Il significato delle leggende di Roma
I racconti su Roma mettono in luce i valori della romanità

Le leggende sulla nascita e il primo periodo di Roma hanno molto in comune anche se furono scritte (o almeno così sono arrivate a noi) in epoca di molto successiva, intorno all’età di Augusto. In parte vennero scritte basandosi su antichi documenti andati successivamente persi, come dimostra la datazione sulla fondazione della città (VIII secolo avanti Cristo) che coincide con i ritrovamenti archeologici. Tutti questi scritti insistono sul senso dello stato e le virtù del buon cittadino, la moderazione, l’equilibrio, nonché la superiorità del raziocinio sulla forza bruta.

La leggenda di Romolo e Remo ha ben cinque autori, Tito Livio, Plutarco, Dionigi di Alicarnasso, Virgilio e Varrone, con ovviamente alcune varianti sul racconto. Gli autori parlano dei due gemelli come di esseri all’origine piuttosto selvaggi, nati da Rea Silvia e da Marte dio della guerra e, dopo essere stati abbandonati, allevati da una lupa e successivamente da un pastore. Per un certo periodo i fratelli costituirono una banda che combatteva i briganti, successivamente Romolo, civilizzatosi, dopo l’osservazione degli auspici, tracciò il pomerio della nuova città ma Remo per spregio scavalcò il tracciato e venne ucciso dal fratello. Notiamo che secondo il racconto il senso dello stato doveva quindi prevalere sugli affetti famigliari, qualcosa di innovativo rispetto ad altre civiltà.

Interessante anche la leggenda del ratto delle Sabine. Ne parlano Tito Livio, Plutarco e Virgilio, i Romani fecero in qualche modo la parte dei bruti ma l’essenza del racconto sta nel successivo comportamento dei cittadini di Roma caratterizzato dalla moderazione, cercando un accordo con i popoli vicini, un atto migliore della prepotenza e della guerra. Prima dello scontro una sacerdotessa romana, Tarpea, aiutò i Sabini, ma per i Romani il tradimento non portava nulla di buono e fu uccisa dagli stessi che aveva aiutato.

Dei famosi sette re di Roma solo due sono Latini, degli altri, due sono Sabini e tre Etruschi, una situazione che fa intendere un’apertura verso il mondo esterno. Anche qui il senso di appartenenza allo stato prevale sulle questioni etniche.

Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso hanno scritto della sfida fra Orazi e Curiazi basandosi, come per altre opere, su tradizioni orali. Lo scontro avvenne sotto il bellicoso Tullio Ostilio, terzo re di Roma. Lo scontro riguardava Roma e la città di Alba Longa e venne deciso in questo modo per mantenere gli eserciti integri, minacciati dagli Etruschi. La vittoria non va ai più forti ma a quello che combatte con l’uso dell’intelligenza. Un mito ben presente anche nel mondo greco, Perseo contro Medusa, Ulisse contro Polifemo sono gli episodi più noti.

Un racconto riguarda Tarquinio il Superbo che per i suoi abusi contro lo stato e il suo modo di governare tirannico venne preso per secoli come esempio negativo dai Romani. Scrive Tito Livio che il figlio di Tarquinio Sesto violentò la nobile Lucrezia, moglie di Collatino. Lucrezia non poté difendersi ma poco dopo chiamò il padre e il marito e per salvare l’onore davanti a loro si trafisse con il pugnale. Lucio Giunio Bruto, parente politico della famiglia di Lucrezia, portò il corpo di lei al Foro e arringò il popolo per cacciare il monarca tiranno, che dovette fuggire.

I primi anni della repubblica furono anni difficili per Roma che venne attaccata fin sotto le mura dal re etrusco Porsenna, re di Chiusi, che forse intendeva ripristinare il potere di Tarquinio il Superbo. Contro di lui si ebbero vari eroi romani, fra i quali Orazio Coclite il quale ordinò ai suoi compagni di mettersi in salvo e demolire il ponte Sublicio dietro di sé. Di lui ne parlano Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, secondo una versione si gettò nel Tevere e si salvò a nuoto, secondo un’altra affogò a causa del peso dell’armatura. Roma era sempre sotto assedio e il giovane aristocratico Gaio Muzio (successivamente detto Scevola) decise di introdursi nel campo di Porsenna per ucciderlo ma avendo sbagliato il personaggio da colpire, davanti al re pose la sua mano destra sul fuoco di un altare e ciò impressionò molto gli Etruschi che decisero di arrivare a una trattativa con i Romani. La trattativa prevedeva la consegna di diverse fanciulle fra le quali la giovane patrizia Clelia, che riuscì a fuggire, ma i Romani per onorare il patto la riconsegnarono agli Etruschi.

Alcuni anni dopo le vicende di Porsenna, i plebei romani si ribellarono ai patrizi e secondo Tito Livio questi ultimi inviarono il senatore Menenio Agrippa per una riconciliazione. L’inviato raccontò a loro il celebre apologo degli arti che lavorarono per il benessere del pigro ventre, anche in questo caso l’equilibrio fra le varie componenti rappresentava una virtù che apportava beneficio al corpo e allo stato.

Nonostante la riappacificazione, fra plebei e patrizi continuava un certo malessere a Roma, accentuato da una crisi agro alimentare. Tito Livio, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso scrivono di Coriolano. Coriolano (personaggio forse esistito realmente) era un aristocratico scontento delle nuove conquiste politiche della plebe. Gneo Marcio, successivamente detto Coriolano per aver condotto un attacco alla città volscia di Corioli, venne esiliato e si alleò con gli antichi nemici Volsci per condurre un esercito fin sotto la città di Roma, ma spinto dalle parole della madre Vetruria, sono venuta «da un figlio o da un nemico», e dalla moglie che gli ricordava di non tradire la patria, rinunciò al proposito. Diverso invece è il racconto di Decio, in una battaglia contro le altre città latine in cui Roma stava per avere la peggio, il console Publio Decio Mure consultò i sacerdoti, invocò gli dèi dei defunti e della terra e si lanciò con coraggio contro i nemici. Fu ucciso ma salvò l’esercito romano. La virtù romana non escludeva la religiosità.

Un personaggio a metà fra storia e leggenda, descritto anche lui da Tito Livio, è il nobile Lucio Quinzio Cincinnato. Uno dei consoli romani era rimasto circondato con il suo esercito dagli Equi mentre l’altro console, impegnato in una guerra con i Sabini, non era in grado di portargli aiuto. Data la grave situazione, per unanime consenso del Senato venne eletto dittatore Cincinnato, l’uomo che lavorava direttamente la terra, che riuscì a sconfiggere gli Equi. La semplicità dell’uomo è confermata dal fatto che non chiese onori ma tornò al lavoro dei campi, ed è confermata dalla sua distribuzione del bottino ottenuto ai suoi soldati e dalla sua immediata rinuncia alla carica di dittatore. Dopo circa trent’anni venne richiamato come dittatore per fronteggiare il tentativo del ricco plebeo Spurio Melio, attraverso elargizioni al popolo, di diventare re.

Interessante è anche il racconto di Appio Claudio Cieco (personaggio realmente esistito ma idealizzato) e Virginia fatto da Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso. Appio Claudio era un importante decemviro, approfittando della sua autorità intendeva prendere per donna Virginia e giudicarla come schiava di un suo dipendente, ma il padre stesso uccise la figlia per una questione di onore. Il fatto provocò la ribellione dei Romani contro il corrotto decemviro.

(giugno 2026)

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