Ferruccio Spadini, un «grande» della
Repubblica Sociale Italiana
La verità oltre le ideologie
La narrativa predominante nell’ultimo dopoguerra, e più ancora il cinema e la televisione, hanno contribuito a diffondere per il grande pubblico l’immagine dei fascisti come generalmente dei sempliciotti, degli ingenui, che suscitano più compassione che paura; c’è poi una minoranza di uomini decisamente «grossi, brutti e cattivi». Non si danno altre alternative, e questo è funzionale al presentare il fascismo come il «Male assoluto» (termine che nel linguaggio cristiano qualifica in via esclusiva Satana).
Una lettura attenta dei documenti dell’epoca, e soprattutto delle testimonianze, presenta un quadro diverso, pur senza negare che il fascismo abbia avuto dei lati estremamente negativi (in primo luogo le Leggi Razziali e l’entrata in guerra a fianco della Germania, decisioni sulle quali ci sarebbe comunque da fare alcune riflessioni, che prescindono dalla natura di questo articolo).

Copertina del saggio Ferruccio Spadini di Barbara Spadini
Barbara Spadini, con il suo saggio Ferruccio Spadini (stampato dalla TipolitografiaGrafica 5 di Arco, Trento, nel 2008, e diffuso in proprio), vuole presentarci la figura di suo nonno, calciatore di prima categoria, volontario in guerra, insegnante di latino e greco presso l’Istituto dei Filippini della Pace e l’Istituto «Cesare Arici» retto dai Gesuiti, a Brescia. Una vita intensa, all’insegna dei valori cristiani, dell’amore verso la famiglia, di un alto senso del dovere.
Ferruccio Spadini, classe 1895, riceve nel 1926 la tessera del Partito Fascista Italiano che è obbligatoria per gli insegnanti. Ma lui è un fascista «sui generis», avverso alle cariche politiche, incline a dar retta alla sua coscienza più che agli ordini che ritiene ingiusti, a non rinunciare mai a esprimere le proprie idee, tanto da essere definito «il ribelle»: sarà addirittura punito nel 1932 con il ritiro della tessera e la sospensione per un anno dall’insegnamento (la tessera gli verrà riconsegnata allo scoppio della Guerra d’Etiopia, quando partirà volontario).
Ferruccio Spadini, lo aveva detto, non credeva in Mussolini, ma credeva che il proprio dovere consistesse nel restare sempre e comunque al proprio posto in difesa della Patria. Arrivato l’8 settembre 1943 col disfacimento dell’esercito, la crisi dei valori in cui credeva, la confusa reazione della gente, riceve l’incarico di ordine pubblico all’interno della Guardia Nazionale Repubblicana (esercito di Salò) a Breno: da allora in poi, ogni responsabilità di ordine pubblico nella Val Camonica ricadrà su di lui.
Era amato dalla gente e dai suoi soldati, che si sentivano trattati come figli. Avrebbe potuto, grazie all’esperienza e alle forze di cui disponeva, eliminare completamente il movimento partigiano nelle zone sotto il suo controllo; ma lui era più propenso a trattare coi ribelli che a ucciderli, a parlare per convincerli a scendere dalle montagne in cambio di un lavoro – cosa che in larga parte gli riuscì –, a salvare tanti partigiani e le loro famiglie dalla repressione del Comando Tedesco, che più volte lo accusò di debolezza e quasi di collusione col nemico (riuscì a far liberare decine di partigiani, di altri fece cambiare le condanne a morte in anni di detenzione, di altri ancora favorì la fuga in montagna). È sintomatico, a titolo di esempio, sottolineare i suoi tentativi di liberare il capo gruppo delle «Fiamme Verdi» partigiane, Cappellini, con uno scambio di prigionieri: l’accordo saltò per l’opposizione dello stesso fratello del Cappellini e perché gli alti comandi partigiani avevano stabilito di rifiutare qualsiasi scambio di prigionieri, anche quando questo avesse significato la morte dei loro uomini; Cappellini – mentre veniva trasferito a Brescia per ordini superiori – disse che di quello che era successo Ferruccio Spadini e i suoi militi non avevano colpa.

Fotografia di Ferruccio Spadini
Nel 1945, visto il proclama di scioglimento della Guardia Nazionale Repubblicana al termine della Seconda Guerra Mondiale, si consegna spontaneamente, attraverso il parroco, al Comitato di Liberazione di Fondo (Trento).
Portato a Brescia, ripetutamente picchiato e torturato, viene condannato alla pena capitale per l’uccisione di cinque partigiani, che erano invece morti durante una retata dei Tedeschi a cui Ferruccio Spadini era stato del tutto estraneo.
Furono respinte le domande di grazia, inoltrate a sua insaputa, tra gli altri, dalle massime autorità cittadine di Brescia (il Prefetto, il Questore, il Vescovo), dal prete partigiano Don Giovanni Antonioli che offrì la propria vita per salvare quella di Spadini, da Monsignor Montini (futuro Papa Paolo VI) e dall’Onorevole Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri. A concedere la grazia poteva essere solo il Ministro di Grazia e Giustizia, Togliatti, che vi si oppose ostinatamente.
(Nel libro non è scritto perché Ferruccio Spadini sia stato condannato a morte. Faccio alcune ipotesi del tutto personali. Una è che Togliatti, o qualcuno vicino a lui, avesse un misterioso risentimento personale verso lo Spadini. Oppure, dato il rispetto di cui era sempre stato circondato anche da chi lo aveva combattuto, non si voleva rischiare che si diffondesse l’immagine del «buon fascista», che avrebbe potuto portare qualcuno a chiedersi che cosa fosse realmente, almeno in parte, il fascismo, offuscando così la gloria e le motivazioni della parte avversa. O ancora, e questa penso sia la ragione più probabile, si paventava che Spadini, proprio per la sua grande personalità, potesse un giorno costituire un ostacolo all’instaurazione in Italia di una «repubblica» bolscevica, cosa che fortunatamente non avvenne.)
