Il martirio dei primi Cristiani
Gli eventi. Il significato di martire. Le
fonti. Le evidenze
In tutta la letteratura greca e giudaica, prima del Nuovo Testamento, pochissime volte è possibile leggere la parola «mártys» (=«martire», «testimone»): nessuna religione o filosofia pagana ha avuto dei martiri. Lo afferma Giustino: «Nessuno credette mai a Socrate fino al punto da dare la vita per la sua dottrina».[1] Non esistono martiri nel paganesimo, persone cioè che abbiano reso testimonianza alla verità di una religione con le sofferenze e con la morte, volontariamente accettate; né si conosce una religione diventata una cosa sola con la vita. Nessun Latino ha versato il suo sangue o messo in pericolo la propria esistenza per impedire agli dèi della Grecia di insediarsi in Italia. I culti pagani in Frigia fino a Roma poterono spingere alcuni devoti a sfregiarsi e a mutilarsi in onore di Cibele[2]; in India c’era chi si gettava sotto le ruote del carro che portava il simulacro del dio, uccidendosi.[3] Ma queste manifestazioni erano espressione di fanatismo e di superstizione, non costituivano una vera testimonianza.
Propriamente parlando, anche nel Giudaismo non vi furono martiri. Nell’Antico Testamento si hanno notevoli figure che si avvicinano al martirio: i tre adolescenti nella fornace di Babilonia[4], i sette fratelli Maccabei che vennero immolati con la loro madre[5], Daniele nella fossa dei leoni[6]… Sono esempi significativi di fedeltà al vero Dio e alla sua legge; manca tuttavia in tali eroi quella testimonianza che li rende apostoli di una verità universale, capace di affermarsi in ogni parte dell’Impero. Il Giudeo si lascia uccidere pur di non tradire la religione dei suoi padri e la legge del suo popolo (2 Maccabei 7); il Cristiano, invece, accetta la morte per provare la divinità di una religione che deve essere quella di tutti gli esseri umani e di tutti i popoli.
Un concetto comune agli Apologisti
Non si tratta di rivendicare al Cristianesimo l’esclusiva del martirio, ma di ribadire un concetto comune agli Apologisti: «Non la pena ma la causa distingue i martiri» (Sant’Agostino).[7] Per trovare questo pensiero e la volontà di trasformare i soggetti in testimoni di una dottrina, in garanti di una religione, bisogna attendere Gesù Cristo che, dopo la sua Risurrezione, appare agli Apostoli e li costituisce «testimoni» della salvezza: «Di questo voi siete “mártyres”» (Luca 24,48).
E immediatamente il Signore prima dell’Ascensione (esiste una continuità profonda in Luca tra la fine del suo Vangelo e l’inizio degli Atti, come tra la vita del Gesù risorto e la vita della Chiesa nascente) promette loro: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete “mártyres” a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,8).
Di fatto, tutta la vita degli Apostoli fu una testimonianza di Cristo attraverso le parole e le opere. In particolare, il ministero dei Dodici si concretizzò essenzialmente nell’essere testimoni della Risurrezione, dopo aver visto e udito Gesù nel corso della sua vita, dal momento del battesimo fino all’ascensione al cielo. Per sostituire il traditore Giuda, Pietro – prima della Pentecoste – disse ai 120 fratelli: «Bisogna che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi […] uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione» (Atti 1,21-22).
Subito dopo la Pentecoste, Pietro prende di nuovo la parola, a voce alta e a nome dei Dodici, per annunciare: «Questo Gesù, Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» («mártyres») (Atti 2,32).
Dopo la guarigione di uno storpio presso la porta del Tempio di Gerusalemme, Pietro e Giovanni replicano con queste parole alle autorità d’Israele che li avevano diffidati dal parlare di Gesù: «Se sia giusto davanti a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (Atti 4,19-20). E, poco prima, Pietro parla al popolo: «Voi avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo “mártyres”» (Atti 3,15). E ancora, da Roma, ormai anziano e vicino al martirio, il capo degli Apostoli scrive alla Chiesa dell’Asia: «Esorto i presbiteri che sono tra voi, quale anziano come loro e testimone [mártys] delle sofferenze di Cristo...» (1 Pietro 5,1).
Il primo significato della parola martire
In definitiva, il primo significato della parola «martire» è quello di «testimone oculare della vita, della morte e della risurrezione di Cristo», impegnato a proclamare tali fatti davanti agli uomini. Fin dall’inizio, questa testimonianza è accompagnata dalle sofferenze e dalle minacce. Più tardi l’attestazione suprema sarà il sacrificio della vita.
