Venezia Giulia – Istria – Dalmazia
Una storia lunga e sofferta dai tempi
antichi alla Legge 30 marzo 2004 istitutiva del Ricordo
La storia dell’Alto Adriatico, con particolare riguardo a quella di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, si caratterizza per una particolare complessità, che tuttavia trova una sintesi significativa nella continuità della presenza latina, e successivamente italiana, pur con interferenze di varia estrazione, dalla più nota e cospicua della componente slava, a quella minima del periodo francese, durante l’esperienza napoleonica.
Questa storia è stata oggetto di un’ampia trattazione dell’Autore nel volume dedicato agli ultimi 3.000 anni del comprensorio (Venezia Giulia Istria Dalmazia: Pensiero e Vita morale – Tremila anni di storia, Edizioni Aviani, Udine 2021, 408 pagine). Nondimeno, proprio per la grande ampiezza dei fatti e delle idee da cui furono promossi, si è ritenuto utile produrne una sintesi limitata all’essenziale, e finalizzata a una prima utile informazione.
Del resto, si tratta di una storia non molto conosciuta, sia pure con le eccezioni dell’ultimo periodo, con particolare riguardo al Novecento: il cosiddetto «secolo breve» che vide il trionfo delle attese italiane in concomitanza con la Vittoria del 1918 nella Grande Guerra, ma che dopo un ventennio venne travolto dagli esiti del Secondo Conflitto Mondiale, con la perdita della sovranità italiana sull’intero comprensorio, a cominciare dai capoluoghi di Fiume, Pola e Zara; e con il grande Esodo di 350.000 Italiani, diventato pressoché totalitario col trattato di pace del 1947 che assunse i caratteri di un vero e proprio «Diktat», togliendo le ultime illusioni e ogni residua speranza in una pace giusta.
A questa tragedia si deve aggiungere quella di almeno 20.000 vittime innocenti, infoibate o altrimenti massacrate durante l’invasione titoista iniziata nello scorcio conclusivo del predetto conflitto, e soprattutto nei tempi successivi, durante una stagione plumbea in cui era scomparsa anche la «pietas».
Per questi motivi, e per diffondere una conoscenza sufficiente della storia in questione, si è ritenuto congruo e funzionale dare vita a una silloge sintetica ma oggettiva, nell’intento di documentare, se non altro nei momenti storici essenziali, l’entità di un grande dramma collettivo, e prima ancora, del buon diritto giuliano, istriano e dalmata ampiamente disconosciuto a livello internazionale, e oggi riproposto, se non altro sul piano etico, dalla Legge 30 marzo 2004 numero 92 istitutiva del «Giorno del Ricordo», e voluta dal legislatore italiano con sostanziale unanimità, preposta alla promozione di un’auspicabile memoria condivisa.
Il territorio giuliano, istriano e dalmata fu abitato lungamente da popolazioni illiriche e a partire dal IV secolo precristiano venne colonizzato dai Greci, in specie nelle isole del Basso e Medio Adriatico. Col 228 avanti Cristo ebbe inizio la penetrazione romana, attraverso l’occupazione dell’isola di Curzola, seguita nel 219 da quella di Lesina. Nel 177 anche l’Istria divenne provincia romana, grazie ai successi del Console Claudio Pulcro.
Con la spedizione di un altro grande Console, Lucio Cecilio Metello detto il Dalmatico, nell’anno 117 la città di Jadera, ovvero l’odierna Zara, divenne Municipio, e Belgrado – la futura capitale jugoslava – ebbe il ruolo di colonia.
L’espansione latina fu completata da Giulio Cesare, che nel 59 avrebbe fondato Forum Julii, l’odierna Cividale, e da Augusto, che istituì le cinque nuove province di Dalmazia, Mesia, Norico, Pannonia e Rezia, mentre il popolo istriano acquisì nel 27 avanti Cristo la cittadinanza romana, con annessi diritti e doveri.
La presenza di Roma diede luogo, oltre all’introduzione del suo diritto e della sua lingua, a importanti espressioni architettoniche e artistiche, simboleggiate dall’Arena di Pola, il grande anfiteatro capace di 25.000 posti assurto a emblema della città, che fu edificato a partire dal 14 dopo Cristo, per giungere alla conclusione dei lavori durante il regno di Vespasiano.
Il processo di cristianizzazione della zona fu piuttosto celere: basti dire che nel 45 San Pietro visitò Aquileia, e che quest’ultima divenne il capoluogo ufficiale della provincia, superando i 100.000 abitanti e ospitando una lunga serie di Patriarchi preposi al governo locale della Chiesa.
In Dalmazia, verso la fine del II secolo la città di Salona poteva contare, a sua volta, su 60.000 abitanti, mentre nel 305 veniva completato un altro grande monumento della romanità: il Palazzo di Diocleziano a Spalato.
