Chiang-Kai-Scek
Quando i rimedi sono peggiori dei mali…

Nella prima metà del secolo XX, una volta ancora, sorsero problemi e discussioni fra la Cina e il Giappone che voleva mettere in atto le sue mire espansionistiche nel continente asiatico; e le sue intenzioni erano sempre giustificate da motivi che è riduttivo chiamare futili. Ciò finché, nel 1931, il Governo Giapponese ebbe la «luminosa» idea di far accadere un fatto che gli avrebbe dato ragione, quando avesse reagito in malo modo. Infatti, fu dato l’ordine al tenente Suemori Kawamoto di far esplodere una piccola carica di dinamite sulla linea ferroviaria controllata dai Giapponesi; non ci furono né danni alle rotaie, né ci furono vittime, ma il Governo Giapponese accusò dell’attentato i dissidenti cinesi. Questo fatto – se si vuole, una sciocchezza – passò alla storia come l’«incidente di Mukden», che fu sufficiente ai Giapponesi per avviare l’occupazione di quella città (oggi Shenyang) e, già che c’erano, anche di altri territori dei dintorni. Essi conquistarono la provincia della Mongolia Interna di Rehe, togliendola al guerriero cinese Zhang Xueliang, unendola allo Stato «fantoccio» Manciukuò e giungendo, in tal modo, con le sue propaggini meridionali, fino alla Grande Muraglia Cinese. Fu un’azione che si scontrò con il parere della Società delle Nazioni, tanto che il Giappone fu costretto a togliersi dalla stessa.

Quando la Cina, sotto la mano pesante del Governo del capo nazionalista Chiang-Kai-Scek, fu riunificata, il Giappone si vide privato di quella regione tanto ricca di risorse e non mandò giù il rospo. Queste furono tutte ragioni che comportarono lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Del resto, il Giappone – come già ricordato – non aveva mai nascosto le sue mire di conquistare l’Asia Continentale.

A complicare ulteriormente i rapporti fra la Cina e il Giappone fu il cosiddetto «incidente del Ponte di Marco Polo» del 7 luglio 1937. Che cos’era successo? Nella notte fra il 7 e l’8 luglio 1937, durante un’esercitazione militare un soldato giapponese era sparito e non si trovava da nessuna parte. Il comandante nipponico chiese l’autorizzazione a cercarlo in città, ma le autorità cinesi risposero picche. (Detto per inciso, il soldato tornò tranquillamente al suo reparto). Da ciò nacquero discussioni a non finire, che culminarono nello scambio di colpi di armi da fuoco. Senza false interpretazioni, il tutto fu preventivamente studiato dai Giapponesi a tavolino per creare l’occasione di rompere gli indugi. E così scoppiò la seconda guerra sino-giapponese che sfociò, alla fine, nella Seconda Guerra Mondiale.

Per la Cina il conflitto andava piuttosto male, in quanto, nel 1937, i Giapponesi erano riusciti a sbarcare sulla costa cinese e, non essendoci una valida controffensiva, avanzavano velocemente verso l’interno. Del resto, è noto che i Cinesi erano in condizioni di grande inferiorità nei confronti dei Nipponici e non erano assolutamente pronti a contrastarne il progredire: erano male armati, con pochi fucili sostituiti dalle pistole, bombe a mano di vecchia generazione, poche mitragliatrici sia pesanti sia leggere e pochi mortai da trincea.

Infatti questa avanzata fu tanto repentina ed efficace che l’anno successivo i soldati del Sol Levante avevano occupato tutta la parte settentrionale di quel Paese, conquistando la provincia della Mongolia di Rehe, togliendola al Cinese Zhang Xueliang e annettendola al Governo fantoccio del Manciukuò; in tale maniera, l’occupazione giapponese aveva raggiunto la Grande Muraglia Cinese. Pur essendo in contrasto con il regime comunista, «obtorto collo» la Cina si alleò con i Russi per opporsi all’invasione dell’esercito giapponese. Questo, il 6 giugno, aveva già occupato la capitale dell’Henan, la città di Kaifeng, ed era giunto alla periferia della città di Zhengzhou che, pur essendo piccola, era un importante nodo stradale e ferroviario e, qualora fosse stato occupato dai Giapponesi, poteva aprire loro la strada per le più importanti città di Wuhan e Xian.