Quindi il significato più esatto del termine «martirio» è «la testimonianza resa con il sangue», secondo la profezia del Maestro: «Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai Sinedri, e sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e Re a causa mia, per rendere testimonianza davanti a loro» (Marco 13,9). Cioè, se per gli Apostoli testimoniare significava proclamare ciò che avevano visto o udito, per i Cristiani convertiti significava rendere testimonianza con il sangue di ciò che non avevano visto né udito dal Maestro.
Già nell’età apostolica, dunque, «martire» sarà detto colui che avrà confessato Cristo non solo con la parola, ma anche con il sangue, indipendentemente dall’aver visto o udito, secondo la promessa di Gesù a Tommaso: «Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno» (Giovanni 20,29). Un senso così esteso della parola martirio, con la fusione di testimonianza e fede, è presente nell’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, quando Giovanni invia il messaggio alla Chiesa di Pergamo e parla di «Antipa, il mio fedele testimone [“ho mártys mou ho pistós”], messo a morte nella vostra città, dimora di Satana» (Apocalisse 2,13; si tratta di un Cristiano martirizzato al tempo di Nerone dai pagani di Pergamo per non aver voluto rinunciare alla fede). E ancora lo stesso evangelista, parlando del quinto sigillo (la visione dei martiri), vede «sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa» («martyrían», Apocalisse 6,9).
In sintesi: il martire testimonia con il sangue la realtà dei fatti evangelici e la perpetuità della tradizione cristiana, per cui si lega con il sangue al Vangelo, agli Apostoli, alla Chiesa.
Tra «predicazione del Vangelo», «propagazione del Cristianesimo» e «martirio» vi è una relazione di causa ed effetto: dal I al IV secolo i martiri segnarono naturalmente il cammino della fede.
Fin dal tempo della predicazione apostolica, dopo la lapidazione di Stefano, «scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme» (Atti 8,1) e si aprì quella che fu chiamata «l’era dei martiri». In un certo senso, tutti i Cristiani erano martiri, perché secondo Origene «chiunque rende testimonianza alla verità, sia in parole che in opere, sia sostenendola in qualsiasi modo, può veramente essere chiamato “martire”».[8]
Nei Padri Apostolici
Nei Padri Apostolici, a eccezione di Clemente Romano[9], il termine che esprime la testimonianza con il sangue è «pathéin» (Sant’Ignazio, Erma). Il termine «mártys» comincia ad affermarsi nella seconda metà del secolo II (nella relazione del martirio di San Policarpo, nella lettera delle Chiese di Vienne e di Lione).
Nel III secolo, ad Alessandria, a Roma e a Cartagine, questa parola si arricchisce di un altro significato: «martýrion» è la testimonianza resa a Cristo con la vita ascetica e con la fedeltà agli impegni battesimali. È ancora Origene che, commentando San Paolo, scrive: «La nostra gloria sta nella testimonianza della nostra coscienza sul nostro comportamento, in santità e sincerità, davanti a Dio in questo mondo».[10]
Anche Clemente d’Alessandria identifica martirio di sangue e martirio di vita, ovunque.[11] E San Cipriano spiega il concetto di «mártys» così: «Chi, secondo il comando di Cristo, parla di pace, di bene, di rettitudine, confessa Cristo ogni giorno».[12] Confessare Cristo in questo modo equivale a morire per Cristo, il quale «nella pace dona la corona candida dei meriti, nella persecuzione la corona di porpora del martirio».[13] Nell’un caso e nell’altro, «tutti corriamo nella lotta per la giustizia sotto lo sguardo di Dio e di Cristo»[14] e siamo pronti a cogliere l’una e l’altra palma. Così la vita cristiana è l’inizio del martirio, come la confessione di Cristo è l’inizio della gloria.
Secondo l’Apocalisse, che è interamente dedicata alla gloria di «coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide con il sangue dell’Agnello» (Apocalisse 7,14), il martirio è l’espressione eminente della santità cristiana: ciò appare dalla venerazione di cui è circondato il martire.
Se muore, entra immediatamente in Paradiso, mentre gli altri attendono la «Parusìa». Le sue ossa sono oggetto di culto. Nel Martirio di Policarpo si legge:
«Noi più tardi potemmo avere almeno le sue ossa, più preziose delle gemme, più stimate dell’oro, e le collocammo in un luogo conveniente. Ivi, quando sarà possibile, riuniti in giubilo e allegria, ci concederà il Signore di celebrare il giorno genetliaco del suo martirio, in ricordo di quelli che combatterono prima di noi e come esercizio e preparazione alle lotte future».[15]
La festa del «dies natalis»
È questa l’origine del culto dei martiri, la festa del «dies natalis», «heméra genéthlios». Sulla loro tomba verrà celebrata l’Eucaristia, data lettura della loro «passio», e consumato il banchetto commemorativo. I loro nomi verranno registrati nei calendari festivi, dai quali si svilupparono poi i martirologi, con la descrizione della morte.
