Esodo Giuliano-Dalmata e foibe: luci e ombre del ricordo
Un obbligo etico: onorare i martiri e la verità di una grande tragedia storica

Sono trascorsi tre quarti di secolo, ma come accade per molte vicende del passato su cui non si riesce a trovare un denominatore di comune riferimento, a causa di evidenti carenze volitive, la questione dell’Esodo Giuliano, Istriano e Dalmata e quella delle foibe continuano a essere oggetto di interpretazioni difformi e di valutazioni strumentali. Eppure, le 20.000 vittime del genocidio continuano a far udire alto e forte il proprio grido di dolore dagli anfratti del Carso, cui si unisce quello dei 350.000 esuli, sradicati dalla propria terra per un’elementare ricerca di salvezza fisica, integrata dal rifiuto dell’ateismo di Stato e del collettivismo forzoso.

Le celebrazioni del Ricordo programmate a seguito della Legge 30 marzo 2004 numero 92 non hanno fatto eccezione, nonostante la particolare visibilità delle manifestazioni istituzionali di Roma e di Basovizza (Trieste): quest’ultima, anche alla luce del suo approssimante 80° anniversario (18 agosto 1946-2026). Alla prima, preceduta dalla deposizione di corone d’alloro all’Altare della Patria, presso il sacello del Milite Ignoto, sono regolarmente intervenute le massime Autorità dello Stato, che hanno consegnato di persona agli eredi dei caduti gli Attestati a firma del Presidente della Repubblica, e le Medaglie d’onore di cui all’articolo 3 della Legge in parola, con un importante e apprezzato salto di qualità rispetto alla prassi riduzionista degli esercizi precedenti. Alla seconda hanno partecipato, del pari, parecchi Ministri della Repubblica in rappresentanza del Governo e numerosi parlamentari, assieme agli esponenti regionali e comunali di competenza, e a quelli del momento religioso[1].

Un altro elemento positivo è ravvisabile nelle tante iniziative periferiche in onore dei caduti, tra cui la consegna di altre onorificenze da parte di parecchie Prefetture[2] e la scopertura di memoriali toponomastici o celebrativi in ricordo di singoli caduti, tra cui piace ricordare – a titolo di esempio – quello di Massarosa (Lucca) in memoria dei martiri infoibati o diversamente massacrati, come Alberto Picchiani, Direttore delle miniere di Arsia, gettatosi in foiba al grido di «Viva l’Italia» per sfuggire agli aguzzini di turno[3]; e quello di Bisceglie (Barletta/Andria/Trani) in onore dell’Agente di Polizia Antonio Papagni, catturato a Trieste a guerra finita, ucciso nell’abisso carsico di Roditti e ricordato – assieme a tanti commilitoni – nel famedio della Questura triestina[4].

Si diceva delle ulteriori iniziative negazioniste, anche in concomitanza col Ricordo, e soprattutto, di quelle paradossalmente giustificatrici di un autentico delitto contro l’umanità, cui non sono estranei gli organi d’informazione, anche quando vengono chiamati a svolgere un servizio pubblico, che proprio in quanto tale dovrebbe porsi al di sopra delle parti.

In occasione del 10 Febbraio di ogni anno la storia si ripete con ricorrente regolarità, anche a opera delle maggiori reti televisive nazionali, senza dire di iniziative quanto meno opinabili come la concessione di luoghi istituzionali agli eredi slavi di chi si rese responsabile, giova sottolinearlo, di reati imprescrittibili. D’altro canto, è sempre vero che «oportet ut scandala eveniant»: almeno in questa ottica ne è scaturita una maggiore visibilità, idonea a consentire riflessioni mature da parte dei cittadini che abbiano orecchie per intendere e testa per ragionare. In effetti, durante diversi «Giorni del Ricordo» sono andate in onda parecchie testimonianze e rievocazioni, ma non sempre improntate allo spirito e alla lettera della Legge istitutiva, chiaramente e doverosamente volti a informare gli ignari e a onorare i caduti.

