Santa Croce: le Arche della Basilica Fiorentina
Il sacrario nella cripta: un percorso dall’altare alla polvere (1934-1946)

La Basilica Fiorentina di Santa Croce costituisce un luogo di riflessioni consolidate, alla luce di memorie antiche e recenti che sono sempre in grado di parlare al cuore degli Italiani migliori. Basti pensare al grande cenotafio di Dante con l’invito a onorare degnamente l’altissimo Poeta, e a farsi perdonare l’ostracismo che gli venne dato nell’ultimo ventennio di esilio perpetuo; ma nello stesso tempo, basti pensare anche a parecchie memorie in apparenza minori, come quella dedicata a Carlo Alfieri di Sostegno e alle lontane origini ottocentesche della Scuola Fiorentina di Scienze Politiche. Nondimeno, in qualche caso gli onori di Santa Croce hanno dovuto cedere il passo alle mutate esigenze dei tempi, come in quello del sacrario realizzato nella cripta sottostante la Basilica e dedicato a 37 «martiri» della cosiddetta «Rivoluzione fascista».

Il sacrario in questione fu inaugurato nell’ormai lontano 1934, in concomitanza col XII anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre 1922), quando l’iniziativa ebbe lo scopo di onorare la memoria di altrettanti caduti durante i primi anni Venti, prima della conquista del potere da parte degli uomini guidati da Benito Mussolini e dai «quadrumviri» della Rivoluzione (Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi) in un’epoca contraddistinta dall’aspro confronto con le altre forze politiche, in specie di sinistra, non immune da scontri di forte violenza e da conseguenze spesso tragiche per entrambe le parti.

Sull’argomento esiste una bibliografia di notevole rilievo, soprattutto per quanto riguarda le fonti locali. Molti dettagli sui fatti occorsi a Firenze sono disponibili nel volume di Roberto Cantagalli (Storia del fascismo fiorentino dal 1919 al 1925, Vallecchi Editore, Firenze 1972, 450 pagine), d’impostazione progressista. Dal canto loro, quelli concernenti la vicenda del sacrario, sino all’esaurimento del 1946, sono trattati in modo esauriente nel più recente saggio di Alessandra Staderini, La Marcia dei Martiri: la traslazione nella Cripta di Santa Croce dei Caduti fascisti, in «Annali di Storia di Firenze», volume terzo, University Press, Firenze 2008, pagine 195-211 (ora disponibile anche in formato elettronico).

L’evento ebbe luogo il 27 ottobre, alla vigilia delle celebrazioni di rito per la Marcia: è interessante leggere le cronache dell’epoca se non altro per vivere l’atmosfera di quella che, comunque si voglia considerarla, fu una giornata memorabile anche per l’enorme concorso di folla durante la traslazione dalla Cattedrale a Santa Croce, presente il Cardinale Elia Dalla Costa che benedisse i feretri (poi sarebbe stato duramente criticato per averlo fatto). Le spoglie furono recuperate in vari camposanti per sfilare davanti al Duce del fascismo che pronunziò un breve discorso con accenti spiccatamente evocativi: da quel momento, le Arche avrebbero potuto contare sulla costante presenza di una «Guardia d’onore», assicurata da formazioni di «Giovani Fascisti».

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Nella sensibilità popolare, particolare attenzione sarebbe stata attirata, fra le tante, sulla storia di Giovanni Berta, che era stato assassinato nel 1921 facendolo precipitare in Arno dal Ponte della Vittoria, con una sequenza oltremodo crudele (le fonti di sinistra divergono parzialmente perché sostengono che il giovane, oltretutto buon nuotatore, si sarebbe gettato di sua iniziativa onde sfuggire agli inseguitori armati, ma la realtà resta quella di un delitto). In ogni caso, il sacrario divenne un luogo di culto, tanto da ospitare la principale manifestazione fiorentina nella giornata dedicata alla «raccolta dell’oro per la Patria» (18 dicembre 1935) a seguito delle sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni per la guerra contro l’Etiopia, senza dire che tre anni dopo, in occasione dell’incontro italo-tedesco ai massimi livelli, svoltosi proprio a Firenze, fu oggetto di un omaggio congiunto da parte delle due delegazioni.

A prescindere dalle vicende delle persone e da quelle di politica internazionale, ciò che oggi può maggiormente interessare è il destino che hanno avuto le Arche di pietra poste nella cripta di Santa Croce: una fine tanto più rapida, anche alla luce del significato simbolico che avevano assunto nello scorcio del Ventennio, e che doveva essere «esorcizzato» dalla nuova Italia democratica uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla Resistenza, a conferma del carattere transeunte di tante glorie spesso apparenti, in quanto subordinate alla logica delle vicende politiche e delle suggestioni di parte: nella fattispecie, i fasti di Santa Croce furono azzerati nel breve termine, e in misura davvero inappellabile.

In proposito, è sufficiente rammentare che nel 1946, all’indomani della vittoria conseguita dalla Resistenza, il complesso fu totalmente smantellato mentre le Arche, debitamente svuotate, ebbero in sorte di essere svendute per poche migliaia di lire a un artigiano del marmo operante nell’arte funeraria, che fece un buon affare, col patto di poterle utilizzare previa cancellazione dei simboli fascisti. Quanto alle spoglie, sarebbero state trasferite «in gran segreto» in altri cimiteri fiorentini: sul posto, invece, è rimasta soltanto una targa in ricordo del filosofo Giovanni Gentile, Ministro dell’Educazione Nazionale nel Primo Governo Mussolini, ucciso dai partigiani gappisti in un attentato del novembre 1944, tanto più vile in quanto lo stesso Gentile non era stato alieno dal perseguire improbabili intese con le forze della Resistenza (ma questa è un’altra storia).