Da principio il martirio è considerato «il conflitto supremo con Satana». Scrive Erma: «Coloro che sono stati incoronati sono quelli che hanno lottato contro il diavolo e l’hanno vinto».[16] Nel Martirio di Policarpo si legge: «Molte furono le male arti che il demonio mise in opera contro di loro, ma, grazie a Dio, non prevalse».[17] Una suggestiva testimonianza è nel Martirio di Perpetua che, in una visione, è condotta nell’anfiteatro e messa di fronte a un «Egizio dall’aspetto orribile, accompagnato dai suoi aiutanti»; viene sollevata in aria, ma lei gli afferra la testa e gliela schiaccia con il piede. Svegliatasi, comprese che avrebbe dovuto «combattere non contro le fiere ma contro il diavolo».[18]
Raffigurazione della passione di Cristo
Il martirio è anche la raffigurazione della Passione di Cristo, della sua Risurrezione e della trasformazione in Dio. Si tratta di un’aspirazione a identificarsi totalmente in Cristo, che appare già in San Paolo. In Ignazio di Antiochia[19] trova la sua più alta espressione: nell’Epistola ai Romani, il martirio è chiaramente la partecipazione mistica alla Morte e alla Risurrezione di Cristo e, nello stesso tempo, perfetta realizzazione dell’essenza del Cristiano:
«È bello per me morire per unirmi a Cristo Gesù. È lui che cerco, lui che è morto per me; lui che voglio, lui che è risuscitato per noi. La mia nascita si avvicina: lasciatemi ricevere la pura luce, quando sarò là, sarò un uomo. Permettetemi di essere un imitatore della passione del mio Dio… Non c’è più fuoco in me per amare la materia, ma un’acqua viva che mormora e dice dentro di me: “Vieni con il Padre”».[20]
Fenomeni mistici
Il martirio è accompagnato da fenomeni mistici. Come Perpetua in carcere, anche Policarpo ebbe una visione poco prima della morte; durante la preghiera vide un cuscino in fiamme per cui, rivolto ai suoi intimi, aveva profetizzato: «Devo essere arso vivo».[21] Felicita, mentre soffre nel travaglio del parto, risponde al carceriere: «Ora sono io che soffro, ma là sarà un altro che soffrirà per me» (nel momento in cui sarà gettata alle fiere).[22] Così, tra i martiri, la Beata Blandina «fu ripiena di tanta forza che i carnefici, i quali dalla mattina alla sera uno dopo l’altro stettero a provarla con ogni sorta di torture, si sentirono stanchi sfiniti e si confessarono vinti… Ella intanto, come un generoso atleta, rinnovava le sue forze confessando: era per lei un ristoro, un sollievo, un liberarsi dai dolori che l’opprimevano, dire: “Io sono Cristiana; noi Cristiani non facciamo nulla di male”».[23]
Il valore dimostrativo
Il martirio ha un valore «dimostrativo», non legato all’eroismo dei martiri. Per sé non si prova la verità del Cristianesimo affermando che è una causa talmente grande da suscitare degli eroi: infatti, anche cause umane possono suscitare eroi. Il martirio dimostra questa verità, attestando la presenza dello Spirito, il quale compie opere che trascendono la potenza umana: esseri fragili come Blandina sanno affrontare tormenti e morte, perché «con essa Cristo volle mostrare come le cose che agli occhi degli uomini appaiono vili, deformi e spregevoli, acquistino agli occhi di Dio grandissimo onore per l’eccellente carità che si mostra nelle opere».[24]
Il valore redentivo
Il martirio non edifica solo la Chiesa con la testimonianza, ma ha un valore redentivo, è un’opera di carità fraterna: il martire dà la propria vita per i suoi fratelli. Soprattutto Clemente di Alessandria spiega questo aspetto teologico del martirio, definendolo la pienezza della carità, la perfezione dell’«agápe»: «Chiameremo il martirio “perfezione”, non perché è il termine della vita umana, ma perché testimonia la perfezione della carità».[25]
Il rapporto martirio-battesimo
Un altro tema particolarmente illustrato da Cipriano, Origene e Tertulliano nelle loro Esortazioni è il rapporto martirio-battesimo. Se Tertulliano afferma semplicemente che il martirio è equivalente al battesimo[26], Origene lo prospetta come un secondo battesimo più perfetto del primo (per i già battezzati): «Solo il battesimo di sangue ci rende più puri del battesimo di acqua».[27] E Cipriano: «Noi che abbiamo conferito ai credenti un primo battesimo, prepariamoli tutti a un altro, spiegando e insegnando loro che quest’ultimo è un battesimo più grande quanto alla grazia, più sublime quanto alla potenza, più prezioso quanto all’onore… Nel battesimo di acqua si riceve la remissione dei peccati, in quello di sangue la corona della virtù».[28]
Il senso escatologico del martirio
Infine, il martirio ha un senso escatologico. È considerato un carisma, una forma di esperienza mistica che risveglia nel Cristiano il sentimento della caducità delle cose terrene, richiamandolo alla visione delle realtà ultime.
