’evidente ammirazione del loro impegno, tanto più ragguardevole in quanto manifestata dalla parte avversaria con commendevole obiettività.
Nell’ambito di queste azioni ai limiti dell’impossibile, una citazione speciale compete al reparto dei «Nuotatori d’Assalto» che furono capaci, coi loro «siluri» umani, di affondare oltre 11.000 tonnellate di naviglio degli Alleati nelle due incursioni compiute fra luglio e settembre penetrando nella munita rada di Gibilterra[1], e circa 20.000 nell’impresa di Algeri, consumata in una sola notte. Al riguardo, conviene sottolineare come i risultati di quelle incursioni abbiano avuto una forte rilevanza quantitativa, un rilevante successo tattico, e un cospicuo impatto psicologico, a fronte di un impegno veramente eroico dei protagonisti, e nello stesso tempo, di mezzi d’assalto assai limitati.
È congruo ricordare che la «filosofia» di questo gruppo, decorato con 29 Medaglie d’Oro al Valor Militare, 104 d’Argento e 33 di Bronzo, era molto semplice: «Non importa affondare una nave nemica, che si può anche ricostruire; importa dimostrare al nemico che vi sono Italiani capaci di morire gettandosi con un carico esplosivo contro le fiancate del naviglio avversario». Dal punto di vista dei danni inferti agli Alleati, grande rilievo fu assunto in modo specifico dall’impresa del 14 luglio 1941, quando una squadra di dodici Nuotatori agli ordini del Comandante Eugenio Wolk riuscì a penetrare nella rada di Gibilterra ed a mettere fuori combattimento, in una sola notte, ben quattro navi nemiche.
Alle predette operazioni prese parte, assieme ai compagni d’avventura[2], un giovane ufficiale nativo di Lussino: il Tenente di Vascello Agostino Straulino, all’epoca ventisettenne, che per quegli episodi di ardimento e di valore venne decorato con due Medaglie al Valore e che dopo la guerra, non senza essersi distinto con rischi altrettanto pesanti nella bonifica del porto di Taranto ingombro di relitti e di residuati bellici[3], sarebbe assurto alle massime glorie sportive nel campo della vela. Ciò, grazie all’oro olimpico di Helsinki (1952), ai tre ori nei campionati mondiali, e a un altissimo numero di vittorie a livello europeo e nazionale, senza contare altri due argenti olimpici conquistati a Torquay (1948) e a Melbourne (1956). Ecco un medagliere difficilmente ripetibile che rimane a perenne testimonianza di un eccezionale valore anche sul piano sportivo.
Straulino, che in tempi successivi fu Comandante della prestigiosa Amerigo Vespucci, autentico fiore all’occhiello della flotta, chiudendo la carriera col grado di Ammiraglio, è stato un Eroe della Marina troppo spesso dimenticato, al pari degli altri di cui si è detto; un patriota consapevole che nelle sue azioni non si combatteva per il prestigio personale ma per la vittoria e la vita della Patria, e che nelle regate internazionali non «correva una persona» né tanto meno una barca, ma l’Italia. Eletto esempio di cooperazione e di autentico spirito di squadra, negli anni della gloria sportiva volle donare ai suoi equipaggi, che del resto stravedevano per lui, le testimonianze e i trofei di tanti successi.
Figlio dell’Irredenta (era nato nel 1914 quando Lussino – non facendo mistero della propria italianità – era ancora austro-ungarica ma non nascondeva un’antica vocazione occidentale oltre alla prestigiosa eredità della Serenissima), aveva nel suo DNA lo spirito di quell’Adriatico romano e veneziano che avrebbe visto le gesta, fra i tanti, di Gabriele d’Annunzio, Luigi Rizzo, Nazario Sauro, e a cui sarebbe rimasto fedele per la vita e oltre la vita.
Il «mago del vento», come era stato appropriatamente definito per la sua straordinaria capacità di interpretare al meglio le condizioni meteo (cui non era estranea la tradizione marinara del Carnaro non meno dell’esperienza militare), coniugava competenza e lealtà con l’antico amore per il mare, palestra di esperienze umane e civili uniche.
Alle Olimpiadi inglesi del 1948, prime del dopoguerra, Agostino era stato «derubato» della medaglia d’oro perché apparteneva a uno Stato reduce dalla sconfitta e in quanto tale ingiustamente e consapevolmente penalizzato dai padroni di casa, ma aveva preso atto del verdetto con una straordinaria dignità e con una pazienza civile che nel suo caso fu veramente la «virtù dei forti». C’è di più: la palese prevaricazione che fu costretto a subire in quella circostanza ha finito per esaltarne la fama, anche a dispetto del tanto tempo ormai trascorso, e per evidenziarne il ruolo altamente patriottico..
Oggi, l’Italia avverte in modo sempre più stringente la mancanza di uomini siffatti, con riguardo specifico anche a quelli della Decima[4] in cui il valore si unisce alla schiettezza e alla semplicità, e naturalmente, allo spirito di corpo. Uomini in grado di testimoniare, senza dubbi e senza resipiscenze, un esempio e una lezione di vita e di sacrificio che è congruo e giusto affidare a un’adeguata traccia, a futura memoria di tanto valore.
A Gibilterra, ad Algeri e nelle innumerevoli competizioni sportive cui prese parte successivamente, il Comandante Straulino ebbe un pensiero fisso: l’Italia. E nel 2004, quando è «andato avanti» dopo una lunga vita nobilmente spesa nel campo dell’onore, volle essere sepolto, non certo a caso, nella sua Lussino, dove riposa in faccia al Golfo del Carnaro che aveva tanto amato: vigile Ombra sulle sorti dell’Amarissimo, messaggio di fede e sprone alla speranza.
1 Il gruppo, dopo un viaggio avventuroso verso la Spagna, si era insediato nella contigua Algesiras dove aveva preso dimora a Villa Carmela, una residenza sul mare che divenne il punto base per gli allenamenti e per le azioni contro il nemico.
2 Della squadra fece parte, tra gli altri, la Medaglia d’Oro al Valor Militare Luigi Ferraro (1914-2006) che sarebbe passato alla storia della Marina Militare Italiana per avere compiuto il maggior volume di affondamentia danno del naviglio nemico; e anche perché fu l’unico ufficiale della Repubblica Sociale Italiana (cui aveva aderito dopo l’8 settembre 1943) a essere onorato, nel momento della scomparsa in età di oltre 90 anni, col funerale di Stato.
3 Durante i lavori di bonifica portuale a Taranto, le cui acque erano infestate anche da residuati di natura chimica, Straulino perse la vista e rimase momentaneamente cieco. Poi, ebbe un faticoso recupero e una riduzione permanente delle facoltà visive, che peraltro non fu di impedimento alla sua prestigiosa carriera militare e sportiva, esempio di forte impegno contro le avversità sempre in agguato nel proprio ruolo patriottico.
4 La critica storica contemporanea ha preso frequenti distanze dal forte impegno patriottico e militare di Forze Armate speciali della Marina, come quelle della Decima: un ultimo esempio molto significativo appartiene a Matteo Pucciarelli, Decima MAS: la vera storia, Edizioni Piemme, Milano 2026, 176 pagine. Nondimeno, la documentata esistenza di alcune «anatre zoppe» generalmente presenti in ogni esercito non può inficiare l’opera e il valore collettivo di una squadra autonoma che si rese protagonista di frequenti atti eroici e patriottici.
