Genocidio del Ruanda
Tutsi, Hutu e Rwa

Uno dei fatti che ha sorpreso e ha lasciato l’amaro in bocca a tutti coloro che si interessano di quanto avviene nel Continente Nero, si è verificato in Ruanda alla fine del XX secolo; questo anche se, da quando gli Europei hanno iniziato a piantare il naso nelle faccende africane, c’è da pensare che, se prima le cose non andavano per il meglio, sicuramente da allora non sono di certo migliorate.

Il Ruanda era stato esplorato dai Tedeschi alla fine del XIX secolo e, nel 1924, la Società delle Nazioni lo affidò al Belgio. Qui la popolazione era formata da Tutsi, Hutu e Twa.

I Belgi per lo sfruttamento delle risorse di quel Paese si appoggiavano ai Tutsi, proprietari terrieri e allevatori di bestiame, che costituivano la parte nobile e ricca della società e che detenevano il potere politico e finanziario; d’altra parte, con la loro conformazione fisica (alti, snelli e con la pelle chiara) erano simili agli Europei e, secondo loro, davano maggiori garanzie nella gestione del potere. Gli Hutu, più piccoli, tozzi e con la pelle scura, erano più adatti al lavoro agricolo ed erano sfruttati e male remunerati. Tuttavia, tutto sommato, i rapporti fra le due etnie andavano avanti abbastanza bene, senza scossoni, tanto che non erano rari i matrimoni fra individui delle due diverse etnie. E la terza etnia, i Twa? Erano pochi, appena l’1%, e non avevano un peso nell’economia del Ruanda, tanto da non interessare alle autorità, anche perché erano ritenuti molto più vicini... alle scimmie che all’uomo.

Nel XVIII secolo, il Ruanda era un Regno governato dal Sovrano Nyiginya, un Tutsi, che attuò una politica di espansione che continuò anche sotto il governo del successore, il Re Kigeli Rwabugiri, e che raggiunse il massimo quando, nel periodo che va dal 1853 al 1895, ci fu l’annessione di territori sia verso l’Occidente sia verso il Settentrione.

Ma ciò che mise in agitazione la stabilità del Paese furono le sue riforme amministrative, che causarono una netta spaccatura fra Tutsi e Hutu: infatti, gli Hutu, per avere libero accesso alle terre di loro proprietà, ma che erano state loro confiscate, erano obbligati a svolgere lavori forzati per riprendere i diritti sulle stesse.

Questa era la situazione, abbastanza critica, che trovarono per prima la Germania e il Belgio successivamente. Quando il Belgio piantò il naso in Ruanda, a casa degli altri, avviò la sua colonizzazione e fece andare al potere i Tutsi, per lasciare agli Hutu le mansioni più umili e, logicamente, meno remunerative. In questa maniera, le differenze esistenti fra i due gruppi etnici si acuirono ulteriormente e cominciarono gli screzi fra di loro.

Nel 1957, gli Hutu, soprattutto attraverso il gruppo di intellettuali Parmehutu, stamparono il Manifesto dei Bahutu, in cui si denunciava la presunta superiorità razziale dei Tutsi e si propose una rivoluzione sociale, avente lo scopo di dare maggiore valore agli Hutu, anche perché numericamente erano molto più numerosi.

E, infatti, la situazione era mal sopportata dagli Hutu che, forti per l’essere l’80% della popolazione, nel 1959 si rivoltarono violentemente contro il regime dei Tutsi e alla fine, nel 1960, si giunse a un referendum che procurò l’affossamento della Monarchia e la proclamazione della Repubblica con Grigoire Kayibanda alla Presidenza, il quale instaurò un regime razzista che l’anno successivo arrivò allo sterminio di più di 100.000 Tutsi, mentre moltissimi, per salvare la pelle, espatriarono in Burundi e Uganda. Ciò continuò pure sotto il regime di Juvénal Habyarimana, salito al potere nel 1963 con un colpo di Stato, con la promessa di riconciliazione e di progresso, e di concedere il multipartitismo.

Quattro anni dopo, nel Burundi ci fu una successione di colpi di Stato che portò al potere i Tutsi, fatto che fu mal digerito dagli Hutu, i quali nel 1972 si ribellarono, scatenando le ire del Governo che reagì in modo violento e che sfociarono nell’uccisione di circa 200.000 persone.