A partire dal III secolo, la regione venne investita da ripetute invasioni barbariche. Nel 397, dopo la divisione dell’Impero tra Occidente e Oriente – quest’ultimo con la nuova capitale di Costantinopoli – si ebbe l’invasione dei Visigoti, guidati da Alarico, che venne fermato dal condottiero romano Stilicone, e nel 452 quella degli Unni comandati da Attila, noto per la sua ferocia, ma anche per essersi fermato davanti al Sommo Pontefice San Leone Magno, che gli era venuto incontro con la sola assistenza della propria fede: per l’epoca, un autentico miracolo.
Nel 476, caduto l’ultimo Imperatore d’Occidente Romolo Augustolo, il territorio divenne a più forte ragione terra di conquiste «barbariche» inaugurate, per prima della nuova serie, con quella degli Eruli di Odoacre, cui fecero seguito secoli di altre scorrerie invasive, con opposizioni necessariamente limitate ma culturalmente significative, come quella del monachesimo, a cominciare dal vivo impegno benedettino.
La prima parte dell’Alto Medioevo vide alterni successi della difesa bizantina nei confronti dei barbari. Nel 544, Belisario fortificava Pola, che divenne sede del «Magister Militum» e riusciva a imporsi ai Goti, ma pochi anni dopo prevalsero i Longobardi, che occuparono dapprima Cividale e poi Trieste, estendendo progressivamente il proprio dominio sull’intero comprensorio.
La prima comparsa degli Sloveni, scesi dalla Carniola, si ebbe nel 599, e l’invasione avaro-slava della Dalmazia vi fece seguito nel 615 per essere integrata nel 630 da quella dei Croati. Dopo un periodo di vivaci contrasti, e ritorni relativamente brevi dei Bizantini e degli stessi Longobardi, la regione fu conquistata dai Franchi nel 788.
Successivamente, ebbe notevole importanza il «Placito» di Risano dell’anno 804, con cui veniva restituita l’autonomia alle comunità giuliane, garantita dalla restaurazione delle vecchie magistrature, ma nel corso del IX secolo ebbero inizio le scorrerie turche in Adriatico con frequenti distruzioni e delitti contro l’umanità, e continuarono i contrasti con gli Slavi, inducendo il Papa Giovanni VIII a ribadire il supporto spirituale di Roma.
Il ruolo di Venezia, assurta da tempo a quello di forte baluardo anti barbarico, divenne significativo a partire dal X secolo, con presenze a Capodistria e Ossero, con la donazione di Cherso, e con la visita a Parenzo, Pola e Zara del Doge Pietro Orseolo cui fu conferito il titolo di «Dux Dalmatiae».
Nel Basso Medioevo si ebbero notevoli espressioni di libertà comunali in varie città istriane e nella stessa Trieste, ma il carattere saliente rimase quello dei vincoli politico-economici con la Serenissima a partire dal XIII secolo, anche per fronteggiare l’espansionismo asburgico, iniziato nel 1330 a Gorizia e proseguito nel 1350 con un nuovo delitto: l’uccisione del Patriarca di Aquileia, Bertrando.
Nel 1338 comparve la peste, che nel giro di tre secoli avrebbe colpito la regione per circa 40 volte, giungendo a spopolarla quasi completamente, come accadde nel 1630 – anno del celebre ricordo di Alessandro Manzoni – e costringendo il Governo Veneziano a ripianare le perdite umane con frequenti immigrazioni, in specie da diversi comprensori dell’Europa Orientale.
All’inizio del XV secolo si costituì la Repubblica di Ragusa, cospicua espressione della sovranità civica in Dalmazia. Il rapporto con Venezia rimase prevalente nelle altre città, anche a fronte del crescente pericolo turco, culminato nel 1453 con la caduta di Costantinopoli, e poi nelle gesta piratesche degli Uscocchi.
Le vittorie cristiane riportate a Lepanto nel 1571, con l’importante concorso di sette città dalmate, e a Vienna nel 1683, ebbero modo di contenere la pressione ottomana, mentre rimase ricorrente il confronto spesso aspro con la componente slava, forte di una maggiore capacità di espansione demografica.
La Rivoluzione Francese e le conquiste napoleoniche determinarono nel 1797 la fine della Repubblica di Venezia, codificata nel trattato di Campoformido. L’ultimo vessillo col Leone di San Marco venne ammainato a Perasto, nella Dalmazia Meridionale, e sepolto sotto l’altare maggiore del suo Duomo all’insegna di un grido di dolore e di speranza: «ti con nu, nu con ti». Si concludeva nell’amarezza una grande storia millenaria, che aveva visto nella Serenissima una protagonista di ampio impatto civile, culturale e politico.