Ferruccio Spadini venne fucilato il 13 febbraio 1946: la guerra era terminata da quasi un anno. Aveva 50 anni. Alla moglie e ai cinque figli vennero confiscati i beni. All’esecuzione presero parte partigiani armati, perché i carabinieri presenti si erano rifiutati di sparare. Pochi mesi dopo, Togliatti concedeva l’amnistia a tutti i fascisti, tranne quelli colpevoli di reati gravissimi. Ne usufruirono molti che avevano ricoperto cariche maggiori di Spadini e sarebbero stati ben più meritevoli, rispetto a lui, di pene severe.
La sua storia non finisce qui: grazie alla tenacia della famiglia, ai documenti, alle testimonianze di molti ex partigiani che usufruirono della sua bontà, il 23 aprile 1960 Ferruccio Spadini venne assolto «post mortem» dalle accuse, completamente riabilitato, e poté essere riportato a Mantova, per riposare nella tomba di famiglia.
Ma era destino che neppure qui dovesse avere pace. Nel 2007, la nipote Barbara Spadini propose all’Istituto Comprensivo dove insegnava l’istituzione di una borsa di studio in memoria del nonno, anche in virtù dei suoi meriti come insegnante, da assegnare a un alunno particolarmente degno. La proposta fu accolta favorevolmente dal Consiglio d’Istituto, che era perfettamente al corrente dei trascorsi fascisti di Ferruccio Spadini (ne avevano parlato libri e articoli di giornali). Invece, pochi giorni prima dell’assegnazione della borsa di studio, ci fu una serie di accanite proteste da parte di storici mantovani, associazioni combattenti locali, alcuni cittadini e alcuni componenti del Consiglio d’Istituto che pretendevano – questi ultimi – di non aver conosciuto bene la vicenda di Ferruccio Spadini.
La borsa di studio venne comunque consegnata a uno studente che poté così iscriversi al Liceo Classico, con la prospettiva futura di studiare medicina; richiesto se sapesse chi era Ferruccio Spadini, il ragazzino tredicenne rispose senza scomporsi che era un «martire fascista, fucilato ingiustamente».
Suppongo che fosse anche questa frase a far ribollire ancora più gli animi: da una parte, contro la borsa di studio, si schierarono l’Anpi, la Comunità Ebraica, la «Gazzetta di Mantova», «Repubblica» (con un articolo di Fabrizio Ravelli pieno di errori storici); dall’altra la «Voce di Mantova», «Area», il «Corriere della Sera» (articolo a firma di Luca Angelini). Un dettaglio che fa rabbrividire: al Direttore della «Voce di Mantova» fu recapitato in redazione un proiettile calibro 22 accompagnato da un biglietto che diceva: «Sporco fascista ti faremo fare la fine del tuo amico Spadini.» Sembrava un’aggravante della vicenda, poi, il fatto che l’Istituto fosse dedicato a Luisa Levi, una ragazzina ebrea deportata in Germania e uccisa in un campo di concentramento: ebbene, Ferruccio Spadini (che non aveva mai perseguitato Ebrei, ma anzi, un signore Polacco Ebreo era legatissimo alla famiglia della di lui moglie, dalla quale fu sorretto e aiutato in guerra e dopo) venne considerato corresponsabile delle Leggi Razziali e di tutte le nefandezze del regime, una posizione che lo stesso Ravelli – citato più sopra – disse che «nel 2007 fa solo ridere»; anche il Professor Leonello Levi, valente giurista e primo cugino di Luisa Levi, difese l’istituzione della borsa di studio e dichiarò che non vedeva come questa potesse ledere l’immagine di sua cugina.
Il risultato fu che la borsa di studio, che non poteva più essere revocata, non fu riproposta. Da questo fatto, che potrebbe apparire marginale, ma che fa invece vedere quanto nell’Italia odierna ci sia ancora di ideologico e quanto sia difficile un dialogo sincero o per lo meno civile (molti dividono ancora le persone in «bianchi» e «neri» o, meglio, in «rossi» e «neri»: ogni altra gradazione di colore è esclusa); da questo fatto, dicevamo, prende le mosse il saggio Ferruccio Spadini. Un testo scritto in modo semplice ma non semplicistico, che si presta alla lettura da parte non solo dei «cultori della materia», ma di chiunque voglia studiare una parte di quel periodo dalle dirette parole di chi lo visse. Un testo non teso tanto a difendere il Maggiore della Repubblica Sociale Italiana (la giustizia lo ha già assolto per non aver commesso il fatto), quanto a «raccontare» chi era l’uomo, a penetrare nel profondo del suo animo con le testimonianze di chi lo conosceva (anche della parte avversa) e con le pagine dei suoi diari, da cui si ricava – pur con un linguaggio a volte leggermente retorico, com’era tipico del tempo – l’immagine di un uomo che, nel progressivo imbarbarimento del mondo intorno a sé e nell’incrudelirsi della guerra, non dimentica prima di tutto di essere un uomo, e di dover difendere e tutelare la vita di ogni Italiano, anche di chi ha optato per una scelta di vita e di schieramento diversa dalla sua.
Una lezione che dovremmo tenere tutti a mente.
L’opera Ferruccio Spadini non è in vendita, ma viene diffusa solo a richiesta degli interessati. Chi ne desiderasse avere una copia, in versione «.pdf» o cartacea, la può richiedere direttamente all’Autrice, scrivendo all’indirizzo e-mail: barbaraspadini@virgilio.it