L’anno successivo, in Ruanda ci fu la reazione che portò a un colpo di Stato da parte degli Hutu, capitanati da Juvénal Habyarimana, che ebbe la meglio e, nel 1975, fu instaurato un regime autoritario. Ma, pur prodigandosi per placare le tensioni esistenti fra le due etnie, il nuovo dittatore non ce la fece a mettere in atto il suo processo di integrazione.

Dopo una lunga sopportazione di quello stato, nel 1987 si formò, fondato dai Tutsi, il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), sotto la guida di Fred Rwigyema e Paul Kagame, avente come programma principale quello di far ritornare in patria i fuoriusciti, ricorrendo all’impiego di militari.

Ma l’economia era in notevole difficoltà, giacché, se da un lato si verificava una sensibile crescita demografica, dall’altro la fame dominava, essendo le risorse alimentari quelle di prima e non esistendo altre fonti di reddito.

Nel 1988 fu ancora la volta del Burundi, dove si ebbero numerosi sanguinosi scontri che causarono molte decine di migliaia di vittime, mentre il Governo divenne parlamentare con maggioranza Hutu; ma i Tutsi scatenarono quella che fu definita la «guerra civile ruandese», che indusse più di un milione di persone ad abbandonare la patria per mettersi al sicuro nei Paesi limitrofi, soprattutto in Uganda.

Mentre all’interno non c’era tranquillità, gli Stati Europei spingevano affinché il regime fosse meno autoritario.

Nel 1991 ci fu l’intervento del Presidente Habyarimana che, per accrescere la democratizzazione del Paese, promise di attivare il multi pluralismo, ma furono chiacchiere che non portarono nulla in tavola.

Il Presidente, il 4 agosto 1993, firmò gli Accordi di Arusha con i quali si prevedeva di far ritornare in patria i Tutsi, mentre in entrambi i campi continuavano le uccisioni e i massacri. A quel punto, quelli che avevano in mano il potere, raggruppati attorno alla figura del Presidente Habyarimana e del suo nucleo familiare, organizzarono gruppi armati, cioè soldati hutu regolari, fornendo loro liste di importanti Tutsi da togliere di mezzo. Il 6 aprile 1994 il Presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana, che dal 1973 era alla guida del Governo, dopo aver partecipato a un colloquio di pace a Dar es Salaam, stava rientrando dalla Tanzania con il suo omologo del Burundi, Cyprien Ntaryamira, dopo la firma di un trattato di pace con i ribelli dell’FPR (Fronte Patriottico Ruandese); attorno alle 20:30, nel cielo di Kigali l’aereo fu colpito da un missile terra-aria. Nella giornata stessa in cui l’aereo fu abbattuto (si potrebbe quasi dire che i rottami non avevano ancora toccato il suolo), per reazione cominciarono nel Paese i massacri di Tutsi e di quegli Hutu che erano imparentati con i primi o che erano moderati; comunque, tutta gente inerme e innocente. E le carneficine diventarono sempre più violente il giorno successivo a Kigali e ovunque esistesse il controllo delle FAR (Forze Armate Ruandesi) da parte della Guardia Presidenziale. L’ecatombe fu perpetrata dai gruppi paramilitari «Interahamwe» e «Impuzamugambi», con l’appoggio dell’esercito governativo, anche istituendo blocchi stradali, dove si controllavano i documenti di identità di chi passava: se si trattava di Tutsi, questi erano immediatamente fatti fuori con l’uso di armi da fuoco o ricorrendo ad armi bianche (per la cronaca si può ricordare che il gruppo degli «Interahamwe», che si dimostrò essere il più violento nel genocidio dei Tutsi, oltre che dall’esercito ruandese, era addestrato da soldati francesi). I fanatici appartenenti all’«Hutu Power», comandati dal colonnello Thèoneste Bagosora, allora capo di gabinetto del Ministero della Difesa, misero in circolazione un elenco con 1.500 nominativi di Tutsi cui dare la precedenza nella loro eliminazione. Alla fine, le persone che hanno perso la vita sono state circa 800.000 fra Tutsi e Hutu moderati.

Ciò che avvenne nel 1994 fu definito «genocidio», favorito anche dalla superiorità numerica degli Hutu nei confronti dei Tutsi.

