Una storia d’Italia molto diversa da quella che l’ufficialità descrive
Quando la Penisola Italiana tutta credeva in una possibile autentica e omogenea indipendenza politica dallo straniero, col concorso attivo ed essenziale di una Chiesa Cattolica indipendente dal potere politico

Il 1789 è l’anno dello scoppio della Rivoluzione Francese, che detonò dentro e fuori la Francia. I venti del cambiamento si erano già fatti sentire. Apparentemente la prima fase rivoluzionaria europea che lambì la Francia detonò successivamente nel resto d’Europa e, concentrando l’attenzione su questi importanti passaggi, perdiamo di vista movimenti rivoluzionari definiti minori ma che già erano visibili e ben presenti sul continente, non ultima la Penisola Italiana tutta.

Facciamo un salto temporale al 9 febbraio 1849, dopo la gloriosa e sfortunata pagina risorgimentale della Repubblica Romana in tale data. Giuseppe Garibaldi il 31 luglio di quell’anno lasciò San Marino dove aveva sciolto il suo esercito. Con una parte delle milizie e la moglie Anita, che era al sesto mese di gravidanza, si diresse verso il porto di Cesenatico per poter raggiungere Venezia, che dopo l’insurrezione resistette all’assedio austriaco. La fuga fu difficile e pericolosa per la presenza delle truppe austriache che perlustravano il territorio fra Rimini e Cesena. Si decise così di proseguire per gruppi separati a cavallo, cercando di ripararsi nelle boscaglie e seguendo il greto dei torrenti. Durante il tragitto Garibaldi passò da Roncofreddo, a poche ore di cammino dal castello di Monteleone di proprietà della nobile famiglia ravennate dei Guiccioli. Monteleone, feudo sulle colline cesenati a lungo conteso fra signori di Rimini, Urbino e Cesena, era passato nel 1748 a Ignazio Guiccioli, grazie al suo matrimonio con Attilia Roverelli.

I Guiccioli li ricorderemo per Teresa Gamba Guiccioli, amante di Lord Byron che aveva avuto anni prima un importante ruolo politico. Sposando Alessandro Guiccioli, la nobildonna si era infatti trovata al centro dei movimenti politici nell’epoca napoleonica in quei territori e non solo. La sua famiglia erano i conti Gamba, grandi giacobini altrettanto agguerriti che avevano ospitato Lord Byron introducendolo nella Carboneria, Carboneria che già ai tempi di Gioacchino Murat e del suo Proclama di Rimini era essenziale in questi movimenti e luoghi.

La storiografia ci racconta che Lord Byron e Teresa Gamba Guiccioli fuggirono in Toscana per poi imbarcarsi a Genova per la Grecia a combattere per quel popolo.

Più che una fuga in Toscana, il loro fu un autentico gemellaggio in corso tra tali territori. I Gamba già dal Settecento avevano a Bagni di Lucca una proprietà dove trascorrevano le loro estati.

Gioacchino Murat raggiunse Rimini dunque perché questo era terreno fertile circa la missione italiana risorgimentale non prima però di onorare anche Lucca. Chi fu il suo uomo di fiducia? Una spia lucchese, Giuseppe Binda, che in Lucca e Bagni di Lucca, terra dei Gamba, aveva la sua roccaforte.

Un uomo la cui famiglia era legata a doppio filo a un Ordine Religioso cittadino lucchese, i Chierici Regolari della Madre di Dio, che nella città-stato toscana avevano sin dal Cinquecento onorato la Controriforma, senza applicare però in modo troppo rigido il Tribunale dell’Inquisizione che gestirono in proprio. Per tale ragione qui i Padri Gesuiti mai presero piede. La «libertas» lucchese fino al 1847, anno della fine definitiva dell’indipendenza politica, fu perciò da loro salvaguardata ampiamente.

I Chierici sostennero anche il rivoluzionario córso Pasquale Paoli negli anni fatidici in cui il Paoli voleva rendere la Corsica indipendente e sovrana. Sostenuto dagli Inglesi, col concorso della Casata dei Savoia.