Dopo un breve periodo di dominazione austriaca, nel 1806 i Francesi della Grande Armata Napoleonica occuparono l’Istria e la Dalmazia, provocando la fine dell’indipendenza di Ragusa e della sua antica Repubblica, ma il movimento nazionale ne trasse motivi di nuovo impegno e di ispirazione politica. Già nel 1799, il Triestino Antonio Piatti era caduto durante la Rivoluzione Napoletana, e nel 1810 sorse la «Minerva», prima Associazione Italiana.
Dopo la disfatta di Bonaparte, il Congresso di Vienna del 1815 avrebbe confermato la sovranità austriaca su Friuli e Venezia Giulia, e quella ungherese sulla Dalmazia, ma nello stesso tempo veniva autorizzata la facoltà di utilizzare la lingua italiana: una concessione che avrebbe indotto effetti non effimeri.
I decenni successivi, fino alla proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta nel 1861, fecero registrare un vivace crescendo di attività patriottiche e di prevaricazioni austriache: nel 1818 si ebbe il processo contro i Carbonari di Zara; l’anno dopo quello contro la Guardia Civica; nel 1831 lo Statuto della «Giovine Italia» dichiarava l’italianità della Venezia Giulia, e nel 1836 veniva fondata «La Favilla», periodico dell’irredentismo istriano.
Qualche anno dopo, il Triestino Giulio Ascanio Canal scontava col sacrificio della vita l’aiuto prestato ai fratelli Bandiera in occasione del loro infausto tentativo in terra borbonica, e nel 1847 l’Austria destituiva lo scienziato dalmata Francesco Carrara dall’incarico di professore perché aveva partecipato a un convegno patriottico tenutosi a Venezia. Intanto, già dal 1843 le nuove carte etnografiche avevano evidenziato mire slave su Trieste, Gorizia e Alto Tagliamento.
Nel 1848, in concomitanza con la Prima Guerra d’Indipendenza, Giuseppe Mazzini scrisse le «Lettere agli Slavi» esortandoli a nuovi atteggiamenti collaborativi. Nel 1849 quattro delle 40 proscrizioni che fecero seguito alla capitolazione di Venezia furono pronunziate a carico di altrettanti Dalmati, mentre a Fiume veniva rifiutato, in Comune, il giuramento al Commissario croato.
Le speranze dei patrioti furono annullate dal ritorno dell’assolutismo, ma la fede nella libertà e nella redenzione non venne meno, trovando forti motivi di condivisione nel «decennio di preparazione» che avrebbe trovato fondamentali e salde accoglienze, sia negli ambienti democratici, sia nel patriottismo piemontese e nella stessa Monarchia Sabauda.
La Seconda Guerra d’Indipendenza e la conseguente annessione del Lombardo-Veneto al Piemonte determinarono rinnovate speranze nella regione giuliana. Nel 1860 i Comitati segreti istriani si diedero alla raccolta di fondi per Garibaldi e le sue imprese irredentiste, e l’anno dopo, quando fu proclamato il Regno d’Italia, i patrioti accesero grandi fuochi allo scopo di attestare la volontà di unione alla Madrepatria, ma vennero deportati senza processo nelle carceri austriache.
L’opportunità di contare sull’Italia finalmente unita, sia pure senza Venezia e Roma, conferì rinnovate speranze, ma nello stesso tempo, rese più evidente la tendenza austriaca a dare aiuto all’elemento slavo contro le attese italiane. Nel 1862, gli Istriani sollecitarono Garibaldi a farsi promotore di uno sbarco dei volontari, e l’anno dopo, per iniziativa di Graziadio Ascoli, venne adottato per la regione il nuovo nome di Venezia Giulia.
Dopo le insurrezioni friulane del 1864 e la formulazione dell’irredentismo dalmata nel pensiero di Vincenzo Duplancich, il 1866 vide l’annessione di Veneto e Friuli all’Italia, a seguito della Terza Guerra d’Indipendenza, combattuta a fianco della Prussia. Il plebiscito espresse 641.000 voti per l’unione contro 69 contrari (!) ma Bettino Ricasoli dichiarò che fino a quando l’Austria avesse posseduto un palmo di terra italiana, la pace non sarebbe stata sicura. A ogni buon conto, le manifestazioni indette a Trieste e nella regione per ottenere maggiori autonomie incontrarono la strenua opposizione asburgica.
Nel 1867 si ebbero sommosse in Dalmazia, fomentate dai Croati, e due anni dopo, a seguito di provvedimenti filo-slavi, a Sebenico furono uccisi 14 marinai italiani. Poco dopo, anche Roma tornava all’Italia (1870) col breve episodio militare di Porta Pia, e con le grandi manifestazioni di giubilo avvenute in Istria e Dalmazia.
