Archeologia cristiana. Esempi di ricerche storiche e alcuni nuovi ritrovamenti
Località. Evidenze. Le conferme di una Chiesa in missione

Avvertenza: per ragioni di lunghezza, e in accordo con l’Autore, questo articolo è stato pubblicato privo delle note presenti nel testo originale.

Tra le diverse discipline scientifiche, l’archeologia cristiana conserva un proprio ruolo. Come ogni espressione dell’archeologia in generale, sviluppa indagini e studi che intendono ampliare una conoscenza. Utilizza, inoltre, tecniche sempre più sofisticate: telerilevamento, IA, imaging multispettrale, robotica, archeometria, scavo stratigrafico e altro. Si amplia in tal modo un globale processo di acquisizione di dati. Unitamente a ciò, la valorizzazione dei reperti collegati a siti cristiani intende favorire una migliore comprensione del cammino della Chiesa in epoca antica. Non si tratta di un patrimonio solo da custodire nel tempo, di una memoria da tutelare, ma di un insegnamento che sviluppa significativi riflessi anche sulla vita delle attuali Chiese locali.

Si pensi a quanto fa riferimento al «kerygma» (dal greco «proclamazione»). È nota agli studiosi, a esempio, l’immagine del pesce. La si trova diffusa nei graffiti fin dal II secolo dopo Cristo. Tale simbolo deriva dal termine «ichthys» = pesce, originato dalle iniziali della frase greca che in italiano significa: «Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio».

In tale contesto, l’archeologia cristiana, nei suoi diversi aspetti, rimanda in tal modo al nucleo della Buona Novella (incisioni, affreschi, battisteri…), alle testimonianze di fede rese fino allo spargimento del sangue («martyria», sepolcri), alla decifrazione di antichi testi cristiani (per esempio il Papiro 29 è uno dei più antichi manoscritti esistenti del Nuovo Testamento, datato paleograficamente agli inizi del III secolo dopo Cristo; scritto in greco), al culto mariano (per esempio il Papyrus Rylands 470 con la preghiera del Sub tuum praesidium, III secolo dopo Cristo; l’antica iscrizione greca «Xe mapia» che significa «Ave, o Maria»).

Infine, occorre ricordare che i vari reperti trovati attestano anche la devozione dei fedeli verso i Santi (invocazioni incise nelle catacombe, epigrafi in marmo), e le prime sedi delle nascenti comunità cristiane («implantatio Ecclesiae»).


Prima parte

In Italia Settentrionale

Nel corso dei secoli, l’indagine archeologica in Italia ha percorso un articolato percorso scientifico che ha permesso di acquisire continui dati di notevole importanza. Si riportano qui di seguito alcuni esempi riguardanti l’Italia Settentrionale.

– Aquileia (provincia di Udine; Friuli-Venezia Giulia): basilica (inizio IV secolo dopo Cristo). Il museo paleocristiano di Aquileia è ospitato in un edificio che include parte delle strutture perimetrali di una basilica paleocristiana del IV secolo e ne custodisce i pavimenti a mosaico.

– Milano (MI; Lombardia). La basilica di Sant’Ambrogio venne edificata tra il 379 dopo Cristo e il 386 dopo Cristo. Quella di San Lorenzo fu realizzata tra il 390 dopo Cristo e il 410 dopo Cristo.

– Albenga (provincia di Savona; Liguria). Il battistero, costruito in epoca tardo-romana (V-VI secolo), è il monumento paleocristiano più importante della Liguria.

– Ravenna (RA; Emilia-Romagna). In questa città si trovano edifici edificati tra il V e il VI dopo Cristo. Sono: il mausoleo di Galla Placidia (V secolo dopo Cristo; decorazione musiva), il battistero Neoniano (esempio di battistero paleocristiano), la basilica di Sant’Apollinare Nuovo (mosaici), il battistero degli Ariani (mosaici), la cappella arcivescovile o di Sant’Andrea (costruita agli inizi del V secolo dopo Cristo), il mausoleo di Teodorico, la chiesa di San Vitale (con elementi di tradizione occidentale e orientale), la basilica di Sant’Apollinare in Classe (marmi, mosaici).

– Chiusi (provincia di Siena, Toscana). La catacomba di Santa Mustiola deve il suo nome alla patrona della città e della diocesi che, secondo la tradizione, vi fu sepolta verso la metà del III secolo dopo Cristo. Il cimitero si sviluppa per oltre 200 metri all’interno di gallerie. In queste ultime, la maggior parte delle sepolture trova posto in nicchie di forma arcuata («arcosolii»), ciascuna con due o tre deposizioni chiuse da tegole e coppi.

In Italia Centrale

È particolarmente elevato il numero dei siti archeologici che attestano lo sviluppo del Cristianesimo nelle Regioni dell’Italia Centrale. Qui di seguito sono indicati solo alcuni esempi.

– Roma (provincia di Roma; Lazio). Nel lungo periodo una notevole attenzione è stata rivolta all’Urbe per la sua importanza storica. A tutt’oggi le ricerche proseguono con significativi risultati. In questa città, e nell’area vaticana, si trovano catacombe, epigrafi, mosaici, pitture murali, sarcofaghi, lapidari, edifici sacri (basiliche, chiese). Molti reperti si trovano anche presso Istituzioni di ricerca e studio della Chiesa antica, e in collezioni di reperti paleocristiani.

– Bolsena (provincia di Viterbo; Lazio). Riveste un peculiare interesse la catacomba della giovane Santa Cristina, IV-V secolo. Il sito è annesso alla basilica medievale della martire, con affreschi, epigrafi (dipinte e marmoree) e una collezione antiquaria di oggetti provenienti dagli scavi ottocenteschi del monumento. Nella catacomba troviamo 1.600 sepolture, tra cui poche ad arcosolio (tombe familiari). Circa 1.100 tombe sono state aperte e ripulite. Le altre sono ancora chiuse.

La maggior parte delle tombe non reca particolari segni di riconoscimento o scritte. Solo alcune erano dipinte (oggi si vede solo il volto di una ragazza nella prima pila delle tombe subito a sinistra dall’ingresso), o portavano scritte a colori, di cui l’unica ancora interamente leggibile è quella di Cestronia Castoria del 406 dopo Cristo, in corsia principale.

Alcune portavano epigrafi in marmo, che furono usate, nella ristrutturazione della basilichetta ipogea nella prima metà del X secolo, come pavimentazione. Oggi si possono leggere alcune di queste antiche testimonianze nel piccolo museo della catacomba adiacente alla grotta chiamata «sepolcreto longobardo» (secolo VII).

– Sant’Eutizio (Eutychius; frazione di Soriano nel Cimino, provincia di Viterbo). La catacomba risale al IV secolo dopo Cristo. Si trova accanto alla basilica dedicata al martire cristiano. All’interno del cimitero paleocristiano sono presenti resti pittorici, materiali di corredo e un sepolcro a edicola con affreschi che raffigurano gli Apostoli Pietro e Paolo.

– Spoleto (provincia di Perugia; Regione Umbria). Rileva interesse la chiesa del San Salvatore. L’ipotesi più accreditata è quella secondo la quale l’edificio sacro fu costruito tra la fine del IV secolo e l’inizio del V secolo per onorare le spoglie di San Concordio, un Cristiano martirizzato negli anni dell’Imperatore Marco Aurelio.

– Campello sul Clitunno (provincia di Perugia, Regione Umbria). A circa 1 chilometro a valle delle sorgenti del fiume Clitunno, nella frazione di Pissignano, si trova una piccola chiesa a forma di tempietto corinzio. In tempi trascorsi, si pensava a un sacello romano riconsacrato come chiesa. In seguito, però, la presenza di una croce al centro del timpano, coerente e integrata al resto della decorazione scolpita, sembra provare che fu invece fin dall’inizio un edificio di culto cristiano. La sua costruzione è stata attribuita al IV-V secolo. L’ingresso principale conduce a una basilichetta. Tra le iscrizioni più significative si possono citare quelle di Lucius Petronius Dexter, Vescovo morto nell’anno 322, di Sentius Respectus esorcista, e del bambino Aurelius Melitius.

In Italia Meridionale

La ricerca ha riguardato inoltre molteplici altri territori. Si riportano alcuni esempi.

– Napoli (NA; Regione Campania). In questa città si trovano, tra l’altro, le catacombe di San Gennaro (risalenti al II-III secolo dopo Cristo), e le catacombe di San Gaudioso (IV-V secolo dopo Cristo).

– Lacco Ameno (Ischia; NA; Regione Campania). Gli scavi e il museo «Santa Restituta», situati nei sotterranei della chiesa di Santa Restituta, sono la testimonianza diretta della vita e della cultura in Ischia dai Greci ai primi Cristiani (importante la sala battistero).

– Cimitile (NA; Regione Campania). Significativa presenza di basiliche paleocristiane. Gli edifici più antichi risalgono al IV secolo dopo Cristo, ma il periodo più significativo va dalla fine del IV secolo all’inizio del V secolo.

– Nola (NA; Regione Campania). La cripta di San Felice si trova sotto il duomo. Al suo interno sono stati rinvenuti resti di una «domus ecclesiae» (una casa-chiesa) risalente all’epoca romana, considerato il primo luogo di culto della città.

– Siracusa (SR; Regione Sicilia). La catacomba di Santa Lucia è il più antico cimitero cristiano della città. Custodisce il luogo in cui la giovane fu sepolta dopo il martirio. L’area risale agli anni 220-230 dopo Cristo, si articola su tre livelli. È una delle prime testimonianze della presenza della Chiesa in Sicilia.

Le catacombe di San Giovanni furono scavate tra il 315 e il 360 dopo Cristo. In seguito, vennero manomesse per la ricerca di corpi di Santi, e per individuare tesori. Sono le uniche aperte al pubblico, esplorate in modo completo. Diversi reperti paleocristiani sono conservati nel settore F del museo archeologico regionale «Paolo Orsi». In Sicilia catacombe minori si trovano anche a Palazzolo Acreide, a Modica e in altre località.

In Francia

– Parigi (Île-de-France; Francia). Presso il Museo del Louvre, è possibile vedere reperti d’arte paleocristiana, come sarcofagi scolpiti, che attestano la presenza e l’iconografia cristiana nell’area dell’attuale capitale. Anche l’edificio di Notre-Dame rimane significativo. Infatti, il cantiere di questa cattedrale gotica fu costruito su una precedente chiesa paleocristiana, che a sua volta sorgeva su un tempio romano.

– Saint-Denis (vicino a Parigi; Senna-Saint-Denis; Francia). La basilica di San Dionigi sorge su un antico cimitero gallo-romano, ed è luogo di sepoltura di Saint-Denis, primo Vescovo di Lutezia, odierna Parigi, nell’allora Gallia Romana. Il sito è di particolare importanza per la storia cristiana della regione.

– Arles (Bouches-du-Rhône; Francia). Gli Alyscamps (in provenzale: Campi Elisi) sono un’antica necropoli. Tale sito, situato lungo l’antica Via Aurelia, fu utilizzato durante il periodo romano. In epoca paleocristiana acquistò importanza per la sepoltura del martire San Genesio. In una vicina cappella trovarono sepoltura anche i primi Vescovi di Arles.

Musée de l’Arles Antique. Ospita una vasta collezione di reperti archeologici, inclusi sarcofagi paleocristiani e reperti provenienti dal Rodano e dal suo delta. Tale materiale documenta la vita e la fede dei primi Cristiani.

Complesso Episcopale. Resti di un antico complesso cristiano. Includono il battistero e le basiliche paleocristiane, testimoniando la presenza episcopale fin dal IV secolo.

– Vence (presso Nizza; dipartimento delle Alpes-Maritimes; Francia). In occasione di lavori presso un cantiere di ristrutturazione, una squadra di archeologi ha individuato i resti di una cattedrale paleocristiana risalente al V secolo dopo Cristo. Oltre alle sue fondamenta, è stato scoperto anche un battistero esterno alla chiesa, in ottimo stato di conservazione, e una trentina di sepolture. La posizione e la qualità architettonica delle tombe, situate in parte all’interno della cattedrale, indicano l’elevato status sociale dei defunti. Probabilmente erano Vescovi o canonici, o laici con ruoli significativi. Tra i resti, sono stati rilevati anche tre scheletri di bambini.

In Spagna

– Tarragona (l’antica Tarrago; oggi in Catalogna; Spagna). È un’importante area archeologica spagnola paleocristiana (III-V secolo dopo Cristo). La necropoli costituisce uno dei più significativi cimiteri tardo-romani dell’Impero. Vi si trovano oltre 2.000 tombe, sarcofagi, mausolei e mosaici, e un complesso funerario legato al martirio dei Santi Fructuosus, Augurius ed Eulogius, visitabile nel museo paleocristiano, e in un settore sotterraneo di un centro commerciale.

