Halloween tra religiosità e tradizioni popolari
Una festa antichissima, festeggiata nella notte in cui, si credeva, il mondo dei morti e quello dei vivi potevano entrare in contatto

Come ogni anno, il 31 ottobre riporterà Halloween con le sue zucche scavate, le sue maschere carnascialesche fuori stagione e i bambini che, dove si può fare, se ne vanno in giro a chiedere: «Dolcetto o scherzetto?». C’è chi vede con un occhio di benevola tolleranza questa festa, chi l’approva e chi borbotta stizzito che non è roba italiana, che è totalmente estranea alla nostra cultura. Sono punti di vista diversi, inconciliabili; molto pochi sanno che cos’è in realtà Halloween o, meglio, che cos’era prima che le regole del consumismo la banalizzassero e stravolgessero.

Cominciamo dal nome: Halloween viene dall’antico inglese «All Hallows eve», indica cioè la vigilia della festa di Tutti i Santi o Ognissanti («Hallow» è l’antico modo di dire Santo, come si vede ancora nel Padre Nostro: «hallowed be thy name», «sia santificato il Tuo nome»). Questa vigilia è festeggiata fin dall’VIII secolo, da quando il Papa di Roma Gregorio III sposta al 1° novembre la solennità di Ognissanti, pare su richiesta di monaci irlandesi; Papa Gregorio VI, su istanza del Re Franco, estende la festività a tutto l’Occidente nell’835.

Il collegamento con feste autunnali di origini celtiche risale alla fine del XIX secolo, quando si inizia a parlare dell’apparentamento di Halloween con Samain o «la fine dell’estate». Per i Celti, Samain (che cadeva il 1° novembre) era la festa più importante dell’anno perché celebrava l’inizio dell’anno nuovo; affinché la terra fosse feconda, i Celti festeggiavano il matrimonio del dio della tribù con una dea della natura. Si credeva che la vigilia di Samain fosse un giorno magico in cui accadevano molti fatti strani, come quello di ragazze tramutate in cigni che riacquistavano l’aspetto umano e potevano tornare a vedere i loro amanti. I Romani confinarono i Celti nel Nord e nell’Ovest della Britannia, oltre che in Irlanda, dove poterono continuare a seguire le loro tradizioni (in Scozia, fino al 1700 si accendevano i «grandi fuochi» di Beltaine, un’altra festa celtica). Il Cristianesimo si innestò sull’antica religione pagana trattenendone alcuni aspetti, come i falò e le lanterne. Spostare al 1° novembre, Capodanno pagano dei Paesi Nordici, la festa di Ognissanti, a cui presto si unì il ricordo dei defunti, poteva servire anche a battezzare e risignificare usi e tradizioni. Anche i travestimenti da demoni, fantasmi e orripilanti zombie (le streghe sono invece una nota spuria: Halloween non ha niente a che vedere con una «notte delle streghe»), sono più cristiani che pagani. La festa di Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti sono parenti stretti non solo nella liturgia, ma anche nell’immaginario popolare: ci sono dei giorni particolari nel calendario antico, quando il velo che separa la terra dei vivi e quella dei morti si fa più sottile ed è possibile che questi ultimi passino di nuovo dalla «nostra» parte.

I primi attacchi alla festa di Halloween vengono dai Cristiani protestanti dell’Inghilterra post-riforma. Essi riescono, nel 1647, a far abolire la cattolicissima festività di Ognissanti. I Cattolici Irlandesi fuggiti in America un paio di secoli dopo per cercare un luogo di libertà religiosa e un rifugio dalla carestia, porteranno con sé le ataviche tradizioni.

Alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, le proteste anti-Halloween avvengono proprio negli Stati Uniti e sono segnatamente anti-Cattoliche (specificamente anti-irlandesi). La commercializzazione della festività e la moda dei film horror degli anni Settanta ed Ottanta contribuiscono a dare una cattiva nomea alla vigilia di Ognissanti.

La seconda persecuzione anti-Cattolica di Halloween avviene negli anni Ottanta, condita di leggende metropolitane come il veleno nei dolcetti o le lame di rasoio nascoste nei lecca-lecca (negli ultimi decenni negli Stati Uniti solo due bambini sono morti a causa dei dolcetti di Halloween, ed entrambi sono stati avvelenati – di proposito – dai genitori). Le accuse di paganesimo e di satanismo, insisti e insisti, fanno presa, rendendo sospetta la festività nata invece proprio per esorcizzare la paura della morte e del demonio.