L’incidente di Pelagosa, già appartenente ai Borboni e occupata dall’Austria, diede luogo a un peggioramento delle relazioni con Vienna, che ebbero ulteriori momenti critici nel 1875, quando un corpo garibaldino intervenne a fianco degli insorti in Erzegovina, e soprattutto quando Benedetto Cairoli e Felice Cavallotti fecero proprie le attese degli Istriani e Dalmati, ribadite nel 1877 allorché Matteo Renato Imbriani e Giuseppe Avezzana fondarono l’Associazione «Italia Irredenta».
Iniziava l’epoca in cui i martiri avrebbero versato il proprio sangue per la causa dell’italianità. Il primo fu Guglielmo Oberdan, impiccato nel 1882 a pochi mesi dalla firma dell’impopolare alleanza con Austria e Germania, e condannato a morte per la sola intenzione di compiere un attentato; gli fecero seguito nel 1884 altri tre patrioti uccisi a Spalato. Gli episodi di intolleranza si moltiplicavano: nel 1890 il Presidente del Consiglio Francesco Crispi dimissionava il proprio Ministro delle Finanze, il Dalmata Federico Seismit-Doda, perché non si era dissociato dall’irredentismo. Poi si ebbero sollevazioni a Pirano, Pisino e Rovigno, e nel 1903 i patrioti triestini riuscirono a beffare la polizia, innalzando il tricolore sul pennone del Municipio.
Dopo il fallimento di un ultimo tentativo garibaldino su Trieste, nel 1908 il Capo di Stato Maggiore Austriaco Conrad Von Hoetzendorf propose di regolare i conti con l’Italia approfittando del terremoto di Messina e Reggio Calabria, che aveva provocato 120.000 morti. Un anno più tardi, l’italiano era soppresso come lingua d’ufficio nelle Amministrazioni dalmate, e Cesare De Bellis veniva arrestato per avere attaccato un francobollo di Francesco Giuseppe con la testa all’ingiù.
La guerra di Libia del 1911 indusse nell’Austria ulteriori velleità di chiudere la partita con l’Italia, ma le istanze dell’Irredenta si allargavano a macchia d’olio e furono simboleggiate nel 1913 dal «Và pensiero» di Giuseppe Verdi, intonato dai Triestini sulla pubblica piazza. L’anno dopo, l’assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo e l’invasione della Serbia lasciarono la parola alle armi: era la guerra.
L’Italia entrò nel conflitto dopo un’attesa di circa 10 mesi, caratterizzati da un confronto vibrante fra neutralisti e interventisti. L’Austria aveva offerto il Trentino, ma non era disposta ad alcuna concessione sul fronte orientale: si addivenne a un progressivo e rapido allontanamento dalla Triplice Alleanza inaugurato all’epoca della crisi tunisina, e reso irreversibile, il 26 aprile, dalla firma del Patto di Londra con l’Intesa, che garantiva all’Italia, in caso di conflitto vittorioso, la redenzione della Venezia Giulia, dell’Istria e di buona parte della Dalmazia.
Il 24 maggio l’Italia scendeva in campo. La guerra sarebbe durata tre anni e mezzo, comportando sacrifici immensi e coinvolgendo un alto numero di volontari giuliani e dalmati, che alla fine avrebbero avuto oltre 200 caduti, tre Medaglie d’oro e 37 d’argento. Molti irredentisti sarebbero finiti sulla forca o davanti al plotone d’esecuzione: è quanto accadde al Goriziano Emilio Cravos, al Trentino Cesare Battisti, al Pisinota Fabio Filzi, al Capodistriano Nazario Sauro, al Parentino Antonio Grabar, all’Isontino Giovanni Maniacco, e via dicendo.
Non meno triste sarebbe stata la sorte degli internati fiumani, istriani e dalmati, tradotti in appositi campi di concentramento, fra cui quelli tristemente noti di Wagna, Kiskunhalas e Tapiosuly, dove molti di loro trovarono la morte, a causa della fame e delle vessazioni a carico dei prigionieri.
Complessivamente, i caduti italiani nella Grande Guerra sarebbero stati oltre 650.000, ma il Paese divenne più consapevole della sua unità, anche per la capacità di reazione di cui diede prova dopo il disastro di Caporetto dell’ottobre 1917 e la resistenza vittoriosa sul Piave, sul Montello e sul Grappa, fino al grande «Sole di Vittorio Veneto».
Gli episodi di eroismo non si possono contare: basti citare quelli di Pio Gambini, il primo volontario giuliano immolatosi sul Podgora nel luglio 1915, e di Alberto Riva di Villasanta, caduto il 4 novembre 1918 nell’ora stessa dell’armistizio, in una generosa carica di cavalleria. La Marina e l’Arma azzurra non furono da meno, come attestano l’affondamento della «Viribus Unitis» da parte delle Medaglie d’Oro Paolucci e Rossetti, le imprese di Francesco Baracca e l’audace volo di Gabriele d’Annunzio su Vienna, che fu inondata non già da bombe, ma da manifestini tricolori.