Per evitare che la situazione precipitasse, cioè che si verificassero angherie nei confronti dei Tutsi, le Nazioni Unite avevano dato mandato alle truppe francesi di mettere in atto, il 22 giugno, l’«Opération Turquoise» («Operazione Turchese»), alla quale parteciparono 2.550 soldati francesi e 500 africani; ma purtroppo, a questi non riuscì di contenere il massacro che coinvolse dalle 500.000 a un milione di persone, che persero la vita, barbaramente eliminate senza distinzione alcuna con colpi di mazze chiodate, armi da fuoco, ma soprattutto con il machete, un grossolano ma molto efficiente coltellaccio. Di questo strumento di morte furono importate dalla Cina 581.000 unità da parte di uomini d’affari amici del Generale Habyarimana, che dovevano servire per eliminare i Tutsi da parte degli Hutu, essendo più economiche delle armi da fuoco. L’unico fatto positivo fu la creazione di un’area, sita nel Ruanda Sud-Occidentale e definita Zona Turquise, dove far affluire le migliaia di persone in fuga; ma ciò, purtroppo, non evitò che la popolazione continuasse a essere maltrattata e uccisa.

Uno dei massacri più feroci fu quello di Gikongoro, dove si trovava l’Istituto Tecnico di Muramb, durante il quale circa 27.000 Tutsi furono uccisi.

Questa carneficina, che iniziò il 7 aprile 1994, fu avviata dopo che la radio RTLM, con la voce del cronista Kantano, consigliò chi di dovere di torturare ed eliminare gli «scarafaggi» Tutsi; furono d’accordo personaggi politici, intellettuali, studiosi, professori dell’Università del Ruanda più vicini al Presidente, fra i quali erano C. Bizimungu, L. Mugesira, F. Nahimana; secondo il loro punto di vista, solamente il genocidio poteva rappresentare l’unica via per la loro sopravvivenza.

E l’ONU, che fece? Malgrado ci fosse stato il drammatico appello inviato dal suo Generale Canadese Roméo Dallaire, comandante di 2.500 soldati che, a distanza di un mese dall’inizio del genocidio, furono ridotti a 500, fece orecchio da mercante. Egli aveva informato che la situazione era grave e che un genocidio sarebbe stato possibile. Questo anche perché, quando giunse l’UNAMIR (United Nations Assistance Mission for Rwanda) aveva avuto l’incarico di fare un elenco di tutti i Tutsi di Kigali e ciò dava il sospetto che fosse in vista la loro soppressione. Chi aveva informato, aggiunse che conosceva il sito in cui erano molte armi ed era disposto ad accompagnarvi chi di dovere; ciò purché fosse garantita la protezione per sé e per la sua famiglia. Ma il Dipartimento per le Missioni di Pace con sede a New York non fece il suo dovere: infatti, non avanzò la richiesta di intervento né alla Segreteria Generale né al Consiglio di Sicurezza. E il 20 aprile 1994, il Segretario Generale dell’ONU fece rapporto al Consiglio di Sicurezza comunicando quanto stava accadendo in Ruanda in merito agli scontri etnici in atto, aggiungendo che le forze dell’UNAMIR, ridotte a 1.705 uomini, dopo che il contingente belga e personale vario era stati ritirati, non potevano fare nulla.

Quel rapporto, che purtroppo fu inutile, riportava tre alternative d’intervento. La prima riteneva che fosse necessario rinforzare l’UNAMIR, che doveva imporre l’immediato cessate il fuoco, far cessare i massacri, ristabilire l’ordine e dare aiuti alla popolazione in tutto il Paese. La seconda, più blanda, dopo aver ridotto il personale dell’UNAMIR, dargli l’incarico di intermediazione fra le forze belligeranti. La terza, infine, togliere l’UNAMIR definitivamente. Il Consiglio di Sicurezza, dopo aver attentamente valutato le tre alternative proposte, il 21 aprile 1994 optò per la seconda con voto unanime. Fatto incredibile, il Consiglio di Sicurezza, pur essendo bombardato dai rapporti presentati alla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU, sembra che non abbia riconosciuto il genocidio ruandese. Si sa solo che diversi Paesi Europei, fra cui in testa il Belgio e la Francia, si interessarono per portare a casa i propri cittadini.