Tanto potente è l’aggressione culturale e mediatica alla festività, che anche molti genitori americani di origine cattolica, negli anni Novanta, finiscono per credere alla propaganda. È da allora che nelle parrocchie cattoliche d’oltreoceano si cercano delle alternative alla macabra mascherata, come una festività di ringraziamento per il raccolto (questa sì di origine pagana!), o una festa con bambini vestiti da angioletti e Santi celebri (tanto per cristianizzare una festa già cristiana).

In verità, la festa di Halloween, con il suo contorno funerario, non sarebbe altro che un modo di insegnare «ritualmente» ai bambini a non aver paura della morte: il Medioevo convive quotidianamente con la morte e la popolazione ne ha meno timore da quando il Cristianesimo le ha insegnato che essa non è definitiva, ma è già stata sconfitta dalla Risurrezione di Cristo. Ogni cattedrale cattolica nordica ha degli orrendi gargoiles di pietra: mostri sì, ma pietrificati; i codici miniati e i grandi dipinti nelle chiese sono pieni di demoni che svolazzano ai margini. Cristo ha vinto la morte e il diavolo, e li ha incatenati – la morte ha perso il suo pungiglione e ci si può scherzare insieme: abbaia come un cane alla catena, che a volte, se ti prende di sorpresa, ti può spaventare, ma non ti può azzannare. Dio stesso si è messo a girare per gli inferi, abbattendo le porte e liberando i morti.

I defunti di Halloween tornano per ricordarci che i vivi e i morti non sono così lontani come alla cultura odierna piace credere: «Quali siete voi, eravamo anche noi; e come siamo noi, domani sarete pure voi», continuano a dirci i trapassati. Perciò la festa di Halloween, con le sue lanterne di zucca e i suoi fantasmini che bussano alle porte, può diventare un potente alleato culturale per parlare e celebrare la sconfitta del diavolo e della morte, ridotti ormai a ombre di se stessi, presi in giro anche dai bambini. E dopo le scorribande notturne, non teniamo i nostri figli lontani da una visita al cimitero, a trovare i cari morti, quelli veri, di famiglia, che riposano in attesa del risveglio, non per spaventare, ma per gioire insieme a noi per sempre.


Halloween nella tradizione italiana

Si sente dire che Halloween è totalmente estranea alla cultura ed alle tradizioni popolari italiane. Questo è vero e falso al tempo stesso: riti, tradizioni, leggende sparsi in ogni parte della Penisola ammantano la notte di Ognissanti, che coincide (lo abbiamo visto) con quella di Halloween… ma è molto più antica.

Quella notte i morti tornano a casa per dissetarsi e nutrirsi, per allontanare la malvagità o per giocare a carte, per assistere alla Messa o per recitare il Rosario lungo le vie del paese. Tante sono le credenze nelle diverse zone d’Italia. Tutte, comunque, hanno una ispirazione di fondo: quella di sentire sempre vicino il mondo dei morti. Si tratta di leggende legate, innanzitutto, all’idea che la vita e la morte sono comunque, sempre, inevitabilmente congiunte. Ma non solo: rappresentano anche il modo, per i vivi, per continuare a mantenere forti legami con i propri defunti. E per sentirli più vicini.

In molte località (soprattutto dell’Italia Meridionale) è segnalato il tema del ritorno dei morti non solo la notte di Ognissanti, ma anche nei giorni successivi al decesso: in Molise, nel comune di Venosa, in provincia di Potenza, ad esempio, dopo che il cadavere è stato portato al cimitero, i parenti abbandonano la casa per un giorno ed una notte per permettere al morto di tornare a rifocillarsi. In Sardegna, in alcuni centri vicino a Sassari, i morti fanno ritorno nelle case soprattutto nella notte del 1° agosto: i familiari, lasciando apparecchiata la tavola per il pasto notturno dei loro defunti, devono però evitare di mettere le posate, soprattutto forchette e coltelli, perché potrebbero diventare un’arma molto pericolosa nelle mani dei morti. In diversi paesi dell’Aspromonte, in Calabria, in autunno i morti tornano addirittura per un mese intero: le famiglie mettono ogni sera sul tavolo un piatto ricolmo di cibo, la bottiglia del vino, una brocca d’acqua; in qualche paese si lascia addirittura un mazzo di carte da gioco, affinché i defunti possano ancora assaporare i passatempi della vita. A Modica, in Sicilia, si crede che per i tre giorni successivi alla sepoltura il morto rientri a casa per sfamarsi con pane e per dissetarsi con acqua: per questo i parenti gli lasciano, di notte, la porta di ingresso socchiusa e puntellata con una sedia, sulla quale viene posato pane fresco in abbondanza. In diversi comuni intorno all’Etna, poi, si riferisce che i defunti, dopo aver girovagato per i sentieri più spopolati, diventano formiche per poter entrare, attraverso le fessure, nelle case dei loro congiunti a nutrirsi.