– Centcelles (distante 7 chilometri da Tarragona; Spagna). Desta molto interesse un mausoleo con affreschi paleocristiani e mosaici nella cupola. Tali reperti rendono questo edificio uno dei più importanti dell’arte romana in Spagna.

In Germania

– Treviri (Renania-Palatinato; Germania). Vi si trova una cattedrale doppia, edificata dopo il 326 dopo Cristo su un palazzo imperiale (basilica di Costantino). Si tratta, in particolare, di un complesso di due basiliche cristiane affiancate, costruite in epoca tardo-romana, che fungevano da centro episcopale, con una chiesa principale (cattedrale) e un’altra basilica spesso usata per scopi battesimali o martiriali, collegate da un muro o uno spazio comune, un modello architettonico comune per le grandi metropoli del IV secolo. Sono conservate lapidi paleocristiane e architetture. Tali reperti attestano una continuità di presenza cristiana dopo la caduta dell’Impero Romano.

– Francoforte sul Meno (Assia; Germania). Nel 2018, durante alcuni scavi archeologici nella periferia nord-occidentale, un team dell’Università Goethe ha individuato una tomba romana del III secolo dopo Cristo. Il sito si trova nel cimitero di Heilmannstrasse (zona di Francoforte-Praunheim).

Sotto una pietra, gli archeologi hanno rinvenuto i resti scheletrici di un uomo. Intorno, erano disposti diversi oggetti funerari: una ciotola per l’incenso e una brocca in terracotta. Tuttavia, ciò che ha destato maggiore interesse è stato un piccolo oggetto nascosto sotto il mento dello scheletro. Questo reperto è un amuleto d’argento. Conosciuto anche come filatterio. Si tratta di una minuscola scatola quadrata che in genere conteneva strisce di pergamena incise con versetti biblici. Tutto lascia supporre che il defunto portasse l’amuleto al collo, il che suggerisce con grande probabilità che fosse un Cristiano. Un dettaglio notevole, poiché il Cristianesimo, all’epoca, era ancora perseguitato.

Questo amuleto, noto come «Frankfurter Silberinschrift» («Iscrizione d’Argento di Francoforte»), conteneva una sottile lamina d’argento arrotolata con un’incisione. A motivo della fragilità e delle dimensioni ridotte dell’oggetto, la decifrazione dell’iscrizione ha richiesto l’utilizzo di tecnologie avanzate. Nel maggio 2024, grazie a una tomografia computerizzata ad altissima risoluzione effettuata presso il Leibniz-Zentrum für Archäologie (LEIZA) di Magonza, è stato possibile creare un modello 3D dell’amuleto e «srotolare» virtualmente la lamina, rivelando 18 righe di testo in latino.

L’iscrizione recita: «Nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, Signore del mondo», indicando chiaramente la fede cristiana del proprietario dell’amuleto.

Questo ritrovamento è significativo poiché retrodata la presenza del Cristianesimo a Nord delle Alpi di almeno 50-100 anni rispetto alle conoscenze precedenti.

Nel Regno Unito

– Hinton St. Mary (Dorset; Regno Unito). La diffusione del Cristianesimo in Inghilterra è documentata da alcune scoperte significative. Presso il British Museum (Londra) è conservata una delle prime immagini di Cristo. Si tratta di un mosaico (IV secolo dopo Cristo) scoperto in un piccolo abitato nella contea di Dorset: Hinton St. Mary. Questo reperto era posizionato in una villa. La figura di Gesù è presentata in modo autorevole, come un senatore romano. Il simbolo «Chi Ro», monogramma di Cristo, circonda il suo capo.

– Lullingstone (nel Kent; Regno Unito). Presso questa località si trova una delle prime chiese cristiane delle Isole Britanniche. Nel sito, gli ambienti liturgici sono ricavati da quelli di una precedente villa romana che apparteneva a una ricca famiglia. Tale nucleo trasformò poi la propria abitazione nella «casa-chiesa» del territorio.

In Ungheria

– Pécs (l’antica Sopianae romana; regione Baranya; Ungheria). In questa località si trova un cimitero paleocristiano. Il sito archeologico risale al IV secolo. La necropoli contiene molte tombe decorate, mausolei e cappelle funerarie. Sono stati individuati anche resti di piccole chiese, una realtà diffusa nei Balcani.

Nell’attuale Croazia

– Parenzo (oggi Poreč; Istria; Croazia). La prima versione della basilica venne dedicata a San Mauro di Parenzo. Risale alla seconda metà del IV secolo. Il pavimento mosaicato del suo oratorio, in origine parte di una grande casa romana, è ancora conservato nel giardino della chiesa. Questo oratorio venne ampliato nel corso dello stesso secolo trasformandolo in una chiesa composta da una navata e un’abside («basilicae geminae»). Il pesce (simbolo di Cristo) presente sul mosaico risale a quel periodo. Monete con l’effigie dell’Imperatore Valente (365-378), ritrovate nello stesso luogo, ne confermano la datazione.

– Salona (oggi Solin, Regione Spalatino-Dalmata; Croazia). I primi cimiteri cristiani a Salona vennero edificati già in periodi di clandestinità, sui possedimenti privati fuori città come Kapljuč, Manastirine e Marusinac. Qui, sulle tombe appartenenti a significativi membri della comunità cristiana, si sviluppò poco alla volta la venerazione delle loro spoglie. Dal desiderio dei Cristiani di essere sepolti il più vicino possibile ai testimoni della fede, si formarono in seguito dei grandi cimiteri. In questi ambienti, sopra qualche cappella o memoriale, ove era sepolta una figura religiosa di spicco, furono edificate delle grandi basiliche cimiteriali.

In Grecia

– Tebe di Ftiotide (Acaia Ftiotide; Grecia). Sono state scoperte diverse basiliche paleocristiane (V-VI secolo dopo Cristo). Tra queste, riveste importanza quella dell’«Arciprete Pietro», identificata come la cattedrale locale. Presenta diverse decorazioni musive. Si ricordano, inoltre, le basiliche di San Dimitrio (Demetrio; «Haghios Dimitrios»), quella del Vescovo Elpidio, e una basilica martiriale risalente al 431 dopo Cristo.

– Nicopoli d’Epiro (oggi presso Prevesa; Grecia). Tra i monumenti di età cristiana si trovano due grandi basiliche cristiane. La prima (A) è dedicata a San Dimitrio (Demetrio; iscrizione musiva). Ha tre navate, con transetto tripartito. È preceduta da un atrio porticato e nartece, cui si aggiunge una sala absidata. I pavimenti sono coperti di mosaici.

– Atene (Attica; Grecia). Nel centro della città si trova il museo bizantino e cristiano (Villa Ilissia). In questo edificio si conserva una significativa collezione di reperti dal III al XX secolo, inclusi mosaici e icone paleocristiane.

– Corfù (isola nel Mar Ionio; Grecia). L’archeologia paleocristiana è rappresentata in modo particolare dai resti della basilica di Santa Kerkyra a Paleopoli (vicino all’aeroporto). Si tratta di un grande luogo di culto costruito prima del 450 dopo Cristo con materiali antichi, distrutto più volte, di cui oggi restano mura e abside, con reperti al Museo Bizantino.

– Salonicco (l’antica Tessalonica; Macedonia Centrale; Grecia). La «Rotonda di San Giorgio» (IV secolo) è una chiesa sorta per volontà di Teodosio I sul preesistente monumento funerario costruito per accogliere la salma dell’Imperatore Galerio (non sepolto a Salonicco). Rilevante è anche la chiesa di «Panaghia Acheiropoietos». Si tratta di una basilica a tre navate con nartece e matroneo risalente al V secolo. Al suo interno sono conservati dei capitelli di particolare valore.

In Albania

– Butrinto (Ciamuria; Albania). Il battistero che si trova in questa località è un edificio paleocristiano del VI secolo. È noto per il suo mosaico pavimentale policromo, considerato il più completo del suo genere nell’Impero Romano d’Oriente, con simboli di immortalità (pavoni) e vita eterna (Eucaristia, vaso, viticcio).

Turchia

In Asia Minore sono state ritrovate molte iscrizioni, specie nella Frigia (regione storica dell’Anatolia Centrale-Occidentale, oggi parte della Turchia). Inoltre, rovine di antiche chiese si trovano in più località.

– Istanbul (l’antica Costantinopoli; Marmara; Turchia). Le grandi basiliche costantiniane hanno subito vicende critiche. Attualmente, di alcune di loro non rimangono tracce (chiesa costantiniana dei Santi Apostoli); altre sono state sostituite nel tempo dalle moschee ottomane (per esempio, basilica di Santa Sofia). Rimane comunque significativa, a esempio, la chiesa di Santa Irene o chiesa della Pace (IV secolo). Il museo archeologico di Istanbul conserva inoltre reperti scultorei e decorativi di particolare interesse. Si conserva anche il sarcofago paleocristiano di fanciullo trovato nel quartiere di Sarigüzel (fine IV secolo). Rappresenta scene bibliche con figure di Cristiani e pagani. La sua scultura è dettagliata. Unisce tra loro elementi pagani e cristiani.

– Efeso (Smirne-Aydin; nell’attuale Turchia). In questa località si trovano i resti della basilica di San Giovanni Apostolo. Secondo la tradizione cristiana, nel I secolo dopo Cristo il sepolcro di questo Evangelista si trovava sulla collina del tempio di Artemide. Le indagini archeologiche hanno confermato che la camera sepolcrale sotterranea risale almeno a questo periodo. Il sito si trova in una necropoli romana, ancora in uso nel III secolo dopo Cristo e nel IV secolo. Lo si può dedurre dall’epigrafia funeraria che è stata ritrovata. La tomba era venerata dai Cristiani già in un periodo precedente la pace costantiniana (313 dopo Cristo). Con il riconoscimento ufficiale del Cristianesimo, sulla tomba dell’evangelista venne costruito un «martyrium» quadrato di circa 19,5 metri per 18,5 metri. Intorno a tale luogo venne eretta una chiesa teodosiana cruciforme. Tale edificio venne fatto demolire dall’Imperatore Giustiniano. Fu poi costruita una basilica a tre navate di notevoli dimensioni.

– Meriamlik («luogo di Maria»; antica Cilicia; oggi Ayatekla; Turchia Centro-Meridionale). La chiesa di Aya Tekla (Santa Tecla), conosciuta anche come Aya Thecla o Aya Thekla, è un sito storico in rovina. Il luogo venne visitato da San Gregorio di Nazianzo nel 374, e dalla pellegrina Egeria nel 384.

Siria

– Dura Europos (nell’antica Mesopotamia; località moderna Salhiyah; Siria). Qui, è stata scoperta una «Domus Ecclesiae» paleocristiana (III secolo dopo Cristo). Gli affreschi del battistero di Dura sono le sole pitture cristiane trovate in un edificio non sotterraneo anteriore alla pace della Chiesa (313 dopo Cristo). Nel muro di fondo dietro la vasca, su sfondo rosso, è rappresentato il Buon Pastore con una pecorella sulle spalle e il gregge davanti a sé.

– Hauran (regione storica montuoso-vulcanica della Siria Meridionale; compresa nei governatorati di Quneitra, di al-Suwayda e di Dar’a). Le chiese di quest’area sono note agli studiosi per la loro antichità, e per il valore storico-architettonico.

Chiesa greco-ortodossa di San Giorgio («Mar Girgis») a Ezra’a. Fu edificata nel 515 dopo Cristo. La costruzione testimonia lo stile architettonico del primo periodo cristiano in Siria.

Sito di Bosra: ex capitale della provincia romana d’Arabia. Conserva un significativo patrimonio cristiano. Nota agli studiosi italiani e siriani è la basilica di «Bahira il Monaco» (abside del IV secolo dopo Cristo) edificata su precedente costruzione.

– Qanawat (l’antica Canatha; governatorato di As Suwayda; nel Sud della Siria). In questa località, tra i resti di una chiesa cristiana, è conservato un sarcofago del IV secolo dopo Cristo.

– Nimreh (l’antica Namara; governatorato di Suwayda; 80 chilometri a Sud-Est di Damasco, in Siria). In quest’area rimangono i resti di una basilica cristiana che risale al IV secolo dopo Cristo.

– Deir al-‘Adas (governatorato di Daraa; vicino al confine con la Giordania; Siria). In tale località si trova la chiesa di San Giorgio. È un antico edificio cristiano costruito in basalto intorno al 515 dopo Cristo (periodo bizantino). Noto per aver conservato le reliquie di San Giorgio prima del loro trasferimento in Palestina.

