L’Italia e il fantasma del Fascismo
Riflessioni su come ricordare il passato fascista

Davvero in Italia vi è il rischio di una nuova deriva fascista? Nonostante alcuni studiosi propendano per una risposa affermativa, personalmente ritengo che in realtà non sia così. Nella società attuale, fatta eccezione per alcune frange nostalgiche, si è ormai maturato un giudizio profondamente negativo verso la dittatura di Mussolini, e ciò soprattutto grazie alle ricorrenze che ricordano i crimini compiuti dai fascisti.

Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria per gli Ebrei uccisi nella Shoah; genocidio in cui è ormai universalmente riconosciuta la complicità del regime fascista: «Uomini, donne, bambini e anziani [sono stati] strappati dalle loro case, costretti a lasciare tutto, portati nei campi di sterminio e uccisi solo perché di religione ebraica […] Un piano, quello condotto dal regime hitleriano, che in Italia trovò anche la complicità di quello fascista, attraverso l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e nelle deportazioni» ha dichiarato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione dell’80° anniversario della liberazione di Auschwitz.

Allo stesso modo, il 25 aprile è la data che ricorda la liberazione dell’Italia da parte di Alleati e partigiani, celebrando la vittoria e il sacrifico della Resistenza contro i nazifascisti: «Il 25 aprile è per l’Italia una ricorrenza fondante: la festa della pace, della libertà ritrovata, e del ritorno nel novero delle Nazioni democratiche», ha dichiarato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 79° anniversario della festa della Liberazione.

Anche per quanto riguarda la politica imperialista adottata durante il Ventennio si può affermare che a livello istituzionale il mito degli «Italiani brava bente» sia ormai caduto, e si riconoscono le colpe e le atrocità perpetrate dalle guerre compiute dal Duce, come provano a esempio la restituzione della stele di Axum all’Etiopia o le scuse fatte dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla Libia nel 2009.

Non vi è dunque – almeno attualmente – il pericolo di un ritorno al Fascismo; e difficilmente vi potrà essere, dato che ormai il termine «Fascista» è universalmente utilizzato in senso spregiativo. È comunque necessario, per evitare che in futuro la Storia possa ripetersi un giorno, continuare a preservare la memoria antifascista. Tuttavia, per un migliore antidoto contro il pericolo dell’insorgere di futuri autoritarismi, ritengo non basti parlare unicamente delle stragi e dei crimini operati dai fascisti, ma occorre tenere a mente anche due aspetti scomodi e poco sottolineati.

Uno di questi è il consenso che ebbe Mussolini durante gli anni in cui fu al potere. Sebbene sia innegabile che la dittatura fascista fece ampio uso dell’intimidazione colpendo non solo oppositori politici, ma anche semplici cittadini che avevano commesso banali azioni ritenute avverse alla figura del Duce[1], è ormai accertato che l’adesione al Fascismo da parte degli Italiani non fu dettata unicamente dalla coercizione, e che anzi la maggioranza di questi rimase a lungo impermeabile ai messaggi dell’antifascismo. Il malcontento verso la dittatura e i suoi capi cominciò rapidamente a diffondersi durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale a causa delle privazioni e delle perdite civili e materiali subite durante il conflitto.[2]

L’acquisizione di una mentalità antifascista fu quindi spesso un percorso di maturazione graduale, e non sorprende perciò che tra i partigiani vi fu anche chi in passato aveva ammirato Mussolini, partecipato volontario alle guerre promosse da quest’ultimo o persino approvato la svolta antisemita. Ricordare questi fatti non inficia il valore della Resistenza, anzi mettere in evidenza i motivi per cui gli Italiani hanno manifestato per diverso tempo approvazione verso un dittatore che li ha privati delle libertà democratiche, esalta ancora di più la minoranza che non si è lasciata sedurre dalla propaganda del Regime. Significative in questo senso sono le parole dette dal partigiano comunista Giorgio Amendola nell’intervista rilasciata a Oriana Fallaci nel 1974: «Noi antifascisti eravamo una minoranza controcorrente, circondata dall’incredulità generale […] La nostra Resistenza fu eroica proprio per questo […] Se del fascismo si vede solo la pagina ridicola, quella delle pagliacciate e delle mostruosità, non si capisce l’operazione dannosa che ha interrotto lo sviluppo dell’Italia per quasi quarant’anni».[3]

Un altro punto da ricordare riguarda il pericolo che una certa miticizzazione della Resistenza può portare. È indubbio che la Repubblica di Salò – oltre a essere uno Stato fantoccio dei nazisti – fu un regime brutale che si rese responsabile di numerosi crimini: dall’uccisione di persone per il solo fatto di essere di origine ebraica (oltre 7.000 Ebrei Italiani moriranno nell’Olocausto) al massacro indiscriminato contro i civili (si stima che furono circa 15.000 le vittime delle stragi nazifasciste in Italia, a cui bisogna aggiungere coloro che morirono deportati in campi di concentramento). È pertanto ovvio che la salita degli eserciti alleati dal Sud fu percepita generalmente come una liberazione da parte della popolazione italiana.

Occorre però ribadire che la Storia non è un libro fantasy in cui il Bene e il Male sono chiaramente distinti in due campi contrapposti, e che anche la Liberazione ebbe le sue «pagine buie». Le più note sono le «Marocchinate», gli stupri operati dalle truppe africane al seguito del contingente francese (oltre 600 donne violentate nel solo paese di Esperia), e la resa dei conti operata da frange partigiane contro i fascisti alla fine del conflitto (in particolare nel «Triangolo della morte» in Emilia Romagna dove, oltre ai collaborazionisti, furono uccisi anche sacerdoti e proprietari terrieri).