Più diffusa in tutta Italia è la credenza che i morti tornino nelle notti tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. In alcune aree del Veneto si tramanda che, più che per mangiare e bere, i morti tornino per riposare: nelle campagne intorno a Vicenza, la mattina del 2 novembre le donne si alzano più presto del solito e si allontanano dalla casa dopo aver rifatto i letti per bene, perché le povere anime del Purgatorio possano trovarvi riposo per l’intera giornata. In Piemonte, nelle zone della Val d’Ossola, il 2 novembre, dopo il vespro, le famiglie si recano al gran completo in visita al cimitero, abbandonando discretamente le case, perché le anime dei trapassati possano rifocillarsi a loro agio: durante questo banchetto, i morti parlano fra loro, predicendo l’avvenire dei propri congiunti. La sera di Ognissanti, ossia alla vigilia del giorno dei morti, sempre in Piemonte, è vivo il costume di radunarsi a recitare il Rosario tra i parenti e a cenare con le castagne; finita la cena, la tavola non viene sparecchiata: rimane imbandita col resto avanzato – verranno i trapassati a cibarsene.

«C’era una volta una serva che fu fatta murare viva da una padrona gelosa. Certe notti lei torna. Si chiama Bianca. Se ha una veste candida, è annunciatrice di gioie. Se sul volto ha un velo nero, annuncia catastrofi». «C’erano una volta sette pescatori che decisero di andare a lavorare anche nella ricorrenza dei defunti. Nelle loro reti si impigliò un cadavere. I pescatori tornarono al capanno, mangiarono il pesce con la polenta e bevvero molto vino. Ad un tratto il morto – che era stato lasciato sulla barca – entrò nel capanno e li maledisse: tutti i pescatori morirono di paura. La valle esiste davvero: si chiama la Valle dei Sette Morti». Queste sono alcune delle storie di paura che, nel silenzio della sera rotto solo dal borbottio della zuppa che sta cuocendo nel pentolone di rame, gli anziani raccontavano ai loro nipotini fra i paesi di Collalto, Torcello e Valbrenta; storie che si possono ascoltare ancora oggi, la notte dei morti, in alcuni alberghi o agriturismi del Veneto, nelle cucine illuminate solo dal camino o nei «filò» dentro le stalle, riscaldati da mucche e vitelli: storie che sono rotolate attraverso i secoli e che ancora oggi ci raccontano come fosse vissuta, un tempo, questa notte speciale.

In alcuni paesi lombardi si lasciava in cucina un vaso di acqua fresca, «perché i morti possano dissetarsi». Anche in Friuli si lascia un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane. In Trentino si suonano le campane per richiamare le anime che tornano e osservano i loro cari dalle finestre delle case: per questo si lascia il fuoco acceso. In Piemonte e Valle d’Aosta si prepara la tavola e poi si va a fare visita al cimitero, per lasciare campo libero ai trapassati. Nelle campagne cremonesi ci si alza presto al mattino e si riassetta subito il letto, perché il morto possa riposare qualche ora a casa sua. In Val d’Ossola, dopo avere cenato, le famiglie andavano al cimitero per lasciare le case vuote ai defunti che tornavano in visita.

In tutta la Sardegna era diffusa l’usanza di distribuire ai bambini il 31 ottobre dei pani a forma di corona, in nome delle anime del Purgatorio. Era la festa che veniva chiamata con vari nomi: «is Animeddas» e «is Panixeddas» nel Sud dell’isola, «Su ‘ene ‘e sas ànimas» o «su Mortu Mortu» nel Nuorese, «su Prugadòriu» in Ogliastra, e via dicendo. Quella stessa sera come cena si mangia la pastasciutta e ognuno deve lasciare nel piatto la parte per «Maria punta boru», una vecchietta che la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre passa a mangiarsela... e se non la trova nel piatto prende il suo uncino («punta boru») e ti buca la pancia per avere la sua pasta! Anche nei villaggi della Sardegna sono i bambini che vestiti da fantasmi vanno a chiedere, di porta in porta, qualche dono per le «piccole anime»: le formule utilizzate in lingua sarda per chiedere «dolcetto o scherzetto» sono «seus benius po is animeddas», «mi das fait po praxeri is animeddas», «seu su mortu mortu», «carki cosa po sas ànimas», «peti cocone», e altre ancora a seconda del paese e della variante linguistica utilizzata. E mentre oggi i fantasmi e le piccole anime ritornano a casa con cioccolatini, lecca-lecca e merendine, una volta era più comune che alle richieste dei piccoli gli adulti preparassero e regalassero i dolci tipici del periodo come ad esempio «pabassinas», «ossus de mortu», «pani de sapa» a cui venivano aggiunti altri doni come le melagrane, le castagne e la frutta secca. Da non dimenticare il lavoro certosino sulle zucche, che venivano trasformate in facce spiritate ed utilizzate per fare scherzi e spaventare i più piccoli.