– Qal‘at Sim‘ān (circa 30 chilometri a Nord-Ovest della città di Aleppo; Siria del Nord). Vi si trovano le rovine della chiesa di San Simeone Stilita il Vecchio. Qui, sono pure conservati i resti della colonna sopra la quale visse il Santo per 37 anni. Dopo la sua morte, l’Imperatore Zenone, tra il 476 e il 491, fece costruire un esteso complesso quale centro di pellegrinaggio.

In Israele

Nel territorio dell’attuale Stato di Israele sono diversi i siti archeologici che attestano la presenza cristiana nei secoli. Si trascrivono qui di seguito alcuni esempi.

– Gerusalemme.

Basilica del Santo Sepolcro. Edificata sul luogo della Crocifissione di Cristo (collina del Golgotha), e nell’area della tomba vuota di Gesù (sepolcro scavato nella roccia). È ricompresa all’interno delle mura della Città Vecchia, al termine della «Via Dolorosa». I luoghi, venerati fin dall’origine dai Cristiani, subirono profanazioni a opera dei Romani. L’Imperatore Adriano, nel II secolo dopo Cristo (circa 135 dopo Cristo), vi fece costruire un grande tempio pagano dedicato a Venere e Roma. Fu solo nel IV secolo dopo Cristo che, per volere dell’Imperatore Costantino I (325-326 dopo Cristo), fu possibile costruire una prima basilica cristiana. Nel 1009, tale luogo sacro venne raso al suolo dall’Imam-Califfo del Cairo, il Fatimide al-Hakim bi-Amr Allah, regnante sull’Egitto e sulla Siria-Palestina. In seguito, fu edificata una nuova basilica.

Cenacolo (città vecchia di Gerusalemme). Si trova a poche centinaia di metri dalla Porta di Sion. È considerato la «sala al piano superiore», dove, in base ai Vangeli, avvennero più episodi: l’istituzione dell’Eucaristia, la lavanda dei piedi, la discesa dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste, la sede della prima Chiesa.

Il riconoscimento del Cenacolo come luogo dell’Ultima Cena è attestato fin dai primi secoli del Cristianesimo. Nel IV secolo il Vescovo Epifanio racconta di aver visto il Cenacolo, risparmiato dalla distruzione di Gerusalemme dell’Imperatore Adriano, dopo la seconda rivolta ebraica (II secolo dopo Cristo). Sul luogo fu costruita una basilica alla fine del IV secolo. Venne chiamata «Santa Sion» e «Madre di tutte le chiese». Dopo la demolizione del 1219, ordinata dal Sultano, rimase solo la stanza crociata del Cenacolo, con la sottostante commemorativa «Tomba di Davide».

Dominus flevit («il Signore pianse», Monte degli Ulivi). In questo sito si trova attualmente una chiesa che ricorda il pianto di Gesù davanti al panorama di Gerusalemme (riferito ai prossimi drammi che avrebbero colpito la città). Scavi condotti dai Frati Minori negli anni Cinquanta (XX secolo), hanno individuato resti di un’antica necropoli risalente all’epoca romana e bizantina, con una serie di tombe con sarcofagi e ossuari. Di questi, alcuni hanno evidenti segni cristiani e risalgono alla prima comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Getsemani (Monte degli Ulivi). I luoghi legati all’agonia e alla cattura di Gesù sono ricordati già in epoca antica. Eusebio, nell’Onomasticon dei Luoghi Biblici, cita il Getsemani, scrivendo che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi, «dove ora i fedeli si affrettano a fare preghiere». Quindi, al termine del III secolo dopo Cristo, il luogo è già frequentato dai Cristiani, con particolari devozioni ricordate anche dal Pellegrino anonimo di Bordeaux nel 333 dopo Cristo e da San Cirillo nel 350 dopo Cristo. Alla fine del IV secolo, una pellegrina di nome Egeria indica per prima la nuova chiesa costruita alle pendici del Monte degli Ulivi, sul luogo ove Gesù pregò prima della Passione.

Museo Archeologico (Via Dolorosa; Gerusalemme). Tale esposizione di reperti è collocata presso lo «Studium Biblicum Franciscanum». Nell’atrio d’ingresso (che si sviluppa in due ambienti) si trova una breve storia dell’attività archeologica e scientifica dello «Studium». La prima sala del museo è dedicata allo scavo di Nazareth. La seconda sala è dedicata allo scavo di Cafarnao, sulla sponda del lago di Galilea. Un angolo della seconda sala è dedicato allo scavo di Magdala, sempre sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade. La terza sala è dedicata allo scavo del «Dominus Flevit» sulle pendici occidentali del Monte degli Ulivi.

La quarta sala è dedicata agli scavi del Monte degli Ulivi. La quinta sala è dedicata all’epoca erodiana (I secolo avanti e dopo Cristo). Vi è poi una sala dedicata al Monte Nebo, in Transgiordania. La sala di fronte è dedicata al movimento monastico nel deserto di Giuda.

– Nazareth (Bassa Galilea): in questa località si trova la basilica dell’Annunciazione. Tale luogo di culto è stato edificato sui resti di una chiesa bizantina del V secolo (epoca di Teodosio II), a sua volta costruita su una sinagoga giudeo-cristiana del III secolo, di cui rimangono stipiti e colonne, che prese il posto di una «domus ecclesia» in cui si era trasformata la casa-grotta nel I secolo dopo Cristo.

Davanti alla chiesa-sinagoga è stata scoperta una vasca battesimale. La storia di questo luogo riveste un particolare interesse mariano. Viene riassunta qui di seguito.

La casa di Maria. La comunità cristiana primitiva costituì agli inizi della sua fondazione una delle varie espressioni del Giudaismo. Entrò presto in conflitto con il messianismo nazionalistico giudaico anti romano che poi la perseguitò. Per quanto doloroso, questo momento permise tuttavia l’apertura della comunità giudeo-cristiana al mondo ellenistico fino alla repentina nascita di una comunità cristiana greco-ellenista e alla progressiva diffusione del Cristianesimo nell’Impero.

Con l’Accordo di Milano (313 dopo Cristo), e il riconoscimento ufficiale del Cristianesimo come religione dell’Impero, sorsero presto in Palestina numerose opere edilizie cristiane, auspicate anche da Elena, madre dell’Imperatore Costantino I.

Dal IV secolo in Palestina si verificò una diffusione di basiliche, chiese, cappelle e monasteri, che da Gerusalemme si estesero fino ai villaggi e ai luoghi più remoti del deserto di Giuda.

Ciò proseguì fino agli inizi del VII secolo quando la dominazione persiana e l’invasione islamica provocarono distruzione e progressivo abbandono dei luoghi santi.

Il periodo delle Crociate (secoli XII e XIII) segnò un breve proseguimento delle opere cristiane. Terminò, però, con altre distruzioni e conflitti.

In seguito, si verificò uno stato di abbandono caratterizzato da una presenza di sparute comunità cristiane di monaci greci, armeni, francescani, e da visite di alcuni pellegrini.

Nel 1620, con la protezione dell’Emiro del Libano Fakhr ed-Din, i Francescani ebbero la possibilità di entrare in possesso di una grotta già venerata dai Cristiani di Nazareth. A questo punto, eressero presto, a Sud dell’attuale basilica dell’Annunciazione, una chiesa di dimensioni modeste accanto a quella grotta.

Nel 1909 il guardiano (superiore) del convento era il Francescano Padre Prospèr Viaud. Il suo interesse per l’archeologia e la storia lo spinse alla ricerca della basilica crociata di cui aveva letto dell’esistenza e della sua costruzione in quel luogo a opera di Tancredi, principe di Galilea.

La sua ricerca ebbe un esito positivo quando notò che il muro Nord del cortile principale del convento era di fatto un muro di contenimento dell’antico muro di quella basilica crociata. L’opera di demolizione della chiesa francescana, e di proseguimento della ricerca, fu affidata nel 1955 all’archeologo francescano Bellarmino Bagatti. Quest’ultimo, scavando sotto i mosaici di epoca bizantina, rimossi per sottoporli a restauro, scoprì su quelle mura i graffiti dei primi pellegrini, tra cui il noto «XE MAPIA» («Ave Maria»), che attestano l’identità cristiana del luogo.

Fino a questi ritrovamenti si era convinti che la casa di Maria – venerata in quel luogo – fosse in realtà falsa in quanto l’area era in precedenza occupata da un cimitero. Non potevano quindi sorgere nelle sue vicinanze abitazioni comuni. Ulteriori, e fondamentali scoperte furono quelle che riguardarono i resti di un’antica sinagoga giudeo-cristiana eretta sul posto, nonché le suppellettili domestiche di vita quotidiana ritrovate in tutta l’area. Tali evidenze condussero alla rapida confutazione dell’antica ipotesi in favore della nuova definizione di quell’area come appartenente al villaggio di Nazareth, e venerata fin dai primi Cristiani come l’autentica casa di Maria.

– Cesarea Marittima (distretto di Haifa): il 14 giugno del 1961, l’archeologa Maria Teresa Fortuna Canivet stava partecipando a una campagna di scavo presso l’antica capitale della Giudea, Cesarea Marittima. Nel corso della ricerca, questa studiosa individuò un blocco di calcare che era stato reimpiegato nel locale teatro romano. Vi era incisa un’iscrizione che cita il prefetto Ponzio Pilato (colui che condannò a morte Gesù). Il reperto è attualmente conservato nel museo di Israele a Gerusalemme.

– Cafàrnao («Kefar Nahum», «villaggio di Nahum», regione Galilea). Antico villaggio di pescatori. Posizionato sulle rive Nord-Occidentali del lago di Tiberiade. L’Evangelista Matteo informa che Gesù vi abitò dopo aver lasciato Nazareth (Vangelo secondo Matteo 4, 12-17). Da qui ebbe inizio la sua predicazione con numerosi miracoli. I suoi resti sono stati ritrovati da scavi archeologici nel XX secolo. È stata individuata una sinagoga (II secolo) costruita con colonne di marmo, e un’abitazione che è stata identificata come la casa dell’Apostolo Pietro. Sopra la casa è stata costruita una chiesa di forma ottagonale, sopraelevata da terra; un’apertura vetrata al centro permette di vedere i resti della casa di Pietro al di sotto. Si riportano qui di seguito alcuni dati ulteriori.

La casa di Pietro. Nel 1905 furono trovati a Cafàrnao i ruderi di una sinagoga di pietra bianca e, in seguito, gli scavi tra la sinagoga e il lago di Galilea portarono alla luce parecchie case di pietra, appartenenti a quell’abitato di pescatori che si estese dal I secolo avanti Cristo al VI secolo dopo Cristo. Gli scavi permisero di stabilire che nel V secolo dopo Cristo sorgeva in quella zona una chiesa ottagonale che fu particolarmente importante per i primi Cristiani. Sotto di essa venne infatti ritrovata una casa che i primi Cristiani identificarono con la casa di Pietro, dove Gesù guarì sua suocera e in cui egli stesso visse.

Nel 1968 gli scavi affrontati portarono alla luce le attese degli archeologi Virgilio Corbo e Stanislao Loffreda. Dopo aver rimosso il pavimento della chiesa ottagonale e scavato per un buon metro, apparvero i primi frammenti di intonaco su cui fu possibile leggere «Signore Gesù Cristo soccorri». Lentamente emerse una stanza di 7 x 6,50 metri con i chiari segni di restauro e decorazione avvenuti in epoca posteriore.

Finalmente furono rinvenuti i cocci in ceramica che assicurarono all’archeologo che la casa era abitata nel periodo romano. A causa della loro altissima caratteristica di conservazione, le ceramiche sono utilissime all’archeologo per la datazione e la ricostruzione storica dell’uso di ambienti antichi portati alla luce dagli scavi.

La conferma nella identificazione venne anche dalle testimonianze di due antichi pellegrini. La prima è Egeria che alla fine del IV secolo riportava sul suo diario: «In Cafarnao, poi, della casa del principe degli Apostoli, è stata fatta una chiesa le cui pareti stanno fino a oggi come furono». La seconda è di un pellegrino del VI secolo che scrisse: «Venimmo in Cafàrnao nella casa del beato Pietro che attualmente è una basilica».

In tale contesto, occorre ricordare che la ricerca archeologica non offre certezze ma rivela solo indizi molto utili per una indagine. Il ritrovamento di quella casa attesta la situazione domestica (poi religiosamente trasformata in luogo sacro) di un’abitazione di pescatori di cui il racconto dell’Evangelista Marco rende testimonianza: Gesù «entrò nella casa di Simone e di Andrea con Giacomo e Giovanni».

