Uomini di cultura del fascismo
Personalità diversissime fra loro
condividevano alcuni punti in comune
È ancora diffusa l’idea del regime fascista come una dittatura anonima formata da uomini violenti e privi di idee. Questo contrasta in forma evidente con la realtà, il fascismo si distingueva per la sua politica non solo repressiva ma intenta a catturare il consenso con numerose iniziative, dalla propaganda alle organizzazioni di massa che ebbero una forte presa sul popolo italiano. Il fascismo non ebbe una ideologia rigida come quella comunista ma comunque evidente, come ebbe numerosi uomini di cultura. Può essere utile ricordare che nel 1931 venne stabilito il giuramento di fedeltà al regime dei professori universitari, su 1.225 solo 12 rifiutarono anche se ovviamente vi erano questioni d’opportunità, fra quelli che rifiutarono il giuramento vi fu Vittorio Emanuele Orlando, l’ex leader della destra conservatrice. Gli intellettuali fascisti avevano opinioni molto diverse fra loro ma in comune avevano l’antipositivismo, una tendenza a valutare la sfera razionale al di sotto di quella emotiva. Molti di essi giustificavano la mancanza di libertà del regime con l’identificazione del fascismo con lo Stato nella sua totalità.
Interessante per capire la questione era l’adesione al Manifesto degli Intellettuali Fascisti del 1925 redatto da Giovanni Gentile: Luigi Pirandello, Curzio Malaparte, Filippo Marinetti, Gioacchino Volpe, Ugo Spirito, Enrico Corradini, Paolo Orano, Alfredo Panzini, Enrico Prampolini furono i maggiori uomini di spicco. Il Manifesto degli Intellettuali Fascisti contiene alcuni punti interessanti per comprendere il movimento fascista: «Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della grande guerra, da cui il popolo italiano era uscito vittorioso ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali… Il fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio dell’individuo ad una idea… Fede, come ogni fede che urti contro una realtà costituita da infrangere e fondere nel crogiuolo delle nuove energie e riplasmare in conformità del nuovo ideale, ardente e intransigente. Era la fede stessa maturatasi nelle trincee».
All’elenco che abbiamo riportato possiamo aggiungere molti futuristi, Gabriele D’Annunzio, gli scrittori Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Giuseppe Ungaretti. Non tutti aderirono per tutto il ventennio, comunque la loro adesione fu significativa. Il più importante degli intellettuali fascisti fu sicuramente Giovanni Gentile, l’autore della riforma della scuola del 1923 che privilegiava gli studi umanistici e portava la scuola dell’obbligo a 14 anni. Alla base del suo pensiero politico è lo Stato etico, uno Stato che non è solo coordinatore di interessi, ma è una entità superiore, lo Stato è soggetto morale che orienta le scelte collettive. La sua idea di Stato poteva essere considerata in qualche modo vicina a quella del socialismo.
Il secondo nome che viene alla mente fra gli uomini di cultura del fascismo è sicuramente Gabriele D’Annunzio, poeta e uomo d’azione decisamente romantico. La sua azione politica più famosa fu l’Impresa di Fiume, azione che metteva in luce il suo forte patriottismo unito (Carta del Carnaro) a una idea stravagante dello Stato. Per un certo periodo venne considerato un personaggio altrettanto importante come Mussolini, negli anni successivi tenne invece una posizione più defilata.
Una personalità diversissima da quella del precedente era Filippo Tommaso Marinetti. Il capo del movimento futurista era un rivoluzionario, anticlericale, contrario a tutto ciò che riguardava il passato e vicino al pensiero anarchico. Marinetti aderì ai Fasci di Combattimento già alle sue origini, quindi nazionalista ma schierato a sinistra. Quando Mussolini si spostò a destra, Marinetti perse interesse alla politica senza rompere con il fascismo.
Altrettanto lontano dagli stili letterari dei precedenti fu quello di Curzio Malaparte ispirato a un crudo realismo. La sua personalità fu comunque contorta e passava da simpatizzante del fascismo, al comunismo e al cattolicesimo. Malaparte si riteneva un fascista di sinistra (aderì al fascismo già dalle origini) dato il suo temperamento esuberante e provocatorio.
Giovanni Papini fu un letterato particolarmente esuberante e dallo stile provocatorio, potrebbe essere considerato vicino a Nietzsche, per passare negli anni successivi a un cattolicesimo vigoroso. Nel 1913 scrisse sulla rivista «Lacerba»: «Le religioni, le morali, le leggi hanno la sola scusa nella fiacchezza e canaglieria degli uomini e nel loro desiderio di star più tranquilli e di conservare alla meglio i loro aggruppamenti. Ma c’è un piano superiore – dell’uomo solo, intelligente e spregiudicato – in cui tutto è permesso e tutto è legittimo». Papini sostenne il fascismo in quanto difensore con i Patti Lateranensi della cattolicità.
Interessante l’adesione di Luigi Pirandello al fascismo con il suo teatro basato sulla psicologia umana e il suo soggettivismo che faceva della realtà qualcosa di relativo. Alcuni studiosi ritengono che la sua adesione al fascismo fu dovuta al suo senso della patria. Altrettanto particolare fu l’adesione del poeta Giuseppe Ungaretti, l’uomo che aveva introdotto l’esistenzialismo nel nostro Paese. Fu interventista e collaboratore del giornale di Mussolini, «Il Popolo d’Italia». Se per Pirandello e Ungaretti la questione politica fu di minore importanza, diverse furono le tendenze di Leo Longanesi e Mino Maccari che nelle loro satire presero di mira politici e intellettuali. Il loro spirito irrequieto li portò ad attriti con molti gerarchi. Aderirono al movimento Strapaese che intendeva rivalutare le tradizioni contadine sane rispetto al volubile mondo industrializzato. Interessante quanto scrisse Longanesi sui regimi totalitari: «I regimi totalitari non consentono la battuta di spirito ma essi hanno il merito, involontario, di suscitarla». Anche la nuova democrazia lo lasciava dubbioso: «L’Italia è una democrazia in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l’altro attende quella sovietica e l’ultimo è disposto ad adattarsi alla prossima dei democristiani».
Fra gli uomini di scienza emerge la figura di Guglielmo Marconi. Marconi ebbe rapporti diretti con Mussolini e ricoprì incarichi come la presidenza di istituzioni scientifiche promosse dal regime. In uno dei suoi discorsi nei convegni scientifici affermò: «Rivendico l’onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d’Italia».
