L’Età della Pietra: alle origini della
civiltà
L’alba della prima civiltà umana può
essere fatta risalire a un’epoca assai più remota di quanto
saremmo portati a pensare
Quando sentiamo parlare delle «più antiche civiltà umane» ci vengono in mente subito i Sumeri e gli Egizi, magari anche i Vallindi (le popolazioni che si stabilirono sulle rive del fiume Indo). Ben difficilmente penseremmo a definire come «civiltà» tutti quegli insediamenti situati sulla linea del tempo prima dell’avvento della scrittura, in quel lunghissimo periodo chiamato Preistoria.
Se accettiamo come definizione di «civiltà» la «creazione di oggetti funzionali all’uso, non semplicemente presi dalla natura, e il loro perfezionamento nel tempo», allora l’alba della civiltà potrebbe essere retrodatata ai 2 milioni di anni fa, quando i nostri antenati cominciarono a scheggiare le prime pietre per renderle taglienti, adatte quindi alla difesa o alla caccia. Dato che i più antichi utensili costruiti dall’uomo erano quasi esclusivamente fatti con la pietra, a quest’epoca remotissima è stato dato il nome di «Età della Pietra».
L’Età della Pietra si può a sua volta suddividere in tre grandi periodi.
Il più antico è il Paleolitico, che significa «età della pietra antica», e che arriva fino a circa 10.000 anni fa. I primi oggetti fabbricati sono schegge di pietra ottenute semplicemente battendo una pietra contro l’altra. È solo verso mezzo milione di anni fa che si riesce a ottenere asce di selce dagli spigoli ben affilati battendo la pietra con mazze di legno duro. A volte le pietre non vengono lavorate ma fatte precipitare dall’alto per abbattere mammiferi di dimensioni ragguardevoli come i leptobos, delle specie di grossi bovini; le carni vengono estratte dal corpo delle prede e addentate crude, dato che non si conosce ancora l’uso del fuoco. L’uomo dispone di una sola forma di energia, la forza fisica, ma coi primi strumenti di pietra adatti a essere impugnati, comincia ad accrescerne la potenza.
Circa 170.000 anni fa, l’uso del fuoco è una pratica comune in molte comunità. Grazie alla capacità di accendere e conservare il fuoco, l’uomo è in grado di resistere alla calata dei ghiacci che, periodicamente, ricoprono vaste superfici della Terra; a combattere il clima rigido aiutano anche i cibi caldi, cotti sulla fiamma, e rozzi ma efficaci indumenti di pelle. Ora non si parla più di famiglie isolate ma di vere e proprie tribù, cosa che suppone una certa gerarchia, una suddivisione dei compiti, un’idea di società organizzata. Nelle caverne usate come rifugio compaiono le zagaglie con la punta di selce, delle specie di giavellotti usati per la caccia.
I ghiacci del Paleolitico, invece di sterminare la specie umana, sono stati uno degli stimoli maggiori al suo progresso, perché hanno costretto i nostri antenati a escogitare sempre nuovi espedienti per resistere alle dure condizioni dell’ambiente. Le lame di selce permettono di lavorare le pelli per confezionare abiti simili a quelli dei moderni Eschimesi, che proteggono perfettamente dall’umidità e dai venti perché sono di pelli ben conciate e unite tra loro da robuste corregge; la comparsa dell’ago con la cruna, dai 16.000 ai 10.000 anni fa, rende il confezionamento di indumenti più rapido e facile rispetto ai tempi anteriori. Le lame di selce si modificano anche nei primi bulini, che consentono di incidere l’osso e le corna. I coltelli di selce prendono una forma molto simile a quella dei coltelli attuali, col dorso dritto della lama, tra i 25.000 e i 20.000 anni fa; in seguito la tecnica di scheggiatura della selce si perfeziona perché la pietra non viene più battuta, ma sottoposta a forti pressioni, in modo da ottenere lame sottilissime. Verso la fine del periodo compare, nella pesca, l’uso dell’arpione.
Il secondo grande periodo dell’Età della Pietra è il Mesolitico, ovvero «età della pietra di mezzo», che va dai 10.000 agli 8.000 anni fa. Oggi il termine è poco usato, ma vi si possono comunque riconoscere dei caratteri precisi. È infatti l’epoca in cui si ritirano i ghiacci dell’ultima lunga era glaciale e la Terra va ricoprendosi di paludi e di foreste. L’uomo diventa principalmente pescatore e cacciatore di uccelli, accanto alla raccolta e alla conservazione di frutta e semi. Ci sono quelle che potremmo considerare delle vere e proprie «città industriali», villaggi in cui la popolazione si è interamente dedicata alla lavorazione della pietra e del corno. C’è, nell’organizzazione del lavoro, una certa suddivisione dei compiti, così che si può anche parlare di un’embrionale produzione in serie: per esempio, ci sono «operai» adibiti a saldare le punte di freccia alle aste mediante una pece che viene fatta colare, col riscaldamento, dalla corteccia di betulla. La materia prima viene recata al villaggio per mezzo di imbarcazioni di legno o di pelle: la barca e il remo sono infatti invenzioni di questo periodo. L’uomo ha anche un nuovo «amico» che lo affianca nella vita: il cane!