– Tabgha («Sette fonti»; riva Nord-Occidentale del Lago di Tiberiade): nel IV secolo dopo Cristo venne edificata una prima chiesa bizantina.

Nel V secolo dopo Cristo tale luogo di culto venne ampliato (mosaici ancora esistenti). Nel 614 dopo Cristo i Persiani distrussero l’edificio sacro. Solo dopo un lungo periodo furono promossi scavi archeologici (1892-1932). L’attuale «chiesa della Moltiplicazione dei pani e dei pesci» è stata inaugurata nel 1984.

Nelle vicinanze, sulla spiaggia di Tabgha, è stata edificata la «chiesa del primato di San Pietro». Questo edificio, costruito nel 1934, è il luogo in cui si ritiene che Gesù abbia fatto la sua terza apparizione ai discepoli dopo la Risurrezione.

– Magdala (in ebraico: «Migdal», «torre»): antico porto situato sulla sponda occidentale del Lago di Tiberiade. Luogo nativo di Maria Maddalena. Gli scavi hanno individuato anche i resti di un monastero bizantino con pavimenti a mosaico.

– Hippos-Sussita (Qalat el-Hosn): è situata sulla cima di un colle, nell’area orientale del Lago citato. Nel periodo bizantino fu sede vescovile. Tra le rovine del sito, sono state identificate otto chiese, di cui quattro sono state scavate. Tra questi edifici di culto, acquista rilevanza un edificio sacro costruito tra la seconda metà del V secolo e l’inizio del VI secolo. È indicato come «chiesa bruciata». La chiesa, infatti, fu distrutta durante un incendio che causò anche il crollo del tetto, probabilmente nel corso dell’invasione dei Sassanidi (dinastia persiana) all’inizio del VII secolo.

I mosaici del pavimento si sono salvati grazie a uno strato di cenere che li ha coperti e protetti per secoli. Nell’abside di questo luogo sacro i mosaici rappresentano due pesci, mentre nella navata due gruppi di tre pesci e dodici canestri con cinque pani ricordano gli altrettanti cesti di pane rimasti agli Apostoli dopo che Gesù aveva miracolosamente sfamato una folla di persone.

– Ginosar: è un kibbutz situato nella piana di Ginosar, sulla sponda occidentale del Lago di Tiberiade. In questa località si trova il museo «Yigal Allon». Nell’edificio è conservata la cosiddetta «barca di Pietro» (o «barca di Gesù»). Si tratta di un’imbarcazione da pesca risalente al I secolo dopo Cristo, ritrovata nel 1986 sul fondo del Lago.

Cisgiordania

– Betlemme (capitale del Governatorato omonimo della Palestina; Regione Cisgiordania). Il luogo della nascita di Gesù, il Salvatore, viene identificato a Betlemme («Grotta della Natività»), ove attualmente esiste una basilica che ricorda l’evento salvifico. Nel 1932 ebbero inizio i primi sondaggi sul piazzale antistante il santuario. Ne seguirono altri all’interno del santuario (1934).

Quest’ultima ricerca fece riemergere elementi appartenenti all’edificio sacro costantiniano del IV secolo dopo Cristo. In particolare vennero esaminati i mosaici della navata centrale, e la zona presbiteriale in forma ottagonale. Tale lavoro produsse anche una significativa letteratura scientifica.

Nel 1947 Padre Bellarmino Bagatti ofm studiò la zona del terreno francescano adiacente la basilica bizantina, e il chiostro di San Girolamo (in quel momento sottoposto a lavori di restauro). Ne derivò il ritrovamento dei resti di periodo crociato.

Il medesimo Francescano spiegò le fasi di studio e di scavo nel volume Gli Antichi edifici sacri di Betlemme (Gerusalemme 1952). Nel periodo 1962-1964, lo stesso religioso effettuò scavi sul terreno del convento. Vennero così esaminate le grotte confinanti con la «Grotta della Natività».

– Emmaus (significa «sorgenti calde»; Cisgiordania Centrale). Per secoli l’identificazione di questo luogo rimase incerta. Attualmente, in base a testimonianze archeologiche e ai calcoli delle distanze da Gerusalemme, si considera Emmaus Qubeibeh il luogo citato nel Vangelo.

Si tratta di un centro tuttora piccolo, a circa 15 chilometri da Gerusalemme, dove la strada si snoda tra le colline, ai margini delle grandi aree di traffico. La storia di questo villaggio è emersa con particolare evidenza negli anni 1940-1945 quando l’archeologo francescano Padre Bellarmino Bagatti ofm organizzò gli scavi che individuarono vari resti del periodo ellenistico, romano, bizantino e crociato. In tal modo, furono scoperte le tracce della chiesa più antica, inglobata in seguito nei successivi santuari.

Giordania

– Pella (nei pressi del villaggio di Tabaqat Fahl; Giordania): in quest’area il Cristianesimo si diffuse in modo rapido. Lo storico Eusebio racconta che questa località divenne il rifugio dei Cristiani di Gerusalemme al tempo della prima rivolta giudaica, quando i Romani assediarono la Città Santa. Il Cristianesimo continuò a espandersi a Pella nel II secolo dopo Cristo, e si estese nel periodo bizantino. In questo periodo la città faceva parte della «Palestina Secunda». Giungendo a Pella dalla valle del Giordano, si notano le rovine di una chiesa situata sul lato sinistro della strada. Questo edificio di culto è stato chiamato «chiesa di Ovest» per la sua posizione rispetto al sito archeologico. Dalle pendici del Jabal Abu al-Khas si può osservare il sito citato ove sono facilmente individuabili altre due chiese. Alla sinistra, lungo il pendio orientale del monte, si vede la «chiesa di Est» che sovrasta il bacino di Pella. L’edificio fu costruito in pianta basilicale con tre absidi, preceduta da un piccolo atrio colonnato con al centro una vasca esagonale.

Nella valle si trovano le rovine del centro città con un gruppo di edifici indicato come «complesso civico». In questo gruppo di costruzioni emerge la chiesa, probabilmente la cattedrale, con l’atrio colonnato. Il portico nella parte orientale era pavimentato a «opus sectile». Nel VI secolo furono aggiunte tre absidi adornate con finestre orientate a Est. Presso l’ingresso Nord furono innalzate due enormi colonne, probabilmente provenienti dal tempio romano costruito tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo dopo Cristo. Nel VII secolo fu costruita la scala monumentale di accesso da Ovest.

– Gerasa (ora Jerash; capitale dell’omonimo governatorato; Giordania): i primi monumenti cristiani sono del IV secolo. Si trovano posizionati intorno a una fontana che era ritenuta «miracolosa», al centro dell’abitato. Questa era collocata in mezzo a un cortile, che costituiva anche l’atrio della cattedrale di Gerasa. Fu la prima chiesa costruita nella città. Tra il 464 dopo Cristo e il 611 dopo Cristo vennero erette altre 11 chiese. Di queste, la più antica, quella di San Teodoro, formava con la cattedrale un unico complesso. Erano basiliche del tipo comune, a tre navate. Due di queste sfruttarono edifici preesistenti.

Le basiliche dei Santi Cosma e Damiano e di San Giorgio si trovavano di fianco a una chiesa a pianta circolare, con esedre, dedicata a San Giovanni. Tutte e tre risalgono al 529-535 dopo Cristo. Altra chiesa, cruciforme, con quattro ambienti alle estremità, era quella «dei Profeti e Martiri», costruita nel 464-465 dopo Cristo. Tutti gli edifici di culto erano pavimentati a mosaico. Completano i ritrovamenti archeologici di Gerasa più di 600 iscrizioni (soprattutto in greco), e numerosi reperti (monete, vetri, e altro).

– Madaba (a circa 35 chilometri a Sud-Ovest di Amman; Giordania): nella chiesa greco-ortodossa di San Giorgio è conservato un mosaico bizantino della metà del VI secolo dopo Cristo raffigurante la Terra Santa. Nella città si trovano chiese (per esempio, San Giovanni Battista; luogo di culto cattolico), e resti di antichi monasteri bizantini.

Egitto

– Il Cairo (città situata poco a Sud rispetto al delta del Nilo). Presso il museo copto è conservata una significativa collezione di antichità copte. Si ricordano a esempio icone dipinte su legno provenienti da antichi monasteri, tra cui raffigurazioni della Vergine Maria, di Cristo Pantocratore e dei Santi Copti. Sono conservati, inoltre, manoscritti in copto, greco e arabo, molti provengono da monasteri dell’Alto Egitto. Il visitatore osserva pure:

1) capitelli, architravi e fregi decorati che appartenevano ad antiche chiese e monasteri;

2) sculture che attestano la fusione tra l’arte faraonica, greco-romana e cristiana, come figure di Santi con tratti stilistici egizi;

3) una collezione di croci, incensieri, calici e lampade rituali in bronzo, rame e argento.

Alcuni pezzi risalgono ai primi secoli del Cristianesimo Egiziano, e attestano l’evoluzione dell’arte sacra copta.

– Alessandria d’Egitto. Nel 2008, durante gli scavi sottomarini condotti da un archeologo francese nel Portus Magnus, l’antico porto orientale di Alessandria d’Egitto, venne individuata anche una ciotola di ceramica. Su tale reperto si trova incisa un’iscrizione. La frase è in greco antico: «DIA CHRSTOU O GOISTAIS». L’espressione rimane enigmatica. Diverse le ipotesi interpretative. Una proposta di traduzione di Jeremiah J. Johnston è: «Per mezzo di Cristo il mago/incantatore» o «Attraverso Cristo il cantore».

Se questa lettura fosse esatta, la ciotola sarebbe il primo reperto, al di fuori delle fonti cristiane, che attesta il ministero di Gesù Cristo. Ciò dimostrerebbe che le narrazioni sulla sua missione erano già diffuse in Egitto a pochi decenni dall’evento pasquale. In pratica, secondo l’ipotesi citata, la gente riteneva Gesù un guaritore, un operatore di miracoli, un esorcista. A questo punto, la ciotola stessa potrebbe risalire al I secolo, medesimo periodo di Cristo.

In tale contesto, è stato comunque ricordato che l’eventuale invocazione a Cristo in un rituale magico non permette di concludere che chi utilizzava la ciotola fosse un Cristiano. Il contesto, però, in cui la ciotola è stata ritrovata è comunque significativo per comprendere il possibile significato.

– Tell Ganoub Qasr al-Aguz (oasi di al-Bahariya, 370 chilometri a Sud-Ovest del Cairo). In questo sito è stato possibile individuare un certo numero di costruzioni in basalto, scavate nella roccia, e altre di mattoni. Le celle dei monaci, i muri delle chiese, le iscrizioni greche sono state riportate alla luce (in buono stato di conservazione) da una missione archeologica franco-norvegese. Questo luogo fu abitato dal IV all’VIII secolo dopo Cristo. La datazione al carbonio, nonché il ritrovamento di monete, ceramiche e oggetti in vetro, hanno confermato che le prime fondamenta del monastero risalgono intorno al 350 dopo Cristo, appena una trentina di anni dopo l’editto di Milano, promulgato dall’Imperatore Costantino.

– Baouit (o Bawit; presso l’attuale città di Kom Isfahat; Governatorato di Asyut): in questa località si trova quanto rimane di un monastero fondato dall’Abate Apollo (Apollonius, poi Apollon) tra il 385 e il 390 dopo Cristo. La comunità monastica visse un periodo di significativa prosperità nel VI-VII secolo dopo Cristo. Attualmente sono stati ritrovati i resti di due chiese e alcuni affreschi.

– El-Bagawat: è la necropoli dell’antica città di Kharga, nell’oasi el-Kharga (capoluogo del governatorato di Wadi al-Jadid). Il Cristianesimo a Kharga trova documentazione a partire dal III secolo, mentre nel millennio dal IV al XIV secolo la città fu sede di un Vescovato Copto. Al centro della necropoli si alza una chiesa sepolcrale, attribuita al V secolo, con la classica forma copta chiusa, a tre navate con gallerie e senza abside. Una delle caratteristiche più interessanti della necropoli sta nel fatto che nei primi secoli della sua esistenza essa fu utilizzata simultaneamente da Cristiani e non Cristiani. Solo le iscrizioni e le pitture indicano se un mausoleo è di origine pagana o cristiana.