Alla fine della guerra, le truppe italiane presero possesso di Trento e Trieste, e delle altre città ormai redente, trovando dovunque accoglienze entusiastiche da parte della popolazione affrancata dal giogo austro-ungarico, ma nello stesso tempo, dalle frequenti connivenze slave. Particolarmente significativo fu l’atteggiamento di Fiume, penalizzata dal Patto di Londra: già dal 18 ottobre 1918 il suo deputato al Parlamento di Budapest, Andrea Ossoinack, ne aveva affermato il diritto all’autodecisione, seguito il 30 ottobre dal proclama del Consiglio Nazionale che ne dichiarava l’annessione all’Italia.
Il conflitto era terminato, ma nel fluire della storia si apriva una complessa fase diplomatica, in cui molte attese sarebbero state deluse, comportando nuovi problemi di massimo rilievo, e soluzioni equivoche.
Le trattative in sede di Conferenza della pace furono lunghe e complesse, e la delegazione italiana guidata dal Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando ebbe non pochi problemi, tanto che in aprile si astenne dal partecipare ai lavori per diverso tempo, in segno di protesta contro gli Alleati, che intendevano anteporre le ragioni slave a quelle italiane. Non fu un atteggiamento proficuo, perché essendosi protratto fino a giugno consentì alle controparti di perseguire agevolmente i propri disegni.
Il 10 settembre si giunse alla firma del trattato, che riconosceva la sovranità italiana sulla Venezia Tridentina fino al Brennero, e quella sulla Venezia Giulia, sacrificando la Dalmazia in deroga al Patto di Londra, col trasferimento al nuovo Regno degli Slavi del Sud di tutte le città costiere, a onta delle loro tradizioni latine e venete. Fu così che nacque il suggestivo mito della «Vittoria mutilata», destinato ad avere importanti conseguenze politiche.
La prima conseguenza del diverso assetto balcanico e della creazione del nuovo Stato Jugoslavo fu il grande esodo dei Dalmati verso l’Italia. Costoro avevano sopportato il dominio austriaco nonostante le frequenti vessazioni a danno della popolazione italiana, ma non presero in minima considerazione la possibilità di restare sotto i nuovi padroni, considerati tutt’altro che affidabili e certamente peggiori. Sarebbero rimaste all’Italia soltanto Cherso, Lussino, alcune isole minori e la piccola «enclave» di Zara.
All’indomani stesso del trattato di pace, la «Vittoria mutilata» indusse Gabriele d’Annunzio, indiscusso protagonista patriottico e militare, a marciare su Fiume. Partito da Ronchi con circa 2.000 Legionari, il Comandante si impadronì senza colpo ferire della città liburnica, dove instaurò un Governo autonomo caratterizzato da vibrante italianità non disgiunta da importanti aperture sociali, che non ebbe il riconoscimento di Roma.
Durante l’anno successivo si ebbero diverse violenze contro gli Italiani in Dalmazia, culminate nell’uccisione di un ufficiale e di un marinaio a Spalato. Contestualmente, Gabriele d’Annunzio proclamò la Reggenza del Carnaro dotandola di una Costituzione molto avanzata anche sul piano sociale, ma il 12 novembre venne firmato il trattato italo-jugoslavo di Rapallo che istituiva lo Stato Libero di Fiume: in conseguenza, il Governo di Giovanni Giolitti decise di usare la forza contro la Reggenza nel cosiddetto «Natale di Sangue», che fu un episodio di autentica guerra civile e che si concluse con oltre 50 caduti tra cui alcuni civili, e con la decisione dannunziana di lasciare la città, cosa che avvenne nei primi giorni del 1921.
L’autonomismo fiumano, che ebbe in Riccardo Zanella l’esponente di maggiore spicco e che aveva assunto la guida di Fiume dopo la partenza dei Legionari, ebbe vita breve, perché nel 1922 sarebbe caduto a opera di Francesco Giunta, il fondatore del Fascio triestino destinato a maggiori fortune dopo la conquista del potere da parte di Benito Mussolini, il 28 ottobre dello stesso anno. Non mancarono tentativi di segno opposto, come quello della Repubblica Rossa di Albona, nell’Istria Orientale, che ebbe un momento di notevole visibilità nella primavera del 1921 e riuscì a occupare momentaneamente le miniere dell’Arsa, trovando nella sua volitiva artefice, Giuseppina Martinuzzi, un simbolo del comunismo internazionale.
Il contenzioso italo-jugoslavo venne risolto nel gennaio 1924 con gli Accordi di Roma e con il riconoscimento della sovranità italiana su Fiume, fatta eccezione per i territori limitrofi e per il sobborgo di Susak, rimasti alla Jugoslavia.