I concetti di martirio come «combattimento» e come «secondo battesimo» saranno fatti propri dal monachesimo. Cessate le persecuzioni, il nuovo tipo di martire sarà l’asceta.
Tra le fonti più preziose che interessano la storia delle persecuzioni, dobbiamo annoverare gli Atti e le Passioni dei martiri. Dal punto di vista storico, si possono distinguere in tre gruppi: 1) Acta martyrum, 2) Passiones, e 3) Leggende agiografiche.
Gli Atti dei martiri[29]
Sono i verbali ufficiali dei processi compilati dalle autorità. Il loro valore è superiore a qualsiasi dubbio, perché contengono le domande poste ai martiri e le loro risposte, come furono rilevate da pubblici notai o dai cancellieri dei tribunali, e le sentenze loro inflitte. Questi documenti erano conservati negli archivi statali, e talvolta i Cristiani ne ottenevano copia. Sono dunque fonti storiche dirette, di valore assoluto, che riportano i fatti come sono realmente accaduti. Appartengono a questo primo gruppo:
1) Gli Atti di San Giustino e dei suoi compagni. Essi sono particolarmente significativi perché riferiscono la sentenza ufficiale pronunciata dal tribunale contro il più importante degli apologisti greci, il filosofo cristiano Giustino. Egli fu incarcerato con altri sei Cristiani per ordine del prefetto di Roma, nel periodo dell’Imperatore Marco Aurelio, nel 138. Il racconto comprende una rapida introduzione, l’interrogatorio, la sentenza, e una breve conclusione. Il dialogo tra le due parti è concitato e fermo. Giustino aveva aperto in Roma una scuola, e istruiva quanti desideravano conoscere la dottrina e i precetti del Cristianesimo. La sentenza, nella sua scultorea brevità, riassume la situazione: «Coloro che non sacrificheranno agli dèi e non si sottometteranno agli ordini dell’Imperatore, siano flagellati e poi condotti a morte con la decapitazione, secondo la legge».
2) Gli Atti dei martiri Scillitani in Africa. Sono il più antico documento sulla storia della Chiesa Africana e il primo testo in lingua latina pervenuto dall’Africa Settentrionale e datato. I nove Cristiani di Scilli (Numidia) furono decapitati il 17 luglio del 180 per ordine del proconsole Vegellio Saturnino (Saturninus). Anche qui il duello verbale è serrato e la sentenza capitale viene emanata perché «rei confessi di vivere secondo il rito cristiano, ed essendo stata loro offerta la possibilità di tornare al culto romano, hanno ostinatamente perseverato». A essa tutti rispondono: «Siano rese grazie a Dio: oggi siamo martiri in cielo».