La guerra – come la Rivoluzione – non è un pranzo di gala. Partire in montagna per combattere contro i nazifascisti o anche solo sostenere materialmente i partigiani richiedeva un’enorme dose di coraggio e sacrificio. Accanto agli eroi, nel movimento partigiano vi furono però anche delle «mele marce» che, contravvenendo ai regolamenti, si abbandonarono a saccheggi o a regolamenti personali. Parlare anche di questi fatti non significa fare il gioco dei Fascisti: le strumentalizzazioni non si combattono nascondendo il passato scomodo, ma facendo i conti con la propria Storia.[4] Anzi, si può dire che la negazione effettuata per anni contro gli aspetti meno edificanti del movimento resistenziale, ha paradossalmente contribuito a portare il pubblico verso un maggiore interessamento per i crimini dei partigiani (si deve probabilmente a questo motivo il successo che ottenne il giornalista Giampaolo Pansa con i suoi libri sul «sangue dei vinti»).

Ciò che invece è doveroso contrastare è il tentativo di equiparazione tra le due parti. Il fatto che in entrambi i campi vi furono crimini di guerra non autorizza a mettere sullo stesso piano gli eserciti alleati e i resistenti italiani con gli uomini che combatterono dalla parte di Hitler e Mussolini: la violenza di quest’ultimi fu molto più centralizzata e diffusa rispetto a quella dei primi che, al confronto, fu invece più sporadica e frutto di iniziative individuali. Né sarebbe giusto rendere onore a chi combatté nella Repubblica di Salò con il pretesto che chi si arruolò volontario lo fece in «buona fede»: è la causa per cui si combatte che rivela la correttezza della lotta.

Che quella dei resistenti italiani fu quella giusta lo rivelano chiaramente le parole che nel dopoguerra il deputato socialista Vittorio Foa, che combatté come partigiano durante la guerra, rivolse all’esponente missino Giorgio Pisanò, che durante il conflitto si arruolò invece come volontario nella Repubblica di Salò: «Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei Senatore».


Note

1 Per esempio, un titolare romano di officina di cromatura fu condannato a cinque anni di confino per aver messo in bagno – per mancanza di spazio – un busto del Duce che gli era stato dato da restaurare; mentre una studentessa milanese venne invece condannata perché in un tema scolastico aveva negato che Machiavelli nel Principe avesse prefigurato Mussolini. Per queste e altre storie Anna Foa, Andare per i luoghi di confino, Il Mulino, Milano 2008.

2 Il consenso degli Italiani verso Mussolini fu ammesso all’epoca anche da importanti esponenti antifascisti: «L’Italia è mussoliniana» scriveva Piero Gobetti; mentre Palmiro Togliatti dovette riconoscere le basi di massa del regime tanto da lanciare nel 1936 un appello ai «fratelli in camicia nera». Nonostante questo, vi fu una forte resistenza da parte di certa storiografia ad accettare il fatto che un’ampia parte della popolazione italiana ebbe a condividere i miti fascisti. Si veda il saggio di Giovanni Belardelli, Il consenso, in Autori Vari, Miti e storia dell’Italia Unita, Il Mulino, Milano 1999, pagine 133-141.

3 Per l’intervista a Giorgio Amendola, Oriana Fallaci, Intervista con la Storia. Nuova edizione ampliata e riveduta, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1977, pagine 312-332.

4 Indicativa a questo proposito, è la vicenda del partigiano comunista Otello Montanari, famoso per aver lanciato dalle pagine del «Resto del Carlino» nel 1990 l’appello: «Chi sa, parli» relativo ad alcuni omicidi avvenuti nel Reggiano nel dopoguerra a opera di partigiani comunisti. Per la sua azione, Montanari ebbe a subire duri attacchi e l’emarginazione, nonostante il suo gesto abbia permesso di scoprire la verità sull’omicidio del sacerdote Umberto Pessina (delitto per il quale erano stati ingiustamente condannati i partigiani Germano Niccoli ed Egidio Baraldi). La Storia avrebbe infine dato ragione a Montari, e – seppur dopo molti anni – gli venne riconosciuta la correttezza e l’importanza del suo agire. Ironia della sorte, Montanari venne all’epoca attaccato anche da Giampaolo Pansa, che accusava il deputato comunista di favorire indirettamente con il suo appello l’offensiva di Bettino Craxi contro il Partito Comunista Italiano. Dopo che il giornalista iniziò il suo «ciclo dei vinti», anche Pansa riconobbe l’importanza dell’azione di Montanari, porgendogli le scuse per i suoi precedenti attacchi. Confronta Giampaolo Pansa, Il revisionista, Rizzoli, Milano 2009, pagine 282-292.

(aprile 2025)

Tag: Mattia Ferrari, Fascismo, Resistenza, Benito Mussolini, Giornata della Memoria, Giorgia Meloni, Festa della Liberazione, Sergio Mattarella, Silvio Berlusconi, Giorgio Amendola, Oriana Fallaci, Repubblica di Salò, Marocchinate, Stragi partigiane, Giampaolo Pansa, Adolf Hitler, Giorgio Pisanò, Renzo Foa, Piero Gobetti, Palmiro Togliatti, Otello Montanari, Umberto Pessina, Germano Niccoli, Egidio Baraldi.