Non appena costituito, il nuovo Governo di coalizione presieduto da Benito Mussolini avviò una politica di italianizzazione intensiva nei territori passati sotto la sovranità di Roma ma caratterizzati dalla presenza significativa di popolazioni slave, come l’entroterra isontino, l’altipiano della Bainsizza e gli agglomerati interni dell’Istria. Nell’ottobre 1925, anno delle cosiddette leggi «fascistissime» e dell’avvento di un potere sostanzialmente monocratico, la lingua serbo-croata venne eliminata dai documenti ufficiali.
Durante l’anno successivo fu varata la legge per la traduzione in italiano dei cognomi e dei nomi geografici: un provvedimento sgradito alla componente slava, anche se in molti casi si trattava del semplice ripristino di quelli italiani, già cambiati dall’Austria nell’impegno contro l’irredentismo avviato nel corso dell’Ottocento.
Intanto, in Istria iniziava l’attività clandestina dell’Associazione segreta «Orjuna» e il Ministero dell’Interno comunicava ai Prefetti Giuliani di non potersi tollerare la presenza nemmeno delle Associazioni culturali. In Dalmazia, invece, proseguivano le vessazioni ai danni dei pochi Italiani rimasti, culminate nella chiusura della «Lega Nazionale» e di alcuni Istituti di carità.
L’opera della predetta Associazione, e delle altre Organizzazioni slave dell’Istria, ebbe momenti di massima drammaticità tra il 1929 e il 1930, quando furono pronunciate le condanne a morte di Vladimir Gortan e dei quattro responsabili di attentati dinamitardi compiuti a Trieste ai danni di Organi di stampa e del Faro, e con alcune vittime italiane incolpevoli. Oltre confine, la risposta si tradusse in nuove sommosse, nella distruzione dei leoni veneti di Traù e in alcuni complotti scoperti in Slovenia e Croazia dalla polizia jugoslava. Nel 1933, a seguire, uno studente italiano, Carlo Lusina, venne ucciso a Veglia da elementi slavi, quale testimonianza di una contrapposizione permanente fra le opposte etnie.
Nonostante il clima difficile, le iniziative economiche si andavano sviluppando: un esempio significativo è quello dell’Arsa, le cui miniere, già dal 1932, assicuravano l’occupazione di 6.000 lavoratori, ulteriormente e notevolmente cresciuti negli anni successivi. Sorsero alcune «città di fondazione» come quelle di Arsia e Pozzo Littorio (oltre a Torviscosa in territorio friulano). Contestualmente, venne realizzato il grande acquedotto dell’Istria e fu dato ampio impulso alle infrastrutture stradali e ferroviarie, nonché all’industrializzazione, con riguardo prioritario a quella pesante e alle produzioni alimentari.
Dopo il 1935, grazie al nuovo Capo del Governo Jugoslavo Milan Stojadinovic, si aprì un periodo di buon vicinato, suffragato da dichiarazioni di «concreta amicizia» da parte dello stesso Mussolini, dall’affermazione secondo cui le rivendicazioni italiane erano esaurite, e nel 1937, dalla firma del Patto di Belgrado, posta dal Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano e dallo stesso Stojadinovic. Nel medesimo anno, Josip Broz, il futuro Tito, rientrava in patria dall’Unione Sovietica e assumeva la guida clandestina del Partito Comunista Jugoslavo.
La fase di allentamento della tensione si sarebbe bruscamente interrotta nel 1939, quando il Reggente Paolo avrebbe allontanato Stojadinovic e abbandonato la politica di amicizia con l’Italia. La Seconda Guerra Mondiale era alle porte: infatti, il 1° settembre la Germania di Adolf Hitler invadeva la Polonia, dando inizio alla nuova tragedia, destinata a un rapido processo di mondializzazione.
Come era accaduto nel 1915, l’Italia entrò in guerra nel giugno 1940, dopo 10 mesi di non belligeranza, quando le ultime resipiscenze furono travolte dai rapidi successi tedeschi e dall’illusione fascista di potersi sedere al tavolo della pace sul versante dei vincitori. Le cose andarono diversamente.
Nel 1941 il conflitto coinvolse anche la regione giuliano-dalmata. A fine marzo, il colpo di Stato di Belgrado che portò al potere il Governo Simovic-Macek, favorevole agli Alleati, fornì all’Asse la motivazione politica dell’ultimatum e del successivo attacco alla Jugoslavia, iniziato il 6 aprile. La campagna si concluse nel giro di 11 giorni con la fuga di Re Pietro e la costituzione del suo Governo in esilio a Londra, a cui Winston Churchill ritenne di promettere tutta la Venezia Giulia.
L’Italia estese la propria sovranità su buona parte della Dalmazia con le città di Sebenico, Traù e Cattaro, nonché le isole di Veglia, Arbe, Curzola e Lissa, assieme ad altre minori. Ragusa, invece, rimase nel nuovo Stato Croato in mano al «Poglavnik» Ante Pavelic, e gli ambienti democratici non mancarono di far sentire la propria protesta.