A esempio, per limitare il riferimento alla sola televisione di Stato, non mancano testimoni di rilievo che hanno affermato come la destra politica abbia «strumentalizzato a piene mani» Esodo e foibe[5] senza pensare che la sinistra ha fatto e sta facendo molto peggio, mentre qualcun altro, in tale ultimo ambito, ha rammentato un classico del verbo negazionista secondo cui la proditoria strage di Vergarolla – opera dell’OZNA – e le sue 110 vittime si dovrebbero imputare ai cittadini di Pola che cuocevano la carne sulle mine accatastate in spiaggia (!), sino al punto di farle scoppiare con le terribili conseguenze del caso, mentre tutti sanno che erano già state opportunamente disinnescate[6].

In effetti, negazionismo e riduzionismo esistono da sempre: come è emerso da altre testimonianze, il recupero di una vita apparentemente normale da parte di molti esuli richiese parecchi anni se non addirittura decenni (Egea Haffner); senza dire degli episodi di ostracismo che consigliavano di non dichiarare le proprie origini giuliane o istriane (Anna Maria Mori) onde prevenire le accuse secondo cui i profughi erano tutti fascisti in fuga dal «paradiso» di Tito. Non a caso, qualcun altro, come la Medaglia d’Oro olimpica Nino Benvenuti, ha soggiunto che l’esule resta sempre tale, per tutta la durata della propria vita, mentre uno storico di buon riferimento come Paolo Mieli ha affermato che quello degli esuli fu duplice eroismo: da un lato per la rinuncia alla terra e agli affetti, e dall’altro per la civile tolleranza con cui seppero sopportare parecchie accoglienze inqualificabili come quelle del treno di Bologna o della definizione di «banditi» data da parte comunista[7] fino al punto da spingere molti di loro all’emigrazione in Paesi lontani.

Testimonianze a parte, la scelta di alcuni programmi senza il conforto di adeguati commenti – come è accaduto per la proiezione di Cuore nel pozzo – ha portato ulteriori contributi alle tesi giustificatrici, se non altro per le sin troppo frequenti e insistenti ripetizioni del capo partigiano con la stella rossa, secondo cui gli Slavi rendevano pan per focaccia, a fronte delle precedenti persecuzioni italiane o presunte tali. È accaduto di peggio, quando si è data voce ad alcuni giovani che non sono stati alieni dall’ammettere «apertis verbis» la propria totale ignoranza su Esodo e foibe, mentre un’altra studentessa non meglio identificata ha detto che Venezia Giulia e Dalmazia «furono date» alla Jugoslavia quale compenso non meglio specificato[8].

In linea generale, si é trattato di contributi spesso effimeri, finalizzati a ricordare gli eventi[9] ma non certo ad approfondire, anche se la responsabilità dei comunisti slavi e dei loro collaboratori italiani, in alcuni casi, è emersa in modo finalmente chiaro. Del resto, la concentrazione in un solo giorno, e comunque nell’ovvio inserimento fra gli altri programmi maggioritari, non giova a un approccio storico veramente esaustivo pur non essendo mancato qualche «flash» tendente a una riflessione meno approssimativa, come nel caso di Raoul Pupo, il noto cattedratico triestino di vocazione centrista, quando ha sottolineato la facilità con cui Esodo e foibe possono essere oggetto di strumentalizzazioni spesso antitetiche: la storia «non è un tronco da spaccare in due».

Per concludere, nulla di nuovo sotto il sole. Il Ricordo continua a tradursi in celebrazioni che tendono a diventare prevalentemente rituali, e quindi stereotipe, non senza concessioni fuori luogo a negazionismo e riduzionismo, tanto da aver promosso l’idea di possibili interventi legislativi «ad hoc» sulla falsariga di quanto fatto per l’Olocausto. A ogni buon conto, giova rammentare che la Legge 92, nella sua qualità di atto prescrittivo, deve «essere osservata e fatta osservare da chiunque».