I Cinesi, Chiang Kai-Shek e i suoi consiglieri, resisi conto di non essere in grado di fermare l’orda dei soldati dell’Imperatore Giapponese, che avanzavano nella Cina Occidentale e Meridionale, e per prepararsi adeguatamente a sostenere lo scontro con il nemico previsto a Wuhan, presero una grave decisione, scegliendo l’unica, secondo loro, a disposizione, vale a dire allagare il territorio cinese nel quale il nemico avanzava. Purtroppo fu una decisione catastrofica, disgraziatamente mandata avanti senza valutare le possibili potenziali gravissime conseguenze sulla popolazione locale delle aree interessate da un tale intervento previsto: aprire la diga del Fiume Giallo (Huang Hé) nei pressi di Zhengzhou, esattamente a Zhaokou. Ma sorsero difficoltà, per cui, alla fine, si scelse Huayuankou come luogo nel quale rompere gli argini.

Chiang-Kai-Scek e i suoi consiglieri convennero che questa era l’unica soluzione che avrebbe potuto arrestare l’avanzata del nemico, per sorprendere i Giapponesi, che non si aspettavano una mossa strategica di quel genere. Ma per evitare che i Giapponesi subodorassero quanto stava per scatenarsi, i Cinesi mantennero il silenzio assoluto sulle loro intenzioni, in tal modo condannando i locali ai quali fu tolta la possibilità di mettersi in salvo evacuando le zone che sicuramente sarebbero state allagate. Il 9 giugno 1938, gli argini del Fiume Giallo furono rotti facendo brillare mine, e la massa d’acqua, che in quel momento era abbondante per le piogge recentemente cadute, si riversò violentemente nelle campagne, nei villaggi, nelle città, tutto ricoprendo e distruggendo, senza risparmiare coloro che si trovavano sulla sua rotta. Alla fine, furono allagati circa 54.000 chilometri quadrati dei territori delle province di Henan, Anhui e Jiangsu, mentre il Fiume Giallo deviò il suo percorso normale di diversi chilometri verso Sud, situazione che fu sanata con la ricostruzione degli argini nel 1946 e con lo spostamento del nuovo alveo, com’era in precedenza, nel 1947.

Quella disgraziata operazione causò la fine di molte migliaia di Cinesi, fra l’immediato annegamento e la morte avvenuta successivamente per fame e malattie. Non si seppe mai quante siano state le vittime di quel disastro sia subito, giacché le autorità che avrebbero potuto procedere al censimento si erano allontanate mettendosi al sicuro, sia successivamente, quando si tentò di ricostruire l’intervento e i suoi danni. In ogni modo, la cifra valutata fra i 500.000 e il milione di morti sembra essere accettabile: una vera ecatombe, senza alcun dubbio! Ma non finì lì, perché l’alluvione attivò una paralisi dell’intero territorio allagato, che per anni non produsse nulla e, inoltre, mise in moto circa 12 milioni di sfollati, se non di più, alla ricerca di un luogo asciutto.

Quella strategia messa in atto dalle autorità cinesi non trovò unanimità nel parere della gente locale, perché secondo una parte solamente in tal modo si poteva frenare l’avanzata dei Giapponesi, che si stava estendendo in modo realmente molto preoccupante, mentre per altri la posta non valeva la candela, come dimostrò l’esagerato numero delle vittime e, forse, a questi ultimi, almeno dal punto di vista umano, non si poteva dar torto: per loro, la conclusione che il rimedio fu peggiore del male è semplicemente corretta e azzeccata.

(dicembre 2025)

Tag: Mario Zaniboni, Chiang-Kai-Scek, Suemori Kawamoto, incidente di Mukden, Mongolia Interna di Rehe, Stato fantoccio«» Manciukuò, Grande Muraglia Cinese, incidente del Ponte di Marco Polo, Fiume Giallo, Huang Hé, Zhengzhou, Zhaokou, Huayuankou, 54.000 chilometri quadrati allagati, da mezzo milione a un milione di morti, Seconda Guerra Mondiale, guerra sino-giapponese.