– Santuario di San Mena (situato circa a 45-50 chilometri a Sud-Ovest di Alessandria d’Egitto; deserto di Maryout): Mena (285-309 dopo Cristo) fu un martire egiziano ucciso a Cotyaeum, in Frigia (una regione dell’Anatolia). Dopo la sua morte, il corpo venne ricondotto e sepolto nei pressi di Alessandria d’Egitto. Qui, dal IV secolo dopo Cristo circa, fu costruito – intorno alla sua tomba – un complesso monastico. Nell’Alto Medioevo, questo luogo costituiva un’importante meta di pellegrinaggio.

Libia (Cirenaica)

– Al-Athrun (a Sud-Est di Derna/Darnah): esiste un sito paleocristiano. Sono state individuate le rovine di due chiese bizantine, scoperte negli anni Sessanta (XX secolo). Riguardano una «chiesa orientale» sulla costa, e una «chiesa occidentale» (meglio conservata).

Mostrano colonne di marmo decorate e resti di mosaici. Tali reperti attestano la presenza cristiana in Cirenaica durante il Tardo Impero Romano e l’epoca bizantina, specie negli anni dell’Imperatore Giustiniano. Sono state identificate anche delle necropoli con tombe e sarcofagi paleocristiani. Reperti significativi riguardano pure frammenti di iscrizioni latine e greche, oltre a mosaici.

– Sidi-Khrebish (antica Berenice; vicino Bengasi): gli scavi hanno portato alla luce resti ellenistici, romani e una chiesa bizantina del VI secolo, oltre a numerosi reperti (lampade in ceramica, mosaici).

– Cirene (Cyrene; situata nella Libia Nord-Orientale, vicino all’odierna Shahat). Con riferimento ai dati evangelici si ricorda la figura di Simone di Cirene (il «Cireneo»). Si tratta dell’uomo che fu costretto dai Romani a portare la croce di Gesù durante il percorso verso il Golgota.

– Qasr Libia (a 50 chilometri da Cirene). Viene identificata con l’antica città di Olbia, sede vescovile nel periodo bizantino (V secolo). Del complesso religioso che qui esisteva sono rimaste le rovine di due basiliche paleocristiane. La meglio conservata è la basilica occidentale, la più recente, del VII secolo, rettangolare e a croce greca. La basilica orientale del V secolo è più piccola. Era arricchita da una decorazione a mosaico suddivisa in 50 riquadri, in origine posta sul pavimento della navata. I mosaici sono stati realizzati tra il 539 e il 540 per volere dei Vescovi Macario e Teodoro, come indica un’epigrafe. Ora sono esposti nel vicino museo. Raffigurano il mondo intero con i quattro fiumi che, come è citato nel Genesi, nascono nel Paradiso Terrestre: Fison, Gheon, Eufrates e Tigris.

– Apollonia (situata nell’odierna Marsa Susa [o Susa] sulla costa Nord-Orientale della Libia (Cirenaica). Antico porto. Una parte significativa dell’antica città fu inghiottita dal mare a causa di un violento terremoto nel 365 dopo Cristo. Oggi il sito è noto per i resti di una cinta muraria, basiliche bizantine e un teatro.

– Tolemaide (posizionata presso l’attuale città libica di Tolmeita; si trova nella parte settentrionale della Cirenaica). In questo sito, nel 1957, sono stati individuati i resti di un’antica basilica bizantina con pavimenti ancora in buono stato, arricchita da mosaici, affreschi e manufatti, come lucerne.

Libia (Tripolitania)

– Ain Zara (a circa 10 chilometri da Tripoli). Vi è stato scoperto un sepolcreto cristiano. Nel sito sono state rinvenute numerose iscrizioni e simboli cristiani, incisi su stele e tombe. Tra i reperti spiccano iscrizioni in latino e greco, simboli come la croce, e formule che indicano il periodo di vita e la data di morte, come «Rekessit [de ok sekulo]» («Riposa nel secolo»), tipiche delle necropoli cristiane nord-africane.

– En-Ngila (a circa 18 chilometri a Sud-Ovest di Tripoli). L’area è stata oggetto di sondaggi archeologici (1971) da parte di una missione dell’Università di Bologna. In questo sito riveste interesse una necropoli tardo-cristiana (60 tombe). Le sepolture presentano caratteristiche diffuse nell’area di En-Ngila e della vicina Ain Zara, con forme ipogee. Sono state rinvenute nuove tombe iscritte, utili per lo studio della comunità cristiana locale e della cronologia del sito, spesso databile al periodo tardo-antico. Il luogo si inquadra nei complessi funerari bizantini della Tripolitania, mostrando analogie con altri complessi cimiteriali sotterranei della regione.

– Sabratha (a circa 80 chilometri a Ovest di Tripoli): un esempio di architettura paleocristiana è la basilica di Giustiniano. L’edificio sacro venne fatto costruire da questo imperatore poco dopo la riconquista bizantina dell’Africa del Nord (538 circa). Il mosaico pavimentale (visibile nel museo) ha un motivo predominante di uccelli e volatili tra foglie e rami ed esprime un chiaro gusto ellenistico.

Tunisia

– Hadrumetum (sulla sponda orientale della Tunisia). Le catacombe di questa antica località si trovano a Sousse. Si tratta di una estesa necropoli paleocristiana (III-IV secolo dopo Cristo). Sono presenti gallerie sotterranee, tombe, affreschi e simboli cristiani. Nel locale museo archeologico è possibile vedere mosaici e reperti funerari.

– Thelepte (attuale Medinet-el Kedima, nell’Ovest della Tunisia). Fu la patria d’origine di San Fulgenzio, Vescovo di Ruspe. La città attraversò un periodo di benessere specie in epoca bizantina. Tra i ruderi, si trovano i resti di diverse chiese cristiane, tra cui quelli di una basilica cristiana a cinque navate, identificabile con la sede vescovile. In quest’ultimo sito un’epigrafe commemora i martiri Gennaro e compagni.

– Ammaedara (oggi Haïdra, Tunisia Occidentale). All’interno della fortezza bizantina si trovano resti di edifici religiosi, tra cui una piccola chiesa a tre navate, e una cappella incorporata nel muro occidentale.

– Cartagine (a circa 15-16 chilometri a Nord-Est di Tunisi): in questa località vennero edificate più basiliche cristiane. Diciassette, secondo le antiche testimonianze. Un numero, probabilmente, per difetto. Scendendo dalla collina di Birsa si possono visitare le rovine di una basilica paleocristiana, la Damous-el-Karita (dall’espressione latina «domus charitatis», «casa della carità»).

L’aspetto è quello di una sala a colonne (ne rimangono tronconi) molto ampia. Questo luogo sacro doveva essere posizionato al centro di un vasto complesso di edifici cristiani. Tra questi, c’era una cappella con tombe di martiri, e un battistero. Questa Damous-el-Karita, presenta vaste dimensioni (11 navate) su una planimetria che è stata ridisegnata nel tempo cinque volte. Si tratta, infatti, di un vasto complesso basilicale comprendente due basiliche, cappelle, un battistero a base circolare sotterraneo, mosaicato e circondato da 16 colonne, sorto sull’area di un precedente cimitero romano.

Intorno a questo monumento, diverse costruzioni suggeriscono l’idea di una zona residenziale del clero. L’insieme dei resti ritrovati presenta migliaia di iscrizioni che si riferiscono alla comunità cristiana di Cartagine e bassorilievi risalenti al IV secolo dopo Cristo. Sant’Agostino vi trascorreva non brevi periodi, ospite del Vescovo di Cartagine. In questa basilica si tenne anche il sinodo locale del 28 agosto 397 dopo Cristo. In tale assise venne fissata l’età minima (25 anni) per l’ordinazione presbiterale. Fu vietato di amministrare il sacramento del battesimo e quello eucaristico ai morti. Ribadite le specie eucaristiche in pane e vino, imposti tre Vescovi per l’ordinazione episcopale, fissato il canone della Bibbia con i deuterocanonici (ove vennero accettati i codici evangelici attuali).

Algeria

– Tébessa (antica Theveste; è situata a 131 chilometri da Souk Ahras, nell’Algeria Nord-Orientale): sito archeologico di particolare importanza. Nel periodo antico esisteva un complesso cristiano che includeva anche un edificio per l’ospitalità. Attualmente rimangono i resti di una basilica (IV-VI secolo dopo Cristo) dedicata alla martire Crispina.

– Tipasa di Mauretania (situata sul mare a circa 70 chilometri a Ovest di Algeri). In quest’area archeologica è stato possibile documentare una presenza ecclesiale significativa. In particolare, quella di Rasinia Seconda, morta nel 237 dopo Cristo, costituisce la più antica iscrizione cristiana datata in Africa.. Nell’antico abitato vennero edificate diverse basiliche cristiane con necropoli poco distanti.

– Cuicul (attuale Demila, città della Numidia, sulla strada da Milevi a Sitifis). Il primo Vescovo di questa località è menzionato nel 255 dopo Cristo. Tra i reperti significativi occorre ricordare una basilica cristiana del V-VI secolo, a 5 navate con cripta absidata. Tale edificio aveva un mosaico pavimentale. Esistono inoltre i resti di un’altra basilica, anch’essa con cripta absidata, che risale al IV-V secolo. Vicino a tale luogo di culto è posizionato un battistero circolare, con due gallerie anulari intorno alla piscina e pregevoli mosaici pavimentali.


Seconda parte

Alcuni esempi di recenti scavi e ritrovamenti

In tempi ravvicinati il lavoro degli archeologi ha consentito di raggiungere significativi risultati nell’ambito di ricerche in siti paleocristiani. Ciò indica la possibilità di affrontare nuovi percorsi di indagine, e di approfondire meglio aspetti del cammino delle prime Chiese locali. Si riportano qui di seguito solo alcuni esempi.

Vicino Roma. Comprensorio catacomba San Callisto (2025)

In maniera del tutto inaspettata, a circa 100 metri da una chiesa già rinvenuta nel 1991, saggi eseguiti in corrispondenza di significative «anomalie» rivelate dalle prospezioni geofisiche, hanno riportato alla luce i resti di una nuova basilica, ancora del tipo «circiforme» — la settima —, dalle dimensioni del tutto simili a quelle della chiesa di Papa Marco. Conservata nelle sole fondazioni, in molti punti intaccate dalle profonde trincee di una vigna, essa misura circa 68 metri in lunghezza per 29 metri in larghezza; la navata centrale, divisa dalle laterali da due serie di 12 o 13 pilastri, ha un’ampiezza di circa 13 metri, mentre il deambulatorio è largo oltre 6 metri; il piano pavimentale, come di consueto nelle basiliche «circiformi», si è rivelato occupato in maniera sistematica da tombe, spesso a più piani, disposte una accanto all’altra. Alcune di queste conservavano ancora resti delle deposizioni, talora provviste di corredo (monete, lucerne, balsamari e vasetti). Contro uno dei muri perimetrali sono stati pure individuati alcuni mausolei, che, come di consueto, erano appoggiati agli edifici.

Ostia Antica (2023-2024)

A Ostia Antica è avvenuta una scoperta che riveste un particolare interesse. Sono stati individuati i resti di una sala monumentale collegata a una struttura episcopale del IV secolo, un complesso cristiano tra i più antichi individuati nell’area attorno a Roma. La sala (circa 8×20 metri) aveva in origine pareti che arrivavano a circa otto metri, e doveva costituire uno spazio importante, con pavimenti a mosaico e rivestimenti in marmo. Il contesto della ricerca è quello dei programmi di scavi nel Parco Archeologico di Ostia Antica. Qui, tra il 2023 e il 2024 (e altre campagne) si è cercato di ricostruire un intero settore legato alla cosiddetta «fase costantiniana», con una grande chiesa e ambienti annessi.

Turchia. Basilica di Iznik (2014)

L’antico abitato di Nicea (oggi Iznik) si trova a 200 chilometri a Sud dell’odierna Istanbul, sulle rive del lago di Iznik. In questa località venne celebrato il Concilio Ecumenico del 325 dopo Cristo. Tale evento si verificò 12 anni dopo la legalizzazione del Cristianesimo da parte dell’Imperatore Costantino I (Accordo di Milano del 313 dopo Cristo). Proprio nella zona archeologica dell’antica Nicea, lo studioso Mustafa Sahin ha identificato (2014) le rovine della basilica dei Santi Padri edificata in memoria dell’assise ecumenica. Con fotografie aeree, ha individuato a 50 metri dalla riva i resti dell’edificio sacro. Si trovavano due metri sotto il livello dell’acqua. La scoperta è potuta avvenire perché, a causa dei cambiamenti climatici, l’abbassamento del livello del lago ha rivelato la basilica del IV secolo, crollata nell’XI secolo (terremoti), e sommersa in modo graduale due secoli dopo da un innalzamento delle acque.