Il tutto andò avanti fino alla metà di luglio, quando quello scempio ebbe termine con la sconfitta delle forze governative da parte del «Rwandan Patriotic Front» (RPF); i Tutsi, provenienti dalle zone dell’Egitto, avevano occupato le terre degli Hutu, riducendoli in schiavitù, per cui non c’era altra soluzione al problema. Solo così gli Hutu avrebbero ripreso la loro identità.

L’RPF poté controllare il Paese e agire contro coloro che avevano attuato il genocidio, costringendo circa un milione di Hutu a fuggire precipitosamente all’estero, in Burundi, Zaire, Tanzania e Uganda, per evitare di essere giustiziati.

È interessante ricordare quanto è stato riportato, nel 2000, dal «The Guardian» a proposito dell’allora Segretario Generale dell’ONU, Boutros-Ghali che, nel 1990, come Ministro degli Esteri dell’Egitto, aveva reso possibile la fornitura di bombe di mortaio, lanciarazzi, granate e munizioni, trasferite dal Cairo al Ruanda, per l’ammontare di 26 milioni di dollari. Con queste armi fu eseguito l’eccidio di circa un milione di persone.

Lo «sterminio di massa del Ruanda» è passato alla storia come uno dei più sanguinosi avvenuti nel XX secolo. Ma questo triste avvenimento non fu limitato al Ruanda, perché coinvolse pure Stati confinanti, come l’Uganda, il Burundi, il Congo e la Tanzania.

In merito al ruolo della Francia nel genocidio del Ruanda, con Miterrand in testa, questi, dopo aver appoggiato i Tutsi, ritenne che fosse il caso di spingere gli Hutu a reagire.

In quell’occasione, fece sentire la sua santa voce il Papa Giovanni Paolo II, che chiese ai Ruandesi di smetterla con quel massacro, che non faceva altro che portare il Paese nel baratro, altrimenti si sarebbero trovati a dover rispondere delle loro cattiverie e nefandezze non solo davanti alla Storia, ma anche e soprattutto a Dio: era ora di cessare di fare scorrere sangue innocente. Per i Tutsi non esistevano luoghi sicuri; nemmeno le chiese lo erano.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite poté interferire solamente dopo la conclusione del genocidio, attirandosi addosso antipatiche, forse ingiustificate, accuse, tanto che, alla fine, nel marzo 1996, pensò bene di ritirarsi. Durante il suo mandato, ebbe grosse perdite umane: 27 appartenenti all’UNAMIR, 22 Caschi Blu, 3 osservatori militari, un agente di polizia e un interprete. Molti salvarono la pelle rifugiandosi nello Zaire.

Nel mese di aprile, gli Europei avevano lasciato Kigali e l’ONU ritirato il suo contingente di pace; in quel territorio erano rimasti solamente i Caschi Blu che però, essendo troppo pochi, si trovarono impotenti per fermare la carneficina in atto. E le comunità internazionali come si erano comportate? In modo indecente, perché si erano limitate a mandare loro militari per portare via i propri compatrioti.

Con l’ingresso a Kigali avvenuto il 4 luglio 1994, l’RPF, guidato da Paul Kagame, prese il potere, dopo aver rovesciato il governo degli Hutu, anche se scontri fra le due etnie non cessarono del tutto.

L’UNAMIR ebbe l’autorizzazione a restare in Ruanda fino al marzo 1996, con la funzione di assistenza e protezione della popolazione oggetto del massacro.

E a quel punto fu possibile tirare un sospiro di sollievo, perché ciò rappresentò ufficialmente la fine della guerra.

Era giunto il momento di tirare le somme e di fare un po’ di conti in merito alle vittime dovute al genocidio: ebbene, il Governo Ruandese diffuse ufficialmente la notizia secondo la quale dei 7.300.000 abitanti, di cui l’84% era di Hutu, il 15% di Tutsi e l’1% di Twa, ne mancavano all’appello 1.174.000. Il resoconto fu amaro, perché molte famiglie risultarono distrutte, ridotte alla conduzione da parte di donne, di cui tantissime furono stuprate e per un buon 70% divennero sieropositive all’AIDS; gli orfani erano circa 400.000, 85.000 dei quali, rimasti senza genitori, si trovarono costretti a diventare capifamiglia.

Naturalmente, i fatti laggiù avvenuti non lasciarono indifferenti i Paesi del Nord, tanto da farli decidere di fare giustizia e di individuare i colpevoli di quella immane carneficina. E così, con un intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il 4 novembre 1994, ad Arusha in Tanzania, fu istituito il TPIR (Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda) che, però, aprì le porte solamente nel 1998, poiché mancavano i giudici. Nella prima sentenza furono emesse 22 condanne a morte di persone che si erano macchiate di pesanti crimini.