Ciò, anche nelle sue statuizioni circa l’obbligo di commemorazione nelle scuole, spesso lasciato alla discrezionalità dei singoli Istituti, e circa il conferimento di riconoscimenti in onore delle vittime, per cui sarebbe auspicabile l’estensione del diritto d’istanza alle Amministrazioni Comunali d’origine dei caduti, già proposta in passato. Si potrebbe e si dovrebbe aggiungere che la mancanza di specifiche sanzioni a fronte delle inadempienze ne favorisce la proliferazione, ma questa è un’altra storia.

L’auspicio di tutti coincide con quello di accelerare al massimo l’assunto di Monsignor Antonio Santin, il benemerito Vescovo di Trieste e Capodistria colpito a sangue dai partigiani, secondo cui «le vie dell’iniquità non possono essere eterne». È un obiettivo da condividere lungi da ogni logomachia, e da perseguire alacremente con l’impegno di tutti e di ciascuno.


Note

1 Alle celebrazioni di Basovizza, svolte alla ricorrente presenza di una grande folla comprensiva di tanti appartenenti alle Associazioni d’Arma e al mondo esule, sono intervenuti spesso anche i parlamentari della sinistra. Se non altro, si è trattato di risposte univoche – sia pure tardive – al lungo silenzio istituzionale proseguito per l’intero sessantennio intercorso fino all’approvazione, con voto quasi unanime, della Legge istitutiva del Ricordo, votata dal Parlamento Italiano dopo un lungo, complesso e non sempre facile itinerario legislativo.

2 In occasione del «Giorno del Ricordo» si effettuano cerimonie specifiche, con il conferimento contestuale delle onorificenze di legge, a cura primaria delle Prefetture, per non dire di quelle indette dai Comuni, dagli altri Enti locali e dalle Associazioni di competenza. Tali cerimonie si aggiungono alle iniziative istituzionali che si tengono a Roma presso l’Altare della Patria e nelle sedi parlamentari. Giova aggiungere che dopo oltre un ventennio di vigenza del provvedimento, le onorificenze consegnate si ragguagliano a circa 2.000: cifra notevole laddove si consideri l’ampiezza del tempo ormai trascorso e la conseguente difficoltà d’informazione, ma certamente limitata quando si pensi al numero largamente superiore delle vittime. Ecco un motivo in più per ribadire l’opportunità di adeguate misure estensive, onde prevenire la dispersione del Ricordo e del suo ruolo costruttivo nella programmazione del futuro, tanto più che la documentazione di supporto è destinata a confluire nell’Archivio di Stato a disposizione di storici e ricercatori.

3 Le spoglie mortali dell’Ingegnere Alberto Picchiani vennero recuperate a poche settimane dall’uccisione in foiba, grazie all’opera dell’eroica squadra dei Vigili del Fuoco di Pola comandata dal Maresciallo Arnaldo Harzarich, e trasferite nel Cimitero di Forte dei Marmi (Lucca) dove riposano tuttora. Alla memoria del martire la Repubblica Italiana ha conferito le onorificenze di cui alla Legge 30 marzo 2004 numero 92, grazie al comune impegno dei familiari e del Comune di competenza.

4 Una lapide in perenne omaggio al concittadino Antonio Papagni, vittima del dovere e della fedeltà alla Patria, è stata scoperta sulla sua casa natale di Bisceglie con ampio e commosso concorso della cittadinanza e del momento politico nazionale, regionale e comunale. Anche a questo caduto sono stati conferiti, ai sensi della Legge 92, la Medaglia del Ricordo e l’Attestato a firma del Presidente della Repubblica.

5 Prescindendo dalla tradizionale e antichissima definizione di Aristotele secondo cui l’uomo è animale politico, l’accusa di utilizzare Esodo e foibe per ragioni di convenienza e opportunità politica risale sino all’epoca dei fatti, e a ben vedere può essere estesa a tutti i partiti. A tre quarti di secolo dalla tragedia, l’occasione è congrua per auspicare giudizi oggettivi, in ossequio all’insegnamento di Tacito per cui «chi professa fedeltà al vero» deve essere immune da paralogismi o preconcetti di sorta.