3) Gli Atti proconsolari di San Cipriano, il Vescovo di Cartagine che fu giustiziato il 14 settembre 258 nel periodo di Valeriano. Sono tre documenti separati, legati insieme da poche parole dell’editore: il primo processo, che manda Cipriano in esilio a Curubi[30]; l’arresto e il secondo processo; l’esecuzione capitale. Il colloquio con il proconsole, nella villa di quest’ultimo, è molto drammatico nella sua schematicità. La sentenza è perentoria: «Sei vissuto a lungo facendo professione di empietà e hai guadagnato moltissimi a una setta pericolosa; ti sei dichiarato nemico degli dèi romani e delle cerimonie religiose […]; pertanto servirai di esempio a quanti hai coinvolto nei tuoi delitti. Con il tuo sangue sarà riconfermata la necessità di ubbidire alle leggi». Il Vescovo Cipriano rispose: «Siano rese grazie a Dio». La scena del supplizio è tra le più commoventi e richiama alla memoria la morte di un saggio antico come Socrate.[31]
Le Passioni
Sono i rapporti dei testimoni oculari o contemporanei del martirio, dovuti all’iniziativa di privati Cristiani, con aggiunte iniziali e finali, a scopo di edificazione. Non sono perciò «autentici» come gli Atti. Tra esse ricordiamo:
1) Il Martyrium Polycarpi è un racconto particolareggiato della morte eroica di questo Vescovo di Smirne (il sito dell’odierna città di Izmir, in Turchia), spirato sul rogo mentre pregava, poco dopo il suo ritorno da Roma (forse il 22 febbraio 156). Si tratta del più antico e dettagliato racconto di un martirio individuale, considerato spesso il primo degli Atti dei Martiri. La sua forma letteraria lo ricollega al genere epistolare del Cristianesimo primitivo. Significativo e notevole è il dialogo con il proconsole, che gli ordina di prestare il giuramento e di maledire Cristo. «Sono 86 anni che lo servo – risponde Policarpo – e non mi ha fatto mai alcun male. Come potrei bestemmiare il mio Re e il mio Salvatore?». Ai carnefici che lo vogliono legare sul rogo dichiara: «Lasciatemi: colui che mi dà la forza di sopportare il fuoco, mi concederà pure la forza di restare immobile sul rogo, anche senza assicurarmi con i chiodi».
Questo documento è importante per tre motivi: afferma che il martirio è una imitazione di Cristo nella sofferenza e nella morte; reca la più antica prova del culto ai martiri; contiene una preghiera di tipo liturgico.
2) La Lettera delle Chiese di Vienne e di Lione alle Chiese di Asia e di Frigia è uno dei documenti più interessanti della storia delle persecuzioni, tramandato da Eusebio.[32] Si tratta di una commossa narrazione del martirio patito nel 177 dalla fiorente comunità cristiana di Lugdunum in Gallia (attuale Lione), a causa di un improvviso tumulto popolare. Dopo una ricerca e cattura di fedeli della nuova religione, avvenuta per le strade, si arrivò al processo. La sentenza fu di condanna. In fase processuale la maggior parte dei Cristiani confessò strenuamente la fede, ma non mancarono le apostasie. Lo strano fu che il governatore tentò di convincere i Cristiani di delitti comuni, facendo testimoniare il falso da schiavi messi alla tortura. Dovette intervenire Marco Aurelio per richiamare le disposizioni di Traiano, che consentivano la condanna solo dei rei confessi, negando valore alle delazioni.
Tra i martiri più valorosi ci fu il Vescovo Potino, ultranovantenne e debolissimo, ma «confortato dal soffio ardente dello Spirito»; Blandina, una schiava fragile e delicata; il medico Alessandro; un ragazzo di 15 anni.
Terribile la descrizione dei supplizi subiti da Blandina: colpi di frusta, morsi delle belve, graticola, un toro infuriato… «Alla fine sgozzarono anche lei. Gli stessi pagani riconobbero che mai donna aveva sopportato così crudeli e numerosi tormenti».
3) La Passione delle Sante Perpetua e Felicita. Si tratta di due catecumene battezzate con altri tre dal loro catechista, lui pure ucciso. Subirono il martirio a Cartagine il 7 marzo 202. Tra i testi più significativi della letteratura cristiana antica, la Passio fu scritta in parte probabilmente da Tertulliano[33], contemporaneo ai fatti. A parte qualche traccia di eresia montanista, il racconto, sincero e coinvolgente, presenta la fede dei Cristiani che anteponevano l’unione con Cristo a qualunque considerazione umana. Si individuano fremiti di ribellione, netta antitesi tra il cielo e la terra, fervida attesa del Cristo venturo come trionfatore. La parte più significativa comprende il Diario di Perpetua, nobile ventiduenne, già madre di un bimbo di pochi mesi. Felicita era una schiava in procinto di diventare madre. Furono martirizzati anche alcuni diaconi e laici, ma le due donne sono in primo piano. Al padre che chiedeva pietà per i suoi capelli bianchi e per il figlio in fasce, Perpetua rispose di essere Cristiana e di non voler sacrificare. «Il giudice ci condannò tutti alle belve e, lieti in cuore, rientrammo in prigione».
4) Gli Atti dei Santi Carpo, Papilo e Agatonice, periti sul rogo nell’anfiteatro di Pergamo[34], al tempo di Marco Aurelio e Lucio Vero (anni 161-169).