Fra gli accusati del genocidio era un insegnante universitario, Léopold Munyakazi, che nel 2016 fu espulso dagli Stati Uniti per essere rimpatriato in Ruanda, dove in un primo tempo fu condannato all’ergastolo e poi la pena fu ridotta a 9 anni. Un ex insegnante, Jean Twagiramungu, che si era rifugiato in Germania, fu estradato in Ruanda per essere processato: l’accusa che gravava su di lui era quella di aver organizzato e portato a termine il massacro nella prefettura di Gikongoro. Un ispettore scolastico, Bernard Munyagishari, fu condannato all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità. Ma molti sospettati sono rimasti a piede libero, come per esempio Enoch Ruhigira, aiutante dell’ex Presidente del Ruanda Juvénal Habyarimana, arrestato in Germania nel 2016 e rilasciato un anno dopo.

Nel 2000 si ricorse ai tribunali popolari, che si misero in funzione, essendo pressoché impossibile processare tutti quanti gli imputati incarcerati e il loro scopo era quello di far confessare agli inquisiti le loro malefatte per avere una riduzione di pena; questi soggetti furono circa due milioni.

A conclusione del processo istituito dal Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, i condannati, fra cui qualche ex funzionario del Governo e persone implicate nella faccenda del genocidio, furono 62.

Purtroppo, molti dei partecipanti attivi alla strage sfuggirono alla giusta punizione e la passarono liscia, sotto la protezione di Paesi Occidentali, fra cui primeggiò la Gran Bretagna. Lo stesso tribunale, nel 2008, ha condannato all’ergastolo, perché ritenuto l’autore del genocidio, Théoneste Bagosora, che nel 1994 era a capo del Ministero della Difesa del Ruanda, insieme con il colonnello Aloys Ntabakuze e il maggiore Anatole Nsengiyumva.

Quando, alla fine del 2015, il Tribunale Internazionale per il Ruanda era giunto al termine del suo mandato, non tutti gli accusati di aver partecipato a quella mattanza erano finiti in carcere, tutt’altro: infatti delle 90 persone accusate dei crimini, 8, fra le quali facevano bella figura di sé l’ex Ministro della Difesa, Augustin Bizimana, e il già capo della Guardia Nazionale, Protais Mpiranya, erano ancora uccelli di bosco.

Molto toccante fu il commento del Segretario Generale di Amnesty International Kumi Naidoo, che disse: «In questo tremendo anniversario, siamo accanto alle vittime, alle loro famiglie e ai sopravvissuti nella loro pena e nel loro dolore. Ricordare deve servire a risvegliare le nostre coscienze e a sollecitare la nostra comune umanità. Siamo tutti esseri umani con gli stessi diritti umani e desiderosi di vivere liberi dalla violenza e dalla repressione».

D’altra parte, dopo l’avvenimento del triste e sanguinoso massacro di cui si è lungamente parlato, nel mondo non sono cessati i soprusi e le angherie contro i più deboli a dispetto del diritto internazionale che, andando a fondo, non sono molto dissimili a quelli perpetrati durante il genocidio del Ruanda, avvenuto alla fine del XX secolo.

Naidoo aggiunse che troppo spesso ciò che avviene nella sfera mondiale scuote le coscienze di coloro che detengono il potere e viene rifiutato «in toto»; ma, poi, le notizie cambiano o diminuiscono la loro importanza e allora, piano piano, si ritorna al punto di partenza e il tutto... si ripete meccanicamente con se non fosse mai stato fermato: magra consolazione!

(ottobre 2026)

Tag: Mario Zaniboni, genocidio del Ruanda, Kigeli Rwabugiri, Nyiginya, Manifesto dei Bahutu, Grigoire Kayibanda, FPR, Accordi di Arusha, guerra civile ruandese, Habyarimana, FAR, Operazione Turchese, Juvénal Habyarimana, Cyprien Ntaryamira, Gikongoro, UNAMIR, Boutros Boutros-Ghali, Thèoneste Bagosora, TPIR, Aloys Ntabakuze, Anatole Nsengiyumva, Amnesty International, Kumi Naidoo.