6 Sulla tragedia di Vergarolla, avvenuta a 16 mesi da fine guerra, a fronte di responsabilità ormai accertate dell’OZNA, esiste un’ampia bibliografia, per non dire di un’emeroteca particolarmente ampia, con tante testimonianze di prima mano: se non altro, a conferma che l’eccidio coinvolse soprattutto donne e bambini (l’età media delle 64 vittime che fu possibile identificare è di 26 anni). Fra i testi più documentati ed esaustivi, confronta in particolare: Paolo Radivo, La strage di Vergarolla (18 agosto 1946), a cura del Libero Comune di Pola in Esilio, Edizioni «L’Arena di Pola», Trieste 2015, 648 pagine.

7 I profughi dalla Venezia Giulia vennero assimilati al celebre bandito Salvatore Giuliano, che all’epoca infestava varie zone della Sicilia Occidentale, anche da Eros de Franceschini, candidato ligure del Fronte Democratico Popolare alle elezioni legislative del 18 aprile 1948 che videro la netta sconfitta del blocco social-comunista e la vittoria della Democrazia Cristiana. Non meno surreali ma altrettanto autentiche sono le testimonianze di quanti ricordano come certe madri, per tenere buoni i bambini, ricorressero alla minaccia che – in caso contrario – li avrebbero fatti «mangiare da un profugo». Quanto al treno dei profughi che non ebbe la possibilità di sostare alla stazione di Bologna per consentire un minimo di assistenza alimentare almeno a vecchi e bambini, basti rammentare che il divieto di fermata fu espresso in maniera categorica da parte comunista.

8 In qualche misura, si tratta di un’ignoranza giustificabile, qualora si pensi alle omissioni e agli errori presenti in tanti libri di testo per le scuole. Quello citato non è dissimile dall’affermazione dello storico Gabriele de Rosa (1917-2009) secondo cui l’Italia avrebbe «restituito» alla Jugoslavia le terre acquisite a fronte della Grande Guerra: cosa impossibile, se non altro perché il Regno degli Slavi del Sud, creato a opera dei vincitori e in primo luogo del Presidente Americano Woodrow Wilson, non era mai esistito in precedenza. A onor del vero è da aggiungere che l’ignoranza giovanile non è universale: una discreta eccezione è stata proposta anche in TV dal Liceo Ginnasio «Giulio Cesare» di Roma, con particolare riguardo alla ricerca effettuata in modo pertinente da otto maturandi delle terze classi, anche a seguito di apposito viaggio di studio a Trieste.

9 Il 10 Febbraio, data dell’iniquo trattato di pace – poi scelta per la ricorrenza del Ricordo – richiama alla memoria collettiva anche un’altra tragedia avvenuta nello stesso giorno del 1947, che si tende ad accantonare sebbene sia stata diretta conseguenza del «diktat»: quella di Maria Pasquinelli (Firenze 1913-Bergamo 2013) e della sua vittima di Pola, il Generale Robert de Winton, colpito dalla giovane patriota quale estremo nonché unico gesto di protesta nei confronti degli Alleati. Sull’episodio esiste una bibliografia ugualmente ampia, tra le cui accessioni vanno ricordate le opere di Carla Carloni Mocavero (La donna che uccise il Generale, Ibiskos Editrice Risolo, Empoli 2012, 246 pagine); di Stefano Zecchi (Maria: una storia italiana d’altri tempi, Edizioni Vertigo, Roma 2011, 110 pagine) e di Rosanna Turcinovich Giuricin (La giustizia secondo Maria, Del Bianco Editore, Udine 2008, 136 pagine): qui, basti ricordare che Maria, dopo la condanna a morte, la commutazione nell’ergastolo e la grazia intervenuta al termine dei suoi 17 anni di prigione, ha vissuto fino a diventare centenaria in una forte esperienza di fede religiosa e di ritiro spirituale, mentre il Generale De Winton ha trovato l’eterno riposo nel Cimitero Militare Britannico di Adegliacco (Udine) in un sepolcro che si distingue dagli altri, tutti uguali, per la presenza di una piccola croce in marmo bianco fatta installare da Maria.

(aprile 2020; ripubblicato: agosto 2026)

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