Questa basilica venne costruita nel 380 dopo Cristo. Tale progetto si rese necessario perché la chiesa che ospitò il Concilio di Nicea (eretta in onore del sedicenne martire Neofito, 303 dopo Cristo) fu distrutta nel 358 da un terremoto. La basilica dei Santi Padri (in omaggio ai 318 Vescovi che redassero il Simbolo di Fede Niceno) ospitava un sarcofago contenente i resti di Neofito, rimosso dopo il crollo del 358, e i sepolcri di altri martiri, le cui ossa e mascelle sporgono dalla superficie del lago.

Sono state già trovate circa 300 tombe. Sono visibili pile di tegole di terracotta. Di queste, alcune hanno rivelato ossa rotte. Finora lo scavo ha riguardato solo 27 sepolture, e sono state osservate tracce di tortura: braccia e gambe rotte, teschi con buchi e perforazioni. Ciò attesta che le persone sepolte furono torturate e giustiziate. In un’area gli archeologi hanno individuato piccole sepolture di tegole: 11 tombe di bambini.

Armenia (2023-2024)

Dal 2018, l’Università di Münster collabora con l’Accademia Nazionale delle Scienze di Armenia per scavi archeologici nell’area dell’antica città ellenistica di Artaxata, situata nella Piana dell’Ararat. Solo di recente, però, sono emerse le tracce di un edificio cristiano. Si tratta di una chiesa che ha una struttura ottagonale con estensioni a forma di croce.

È arredata con piastrelle in terracotta e frammenti di marmo mediterraneo. Secondo gli studiosi, è questo il luogo di culto più antico scoperto in Armenia. Il Paese è noto agli studiosi per aver riconosciuto il Cristianesimo religione di Stato nel 301 dopo Cristo. Ciò avvenne dopo la conversione al messaggio evangelico del Re Tiridate III grazie all’opera di San Gregorio l’Illuminatore.

Edifici ottagonali come quello ritrovato non erano noti in Armenia, ma risultano comuni nel Mediterraneo Orientale del IV secolo. Inoltre, nella chiesa sono stati rinvenuti elementi tipici degli edifici commemorativi cristiani, come piattaforme di legno risalenti alla metà del IV secolo. Il vicino monastero di Khor Virap ne è testimonianza.

Israele (2021-2026)

Gerusalemme: una serie di scavi archeologici (2025) sotto la basilica del Santo Sepolcro, ha fornito una serie di dati molto significativi. Si riportano qui di seguito le principali informazioni.

Santo Sepolcro: zona antistante l’Edicola e il deambulatorio (ottobre-dicembre 2023). Dall’ottobre al dicembre del 2023 studiosi del dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università «La Sapienza» (Roma) hanno condotto una serie di scavi tra la zona Sud-Est della Rotonda, la zona antistante l’Edicola e il deambulatorio (369 metri quadrati). Le indagini hanno permesso, con scavi o carotaggi, di conoscere i livelli della cava sottostanti.

Sono state scoperte strutture di età romana nell’area del deambulatorio. In particolare, sotto le murature della basilica cristiana sono stati rinvenuti tratti di strade. Uno di questi perse la sua funzione quando fu costruita la chiesa paleocristiana del IV secolo, e la strada fu interrotta con l’edificazione dell’abside.

Nell’area della Rotonda sono emersi gli elementi più rilevanti relativi alla prima età cristiana. Il luogo dove sorgeva la tomba venerata, infatti, fu oggetto di un’opera di sbancamento che arriva a ridosso dell’ingresso attuale dell’Edicola.

Già in precedenza era stata rinvenuta, sotto l’attuale Edicola, una base circolare in marmo che si può attribuire alla prima monumentalizzazione della tomba.

Questa base appartiene a un sacello a base circolare con un avancorpo che era dotato di tre gradini e di una recinzione liturgica, le cui basi sono state rinvenute nell’attuale Cappella dell’Angelo (all’interno dell’Edicola). A Est di questa recinzione, al centro rispetto all’ingresso del sepolcro, doveva trovarsi una piccola mensa a cippo.

Viene così a configurarsi l’aspetto che doveva avere il luogo prima della costruzione della basilica costantiniana. Il monumento era a cielo aperto. Doveva essere circondato da una serie di 12 sostegni (delle colonne), che definivano un deambulatorio di circa tre metri. Di fronte al monumento, c’era un colonnato del quale è stato rinvenuto lo stilobate. Questa sistemazione fu modificata alla fine del IV secolo, quando furono completati i lunghi lavori di costruzione della Rotonda. In base alla datazione delle monete ritrovate sotto il pavimento della Rotonda, nel 2022 è stato già possibile individuare il periodo negli anni Sessanta-Settanta del IV secolo.

Quando la Rotonda fu completata, il colonnato intorno all’Edicola e lo stilobate di fronte persero la loro funzione e furono realizzate le nuove pavimentazioni.

Alla prima sistemazione cristiana dell’area vanno attributi anche i resti della basilica rinvenuta sotto il deambulatorio medievale. Elementi dell’abside vanno a collegarsi con quanto già noto dagli scavi compiuti in precedenza dai Greci. È stato possibile ritrovare la testata dell’abside Nord, con l’attacco della navata centrale, e documentarne le modalità costruttive. È stato rinvenuto anche il sistema di canalizzazione delle acque piovane, in grossi tubi. A Est del muro terminale della basilica cristiana è stata rinvenuta parte della fondazione del triportico.

Sono state trovate inoltre tracce di fasi successive, ma precedenti all’età medievale (VII-VIII secolo), come una pavimentazione nella zona Ovest della Rotonda fatta di elementi di marmi preziosi come porfido, serpentino e cipollino in frammenti riutilizzati.

I lavori di scavo nel Santo Sepolcro hanno offerto anche la prova archeologica della costruzione dell’abside dell’XI secolo. Quell’intervento, dovuto a Costantino Monomaco, comportò alcune modifiche di fronte all’Edicola. Dell’abside creato a Est sono visibili tracce nei resti delle lastre in marmo grigio che rivestono la base dei due pilastri che la inquadrano a Nord e a Sud. La pavimentazione di questa cappella sfrutta le grandi lastre pavimentali in marmo bianco del IV secolo, che vennero intarsiate con inserimento di pietre policrome. All’area presbiteriale si accedeva per tramite di un cancello metallico, le tracce dei cui cardini sono ancora visibili nel terreno.

Nel corso del XVI secolo l’area dell’Edicola subì una nuova trasformazione.

Santo Sepolcro: il giardino romano sottostante. Nell’aprile del 2025 sono stati resi noti i lavori svolti da un team di archeologi dell’Università «La Sapienza» di Roma, in collaborazione con l’Autorità Israeliana per le Antichità (IAA). Si tratta di un programma di scavo sotto la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Sono stati rinvenuti i resti di un giardino risalente al I secolo dopo Cristo, semi di olivo e di vite e pollini risalenti a circa 2.000 anni fa, nonché muretti in pietra e terreno di riporto che indicano un’antica area agricola. Tali evidenze indicano quindi un uso agricolo della zona poco prima dell’epoca di Adriano (130 dopo Cristo), quando la cava primitiva fu abbandonata e trasformata in cimitero.

Tale ritrovamento si collega in modo significativo con i contenuti del Vangelo di Giovanni (19, 41-42), ove è scritto che «c’era un giardino nel luogo in cui lo crocifissero e, nel giardino, una tomba nuova dove nessuno era ancora stato sepolto».

Lago di Tiberiade: nel recente periodo sono proseguite le ricerche nei principali siti indicati dal Nuovo Testamento. Si tratta in particolare di: Hippos, città autonoma della Decapolis; Betsaida Iulias, identificata non senza controversie con et-Tell; Cafarnao (ripresa degli scavi); Magdala; Tiberiade.

1) Ritrovamenti significativi sono avvenuti nel sito dell’antica città di Sussita, nota anche come Hippos, che in epoca romana e bizantina dominava il paesaggio dalla sommità di una collina visibile anche da lontano. Le nuove evidenze archeologiche riguardano in particolare una cattedrale bizantina.

Tale luogo di culto ha una caratteristica: la presenza di due distinti ambienti battesimali. Nella navata settentrionale era collocato un fonte battesimale di grandi dimensioni, alimentato da acqua corrente, mentre nella navata meridionale si trovava un secondo fonte, più piccolo, alimentato da acqua stagnante e ricavato in un angolo di quello che in origine era stato un «martyrion» (cappella destinata alla venerazione delle reliquie di un Santo). L’aggiunta del secondo fonte battesimale, avvenuta dopo il 590 dopo Cristo, costituisce uno degli aspetti più enigmatici del complesso.

Proprio nell’area meridionale, definita architettonicamente da due paraventi d’altare in marmo decorati con motivi a croce e rami di edera, è stata rinvenuto un alto numero di oggetti liturgici risalenti al VI secolo dopo Cristo, rimasti sepolti sotto le macerie di un terremoto per oltre 1.000 anni.

Tra questi si osserva un grande candelabro in ottone, ritrovato ancora in posizione verticale accanto al fonte battesimale, segno della rapidità con cui l’edificio venne abbandonato in seguito al crollo.

Accanto al candelabro è stato rinvenuto un blocco rettangolare in marmo con tre cavità emisferiche identiche scolpite sulla sommità. Si tratta di un oggetto senza confronti noti, che gli archeologi interpretano come un contenitore per oli utilizzati nei rituali di unzione connessi al battesimo.

Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato da un piccolo piedistallo rotondo in marmo, decorato con quattro nervature circolari. Anche in questo caso si tratta di un manufatto privo di confronti diretti, la cui funzione rimane incerta.

A breve distanza da questo gruppo di oggetti è stato rinvenuto un massiccio reliquiario in marmo del peso di circa 42 chilogrammi, il più grande mai scoperto in Terra Santa. Il contenitore, destinato a custodire le reliquie di un Santo, è stato trovato rovesciato su un pavimento decorato in piastrelle di pietra, suggerendo un evento distruttivo improvviso (terremoto).

La disposizione degli oggetti all’interno dello spazio meridionale appare significativa. Il candelabro, il blocco con le tre cavità e il piedistallo erano concentrati in prossimità del fonte battesimale, mentre il reliquiario si trovava leggermente più distante, verso il centro della sala. Questa separazione potrebbe riflettere una distinzione funzionale tra l’area dedicata al culto delle reliquie e quella destinata al rito battesimale.

All’interno delle mura di Sussita sono state individuate almeno sei chiese. Nessuna di esse, però, presenta un ambiente dedicato al battesimo. La presenza di due fonti battesimali all’interno della stessa cattedrale rappresenta quindi un «unicum» che continua a interrogare gli studiosi.

2) A Cafarnao, in particolare, è stato scoperto un antico molo romano lungo la riva del Lago di Tiberiade strutturato in celle con approdi per le imbarcazioni, risalente al periodo di Gesù.

3) Una rinnovata attenzione è stata riservata ai tre siti rurali di Horvat Kur, Huqoq e Wadi Hamam, nell’entroterra a Ovest del Lago. Gli studi hanno fornito ulteriori conoscenze sul grado di popolamento della zona nel periodo antico, medio e tardo-romano. Riemerge dall’oblio il Tel Kinneret da cui il Lago avrebbe assunto il nome biblico.

4) Sono stati poi portati a termine tre sondaggi nel Golan, in vaste aree della Bassa Galilea Orientale e dell’Alta Galilea. Tali ricerche offrono un quadro d’insieme significativo sulle attività rurali, le relazioni commerciali, gli indicatori e le differenziazioni etniche delle comunità che popolavano anche i centri periferici.

5) Nel dibattito sull’esatta posizione della Betsaida biblica si inseriscono le scoperte archeologiche e la realtà geografica del sito di el-Araj, situato sulla riva Nord-Orientale del Lago di Galilea. Secondo gli archeologi israeliani si è in presenza della «perduta» Betsaida, città natale degli Apostoli Pietro e Andrea, discepoli di Gesù, e centro fiorente in epoca bizantina. In particolare sono venuti alla luce i resti di una chiesa bizantina che sarebbe quella ricordata nelle sue memorie di pellegrino in Terra Santa (tra il 723 e il 727) da San Villibaldo di Eichstätt, monaco inglese e missionario in Germania.

