Il mondo rurale nel Risorgimento
Il controverso rapporto del mondo
contadino verso unitari e legittimisti
«La Storia la scrivono i vincitori» recita un detto. Sarebbe forse più corretto dire che la scrivono le varie correnti ideologiche che nel corso del tempo possono mutare radicalmente in base alle circostanze. Un esempio di ciò lo troviamo nella Storia del Risorgimento Italiano in cui – per celebrare l’unità d’Italia attuata dal Regno di Sardegna – si è giunti a demonizzare gli altri Stati preunitari della Penisola, in particolare il Regno delle Due Sicilie. Negli ultimi tempi, tuttavia, si è assistito al fenomeno opposto, ossia al fioccare di pubblicazioni anti risorgimentali che hanno invece ritratto il Regno del Sud in una luce assai positiva, o addirittura apologetica. La realtà storica – si sa – è decisamente più complessa.
Secondo lo storico Denis Mack Smith, la disparità tra Nord e Sud esisteva già all’inizio del XIX secolo, seppur non fosse notevole. Che il Regno del Sud non fosse quell’avamposto arretrato come lo si è spesso dipinto è dimostrato dalle varie innovazioni introdotte dai Borboni di Napoli, come il primo battello a vapore nel Mediterraneo, la prima linea ferroviaria in Italia e l’illuminazione a gas a Napoli che precedette anche città come Milano.[1] Per contro, l’Italia Meridionale era fortemente penalizzata dalla lontananza dei mercati dell’Europa Settentrionale e dalle scarse comunicazioni interne che escludevano la maggior parte delle aree dall’evoluzione produttiva e commerciale. Oltre a ciò, a seguito delle varie rivolte politiche, i Borboni attuarono una politica fortemente reazionaria.[2] Il crollo del Regno delle Due Sicilie fu quindi causato innanzitutto dalle sue debolezze interne: l’irriducibile contrasto con la Sicilia, lo squilibrio sociale nelle campagne, l’isolamento di un gruppo dirigente obbligato a metodi arbitrari e impopolari di governo, la frattura tra la Monarchia e le forze intellettuali più vive del Paese, e il discredito internazionale.[3]
Eppure la storia della conquista del Regno del Sud presenta dei caratteri a prima vista paradossali. Sbarcati i Mille a Marsala l’11 maggio 1860, i garibaldini riuscirono rapidamente ad averla vinta sull’esercito borbonico al punto che il 7 settembre Garibaldi, accompagnato solo da un piccolo manipolo di uomini, entrerà a Napoli senza trovare resistenza, accolto invece da una folla entusiasta. Tuttavia, negli anni successivi, si registrarono nelle regioni meridionali numerose rivolte contro le nuove autorità che per reprimere queste sollevazioni dovettero assumere metodi draconiani e spietati. Nonostante il Governo Italiano cercasse di liquidare questi movimenti come lotta al «brigantaggio», in realtà si può descrivere questo fenomeno come una vera e propria «guerra civile» tanto da costringere le autorità a inviare al Sud circa 120.000 soldati per vincere la ribellione. Come si possono spiegare questi due avvenimenti apparentemente contraddittori? Per fare ciò occorre fare un passo indietro.
Durante la sua spedizione, Garibaldi troverà numerosi consensi tra la popolazione contadina: il Generale aveva infatti emanato decreti che promettevano la suddivisione delle terre demaniali e la riduzione di alcune tasse. L’avanzata di Garibaldi fu spesso accompagnata da varie «jacquerie» che diedero un apporto fondamentale alla riuscita dell’Impresa dei Mille. In ciò, tuttavia, vi era una profonda incomprensione tra i patrioti e il mondo contadino: quest’ultimo non era interessato alla questione nazionale, ma unicamente a migliorare la propria situazione economica; mentre l’obiettivo primario di Garibaldi era quello di unificare l’Italia, e non di fare una rivoluzione sociale. Al gruppo dirigente dei Mille occorreva infatti il sostegno dei proprietari terrieri e della borghesia (che da parte loro si uniranno presto al nuovo Regno d’Italia), e per farlo doveva garantire sicurezza e difendere la proprietà privata. Non a caso, di fronte all’occupazione violenta delle terre da parte dei contadini, le truppe di Garibaldi interverranno a reprimere queste agitazioni (la più famosa di queste si verificò nel paese di Bronte). In seguito, vedendo che la promessa della ripartizione delle terre non veniva mantenuta e che i decreti sulla riforma agraria rimanevano inapplicati, l’entusiasmo dei coltivatori scomparve, lasciando posto al rancore che si manifesterà nel ribellismo.[4]
L’Unità d’Italia nell’immediato infatti non portò benefici ai contadini, ma – a causa soprattutto degli sconvolgimenti dovuti alla guerra – comportò invece l’aumento dei prezzi e delle imposte. Inoltre, l’introduzione di diverse normative, come la coscrizione obbligatoria, fu accolta assai sfavorevolmente dalla popolazione. Questo malcontento sarà sfruttato dai fautori della restaurazione borbonica che convinceranno non pochi agricoltori a unirsi alle bande di «briganti» con promesse di arricchimento e di riconoscimenti onorifici unite ad assicurazioni su aiuti militari. Di fronte a queste sommosse, il gruppo liberale italiano decise di rispondere attuando una dura repressione (sebbene va detto che atrocità furono largamente presenti in entrambi i campi), senza pensare a misure di carattere economico che potessero eliminare le ragioni profonde del conflitto.[5] Il nuovo Stato Italiano riuscì infine a vincere le rivolte, seppur i mezzi adottati causarono proteste anche da parte degli stessi esponenti che pure avevano fortemente contribuito alla sua nascita: «Si è inaugurato nel Mezzogiorno d’Italia un sistema di sangue» avrebbe denunciato Nino Bixio, uno dei capi della spedizione garibaldina.
I difensori e i critici dell’Unità d’Italia hanno spesso messo l’accento sui crimini della parte avversaria, esaltando invece i meriti della loro fazione. Poche volte, tuttavia, si sono concentrati sulla «zona grigia» del Risorgimento, costituita in gran parte dalla massa rurale il cui obiettivo principale era il miglioramento della sua difficile condizione. A quest’ultima né i fautori dell’Unità, né i legittimisti prestarono in genere molta attenzione, nonostante rappresentasse la componente maggioritaria della popolazione italiana.
1 Non bisogna tuttavia, come fanno taluni, intendere i «primati» come indice di valore assoluto per stabilire la situazione economica di un Paese: per esempio, se è pur vero che il Regno dei Borboni fu il primo Stato a dotarsi di una linea ferroviaria nel 1839, è vero anche che alla vigila dell’Unità il Sud possedeva solo 99 chilometri di ferrovie contro i circa 1.800 chilometri di quelle introdotte dal Piemonte al Nord. Confronta Renata Di Rienzo, Borbonia Felix. Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo, Salerno Editrice, Roma 103, pagina 17.
2 Confronta Denis Mack Smith, Il Risorgimento Italiano, Il Giornale. Biblioteca storica, Roma-Bari 1999, pagina 112.
3 Confronta Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo. Volume 3, Roma 1984, pagina 816.
4 Confronta Gianni Oliva, La prima guerra civile. Rivolte e repressione nel Mezzogiorno dopo l’unità d’Italia, Mondadori, Milano 2025,, pagine 95-98.
5 La prima guerra civile, pagine 136-143.
