Venezia Giulia, Istria e Dalmazia: il valore
delle origini
Attualità e riflessioni alla luce della
legge 30 marzo 2004 numero 92 e delle successive
integrazioni e modificazioni
Con un ritardo di oltre mezzo secolo, la Legge istitutiva del Ricordo di Esodo e Foibe e di una grande tragedia collettiva, vissuta dall’intero popolo giuliano, istriano e dalmata in una fase di sostanziale ostracismo politico, venne a colmare una lacuna che, ben prima della sua rilevanza giuridica, era stata un’offesa ai tradizionali valori etici e civili che avevano costituito un patrimonio irrinunciabile della storia italiana, dal Risorgimento in poi. La Legge in questione, dopo aver celebrato il ventennio dalla sua vigenza, ha confermato i valori e gli impegni che il legislatore del 2004 aveva finalmente promosso, e nello stesso tempo, ha invitato alla riflessione, non esclusa quella sulle motivazioni di un silenzio oggettivamente troppo lungo e tanto triste.
L’Istria e la Dalmazia, oltre a buona parte della Venezia Giulia, forti di una tradizione romana e veneta attestata da due millenni di storia, avevano sofferto il rovescio più duro a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, quando l’Italia fu costretta a trasferire alla Jugoslavia la propria sovranità su queste splendide regioni, che ora, dopo lo sfascio della Repubblica Federativa appartengono in larga misura alla Croazia (l’Istria, in parte minoritaria, anche alla Slovenia). In effetti, il valore delle origini è fuori discussione: quando i popoli slavi di origine orientale invasero i territori dell’Alto Adriatico nel corso del sesto e settimo secolo dell’Evo Cristiano, la presenza latina era consolidata da quasi un millennio, e aveva conferito al comprensorio giuliano, istriano e dalmata un’impronta capace di resistere al carattere stanziale dei nuovi arrivati, e poi alle varie scorrerie che vi avrebbero fatto seguito nel corso dei tempi.
Col trattato di pace del 10 febbraio 1947 l’Esodo Italiano, già iniziato ancor prima che giungessero i partigiani di Tito, assunse dimensioni plebiscitarie, riguardando alla fine ben 350.000 persone: in effetti, secondo alcune fonti minoritarie ma non prive di attendibilità storiografica come quelle di Guido Deconi e di Flavio Fiorentin, la cifra sarebbe notevolmente maggiore, dovendosi tener conto anche degli Esuli Italiani da territori non appartenenti alla Madrepatria. Almeno un quarto dei profughi scelse destinazioni fuori d’Italia, per lo più in continenti lontani, con riferimento prioritario a quello americano. Nella stragrande maggioranza dei casi, decisero di lasciare quanto avevano di più caro, dalle case alle tombe avite, fino alle memorie degli antenati, per una fondamentale scelta d’italianità, e quindi, di civiltà e di libertà, ma nello stesso tempo, di comprensibile timore, perché i nuovi padroni non avevano fatto mistero del loro disegno di pulizia etnica, uccidendo migliaia di persone innocenti, specialmente nelle foibe, ma anche nelle cave, in mare e, soprattutto, senza alcuna parvenza di un giudizio sia pure sommario.
Bisogna aggiungere che, in occasione del dibattito parlamentare per l’istituzione del «Giorno del Ricordo» approvata a larghissima maggioranza dalla Camera, e con voto unanime dal Senato, anche gli esponenti più autorevoli della Sinistra Italiana convennero che le vittime innocenti di quegli anni plumbei – almeno 20.000 – avevano fatto olocausto della vita per una sola «colpa»: quella della propria italianità. In realtà, l’«iter» del provvedimento non era stato facile, a causa precipua delle riserve e dei dubbi avanzati a più riprese dalle forze di Sinistra, ma alla fine il buon senso avrebbe prevalso anche nelle loro file, giungendo a un risultato che in partenza sarebbe stato follia sperare.
L’eredità culturale e spirituale di Roma e di Venezia non è stata cancellata dall’Istria e dalla Dalmazia, nonostante i ripetuti e spesso grotteschi tentativi iconoclastici di parte jugoslava: campanili, monumenti, arredo urbano, edicole funerarie, costituiscono un patrimonio perenne che, come avrebbe detto Giuseppe Giusti, «è lì che parla a chi lo vuol sentire». Dal canto suo, il massimo Poeta Italiano, Dante Alighieri, aveva già detto da parecchi secoli di aver cominciato ad amare Firenze, la sua città, bevendo l’acqua dell’Arno, e scoprendo il forte significato innovativo della «vulgaris eloquentia».