I bambini siciliani facevano fatica ad addormentarsi, quella notte, perché sapevano che «i morti girano per casa, per consegnare i regali». Se sei sveglio, ti «cattigghiunu i pedi».

A Boffetto di Piateda si racconta ai piccoli che il 1° novembre, a mezzanotte in punto, i morti escono dal cimitero in processione. Hanno una candela in mano e vanno verso la chiesa del paese. Prima di tornare al cimitero, entrano per qualche minuto nelle loro case: per questo, sul tavolo della cucina, vengono lasciate delle castagne. Chi avesse il coraggio di guardare i morti, vedrebbe solo i lumini: i loro corpi sono trasparenti. Si narra che un falegname coraggioso si intrufolò fra di loro e, invece di una candela, si trovò fra le mani un osso di morto. In altri paesi i morti non hanno bisogno delle candele: per illuminare la processione «accendono» il pollice destro.

Il tema dei morti che, durante le ore notturne, si radunano in chiesa per sentire la loro Messa, la cosiddetta «Messa dei morti», è particolarmente diffuso tra le popolazioni contadine. Se qualcuno entra in chiesa mentre si celebra questa funzione, corre il pericolo del contagio di morte. In Abruzzo, si ricorda questo dettagliato racconto, segnalato soprattutto nelle zone rurali attorno a Pescara: una fornaia, alzatasi di buon’ora, andava ad accendere il forno. Nel passare davanti ad una chiesa, che vide rischiarata, pensò che si stesse celebrando la Messa e vi entrò. La chiesa era illuminata e piena di gente. Inginocchiatasi, una sua comare, già morta, le si avvicinò dicendo: «Comare, qui non stai bene, va’ via. Siamo tutti morti e questa è la Messa che si dice per noi. Spenti i lumi, moriresti dalla paura a trovarti in mezzo a tanti morti». La comare ringraziò e andò via subito, ma per lo spavento perse la voce.

Molte contadine della provincia di Brindisi raccontano di essere andate, di notte, ad assistere ad una Messa non programmata. A funzione iniziata, notavano che tutti i presenti erano «senza naso», anzi, erano dei veri e propri scheletri. Gli scheletri dicevano alle malcapitate: «Questa non è la tua Messa, comare», e allora le donne fuggivano via. Il particolare dei morti che erano «senza naso» deriva probabilmente dal fatto che i contadini avevano notato che il naso è una delle prime parti del corpo umano a decomporsi, dopo la morte.

In Sicilia si crede che a celebrare la Messa dei morti siano condannate le anime dei preti che ingannarono i fedeli, non celebrando, per avidità di guadagno, le Messe per cui avevano ricevuto le elemosine. Queste anime devono celebrare anno per anno una Messa fino a quando non avranno soddisfatto il loro obbligo. Le Messe sono ascoltate da quei morti che, per pigrizia o negligenza, non parteciparono alle Messe quand’erano in vita: i Siciliani le chiamano appunto «Misse scurdate». Mentre a Catania si racconta di morti che passeggiano in processione per le strade recitando il Rosario, a Salemi, in provincia di Trapani, si dice che la Messa dei morti sia celebrata tra le ore di mezzogiorno ed il vespro: quando suonano le campane, chi, tratto in inganno, entra in chiesa e vede il volto cadaverico di un prete, deve fuggire immediatamente facendosi il segno della croce… altrimenti non sopravvivrà.

In Friuli, invece, si ritiene che i morti vadano in pellegrinaggio nei santuari e nelle chiese lontane dai centri abitati, sempre di notte: i racconti parlano di defunti che escono dai cimiteri vestiti di bianco e con scarpe di seta, avvolti nel lenzuolo funebre. Chi dovesse entrare in chiesa durante una di queste visite, morirebbe al canto del gallo.