La sua impresa nel voler rendere l’isola indipendente, facendola al contempo restare nell’orbita italiana, venne meno. Questi i Chierici lo avevano sostenuto e una lettera pubblicata nel 1819 a Torino dallo storico di fiducia di Casa Savoia, Luigi Cibrario, per l’editore Agliana, lo conferma. Padre Ghelsucci dei Chierici Regolari appare dalla lettera confidenziale a conoscenza delle vicende politiche del Paoli e dei suoi accoliti.

La cosa non stupisce. Evidentemente i Chierici, e con loro la famiglia di Giuseppe Binda, futuro uomo di fiducia di Re Gioacchino Murat, sia a Roma che a Londra tenevano casa e bottega. A Roma nella persona del Cardinale Bartolomeo Pacca, Segretario di Stato ai tempi di Papa Pio VIII, che doveva diventare Papa al posto dello stesso. Uomo che era sì stato imprigionato a Fenestrelle da Napoleone Bonaparte ma che al contempo, di madre un Malaspina, non aveva ignorato evidentemente l’antica comunione tra i Bonaparte stessi e la famiglia materna. I Bonaparte infatti nel Cinquecento si erano imparentati, particolare coincidenza, proprio con i Malaspina. Diventò amico e collaboratore del fratello di Napoleone, Luciano Bonaparte, in anni cruciali, quando Luciano abitava a Canino nell’Alto Lazio con la famiglia e si apprestava insieme ai figli di secondo letto a seguire le orme di Giuseppe Mazzini per onorare la sua terra, la Corsica, tentando di farla partecipare alla corsa di tutti gli Stati della Penisola che non facevano Asburgo, verso una unità federale sostenuta proprio da Bartolomeo Pacca. Descrivono questo stato di cose sia un religioso lucchese su cui ho discusso la tesi di laurea, Padre Gioacchino Prosperi, che timidamente fa un cenno ben preciso in tal senso in una sua pubblicazione del 1844 dal titolo La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola per l’editore rivoluzionario Fabiani di Bastia (dove egli cita le Memorie del Cardinale Bartolomeo Pacca quando anche i ciottoli córsi ne erano evidentemente a conoscenza visti i trascorsi a Fenestrelle del Pacca medesimo in relazione al compagno di sventura dello stesso Pacca, Monsignor Bartolomeo Pino, Vicario di Corsica, anche lui citato da Padre Prosperi con foga ed evidente sostegno alla causa in corso nell’Isola Bella); sia l’ex ingegnere dell’esercito sabaudo Ermete Pierotti, di Pieve Fosciana, limitrofa a Lucca Garfagnana, terra all’epoca dei fatti ancora estense.

Questa pubblicazione è edita in epoca non sospetta, nel 1870. E l’ingegnere non usa in tale pubblicazione dal titolo Il potere temporale dei Papi al cospetto del tribunale della Verità, dita dai genovesi fratelli Pellas, mezze misure: il Cardinale Pacca, così scrive, voleva abbattere tale potere temporale. Voleva garantire una visione religiosa in linea con principi che poco avevano a che fare col Papa Re.

Stiamo parlando della medesima volontà di Re Gioacchino, ossia Gioacchino Murat, quando nel 1815 tentò, col Proclama di Rimini, di lottare per un’Italia nel suo caso unita e indipendente. Luciano Bonaparte dalle carte, in epoca successiva, come molti altri accoliti di Giuseppe Mazzini, si faceva portavoce in termini questa volta repubblicani, delle medesime istanze che Gioacchino Murat e il suo fido Giuseppe Binda avevano sostenuto in quel 1815. Verità storiche ancora scomode ma suffragate dai documenti. Verità scomode se ancora si fanno passare i protagonisti di tali vicende per visionari, uomini doppiogiochisti, avvolti in una nube di sarcastico e grottesco esautoramento. Perché di questo si tratta, e le carte parlano chiaro. Così il religioso Padre Gioacchino Prosperi nel 1872 sarà costretto a pubblicare per l’editore Gudotti della Curia Lucchese un testo dall’emblematico titolo Son matto io o son matti tutti dove volle ribadire questi concetti e questo incongruente quanto insensibile esautoramento del personaggio definito intelligente ma bizzarro, strano e al contempo battagliero.

Nello stesso periodo l’ingegnere Ermete Pierotti, scienziato e artista di fama internazionale, cadrà in un cono d’ombra in Patria, con una maggiore visibilità estera grazie ad accuse montate ad arte e mai davvero comprovate.