Ebbene, questa idea di Patria, intesa come affettuoso rispetto per la propria identità, è la stessa che avrebbe ispirato tanti figli illustri dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, e che diede massimo impulso all’Esodo, la cui dimensione quasi totalitaria è simbolo di armonia e di condivisione. Si deve aggiungere che la Legge istitutiva del Ricordo è stata oggetto di integrazioni successive, tra cui quella che ha voluto ampliare il campo dei possibili beneficiari anche a soggetti istituzionali: fattore tanto più apprezzabile alla luce del troppo tempo trascorso a danno di parecchi possibili singoli beneficiari, nel frattempo scomparsi per l’opera inesorabile del tempo.
Conviene precisare che, da questo punto di vista, l’opzione integrativa consente alla Legge 92 una proiezione futura a tempo indefinito, in quanto prescinde dalla permanenza in vita di persone fisiche quali gli aventi causa.
Giova mettere in luce che i cosiddetti «rimasti» a Fiume e in Istria furono una minoranza pressoché marginale, ragguagliata a pochi punti percentuali, e limitata ai comunisti di provata fede, oltre a una quota di persone anziane e spesso sole cui non era data nemmeno la «chance» di contare sulla forza fisica e morale necessaria ad affrontare una decisione tanto dolorosa quanto irrevocabile, e che furono costrette a vivere un dramma non meno doloroso di quello dei profughi.
Oggi è invalso l’uso di insistere con pervicacia sul fatto che la citata «rimanenza» abbia giovato a perpetuare il ricordo dell’italianità, ma nella migliore delle ipotesi si tratta di una semplice illusione: non a caso, già nella vecchia Jugoslavia l’etnia italiana esprimeva una quantificazione talmente marginale da collocarsi al 12° posto nella graduatoria di quelle che avevano trovato spazio nella Repubblica Federativa di Tito e dei suoi comprimari.
Risulta conforme al vero, invece, che l’autentica italianità è quella testimoniata dall’Esodo dei 350.000, di cui alla predetta valutazione prudenziale: a più forte ragione, essendo stata suffragata dall’abbandono dei sepolcri, dei beni e delle memorie, e prima ancora, dalle 20.000 vittime infoibate o diversamente massacrate (senza contare tutti coloro – in maggioranza militari ma non solo – che caddero per motivazioni belliche in senso stretto). Almeno nell’ambito italiano, l’Esodo da Venezia Giulia, Istria e Dalmazia è stata la conseguenza «demografica» di gran lunga più rilevante della Seconda Guerra Mondiale, per lo meno nell’ambito dell’Europa Mediterranea, e tanto più ragguardevole perché caratterizzata da effetti irreversibili.
Le dimensioni dell’Esodo parlano da sole, riguardando la stragrande maggioranza della popolazione italiana che abitava i territori giuliani, istriani e dalmati prima della Seconda Guerra Mondiale. Il movimento migratorio, accelerato anche dai delitti contro l’umanità succedutisi durante il conflitto, e in misura ancor più ragguardevole a posteriori, si protrasse per anni, pur avendo raggiunto l’acme nei primi tempi del dopoguerra e a seguito del trattato di pace, senza contare i forti supplementi successivi riguardanti gli Esodi dalla Zona «B» del cosiddetto Territorio Libero di Trieste. Del resto, la fuga in massa dell’etnia italiana non si era mai verificata nelle dimensioni occorse a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta, nemmeno negli anni peggiori dell’autocrazia imperiale asburgica.
In sostanza, il grande Esodo – nelle sue diverse espressioni di tempi e di spazi – è stata una grande attestazione di patriottismo e di piena adesione a Valori «non negoziabili» che restano a futura memoria quale manifestazione di amore patrio a costo di ogni sacrificio: in diversi casi, compreso quello della vita. Si tratta di un Esodo che nella realtà dei fatti è completamente diverso anche da quello friulano e veneto del 1917, successivo alla rotta di Caporetto, che ebbe un seguito largamente maggioritario nel ritorno, mentre quello successivo al Secondo Conflitto Mondiale si distinse per il carattere definitivo della cesura, e nello stesso tempo, per una dispersione dalle proiezioni universali, che ha confermato, assieme alle integrazioni nell’ambito delle nuove comunità stanziali, una perdita quanto meno parziale della primigenia unità.
Quella di Giuliani, Istriani e Dalmati è stata una grande tragedia dimenticata per tanti anni, talvolta volutamente, ma la sua memoria è stata sempre vivida nel cuore di quanti pagarono con l’esilio, e con le indicibili sofferenze provocate dalla diaspora, una lunga serie di errori e di tradimenti, soprattutto altrui.
Tuttavia, il dolore e la nostalgia non hanno impedito a questo popolo di grande civiltà, che ha fatto della «non violenza» un riferimento costante e imprescindibile, di trovare dimora nella «nuova» Patria con generale apprezzamento, con la speranza in un futuro migliore per tutti gli Esuli, e naturalmente, per la terra d’origine amaramente perduta, tanto amata nelle loro menti e nei loro cuori.