E dopo la notte di paura, il 1° novembre inizia la festa: «Fera di li morti» a Ribera di Agrigento, «Festa de is Animeddas o is Mortus» in Sardegna, «Fiera dei Morti» a Perugia, a Civitella di Romagna, Palermo, Catania, Asiago, Legnano... Si mangiano le fave, i dolcetti, gli ossi dei morti, si insegnano ai bambini le antiche filastrocche: «Vi salutu morti, a tutti» si narra nelle campagne di Ribera «comu la terra fùstivu arridutti... Nui prigamu a Diu pi vui / vui prigati a Diu pi nui». Un tempo, in alcune città come Roma, si andava al cimitero per il pranzo, con la tovaglia stesa accanto alla tomba (in Bolivia lo fanno ancora… e i ragazzini si appartano tra le tombe, per fare l’amore…). E La tovaglia è forse la poesia più struggente, dedicata a chi non c’è più da Giovanni Pascoli: «Bada che vengono i morti / i tristi pallidi morti». Per questo bisogna lasciare sul tavolo la tovaglia bianca: «E si fermano seduti / la notte intorno a quel bianco / stanno lì sino al domani / col capo tra le due mani / senza che nulla si senta / sotto la lampada spenta».

Nelle tradizioni popolari sono spesso i poveri a portare nutrimento e messaggi ai defunti, perché considerati immuni dal contagio della morte. Le famiglie di Cosenza, in Calabria, mandano ai loro morti il cibo preferito attraverso i disperati: lo preparano al mattino presto, per offrirlo al primo povero che passa davanti alla loro casa, il quale lo consegnerà al defunto che, nel frattempo, si è messo in cammino per raggiungerlo. Ad Umbriatico, in provincia di Catanzaro, per la commemorazione dei defunti si preparano per i poveri speciali focacce di pane lievitato e cotto al forno, le «pitte collure», mentre a Paola, il 2 novembre, si distribuiscono ai poveri fichi secchi: gli stessi nutriranno anche i morti, usciti dal cimitero nel giorno della loro celebrazione per cibarsene. In occasione della festa dei morti in Veneto si distribuiscono le fave, mentre in Piemonte si offrono ai poveri o gli avanzi della cena o una scodella di legumi fatti cuocere in memoria dei trapassati. In Abruzzo, dove la notte tra il 1° e il 2 novembre non si può andare a pesca, perché le reti pescherebbero, al posto dei pesci, solo teschi di morti, viene di solito offerto ai poveri del paese un piatto a base di ceci: nello stesso momento, i defunti si aggirano per le strade in cui sono vissuti, allontanando la malvagità.

La commemorazione dei defunti ha anche un proprio cibo, un dolce fatto di marzapane, detto di solito «ossa dei morti» per la sua forma. Tipicamente siciliano, è diffuso anche in Calabria, nel Padovano e nel Cremonese. Altri dolci tipici siciliani sono a forma di bambole, bambolotti, statuette («pupi») di zucchero solidificato al forno e colorato a mano; nel periodo dei morti le vetrine delle pasticcerie e le bancarelle sono piene di dolci fatti con pasta di mandorle e dolci a forma di frutta coloratissima, la «frutta martorana» o «pasta reale». Sono questi i dolci che a Palermo i bambini buoni trovano la mattina del 2 novembre insieme ad altri regali, mentre ai cattivi saranno riservati aglio, carbone e scarpe rotte. La leggenda racconta infatti che nella notte tra il 1° e il 2 novembre i morti lasciano la loro dimora per scendere in città a rubare ai più ricchi pasticceri, ai mercanti, ai sarti, dolci, giocattoli, vestiti e tutto quanto hanno intenzione di donare ai loro parenti fanciulli che sono stati buoni nell’anno e li hanno pregati: una tradizione che si è coltivata nel tempo per indurre la familiarità con la morte e con il mondo degli antenati.

I racconti popolari e le leggende come quelle appena raccontate sono espressione di credenze che rimandano ad una tendenza tipicamente umana ad accostarsi con timore e rispetto ad una dimensione extra-terrena, che affascina e allo stesso tempo si teme. In occasione della festa dei morti la dimensione ignota diventa più evidente e si sente il bisogno di esorcizzare le paure con racconti e credenze in cui si concentrano le paure collettive, prima di andare al cimitero a riallacciare, con animo più sereno, i contatti con chi ha terminato il suo viaggio su questa terra.

(ottobre 2014)

Tag: Simone Valtorta, feste, tradizioni popolari italiane, Halloween, Samain, Beltane, Ognissanti, 31 ottobre, 1° novembre, dolcetto o scherzetto, morti, defunti, religione.