Alice Augusta Ball
Lotta contro la lebbra

Una brutta malattia, infettiva e invalidante, che aggredisce la pelle umana, rendendola granulomatosa, e conferendo un brutto aspetto a chi ne soffre, è la lebbra, chiamata anche «malattia di Hansen», definizione usata negli enti pubblici e statali della Penisola, perché è meno cruda. È causata da un microrganismo («Mycobacterium leprae») e, fino a un passato non molto lontano, era molto dolorosa e pericolosa. Essa danneggia i nervi, attacca occhi e vie nasali e produce lesioni sulla pelle fin dall’antichità; documenti che ne testimoniano l’esistenza appartengono al II millennio avanti Cristo. Solamente coloro che hanno un sistema immunitario che risponda adeguatamente, non sviluppano la malattia anche se sono infettati.

Storicamente, è noto che nel XIII secolo la lebbra si era diffusa a macchia d’olio in tutta l’Europa, dove era diventata endemica. L’associazione fra contagiosità e mancanza di adeguate cure fecero sì che i lebbrosi, il cui aspetto è spesso sfigurato e con arti orrendamente mutilati, divennero vittime di trattamenti ingiustamente malvagi e di persecuzioni, e furono tenuti alla larga dalla comunità; spesso erano rinchiusi in ambienti appositamente predisposti, noti come lebbrosari. Nelle isole Hawaii, a metà del 1800, i lebbrosi erano concentrati nell’isola di Molokai, dove erano stati obbligati a risiedere per ordine del Sovrano Kamehameha IV, abbandonati a se stessi, fino al raggiungimento del sollievo possibile, cioè quello dovuto alla morte.

Solamente nel 1873 si fece un piccolo passo in avanti in merito alla conoscenza di questa malattia, quando il dermatologo norvegese Gerhard Hansen scoprì quale fosse la causa della lebbra: si trattava di un microrganismo («Mycobacterium leprae»), che ebbe l’«onore» di essere il primo batterio identificato come origine di una malattia dell’uomo. Dopo questa scoperta, il nome della malattia divenne «morbo di Hansen».

Per tantissimo tempo le cure servirono a ben poco, se non a nulla: solamente i risultati di una ricercatrice portarono un po’ di luce sul trattamento di quel brutto disturbo.

Chi era questa ricercatrice? Era Alice Augusta Ball, nata a Seattle, nello Stato Statunitense di Washington, il 24 luglio 1892, terza di quattro figli. La sua famiglia era di un buon ceto: il padre era l’avvocato James Presley Ball, fotografo ed editore del giornale «The Colored Citizen», che aveva afrodiscendenti come lettori; la madre, Laura Louise Howard, era diventata fotografa di professione, seguendo le orme del suocero James Ball Senior, uno dei primi fotografi neri afroamericani che utilizzarono la tecnica fotografica del dagherrotipo, che consentiva di stampare ritratti su lastre di metallo.

Alice frequentò la Seattle High School dove, nel 1910, ottenne il diploma in scienze; poi, si iscrisse alla facoltà di chimica dell’Università di Washington, dove conseguì due lauree: in chimica farmaceutica nel 1912 e in farmacologia nel 1914. In quel periodo, pubblicò, sull’importante «Journal of the American Chemical Society», un lungo articolo, dal titolo Benzoylations in Ether Solution, redatto insieme con il suo insegnante.

Dopo la laurea, fra i vari atenei che l’avrebbero volentieri accolta e se la contesero – si dice – a colpi di borse di studio, lei scelse l’Università delle Hawaii, dove le fu offerta una tesi di chimica applicata alla medicina, una ricerca puntata all’individuazione delle proprietà chimiche delle piante della specie «Piper methysticum», che servivano per curare i disturbi dovuti all’iperattività e all’ansia. Uno dei più prestigiosi studiosi della lebbra, il dottor Harry T. Holmann, la invitò a collaborare con lui allo scopo di individuare un modo per migliorare la terapia in atto. Allora, l’unico sollievo disponibile per alleviare le sofferenze era l’olio di «chaulmoogra» («Hydnocarpus wightiana»), detta anche «kava», albero originario delle coste del Pacifico. Questa pianta, che era nota fin dalla notte dei tempi, purtroppo era di efficacia limitata: invero, il suo olio, essendo troppo viscoso, non poteva essere iniettato, inoltre era troppo appiccicoso per essere applicato sulle piaghe; e nemmeno di ingerimento si poteva parlare, perché poteva dar luogo a conseguenze gastriche negative, in aggiunta al suo sapore – mi si lasci passare il termine – schifoso.

Nella sua ricerca, Ball ne studiò il principio attivo, che fu l’argomento trattato nella sua tesi di laurea conseguita nel 1915; e lei ebbe il duplice primato di essere la prima donna e la prima afroamericana a ottenere la laurea magistrale in chimica.

Mentre stava preparandola, ci fu la richiesta di collaborazione da parte del prestigioso dottor Harry T. Hollmann, assistente chirurgo all’ospedale di Kalihi (un quartiere di Honolulu sull’isola di O’ahu nelle Hawaii), al fine di trovare un metodo che consentisse di isolare i principi attivi dell’olio di «chaulmoogra». Il ricorso all’olio di questa pianta non era una novità, giacché nel passato era stato utilizzato nella cura della lebbra, ma con risultati non del tutto soddisfacenti, e questo anche perché la cura doveva essere seguita per lungo tempo, ed erano molti i lebbrosi che si stancavano: a parte il fatto che l’olio fosse disgustoso, si aggiungevano pesanti disturbi allo stomaco, come più sopra ricordato.