5) Gli Atti di Apollonio, riportati in modo riassuntivo da Eusebio. Apollonio era un filosofo e fu decapitato a Roma negli anni di Commodo.[35] I suoi discorsi furono giudicati da Adolf Harnack «la più nobile apologia del Cristianesimo che ci sia pervenuta dall’antichità».[36]
Le Leggende[37] dei martiri
Sono testi composti dopo molto tempo a scopo di edificazione. Alcuni racconti sono un insieme di verità e di fantasia; altri sono una pura finzione, privi di qualunque fondamento storico. In genere non si conosce il nome degli autori. Da questi documenti sono derivati poi i Menològi[38], i Leggendari e certi Martirologi. Esistono anche documenti di cui si conosce l’autore e l’epoca della composizione. Sono brani di opere storiche inseriti, per esempio, nella Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea e di Sozomeno[39]; di opere didattiche, come il Liber officiorum e il De virginibus del Vescovo di Milano Ambrogio[40]; di omelie recitate in onore dei martiri da Giovanni Crisostomo[41], Basilio di Cesarea[42]; di opere poetiche (Prudenzio[43]).
La revisione critica
Da secoli i Bollandisti[44] attendono alla revisione critica di queste Leggende, sfrondando il superfluo anche quando c’è di mezzo una venerabile tradizione, e valutando positivamente quanto risulta essere storicamente valido. A questo terzo gruppo appartengono gli Atti dei Santi martiri romani Agnese, Cecilia, Ippolito, Lorenzo, Sebastiano, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano, il Martyrium Clementis e il Martyrium Sancti Ignatii. Il fatto che questi Atti non siano autentici non significa che quei martiri non siano mai esistiti: indica solo se sia possibile, o meno, servirsi di tali documenti come fonti storiche. Una collezione di antichi atti di martiri fu compilata dallo storico Eusebio di Cesarea, ma andò perduta. Sono rimasti alcuni riassunti nella sua Storia Ecclesiastica e il suo libro I martiri della Palestina dal 303 al 311. Tale letteratura deformata e arbitraria ebbe inizio dal IV secolo ed esercitò un’influenza negativa sul culto, al punto che taluni racconti chiaramente leggendari entrarono nei libri liturgici, per esempio in certe letture del Breviario.
Una sottolineatura
Se gli Atti autentici che informano con precisione sui martiri sono meno numerosi di quanto ci si poteva aspettare, senza dubbio il loro valore è tale che permette di ricostruire con sufficiente sicurezza la storia delle persecuzioni in generale, e quella dei singoli martiri. Bisogna, inoltre, tener presente quale genere letterario l’autore ha inteso seguire; sarebbe ingiusto condannare, in nome della storia, chi ha voluto scrivere solo un racconto di fantasia o novelle destinate a rendere sensibile una verità di ordine religioso o un principio morale. Alcune sono narrazioni «epiche».[45]
Quanti furono i Cristiani che morirono martiri durante le persecuzioni dei primi secoli? Centinaia? Migliaia? Un milione? Non è possibile indicare una cifra anche approssimativa. Le difficoltà di ordine statistico e storico sono insuperabili. D’altra parte, è anche impossibile contare le vittime del Terrore durante la Rivoluzione Francese[46], di cui pure si conoscono documenti ufficiali e anni (un periodo relativamente vicino all’attuale). Dai milioni favoleggiati dagli autori abituati alle eccessive esaltazioni alle cifre esigue di qualche centinaio di alcuni ipercritici moderni, ognuno è libero di pensare quello che crede. Il motivo è semplice: mancando elenchi e calcoli sicuri, non si può fare un bilancio. Le conclusioni, perciò, possono dipendere da opinioni personali, ed essere influenzate da motivi extra-scientifici.
Il numero massimo
Già nell’antichità si trovano indicazioni riguardanti il numero massimo dei martiri: le espressioni di Tacito «multitudo ingens», o certi aggettivi e avverbi («molti», «a mucchi» e altri), hanno un valore relativo, perché bisogna rapportarli numericamente al totale della popolazione. San Cipriano fa riferimento a un «martyrum innumerabilis populus». Clemente di Alessandria scrive che «ogni giorno vediamo colare il sangue a torrenti». Eusebio ricorda che durante la persecuzione di Diocleziano «abbiamo assistito noi stessi a decapitazioni in massa o al supplizio del fuoco; i carnefici erano stanchi e dovevano darsi il cambio. Mentre era pronunciata la sentenza contro gli uni, già gli altri accorrevano al tribunale per dichiararsi Cristiani». Questo triste spettacolo si ripeté altre volte e in diverse località. Nei cimiteri le salme dei martiri venivano ammucchiate e il Papa Damaso scriverà più tardi nelle sue epigrafi poste nelle catacombe romane: «Hic congesta jacent».[47] Le catacombe esistono anche fuori Roma, mentre tanti cimiteri sono irrimediabilmente scomparsi.
