Bottai, il fascista atipico
Un personaggio molto interessante per comprendere il fascismo

Giuseppe Bottai fu sicuramente l’uomo di maggiore cultura fra i gerarchi fascisti e questa sua caratteristica lo portò ad avere atteggiamenti critici verso il Regime. Fu anche un uomo d’azione, volontario durante la Prima Guerra Mondiale fra gli arditi, successivamente combattente nella guerra d’Abissinia e nella Seconda Guerra Mondiale. Nei primi anni del Novecento aderì per un breve periodo al futurismo ma successivamente si allontanò da esso per una visione più equilibrata della realtà. Proprio il suo moderatismo su alcune questioni e la sua apertura verso intellettuali antifascisti che collaboravano alle sue iniziative letterarie portarono a distinguerlo apertamente della maggioranza dei fascisti.

Bottai fu tra i fondatori dei Fasci di combattimento, collaboratore fin dalla loro nascita di riviste fasciste, per un breve periodo legionario a Fiume e, questione di non poca importanza, uno dei pochi capi fascisti favorevole al Patto di pacificazione con i socialisti del 1921 dopo i numerosi scontri degli ultimi mesi.

Fu Ministro delle Corporazioni di cui fu convinto fautore (autore della Carta del Lavoro) e successivamente dell’Educazione e in questa veste emanò la Carta della Scuola, la sua visione dell’economia tendeva allo statalismo, posizione condivisa da una parte non grande dei fascisti.

Dopo la caduta del Regime venne condannato a morte dalla Repubblica Sociale, all’ergastolo nel Regno d’Italia e, particolare insolito, si arruolò nella Legione Straniera dove combatté contro i Tedeschi convinto di non avere fatto abbastanza per evitare la degenerazione del Regime. Aspetto decisamente negativo fu invece la sua adesione alle leggi razziali.

Nel 1949 Bottai scrisse Venti anni e un giorno dove il «giorno» stava per il 25 luglio, la data che segnò la caduta del regime. È un documento estremamente interessante per comprendere le questioni interne del fascismo e i suoi limiti dovuti allo scarso dibattito interno e al prevalere degli uomini che inneggiavano al Regime con scarso spessore culturale.

Riportiamo qui alcuni brani essenziali:

«Tra costituzione vecchia e costituzione nuova vi fu un lungo periodo d’ambiguità, in cui contraemmo i vizi organici, interni del sistema, che dovevano essere la causa principale della sua disintegrazione».

«Le polemiche sulla normalizzazione. Vi sono già tutti gli elementi del dramma: da una parte, gli avversari, e una buona parte dei fascisti provenienti dalle destre liberali e dalle democrazie costituzionali, salandrine e giolittiane, invocanti un ritorno puro e semplice, definitivo, alle norme statutarie; dall’altra, gli intransigenti del Fascismo, i selvaggi appunto reclamanti a giusto titolo, che la rivoluzione iniziasse il suo corso, e, nell’impazienza di bruciare le tappe di fatto ribelli alla provvisoria legittimità restaurata. Tra le due parti, il mediatore il “revisionismo” che contro l’illegalismo fascista chiedeva il rispetto delle leggi in atto, e contro il legalismo conservatore si batteva per una legalità nuova».

«Ma è qui che Mussolini viene a mancare alla sua missione di costruttore del nuovo Stato. Egli lascia sussistere in confronto della legalità l’illegalismo antico».

«Il principio dell’autogoverno corporativo soppiantava la delegazione del potere con un potere diretto […] Si fece tutto il contrario: ogni autonomo movimento associazionistico parve lesivo dell’ordine costituito, ogni iniziativa di gruppi, pur legalmente riconosciuti, attentato all’autorità, ogni libertà dalla legge concessa infrazione della disciplina; e si posero intralci, limiti, impedimenti di fatto contro i dettami della legge. La rivoluzione marciò contro la rivoluzione».

«C’era allora il fascismo delle province, oppresse dalla incosciente tirannia d’un capo locale […] Disciplina carceraria, dispotica, bisbetica che i tirannelli provinciali esercitano a loro beneplacito […] il mussolinismo dei treni in orario […] Il regime che non volle essere rappresentativo, si fermò alla rappresentazione […] Il mussolinismo era diventato un rito, una liturgia […] il partito, dunque, tra l’antipartito e l’iperpartito».

«Il partito unico correva il rischio di perdere ogni movenza dialettica nel totalitarismo, che portando l’istanza dell’unità ai suoi limiti estremi, e spesso valicandoli, accentra e concentra poteri, funzioni, compiti negli organi d’amministrazione e di comando in un progressivo impoverimento e annichilimento d’iniziative dal basso».

(settembre 2025)

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