La vicenda delle Arche di Santa Croce, a un novantennio dalla decisione di realizzare il sacrario collocato nella cripta della Basilica Fiorentina dove sono ospitate le grandi Glorie italiche, appartiene al novero di quelle che fanno riflettere, e non solo per la brevità della loro presenza in luogo dei tempi «eterni» che avrebbero dovuto suffragarne il ruolo simbolico e maieutico. Mai come in detta occasione la profezia del grande poeta inglese Thomas Gray, secondo cui «le vie della gloria conducono solo alla tomba» ha trovato una conferma tanto icastica, senza dire che – nella fattispecie – hanno portato ai sepolcri più anonimi che si possano immaginare, in luogo della perenne scorta che era stata attribuita a quei caduti nella ristretta stagione di vita delle Arche.

Nella grande ode dei Sepolcri tanto cara alle migliori attenzioni patriottiche, Ugo Foscolo ha affermato che «sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna». Pertanto, si dovrebbe ragionevolmente immaginare che i caduti espunti dal Mausoleo di Santa Croce abbiano «avvertito» un dolore tanto maggiore, perché – sia consentita l’iperbole fideistica – non c’è nulla di peggio, come avrebbe detto Dante, che «ricordarsi del tempo felice nella miseria». D’altro canto, i «martiri fascisti» erano stati esaltati in modo plebiscitario, specialmente a Firenze, senza tenere in considerazione le ragioni degli avversari: cosa che in sede storiografica è stata considerata concausa non certo ultima della mancanza di «pietas» che ad avvenuto rovesciamento della stagione politica avrebbe dato luogo alla dispersione delle spoglie presenti nelle Arche, e alla distruzione dei loro sarcofagi marmorei.

Ben diversa, per fare un esempio certamente idoneo, è stata la sorte delle Arche del Vittoriale in onore dei caduti durante la Reggenza dannunziana e il Natale di Sangue (1920) a Fiume, se non altro perché il Comandante aveva ben compreso le ragioni di tutti col celebre discorso di riconciliazione fra le tombe (3 gennaio 1921). Ciò, all’indomani stesso delle cannonate con cui Giovanni Giolitti aveva «spento» il grido di dolore proveniente dal Golfo del Carnaro e dal suo popolo: non a caso, nell’ultima Arca ha trovato degno riposo (2020) la spoglia di Riccardo Gigante, ultimo Sindaco di Fiume Italiana, a tre quarti di secolo dall’estremo sacrificio per opera dei massacratori slavi (maggio 1945). Per citare un altro fondamentale giudizio poetico, si potrebbe ricordare proprio quello di Dante, a proposito di un «ingrato popolo maligno che discese da Fiesole ab antico» e che sarebbe stato protagonista dell’ostracismo al sommo Poeta, e della sua condanna a morte in contumacia: per l’appunto, quello stesso popolo che avrebbe comminato la pena capitale al grande Esule, cui sarebbe rimasta la possibilità di sfuggirvi soltanto facendosi carico della fuga a vita, e del «duro calle di scendere e salir per l’altrui scale» fino all’ultima accoglienza di Ravenna.

Ebbene, chiudendo con ulteriori digressioni poetiche, sarebbe auspicabile mutuare dalla canzone All’Italia di Francesco Petrarca l’invito a «porre giù l’odio e lo sdegno, venti contrari alla vita serena», in favore di «qualche bella lode» e di «qualche onesto studio», se non fosse chiaro ed evidente, come attestano storie plurisecolari o plurimillenarie, che l’uomo, pur con varie nobili eccezioni, resta «homini lupus». E che in tali condizioni permane tragicamente vero l’assunto di chi aveva intuito la triste attualità di un’affermazione tanto sintetica quanto realistica: «Si vis pacem, para bellum». Magari, con una considerazione più oggettiva delle ragioni in campo e con una consapevolezza meno effimera dell’ultimo destino umano, che non è quello di «viver come bruti» ma che dovrebbe essere, con le parole di Giambattista Vico, quello di «riflettere con mente pura».

(dicembre 2021; ripubblicato: gennaio 2026)

Tag: Carlo Ceare Montani, Dante Alighieri, Carlo Alfieri di Sostegno, Benito Mussolini, Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi, Roberto Cantagalli, Alessandra Staderini, Cardinale Elia Dalla Costa, Giovanni Berta, Giovanni Gentile, Thomas Gray, Ugo Foscolo, Comandante Gabriele d’Annunzio, Giovanni Giolitti, Riccardo Gigante, Francesco Petrarca, Giambattista Vico, Firenze, Arno, Etiopia, Fiume d’Italia, Golfo del Carnaro, Fiesole, Ravenna, Cripta e Arche di Santa Croce, Scuola Fiorentina di Scienze Politiche, Ponte della Vittoria, Oro per la Patria (offerta del 18 dicembre 1935), Società delle Nazioni, Seconda Guerra Mondiale, Resistenza, Glorie Italiche, Arche del Vittoriale, Natale di Sangue, Reggenza dannunziana di Fiume.