Il numero minimo
In senso opposto, circa il numero minimo, già Origene notava: «Coloro che furono uccisi per la fede cristiana sono stati pochi e si contano facilmente, perché Dio non voleva che tutta la razza dei Cristiani fosse annientata».[48] Questa esiguità numerica è naturalmente in rapporto al grande numero di Cristiani, altrimenti tutto il popolo cristiano avrebbe corso il pericolo di essere distrutto.
Si conoscono molti nomi di quelli che furono martirizzati in una determinata circostanza, ma non quelli della massa anonima che pure perì. Fino al secolo XVII, comunque, si parlava di «milioni» di martiri. Le prime discussioni moderne ebbero luogo tra il protestante Henry Dodwell[49] e il Benedettino Thierry Ruinart[50]. Poi anche le opere di Edward Gibbon[51] e di Adolf von Harnack[52] minimizzarono il numero: a loro si oppose radicalmente Paul Allard[53], che ne confutò i vari motivi storici e psicologici. In seguito il Gesuita Ludwig Hertling[54] polemizzò contro «le poche migliaia» di quest’ultimo. Tra l’uno e l’altro si pone Elisabeth de Moreau[55] che propende per 50.000. Oggi si può dire, con Daniel Ruíz Bueno[56], che il limite più alto dei martiri delle persecuzioni fino al 313, sia sui 200.000; probabilmente molto meno.
Ogni singolo martirio è un fatto straordinario
Non è comunque il numero a essere il dato più importante. Ogni martirio, infatti, è un fatto così straordinario che anche un solo esempio, autentico, rimane una prova sufficiente della fede. Non è proficuo, dunque, disquisire fino a snaturare la natura del martirio, facendogli perdere la sua forza che non è solo individuale, ma che è anche sociale nei suoi riflessi.[57]
Atti dei Martiri, a cura di G. Caldarelli, Paoline, Milano 1996
F. Bisconti-D. Mazzoleni, Alle origini del culto dei martiri. Testimonianze nell’archeologia cristiana, Aracne, Genzano 2004
P.L. Guiducci, Nell’ora della prova. La testimonianza dei martiri cristiani a Roma dal I al IV secolo, Àlbatros, Roma 2017
C. Noce, Il martirio. Testimonianza e spiritualità nei primi secoli, Studium, Roma 1987.
1 Giustino, Apologia II, 10. Giustino (100-163/167; Santo), nato a Nablus e morto martire a Roma, filosofo e apologeta.
2 Divinità anatolica, venerata come Grande Madre Idea, dal monte Ida presso Troia, dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici.
3 Uno dei luoghi ove questo più comunemente accadeva era Madurai, nel Sud dell’India.
4 Daniele 3,52-90: Cantico dei tre giovani (Sadrach, Mesach e Abdenego) nella fornace a Babilonia.
5 2 Maccabei 7: il 2 Maccabei è un riassunto della storia, redatta in greco da Giasone, un Giudeo di Cirene che scriveva poco dopo il 160 avanti Cristo, in cui si narra la persecuzione subita dai Giudei fedeli, a opera di Antioco IV Epifane.
6 Daniele 6, 1-29.
7 Agostino di Ippona (Santo), «Discorso 327», Nel natale dei martiri, versetto 1.
8 Origene, Commento in Giovanni, in Patrologia Greca (PG) XIV, 175.
9 Papa Clemente I (deceduto nel 101; Santo). Il suo Pontificato durò dall’88 al 97.
10 2 Corinzi 6, 16. Origene, Commento ai Salmi, 43, 22. Idem, Protreptico, 21, in PG XI, 589.
11 Clemente di Alessandria, Stromata, 2,20, in PG VIII, 1.048.
12 Cipriano, Epistola 37, 3.
13 Clemente di Alessandria, De Opere et Elemosina, 26.
14 Idem, De Opere et Elemosina, 26.
15 Martirio di Policarpo, 18, 2-3.
16 Il pastore di Erma, ottava similitudine.
17 Martirio di Policarpo, 3, 1.
18 Atti di Perpetua e Felicita, carta 10.
19 Ignazio di Antiochia (35 circa-107 circa; Santo): Vescovo e teologo Siro. Annoverato tra i Padri della Chiesa e Padre Apostolico. Si ritiene che fu il secondo successore di Pietro come Vescovo di Antiochia di Siria. Martire a Roma.