Per non parlare dell’avvocato e Console Americano a Livorno Giuseppe Binda. Questi, difeso a spada tratta dal Governo Americano, essendo egli divenuto cittadino americano sposando la figlia del celebre Generale Sumter, definito doppiogiochista e uomo infido in Patria.

Niente di tutto questo, le carte parlano chiaro. Si era speso con Mazzini nel 1848 ai tempi della Repubblica Romana sostenendo il passaggio a Roma del Generale Avezzana che divenne il Ministro della Guerra di Giuseppe Mazzini in quel frangente, facendolo transitare indisturbato a Livorno, dove il Binda era Console Americano, da una nave inglese dove Avezzana si era imbarcato a Genova su altra imbarcazione americana per raggiungere il porto di Civitavecchia e da qui Roma. Ce lo dice a chiare lettere una pubblicazione del 1940 di Antonino D’Alia, uno storico evidentemente, dopo il passaggio dall’epoca fascista alla Repubblica democratica, caduto in disgrazia e non preso troppo sul serio. Eppure questo ci dicono le carte, questo ci racconta un Giovanni Gentile che in proposito pubblicò nel 1932 su «Archivio di Corsica» che se ritrovava le carte di Nicola Cattaneo dei Cattaneo di Corsica avrebbe riscritto la storia d’Italia. Stessi personaggi, medesime situazioni.

Anche Gentile, direttamente coinvolto con il fascismo, mai venne nelle sue esternazioni preso sul serio. Ma i Cattaneo di Corsica sono deceduti a Lucca, località Sant’Alessio, nel 1874, restando dunque fedeli a quella terra che li aveva visti trionfare ai tempi del Principato Lucchese di Elisa Bonaparte e di suo marito Felice Baciocchi, cugino degli stessi Cattaneo. Facenti parte gli stessi della celebre Legione Córsa, tanto cara alle vicende rivoluzionarie del Primo Risorgimento.

E deceduti non distanti in Sant’Alessio dai cugini dell’Ermete Pierotti citato, che lì vivevano. Cugini anche del Padre Prosperi citato, coinvolto nelle questioni bonapartiste córse del Primo Risorgimento. Ed evidentemente in sintonia tutti quanti col Cardinale Bartolomeo Pacca; così lo furono sia Luciano Bonaparte che lo stesso Ermete Pierotti.

In tutto questo appaiono i nomi più influenti del panorama inglese e americano allora al potere, che sostennero tali questioni. Lord Henry Holland, a esempio, che per tradizione familiare si legò sia al bonapartismo operato da un Luciano Bonaparte, che alle questioni abolizioniste della schiavitù americana. Fu lui a sostenere nel momento del bisogno Giuseppe Binda. Fu lui a continuare a mantenere i contatti, lui e la di lui famiglia, col cugino garfagnino di Ermete Pierotti, il pittore e scultore Giuseppe Pierotti di Castelnuovo Garfagnana, che scolpì a metà Ottocento a Londra il busto dello zio di Lord Henry Holland, il mitico Lord Charles Fox, antesignano dell’abolizionismo americano. Il busto possiamo ancora ammirarlo nei locali dell’Università di Oxford. L’opera che fu di Re Gioacchino, che di Napoli prima ancora che di Roma fece la patria elettiva, continuò a primeggiare dopo Pizzo Calabro, dove fu fucilato nel 1815. Re Gioacchino mai fu dimenticato, la sua opera imperitura fu raccolta dai mazziniani, di ogni estrazione e tendenza, per sostenere dunque tre volontà, col concorso sottobanco dei Sovrani di Antico Regime peninsulari non asburgici (i Savoia col giovane Carlo Alberto, il Duca Lucchese Carlo Ludovico di Borbone-Parma, parzialmente i suoi cugini Borbone di Napoli che stavano sul trono napoletano, all’epoca, e che le carte rintracciate all’Archivio di Stato di Lucca dimostrano, vedi carte Bernardini e Legato Cerù). Col concorso di una Chiesa appunto più libera anche se sicuramente minoritaria.

Una pagina importante della Storia Nazionale tutta da riscrivere. Per inciso, Bartolomeo Pacca è sepolto a Roma nella chiesa romana dei Chierici Lucchesi, Santa Maria in Portico in Compiterei. Come volevasi dimostrare.

(dicembre 2025)

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