Monastero bizantino di Kiryat Gat (Israele), 2025

Scoperto nel gennaio 2025 con un mosaico centrale che cita il versetto del Deuteronomio: «Beati voi quando entrate e beati voi quando uscite» (Deuteronomio 28, 6). In effetti, a Kiryat Gath, nel Sud di Israele, è venuto alla luce un grande complesso monastico bizantino (V-VI secolo dopo Cristo) con un impressionante mosaico. Il mosaico centrale presenta croci e animali, accompagnati da un’iscrizione in greco con un passo del Deuteronomio: «Beati voi quando entrate e beati voi quando uscite». Sebbene risalga a un periodo molto più tardo (paleocristiano), il reperto rivela la sopravvivenza di testi biblici nell’arte liturgica antica, ed è unico per conservazione e contenuto.

(segue) In Giordania

Scoperte recenti includono chiese con pavimenti a mosaico, che indicano una fase di ripresa edilizia nel VI secolo, e resti di un reliquiario di marmo con una teca d’argento contenente la reliquia di un calcagno.

– Tarais: scoperte recenti (2025) hanno portato alla luce una città bizantina perduta, con resti di una grande chiesa bizantina, mosaici, frantoi per olio e vino, e iscrizioni greche e latine che testimoniano una comunità cristiana attiva tra V e VII secolo, confermando le mappe del VI secolo come la Mappa di Madaba.

– Aqaba. Il sito archeologico è stato scoperto presso la città costiera giordana di Aqaba nel giugno 1998 da un gruppo di archeologi. È stata individuata una chiesa del III secolo dopo Cristo. Viene considerato l’edificio costruito per le celebrazioni cristiane più antico al mondo.. È probabile che la sua posizione periferica nell’area dell’Impero Romano l’abbia preservata dalla distruzione durante la «Grande Persecuzione» anti cristiana (303-313 dopo Cristo), iniziata pochi anni dopo la costruzione della chiesa.

Gli archeologi capirono presto l’unicità della chiesa a motivo del suo stile architettonico. Questo, smentiva la tesi di più storici secondo la quale le prime chiese in Giordania dovevano risalire alla fine del IV secolo.

L’archeologo che guidò gli scavi, identificò l’edificio come una chiesa per la sua forma basilicale, per l’orientamento verso Est e per alcuni reperti specifici come le lampade di vetro. Una tomba del cimitero adiacente conteneva inoltre parti di una croce di bronzo, che indicavano l’appartenenza a un Cristiano.

La chiesa di Aqaba fu costruita nel tardo III o all’inizio del IV secolo, come indicato dai ritrovamenti di ceramiche delle sue fondazioni. La sua prima fase fu datata tra il 293 e il 303 dopo Cristo. Ciò la rende più antica della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme e della chiesa della Natività a Betlemme, entrambe costruite alla fine del 320 dopo Cristo.

Precede la persecuzione anti cristiana di Diocleziano, durante la quale l’edificio fu in apparenza abbandonato. Lo stato di buona conservazione di questa chiesa è attribuito alla sua posizione periferica nell’area dell’Impero Romano.

A un certo punto, tra la fine della persecuzione di Diocleziano e l’anno 330 dopo Cristo, la chiesa fu ristrutturata. Rimase in uso fino alla sua distruzione dovuta al terremoto del 363 dopo Cristo. La sua fine è datata sulla base delle ultime monete ritrovate dall’archeologo citato, che sono del 337-361 dopo Cristo. Una volta abbandonato, l’edificio in rovina si riempì di sabbia. Ciò contribuì a mantenere le sue mura a un’altezza notevole.

L’edificio aveva la forma di una grande basilica a tre navate, con un nartece, e orientato su un asse Est-Ovest. Misurava 26 metri per 16, venne costruito con mattoni di fango su fondamenta di pietra, con (è probabile) una navata a volta e corridoi e porte ad arco. I resti di una scala suggeriscono che aveva un secondo piano. La navata terminò in una zona del coro seguita da un’abside rettangolare.

Gli archeologi hanno scoperto muri alti fino a 4,5 metri, le fondamenta di uno schermo del coro, una scatola di raccolta con monete, frammenti di lampade a olio di vetro e un cimitero con 24 scheletri adiacente alla chiesa. La chiesa ospitò all’inizio circa 60 fedeli. Venne in seguito ampliata dopo la persecuzione diocleziana per accogliere fino a 100 fedeli.

(segue) In Egitto

– Ain al-Kharab. Una missione egiziana, nell’area della Kharga Oasis (Nuova Valle), ha portato alla luce delle strutture significative:

1) blocchi residenziali in mattoni di fango, pareti intonacate, forni domestici e silos in terracotta per stoccare grano;

2) ostraka, frammenti di ceramica e vetro, utensili in pietra e diverse tombe associate a rituali pagani e poi cristiani;

3) chiesa grande in pianta basilicale, con navata centrale, due navate laterali separate da pilastri quadrati e dipendenze a Sud;

4) chiesa piccola, rettangolare, cinta da sette colonne esterne, con iscrizioni in alfabeto copto ancora visibili sulle mura interne.

Tra i ritrovamenti si ricorda anche un murale che raffigura Cristo mentre sana un malato.

– Marea. Dal 2021 al 2024 un gruppo di studiosi ha lavorato sul sito dell’antica città di Marea. Tale abitato costituiva una tappa lungo un percorso di pellegrinaggio che conduceva verso il santuario di San Menas ad Abu Mena. In quest’area archeologica, non lontano dalla piazza della città, si trovava una chiesa a forma di L che misurava 10 metri per 27.

Per costruire le fondamenta vennero utilizzati blocchi di pietra calcarea squadrata, mentre le pareti furono realizzate in pietra calcarea lavorata, legata con malta di calce e ricoperta di intonaco di cenere. I pavimenti sono in pietra con sezioni di motivi intarsiati in «opus sectile». Gli angoli erano sostenuti esternamente da contrafforti semicircolari. Sono presenti sotto questo strato vestigia risalenti a fasi più antiche.

Il complesso comprende vari corpi di fabbrica, tra cui un battistero. Altre stanze sono state aggiunte e modificate in fasi successive di costruzione. Insediamenti minori come questo offrivano presumibilmente riposo ai viaggiatori stanchi, con spazi dedicati alla preghiera, al battesimo, all’alloggio e alle riunioni.

– Adulis (odierna Eritrea). Un gruppo di archeologi ha realizzato una scoperta che riguarda la diffusione del Cristianesimo nel Regno di Aksum. Le ricerche, infatti, hanno datato con precisione due chiese che vennero costruite poco dopo la conversione degli Aksumiti al Cristianesimo.

Il Regno Axumita governava gran parte del Corno d’Africa Settentrionale nel primo millennio dopo Cristo. Si estendeva dall’Etiopia all’Arabia, proprio nel periodo in cui si sviluppava l’Impero Romano. Il capo axumita, il Re Ezana, si convertì al Cristianesimo nel IV secolo dopo Cristo.

Pur avendo trovato indizi di chiese risalenti al IV secolo dopo Cristo, rimaneva incertezza sulla loro datazione. Adesso, grazie al ritrovamento di due resti di chiese, vicine al porto axumita di Adulis, è stata colmata questa lacuna.

Una è un’elaborata cattedrale, completa dei resti di un battistero, che si trova vicino al centro della città e fu scavata per la prima volta nel 1868. L’altra, ritrovata per la prima volta nel 1907, si trova a Est della prima e presenta un anello di colonne che dimostra che una volta possedeva una cupola.

Dopo oltre un secolo da quando queste chiese furono portate alla luce per la prima volta, gli archeologi sono tornati sul posto per studiare gli edifici con tecniche moderne. È stato possibile datare numerosi reperti con il radiocarbonio, così da avere date certe sugli elementi ritrovati. Questi nuovi dati hanno permesso di ricostruire la storia delle chiese, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista «Antiquity».

La ricerca ha rivelato che la costruzione della cattedrale iniziò tra il 400 e il 535 dopo Cristo. Questo non solo consente di affermare che le chiese sono tra le prime del Regno Axumita a essere datate in modo sicuro e di essere tra le più antiche conosciute al di fuori della capitale, ma dimostra una diffusione relativamente rapida del Cristianesimo attraverso il Regno di Aksum.

È comunque utile sottolineare che gli edifici mostrano che la diffusione del Cristianesimo non fu il risultato di un semplice «mandato» del Re Ezana, in quanto le chiese possiedono elementi di molte tradizioni, che riflettono diverse influenze che possono aver determinato la conversione del Regno. La chiesa a cupola, a esempio, è unica nel Regno Axumita, ma sembra essere ispirata alle chiese bizantine, anche se la cattedrale è costruita su una grande piattaforma nella pura tradizione axumita. Le chiese possono anche far luce sul successivo arrivo dell’Islam. Adulis conobbe un periodo di graduale decadenza e le chiese finirono in disuso. Tuttavia, esse vennero utilizzate come luogo di sepoltura musulmano. E l’uso continuato degli spazi sacri esistenti potrebbe anche indicare che la conversione della regione all’Islam fu un fenomeno multiculturale, con usanze locali mescolate alla nuova religione.


Alcune considerazioni di sintesi

L’11 dicembre del 2025, Papa Leone XIV ha firmato la Lettera Apostolica sull’importanza dell’archeologia in occasione del centenario del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana. Il testo contiene delle affermazioni significative. Per questo motivo si pubblicano qui di seguito alcuni passi a conclusione del saggio elaborato.

L’archeologia

«Il nostro tempo, segnato da rapidi mutamenti, da crisi umanitarie e transizioni culturali, richiede, insieme con il ricorso ad antichi e nuovi saperi, anche la ricerca di una sapienza profonda, capace di custodire e tramandare al futuro ciò che è veramente essenziale. È in questa prospettiva che desidero riaffermare con forza quanto l’archeologia sia una componente imprescindibile dell’interpretazione del Cristianesimo e, per conseguenza, della formazione catechetica e teologica. Essa non è solo una disciplina specialistica, riservata a pochi esperti, ma una via accessibile a tutti coloro che vogliono comprendere l’incarnazione della fede nel tempo, nei luoghi e nelle culture. Per noi Cristiani la storia è un fondamento cruciale: infatti compiamo il pellegrinaggio della vita nel concreto della storia, che è anche lo scenario in cui si svolge il mistero della salvezza. Ogni Cristiano è chiamato a basare la propria esistenza su una Buona Novella che parte dall’Incarnazione storica del Verbo di Dio (confronta Vangelo secondo Giovanni 1, 14)».

L’archeologia come scuola di incarnazione

«Oggi siamo chiamati a chiederci: quanto ancora può essere proficuo, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e delle investigazioni nelle infinite galassie dell’Universo, il ruolo dell’archeologia cristiana nella società e per la Chiesa?

Il Cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro. La fede cristiana, nel suo cuore più autentico, è storica: si fonda su eventi concreti, su volti, su gesti, su parole pronunciate in una lingua, in un’epoca, in un ambiente. È questo che l’archeologia rende evidente, palpabile. Essa ci ricorda che Dio ha scelto di parlare in una lingua umana, di camminare su una terra, di abitare luoghi, case, sinagoghe, strade.

Non si può comprendere fino in fondo la teologia cristiana senza l’intelligenza dei luoghi e delle tracce materiali che testimoniano la fede dei primi secoli. Non è un caso che l’Evangelista Giovanni apra la sua Prima Lettera con una sorta di dichiarazione sensoriale: «Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita» (Prima Lettera di Giovanni 1, 1). L’archeologia cristiana è, in un certo senso, una risposta fedele a queste parole. Essa vuole toccare, vedere, ascoltare il Verbo che si è fatto carne. Non per fermarsi a ciò che è visibile, ma per lasciarsi condurre al Mistero che vi si cela.

L’archeologia, occupandosi dei vestigi materiali della fede, educa a una teologia dei sensi: una teologia che sa vedere, toccare, odorare, ascoltare. L’archeologia cristiana educa a questa sensibilità. Scavando tra le pietre, tra le rovine, tra gli oggetti, essa ci insegna che nulla di ciò che è stato toccato dalla fede è insignificante. Anche un frammento di mosaico, un’iscrizione dimenticata, un graffito su una parete catacombale possono raccontare la biografia della fede. In tal senso, l’archeologia è anche scuola di umiltà: insegna a non disprezzare ciò che è piccolo, ciò che è apparentemente secondario. Insegna a leggere i segni, a interpretare il silenzio e l’enigma delle cose, a intuire ciò che non è più scritto. È una scienza della soglia, che sta tra la storia e la fede, tra la materia e lo Spirito, tra l’antico e l’eterno.