20 Ignazio di Antiochia, Ad Romanos, 6,1; 7,2.
21 Martirio di San Policarpo 12,3.
22 Atti di Perpetua e Felicita, carta 15.
23 Eusebio, Historia Ecclesiastica, V, 1,18-19.
24 Ivi, 17.
25 Clemente di Alessandria, Stromata, 4,4. Questo Padre della Chiesa (150 circa-215 circa) fu un teologo e apologeta.
26 Tertulliano, De baptismo, 16,2.
27 Origene, Homiliae in Iudices, 7,2.
28 Cipriano, Ad Fortunatum de exhortatione martyrii, 4.
29 Atti e passioni dei martiri, introduzione di A.A.R. Bastiaensen, testo critico e commenti a cura di A.A.R. Bastiaensen, A. Hilhorst, G.A.A. Kortekaas, A.P. Orban, M.M. Van Assendelft, Mondadori/Fondazione Lorenzo Valla, Milano 1987.
30 Corrispondente alla città di Korba nell’odierna Tunisia.
31 Socrate (470/469 avanti Cristo-399 avanti Cristo): filosofo ateniese. Tra i più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale. Il suo metodo d’indagine era il dialogo. Quest’ultimo utilizzava lo strumento critico denominato «elenchos» («confutazione»). Era applicato in genere all’esame in comune di concetti morali fondamentali.
32 Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, V, 1 e seguenti
33 Quinto Settimio Fiorente Tertulliano (160-240). Scrittore. Apologeta.
34 Antica città dell’Asia Minore.
35 Lucio Marco Aurelio Commodo: membro della dinastia degli Antonini; regnò dal 180 al 192.
36 A. Harnack, Missione e propagazione del Cristianesimo nei primi tre secoli, Bocca, Torino 1906.
37 «Legenda»: parola latina. Significa: «ciò che è da leggere».
38 Il termine menologio deriva dal greco «mén» («mese»).Fa riferimento a un tipo di calendario liturgico ove sono riportate le feste fisse dell’anno liturgico secondo la loro cadenza, mese per mese. Il termine viene inoltre usato per definire una raccolta di vite di Santi, ordinate secondo il giorno della loro commemorazione.
39 Salminius Hermias Sozomen (400 circa-450 circaa) è stato uno storico della Chiesa. Noto come Sozomeno o Sozomene. Autore di una Historia Ecclesiastica.
40 Aurelio Ambrogio (339/340-397; Santo). Vescovo di Milano dal 374 fino alla sua morte.
41 Giovanni Crisostomo (344/354-407; Santo). Teologo. Arcivescovo di Costantinopoli dal 398.
42 Basilio di Cesarea in Cappadocia (329-379; Santo). Teologo. Vescovo. Confessore e Dottore della Chiesa. È considerato il primo dei Padri Cappadoci.
43 Aurelio Prudenzio Clemente (348-morto dopo il 405). Poeta. Politico. Dottore della Chiesa.
44 I Bollandisti sono gli appartenenti alla società dei Gesuiti dedita alla pubblicazione degli Acta Sanctorum, collezioni di vite dei Santi ordinate secondo il calendario liturgico. Ideata da Heribert Rosweyde (1569-1629) che ne pubblicò il piano, l’opera fu avviata da Jean Bolland (1596-1665), che diede il nome alla società, coadiuvato da Godefroid Henschen (1601-1681) e poi da Daniel Papebroch (1628-1714). Può essere considerata il primo esempio sistematico di critica delle fonti. Interrotta dalla soppressione della Compagnia di Gesù (1773) e dalla Rivoluzione Francese che disperse la biblioteca, la società fu ricostituita nel 1836-1837 e l’opera ripresa con la revisione metodologica operata da Charles De Smedt (1833-1911), e proseguita da Hippolyte Delehaye (1859-1941).
45 Confronta il libro di N. Wiseman, Fabiola o la Chiesa delle catacombe (1854).
46 5 maggio 1789-9 novembre 1799.
47 Papa Damaso (Santo), Carmen XXXIII, De sepulchro suo, in «Carmina», a cura del Padre Dominikus Schramp. «Analysis Operum SS. Patrum, et scriptorum ecclesiasticorum», tomus XIII, sumptibus M. Rieger filiorum, 1790, pagina 805.
48 Citazione contenuta in: Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, libro 3, capitolo 48.
49 Henry Dodwell (1641-1711).
50 Thierry Ruinart (1657-1709).
51 Edward Gibbon (1737-1794).
52 Adolf von Harnack (1851-1930).
53 Paul Allard (1841-1916).
54 Ludwig Hertling (1892-1980).
55 Elisabeth de Moreau (nata nel 1944).
56 Daniel Ruíz Bueno (1905-1997).
57 Non è da dimenticare poi lo stato psicologico di martirio permanente nel quale vivevano i Cristiani dei primi secoli.