Il Neolitico, dagli 8.000 ai 6.000 anni fa, è l’ultimo grande periodo della Preistoria. Il nome significa «età della pietra nuova» perché la pietra non viene più scheggiata, come in precedenza, ma levigata, così da permettere la produzione di lame sempre più sottili e taglienti. Ma in realtà, l’importanza del Neolitico deriva da due fondamentali innovazioni, che rivoluzioneranno in modo irreversibile la vita dell’uomo nei secoli futuri: l’allevamento del bestiame e l’agricoltura; l’uomo non dipende più da ciò che la natura gli mette a disposizione per il proprio sostentamento, ma piega egli stesso la natura alle proprie esigenze. Nessun altro animale è mai stato in grado di fare una cosa simile! La lumaca, più grossa si quella attuale, è stata probabilmente il primo animale allevato dall’uomo, essendo allora (e lo è anche oggi) un cibo prelibato. In quasi tutto il mondo, oltre al cane, si allevano lo sciacallo, la capra e la pecora, il montone, il bue, l’ape, la renna; in Africa, il cammello e il dromedario; in Egitto, il gatto fin da tempi remotissimi (è di grande aiuto nella caccia dei topi e persino dei serpenti che infestano i campi coltivati); in Siria, l’asino e il cavallo; i Russia, il maiale; in America Latina, il lama e l’alpaca. Anche la diffusione delle piante segue certe aree ben precise: lungo le coste del Mar Mediterraneo si coltivano cereali (grano e orzo), legumi (piselli e lenticchie) e ulivi (forse la più antica pianta coltivata dall’uomo); in Cina era fiorente – e lo è ancora – la coltivazione di riso e miglio; in America Meridionale e in Messico si coltivano il peperoncino, il fagiolo, la zucca e il mais; anche in Nuova Zelanda c’è una coltivazione tipica, quella degli ortaggi.
Con la diffusione dell’allevamento e dell’agricoltura cessa il nomadismo e inizia una vita sedentaria, che offre indubbi vantaggi: non costringe a spostarsi di luogo in luogo con i figli più piccoli, e questo riduce la mortalità infantile; consente di accumulare riserve alimentari, e quindi di ridurre le carestie; permette di progredire nelle abilità manuali e di costruire utensili e attrezzi sempre più efficaci, dagli aratri alle zappe, dalle falci ai falcetti, alle asce. Fioriscono numerose nuove attività: la lavorazione del latte per produrre burro e formaggio, la filatura e la tessitura della lana e del lino, la lavorazione dell’argilla per fabbricare ciotole, vasi, piatti e gioielli (l’argilla viene fatta seccare al sole per ottenere terracotta o cotta in un forno per avere ceramica); infine, l’edilizia (le palafitte e le terramare sono capanne costruite su piattaforme sorrette da pali conficcati sul fondo dei fiumi e dei laghi, o nel terreno, così da renderle sicure dalle razzie degli animali feroci). Sorgono i primi grandi villaggi che verso gli 8.000 anni avanti Cristo si avvieranno a divenire vere e proprie città. Non è un’innovazione da poco, questa, non un semplice ingrandimento, ma un perfezionamento della società: dai sentieri tra una capanna e l’altra si passa a strade dritte e ordinate, dal semplice capotribù al Re che governa su troppe persone per conoscerle personalmente una a una, dallo sciamano legato al mondo della superstizione al sacerdote che è spesso anche un po’ filosofo e un po’ scienziato, dal singolo artigiano, fabbro o vasaio, alle grandi botteghe artigiane dove vengono istruiti vari giovani; i pozzi sono sostituiti da grandi cisterne e da acquedotti per la raccolta e il trasporto dell’acqua, le tombe (in origine semplici cumuli di pietre) si trasformano in sepolcri monumentali (pensiamo alle piramidi, ai mausolei…), dai piccoli magazzini proprietà di ogni singola famiglia si passa a grandi magazzini che contengono i viveri per tutti (un po’ come oggi). Ma ormai siamo già all’alba della Storia.