Ebbene, Alice, conscia delle difficoltà che dimostravano di avere i malati del morbo di Hansen, si dedicò alla ricerca di un modo che evitasse l’assunzione dell’olio per bocca. E, infatti, nel 1916, le riuscì di trovare una procedura per estrarre i principi attivi dell’olio di «chaulmoogra», ottenendo un prodotto iniettabile.

I risultati delle ricerche della Ball, pur non essendo il massimo per arrestare il decorso della malattia, tuttavia erano una maniera più efficace per trattarla. Del resto, si doveva attendere gli anni ’40 del XX secolo per avere a disposizione gli antibiotici che sono in grado di combattere i micobatteri.

In ogni modo, ciò che Alice era riuscita a ottenere era un sensibile sollievo per i pazienti lebbrosi. Con questo successo la studiosa, ad appena 23 anni, divenne la prima donna di origine nera a specializzarsi presso l’Università delle Hawaii e a guadagnare il titolo di «chimica ricercatrice» del dipartimento.

Era un passo da gigante, che rendeva la cura meglio accettabile dai malati di quella terribile malattia. Peccato che, purtroppo, Alice non abbia avuto la soddisfazione di vedere pubblicati i risultati del suo prezioso lavoro, che con ogni probabilità nel futuro sarebbero stati seguiti da altri in ulteriori ricerche. Rimane sempre il dubbio se il fatto di essere una scienziata donna e, per di più, nera, avrebbe potuto inficiare la pubblicazione del suo operato, ma il 31 dicembre 1916, quando era appena ventiquatrenne, la morte ha posto fine a questo dubbio, troncando la sua prestigiosa carriera e portandosela via.

Per quanto riguarda la sua scomparsa, si sa che Alice aveva avuto dei problemi di salute e si era recata a Seattle per curarsi, ma non è dato sapere di quale malattia. In un articolo del «Pacific Commercial Advertiser», pubblicato nel settembre del 1917, è stata avanzata l’ipotesi secondo la quale si sarebbe trattato di avvelenamento da cloro, avvenuto durante un esperimento fatto dalla Ball insieme con i suoi allievi (giacché, oltre a essere ricercatrice, era pure insegnante); l’istituto negò nettamente tale possibilità. A quei tempi, la presenza delle cappe di ventilazione nei laboratori non era obbligatoria. Comunque, il certificato di morte, sul quale non mancarono dubbi, dichiara che questa avvenne per tubercolosi.

Dopo la sua dipartita, il preside della facoltà di chimica e supervisore della ricercatrice, Arthur Dean, non ci pensò due volte per impossessarsi dei risultati da lei raggiunti, scavalcandola indecentemente. Infatti, si appropriò dei suoi documenti e li pubblicò con il titolo di Metodo Dean, come se fossero stati frutto della sua attività di ricerca: di lei non fece mai menzione. Insomma, mentì spudoratamente a tutta la comunità scientifica. E, inoltre, si premurò di produrre grandi quantità di olio che invasero tutto il mondo.

Nel 1922, cioè sei anni dopo, ci fu un ex collega della Ball, Harry Hollmann, che tentò di restituire il maltolto alla ricercatrice prematuramente scomparsa. In un articolo affidato alla stampa, egli chiariva in che cosa consistesse il lavoro della Ball, rivendicandone l’attività e il suo ruolo nelle ricerche, descrivendo i risultati ottenuti e mettendola nella sua giusta posizione nei confronti di Dean. Ma dovettero trascorrere molti anni per riuscire a rendere pubblico il giusto nome di chi fu il vero artefice di quel risultato: in effetti, ciò avvenne solamente 90 anni dopo il dovuto.

Nello stesso anno, il «National Geographic» pubblicò un articolo a proposito della «chaulmoogra» dal titolo Hunting the Chaulmoogra Tree, divenuto interessante, perché era dedicato all’approfondimento della conoscenza dell’albero e al trattamento di cui era protagonista.

I risultati non si fecero attendere, come dimostra la notizia apparsa sul «Journal of the American Medical Association» nel 1918, nel quale un medico hawaiano dichiarò che 78 pazienti lebbrosi, dopo la cura praticata, furono dimessi. E questa cura rimase la sola finché, come ricordato, non si individuarono gli antibiotici necessari.

Negli anni ’70, la professoressa dell’Università delle Hawaii, Kathryn Takara, e Stanley Ali, che si erano interessati al lavoro della Ball, provarono a cercare le prove che l’ideatrice del metodo era stata Alice Ball e non Arthur Dean.

Nell’anno 2000, una targa dedicata alla Ball fu posta su un albero di «chaulmoogra», piantato appositamente dietro la Bachen Hall. E il 29 febbraio dello stesso anno, l’ex vicedirettore dell’Università delle Hawaii proclamò l’«Alice Ball Day», fissando, con quella data, l’anniversario ogni quattro anni (ritengo, comunque, che ciò sia stato casuale e non voluto). Nel 2007, poi, l’Università le attribuì una «Medal of Distinction».

Nel 2019, c’è stato l’intervento della London School of Hygiene and Tropical Medicine, nella cui sede, nel suo 120° anniversario, pose una targa nella quale erano stati aggiunti i nomi di tre donne: Florence Nightingale (la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna), Marie Curie (la grande scienziata) e Alice Ball.

E meno male che, seppure con molti anni di ritardo, le sia stata riconosciuta la validità delle sue ricerche, altrimenti di lei sarebbe rimasto solamente il ritratto, scattato il giorno della laurea nell’istituto americano, sotto il suo tradizionale copricapo.

(giugno 2024)

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