Viviamo in un’epoca in cui l’uso e il consumo hanno preso il sopravvento sulla custodia e sul rispetto. L’archeologia, invece, ci insegna che anche la più piccola testimonianza merita attenzione, che ogni traccia ha un valore, che nulla può essere scartato. In questo senso, essa è una scuola di sostenibilità culturale e di ecologia spirituale. È un’educazione al rispetto della materia, della memoria, della storia. L’archeologo non butta via, ma conserva. Non consuma, ma contempla. Non distrugge, ma decifra. Il suo sguardo è paziente, preciso, rispettoso. È lo sguardo che sa cogliere in un pezzo di ceramica, in una moneta corrosa, in un’incisione consunta il respiro di un’epoca, il senso di una fede, il silenzio di una preghiera. È uno sguardo che può insegnare molto anche alla pastorale e alla catechesi di oggi».

Disciplina fondamentale per la formazione teologica

«Nelle Norme applicative della Costituzione apostolica Veritatis gaudium si afferma che l’Archeologia, insieme alla Storia della Chiesa e alla Patrologia, deve far parte delle discipline fondamentali per la formazione teologica. Non si tratta di un’aggiunta accessoria, dunque, ma di un principio pedagogico profondo: chi studia teologia deve sapere da dove viene la Chiesa, come ha vissuto, quali forme ha assunto la fede nel corso dei secoli. L’archeologia non ci parla solo di cose, ma di persone: delle loro case, delle loro tombe, delle loro chiese, delle loro preghiere. Ci parla della vita quotidiana dei primi Cristiani, dei luoghi del culto, delle forme dell’annuncio. Ci parla di come la fede ha modellato spazi, città, paesaggi, mentalità. E ci aiuta a comprendere come la rivelazione si sia incarnata nella storia, come il Vangelo abbia trovato parole e forme dentro le culture. Una teologia che ignora l’archeologia rischia di diventare disincarnata, astratta, ideologica. Al contrario, una teologia che accoglie l’archeologia come alleata è una teologia che ascolta il corpo della Chiesa, che interroga le sue ferite, che legge i suoi segni, che si lascia toccare dalla sua storia.

La professione archeologica è, in gran parte, una professione “tattile”. Gli archeologi sono i primi a toccare, dopo secoli, una materia sepolta che conserva l’energia del tempo. Ma il compito dell’archeologo cristiano non si ferma alla materia, va oltre, fino all’umano. Non studia soltanto i reperti, ma anche le mani che li hanno forgiati, le menti che li hanno concepiti, i cuori che li hanno amati. Dietro ogni oggetto c’è una persona, un’anima, una comunità. Dietro ogni rovina, un sogno di fede, una liturgia, una relazione. L’archeologia cristiana, allora, è anche una forma di carità: è un modo per far parlare i silenzi della storia, per restituire dignità a chi è stato dimenticato, per riportare alla luce la santità anonima di tanti fedeli che hanno fatto la Chiesa.

Una memoria per evangelizzare

Fin dalle origini del Cristianesimo, la memoria ha avuto un ruolo fondamentale nell’evangelizzazione. Non si tratta di un semplice ricordo, ma di una riattualizzazione viva della salvezza. Le prime comunità cristiane custodivano, insieme con le parole di Gesù, anche i luoghi, gli oggetti, i segni della sua presenza. La tomba vuota, la casa di Pietro a Cafarnao, le tombe dei martiri, le catacombe romane: tutto concorreva a testimoniare che Dio era entrato davvero nella storia e che la fede non era una filosofia, ma un cammino concreto nella carne del mondo.

Papa Francesco scrisse che, nei percorsi catacombali, “si trovano i tanti segni del pellegrinaggio cristiano delle origini: penso, a esempio, agli importantissimi graffiti della cosiddetta ‘triclia’ delle catacombe di San Sebastiano, la ‘Memoria Apostolorum’, dove si veneravano insieme le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Scopriamo poi, in questi percorsi, i simboli e le raffigurazioni cristiane più antiche, che testimoniano la speranza cristiana. Nelle catacombe tutto parla di speranza, tutto parla di vita oltre la morte, di liberazione dai pericoli e dalla morte stessa per opera di Dio, che in Cristo, il Pastore buono, ci chiama a partecipare alla beatitudine del Paradiso, evocata con figure di piante rigogliose, fiori, prati verdeggianti, pavoni e colombe, pecorelle al pascolo… Tutto parla di speranza e di vita!”.

Questo è ancora oggi il compito dell’archeologia cristiana: aiutare la Chiesa a ricordare la propria origine, a custodire la memoria viva dei suoi inizi, a narrare la storia della salvezza non solo con parole, ma anche con immagini, forme, spazi. In un tempo che spesso smarrisce le radici, l’archeologia diventa così strumento prezioso di un’evangelizzazione che parte dalla verità della storia per aprire alla speranza cristiana e alla novità dello Spirito.

L’archeologia cristiana ci fa vedere come il Vangelo sia stato accolto, interpretato, celebrato in contesti culturali diversi; ci mostra come la fede abbia plasmato il quotidiano, la città, l’arte, il tempo. E ci invita a continuare questo processo di inculturazione, perché il Vangelo oggi possa ancora trovare casa nei cuori e nelle culture del mondo contemporaneo. In questo senso, non guarda soltanto al passato: parla al presente e orienta verso il futuro. Parla ai credenti, che riscoprono le radici della loro fede; ma parla anche ai lontani, ai non credenti, a quanti si interrogano sul senso della vita e trovano, nel silenzio delle tombe e nella bellezza delle basiliche paleocristiane, un’eco di eternità. Parla ai giovani, che spesso cercano autenticità e concretezza; parla agli studiosi, che vedono nella fede non un’astrazione ma una realtà storicamente documentata; parla ai pellegrini, che ritrovano nelle catacombe e nei santuari il senso del cammino e l’invito alla preghiera per la Chiesa.

In un tempo nel quale la Chiesa è chiamata ad aprirsi alle periferie – geografiche ed esistenziali – l’archeologia può essere strumento potente di dialogo; può contribuire a creare ponti tra mondi distanti, tra culture diverse, tra generazioni; può testimoniare che la fede cristiana non è mai stata una realtà chiusa, ma una forza dinamica, capace di penetrare nei tessuti più profondi della storia umana.

Saper vedere oltre: la Chiesa tra tempo ed eternità

La grandezza della missione archeologica si misura anche nella capacità di collocare la Chiesa dentro la tensione tra il tempo e l’eternità. Ogni reperto, ogni frammento portato alla luce ci dice che il Cristianesimo non è un’idea sospesa, ma un corpo che ha vissuto, che ha celebrato, che ha abitato lo spazio e il tempo. La fede non è fuori dal mondo, ma nel mondo. Non è contro la storia, ma dentro la storia.

Eppure l’archeologia non si limita a descrivere la materialità delle cose. Essa ci conduce oltre: ci fa intuire la forza di un’esistenza che trascende i secoli, che non si esaurisce nella materia, ma la oltrepassa. Così, a esempio, nella lettura delle sepolture cristiane vediamo, oltre la morte, l’attesa della risurrezione; nella disposizione delle absidi cogliamo, oltre un calcolo architettonico, l’orientamento verso Cristo; nelle tracce del culto riconosciamo, oltre un rituale, l’anelito al Mistero.

In una prospettiva più sistematica, è possibile affermare che l’archeologia ha una rilevanza specifica anche nella teologia della Rivelazione. Dio ha parlato nel tempo, attraverso eventi e persone. Ha parlato nella storia di Israele, nella vicenda di Gesù, nel cammino della Chiesa. La Rivelazione è dunque sempre anche storica. Ma se è così, allora la comprensione della Rivelazione non può prescindere da un’adeguata conoscenza dei contesti storici, culturali e materiali nei quali essa si è realizzata. L’archeologia cristiana contribuisce a questa conoscenza. Essa illumina i testi con le testimonianze materiali. Interroga le fonti scritte, le completa, le problematizza. In alcuni casi, conferma l’autenticità delle tradizioni; in altri, le ricolloca nel loro giusto contesto; in altri ancora, apre nuove domande. Tutto questo è teologicamente rilevante. Perché una teologia che voglia essere fedele alla Rivelazione deve restare aperta alla complessità della storia.

L’archeologia, inoltre, mostra come il Cristianesimo si sia progressivamente articolato nel tempo, affrontando sfide, conflitti, crisi, momenti di splendore e di oscurità. Questo aiuta la teologia ad abbandonare visioni idealizzate o lineari del passato e a entrare nella verità del reale: una verità fatta di grandezza e di limite, di santità e di fragilità, di continuità e di rottura. Ed è proprio in questa storia reale, concreta, spesso contraddittoria, che Dio ha voluto manifestarsi.

Non è un caso, infine, che ogni approfondimento del mistero della Chiesa sia accompagnato da un ritorno alle origini. Non per un mero desiderio di ripristino, ma per una ricerca di autenticità. La Chiesa si sveglia e rinnova quando torna a interrogarsi su ciò che l’ha fatta nascere, su ciò che la definisce in profondità. L’archeologia cristiana può offrire un grande contributo in questo senso. Essa ci aiuta a distinguere l’essenziale dal secondario, il nucleo originario dalle incrostazioni della storia.

Ma attenzione: non si tratta di un’operazione che riduce la vita ecclesiale a un culto del passato. La vera archeologia cristiana non è conservazione sterile, ma memoria viva. È capacità di far parlare il passato al presente. È sapienza nel discernere ciò che lo Spirito Santo ha suscitato nella storia. È fedeltà creativa, non imitazione meccanica. Per questo motivo, l’archeologia cristiana può offrire un linguaggio comune, una base condivisa, una memoria riconciliata. Può aiutare a riconoscere la pluralità delle esperienze ecclesiali, la varietà delle forme, l’unità nella diversità. E può diventare luogo di ascolto, spazio di dialogo, strumento di discernimento.

Il valore della comunione accademica

[…] L’archeologia cristiana non è una riserva per pochi, ma una risorsa per tutti. Essa può offrire un contributo originale alla conoscenza dell’umanità, al rispetto della diversità, alla promozione della cultura.

Anche il rapporto con l’Oriente Cristiano può trovare, nell’archeologia, un terreno fecondo. Le catacombe comuni, le chiese condivise, le pratiche liturgiche analoghe, i martirologi convergenti: tutto questo costituisce un patrimonio spirituale e culturale da valorizzare insieme.

Educare alla memoria, custodire la speranza

Viviamo in un mondo che tende a dimenticare, che corre veloce, che consuma immagini e parole senza sedimentare senso. La Chiesa, invece, è chiamata a educare alla memoria, e l’archeologia cristiana è uno dei suoi strumenti più nobili per farlo. Non per rifugiarsi nel passato, ma per abitare il presente con coscienza, per costruire il futuro con radici.

Chi conosce la propria storia, sa chi è. Sa dove andare. Sa di chi è figlio e a quale speranza è chiamato. I Cristiani non sono orfani: hanno una genealogia di fede, una tradizione viva, una comunione di testimoni. L’archeologia cristiana rende visibile questa genealogia, ne custodisce i segni, li interpreta, li racconta, li trasmette. In questo senso, essa è anche ministero di speranza. Perché mostra che la fede ha già attraversato epoche difficili. Ha resistito alle persecuzioni, alle crisi, ai cambiamenti. Ha saputo rinnovarsi, reinventarsi, radicarsi in nuovi popoli, fiorire in nuove forme. Chi studia le origini cristiane, vede che il Vangelo ha sempre avuto una forza generativa, che la Chiesa è sempre rinata, che la speranza non è mai venuta meno».


Qualche indicazione bibliografica

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AA.VV., Archeologia cristiana in Italia. Ricerche, metodi e prospettive (1993-2022), Atti del XII Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, a cura di M. Braconi, M. David, V. Fiocchi Nicolai, D. Nuzzo, L. Spera, F. Romana Stasolla, SAP Società Archeologica s.r.l., Quingentole (Mantova) 2024

AA.VV., Semel pro semper. Trent’anni di ricerche della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nelle catacombe d’Italia. Atti dell’incontro di studio in memoria di Fabrizio Bisconti (Roma, 14 ottobre 2022), a cura di M. Braconi, D. Cascianelli, G. Ferri, Città del Vaticano 2023

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G. Rinaldi, Archeologia del Nuovo Testamento, Carocci Editore, Roma 2020.


Ringraziamenti

Esprimo una profonda riconoscenza ai tanti religiosi dell’Ordine dei Frati Minori che, nell’arco di un non breve periodo, mi hanno aiutato nello studio dell’archeologia cristiana, e ai molti amici archeologi per i loro suggerimenti e documenti.

(giugno 2026)

Tag: Pier Luigi Guiducci, archeologia cristiana, nuovi ritrovamenti archeologici cristiani, Papa Leone XIV, Lettera Apostolica sull’importanza dell’archeologia.