Il movimento partigiano si portò presto all’offensiva, nonostante la sua articolazione in due componenti principali di fede opposta: quella cetnica agli ordini di Draza Mihajlovic, e quella comunista diretta da Tito, che dopo alterne vicende ebbe il sopravvento, e nel 1944 riuscì a farsi riconoscere come legittima rappresentante della Jugoslavia, ai danni del movimento nazionalista, e dello stesso Governo in esilio.
Lo scontro si fece più cruento, perché alle crescenti azioni della guerriglia si andarono contrapponendo pesanti rappresaglie, e a nulla valsero, già nella prima metà del 1943, parecchie commutazioni delle pene capitali a carico dei partigiani comminate dai Tribunali speciali.
Il 25 luglio, dopo i primi sbarchi degli Alleati in Sicilia, cadde il Governo Mussolini, sostituito da quello del Maresciallo Pietro Badoglio, i cui contatti per la resa dell’Italia nelle mani degli Alleati portarono all’armistizio di Cassibile, firmato il 3 settembre e reso di pubblico dominio cinque giorni dopo. Le forze armate, salvo eccezioni, si dissolsero immediatamente e nella Venezia Giulia, in Istria e in Dalmazia si scatenarono le violenze slave, con la persecuzione e l’uccisione indiscriminata degli Italiani, a cominciare da quella nelle foibe, tipiche voragini carsiche profonde anche centinaia di metri; ovvero nelle acque adriatiche, nelle fucilazioni indiscriminate, e con altri efferati strumenti di morte. Fra le tante vittime, si ricorda Norma Cossetto, seviziata a lungo, infoibata il 5 ottobre 1943, e assurta a simbolo del martirio di un intero popolo.
Contemporaneamente, nel Nord si costituiva la Repubblica Sociale Italiana, alleata della Germania Nazional-Socialista, e la guerra assumeva il carattere di un tragico conflitto civile. La regione, con l’aggiunta del Friuli, fu incorporata nell’Adriatisches Kustenland sotto l’amministrazione militare tedesca, mentre Tito ribadiva le rivendicazioni jugoslave su tutto il suo territorio.
Le truppe partigiane raggiunsero Zara il 1° novembre 1944 iniziando una violenta persecuzione che poi si andò ripetendo lungo le direttrici della loro avanzata, conclusasi ai primi di maggio del 1945 con la caduta di Fiume, Pola e Trieste, cui seguirono decine di migliaia di uccisioni, a cominciare da quelle nelle foibe, dalle fucilazioni, dagli altri orribili metodi di eliminazione fisica, e dalle deportazioni nei campi di prigionia, di fame e di supplizio, proseguite ben oltre la fine della guerra, e in alcuni casi oltre lo stesso trattato di pace del 10 febbraio 1947.
Molti Giuliani e Dalmati scelsero l’Esilio ben prima che il Diktat (così chiamato perché quello del 10 febbraio 1947 – contestuale al tragico ed emblematico gesto di Maria Pasquinelli – fu un trattato imposto dai vincitori ancor prima della ratifica nonostante la cobelligeranza del Regno d’Italia) statuisse la perdita delle loro terre, dei loro beni, e persino dei loro sepolcri, molti dei quali furono espunti dall’invasore.
La speranza di salvare la Dalmazia, Fiume e la costa orientale dell’Istria era sostanzialmente nulla e le rispettive popolazioni furono le prime a esodare. Al contrario, rimase viva quella di conservare la costa occidentale, con particolare riguardo a Pola, e naturalmente a Trieste, da dove le truppe jugoslave, a seguito degli Accordi di Belgrado con gli Alleati e l’Unione Sovietica, erano uscite ai primi di giugno del 1945, dopo 40 giorni di inenarrabili violenze.
In sede di trattative diplomatiche prevalse una linea punitiva, col sacrificio pressoché totale dell’Istria e la costituzione del cosiddetto Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone affidate rispettivamente all’amministrazione alleata (col capoluogo) e a quella jugoslava (con Capodistria, Buie, Isola, Pirano e Umago). Fu così che la massima concentrazione dell’Esodo ebbe luogo nel 1947, quando la quasi totalità dei 30.000 abitanti di Pola (duramente provati anche dall’eccidio di Vergarolla provocato da parte slava il 18 agosto 1946 con oltre 100 vittime innocenti) si imbarcò sul «Toscana», una vecchia nave da trasporto che effettuò parecchi viaggi attraverso l’Adriatico tra l’inizio di febbraio e la fine di marzo.
Un’ulteriore quota significativa di esuli partì dalla Zona «B» del Territorio Libero di Trieste nel 1954, quando il Memorandum d’Intesa permise la restituzione della città di San Giusto all’Italia, in cambio della conferma del regime in essere per la predetta Zona «B» con ulteriori rettifiche della linea di demarcazione (non ancora confine di Stato) a vantaggio della Jugoslavia. Sul piano giuridico, il contenzioso sarebbe stato risolto soltanto nel 1975, quando – con il trattato di Osimo – l’Italia riconobbe la sovranità della Repubblica Federativa, a ogni effetto, sulla medesima Zona «B». Non era mai accaduto che uno Stato abdicasse in assenza di contropartite a una quota significativa del proprio territorio, e oltre tutto a favore di un contraente più debole: l’amarezza degli esuli doveva essere completata anche da questa sconcertante novità.
Qualcosa di analogo accadde all’inizio degli anni Novanta, quando l’Italia si affrettò a riconoscere le nuove Repubbliche sorte dal disfacimento della ex Jugoslavia, ancora una volta senza avere negoziato alcun riconoscimento, ivi compresi quelli a favore degli esuli. Soltanto agli inizi del nuovo millennio è stato possibile istituire il «Giorno del Ricordo» voluto dall’apposita Legge 30 marzo 2004 numero 92 – primo firmatario l’Onorevole Roberto Menia – approvata dal Parlamento Italiano con voto pressoché unanime. Grazie a questo provvedimento, ottimizzato nel corso degli anni successivi, è stato possibile promuovere adeguati riconoscimenti – sia pure assai tardivi – in onore delle vittime, e in primo luogo di quanti caddero dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in tempo di una difficile pace, per mano slava. A un ventennio dalla promulgazione, la Legge del 2004 ha consentito di conferire idonei riconoscimenti di forte rilevanza etica per un alto numero di caduti.
In totale, i profughi che abbandonarono la propria terra sono stati, a più riprese, circa 350.000, un quinto dei quali, viste le difficoltà di un’adeguata accoglienza in Italia dove molti trovarono un ambiente ostile perché avevano osato voltare le spalle al «paradiso» comunista di Tito, scelsero di emigrare all’estero, con priorità per i Paesi Extra Europei e talvolta con risultati professionali straordinari. Il carattere plebiscitario dell’Esodo è confermato dal fatto che oggi i cittadini croati e sloveni di espressione italiana sono appena 20.000.
Nella premessa alla sua massima opera letteraria, Alessandro Manzoni, riprendendo una vecchia espressione seicentesca ha scritto che «la storia si può veramente definire una guerra illustre contro il tempo» con un chiaro riferimento al carattere transeunte di parecchie vicende che al momento sembrano fondamentali, ma che lo scorrere degli anni e dei secoli finisce per archiviare nella teca di reminiscenze per gli addetti ai lavori.
Nondimeno, esistono fatti, e ancor prima le idee e le riflessioni da cui scaturirono, che permangono nella memoria storica come irrinunciabili pietre miliari. Nella lunga vicenda giuliana, istriana e dalmata, con tutta evidenza, è il caso della presenza romana e latina, delle invasioni slave, dell’irredentismo italiano, dei conflitti mondiali novecenteschi, e per finire, del grande Esodo plebiscitario dell’ultimo dopoguerra.
La storiografia, sia pure con accenti diversi in chiave oggettiva ma talvolta in valutazione agiografica, o peggio in quella negazionista, ha compiuto un’opera ragguardevole nel proporre il Ricordo come momento essenziale di riflessione da cui sono scaturite celebrazioni non effimere: basti pensare a quelle del 10 febbraio, venute a piena e ricorrente maturazione dopo l’avvento, sia pure tardivo, della Legge 30 marzo 2004 numero 92.
In buona sostanza, i momenti davvero essenziali di questa grande storia si possono contare sulle dita, e non possono sfuggire al Ricordo specializzato, ma prima ancora, a quello del popolo, con riguardo prioritario alle genti – ivi compresi gli eredi – che proprio malgrado furono protagoniste di quella storia in senso tristemente subordinato, e tuttavia, espressione di una convinta e sofferta italianità.
Non importa se un’autentica giustizia è stata travolta da palesi convenienze politiche o economiche, perché la verità finisce sempre per venire alla luce. L’Esodo Giuliano, Istriano e Dalmata, al pari della presenza latina, delle invasioni slave e della logica irredentista, costituisce un fatto indubbiamente definitivo, se non altro per la stragrande maggioranza dei protagonisti e dei loro successori; tuttavia, come direbbe Giuseppe Giusti, «è lì che parla a chi lo vuol sentire».
Ai primordi del terzo millennio cristiano, è cosa buona e giusta, oltre che doverosa, tramandare la memoria di un delitto contro l’umanità che ha costituito un ulteriore e importante episodio di una lunga serie, quanto meno per alimentare una speranza sempre viva: quella di una nuova stagione etica in grado di archiviare l’epoca dei «bestioni di tutta ferocia» teorizzata dal Vico, per dare vita a quella di un genere umano finalmente in grado di «riflettere con mente pura».
