Seconda Guerra Mondiale: momenti conclusivi del conflitto sul fronte italiano
Il caso del Ridotto Alpino Repubblicano in Valtellina (aprile 1945)

L’impegno «contro-resistenziale» della Repubblica Sociale Italiana fu perseguito fino alle ultime fasi della guerra, almeno nelle intenzioni, come attesta la vicenda del «Ridotto Alpino Repubblicano» in cui si sarebbe dovuta combattere l’ultima battaglia del fascismo. All’atto pratico, ciò rimase a livello d’ipotesi, anche perché la difesa dell’Asse sul fronte del Po, propedeutica a quell’estremo disegno difensivo, venne meno come neve al sole quando fu chiaro anche agli alti comandi tedeschi in Italia che la partita era ormai perduta e che, in alternativa, sarebbe stato più congruo promuovere una ritirata strategica in direzione del Brennero, se non altro allo scopo di poter contrastare l’avanzata sovietica sul fronte orientale: quella cui il Reich ormai al crepuscolo guardava con diverse e motivate preoccupazioni.

In Italia si erano perduti tempi preziosi durante un inverno sostanzialmente attendista anche per quanto riguarda le iniziative partigiane, condizionate in modo decisivo dal comportamento degli Alleati che avevano dato naturale preferenza al proprio impegno sul fronte occidentale, coordinato con quello sovietico nel settore orientale. La Repubblica Sociale aveva confidato sulle cosiddette «armi segrete» tedesche che ben presto si sarebbero rivelate illusorie – anche se potenzialmente innovatrici – e soprattutto, era stata condizionata, a livello di vertici, dalla sostanziale dipendenza dalla Wehrmacht e prima ancora, da contrasti di rilevante rilievo strategico fra le strutture militari alle dipendenze dal Capo di Stato Maggiore, Generale Rodolfo Graziani, con l’ausilio non certo marginale della Decima MAS guidata dal Comandante Junio Valerio Borghese, e quelle politiche, che invece facevano capo al Segretario del Partito Fascista Repubblicano, Alessandro Pavolini.

Come emerge dai documenti proposti in sede storiografica, agli inizi dell’aprile 1945 quest’ultimo era tuttora convinto di organizzare in tempi brevi un’ultima difesa sul «Ridotto» potendo contare, oltre alle residue forze dell’Esercito, anche su quelle «fedelissime» delle Brigate Nere, pari a circa 35.000 uomini tuttora consapevoli di doversi battere per l’Idea[1] ancor prima che per una vittoria sempre più velleitaria. Lo stesso Duce, nell’ultimo rapporto del 24 aprile – pochi giorni prima della sua fucilazione a Giulino di Mezzegra – sembrava ancora possibilista, presumendo di fermare il nemico sul fronte della Valtellina e di aprire un altrettanto improbabile negoziato[2]. Era un’altra illusione, perché Mussolini sapeva benissimo che da parte tedesca erano maturate scelte di tutt’altro segno, in qualche caso col beneplacito degli stessi partigiani!

All’atto pratico, le forze che avrebbero dovuto difendere il «Ridotto» rimasero in buona parte sulla carta, per una ragione molto semplice: i tempi strettissimi non consentirono di programmare e realizzare l’iniziativa, se non altro con qualche infrastruttura militare d’emergenza, tanto che diversi «fedelissimi» non riuscirono a giungere sul territorio, mentre gli altri si dispersero senza poter combattere, quando non ebbero la tragica sorte di chi perse la vita in un «redde rationem» caratterizzato dalla latitanza di ogni pietà.

Sta di fatto che quella del «Ridotto» si tradusse in una labile utopia primaverile, destinata alla catarsi in tempi rapidi, diversamente da quanto accadde per i maggiori Alleati dell’Asse, quali la Germania, e soprattutto il Giappone dove le operazioni belliche furono più lunghe (sul fronte nipponico la guerra si chiuse addirittura in agosto col bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki). Il conclamato «fronte del Po» non ebbe modo di resistere all’offensiva degli Alleati e la Repubblica Sociale fu costretta a rinunciare al disegno «romantico» dell’ultima resistenza che Pavolini, unitamente ai suoi uomini, aveva coltivato fino a due settimane prima della fine.

Quest’ultima non ebbe alcuna ufficialità, nel senso che la Repubblica Sociale Italiana non si arrese mai, e che il passaggio dei poteri fu privo di qualsiasi adempimento formale, ma divenne realtà nel momento in cui il Duce, assieme ai Ministri e ai gerarchi che lo accompagnavano, fu catturato dai partigiani nei pressi di Dongo e passato per le armi in tempi rapidi, se non altro per impedirne la cattura da parte degli Alleati, e un probabile processo di ampia rilevanza mediatica.

La Valtellina, assieme all’appendice della Val Chiavenna e delle altre valli minori, ebbe comunque un numero ragguardevole di caduti repubblicani la cui maggioranza relativa avrebbe perso la vita, ancora una volta, a guerra finita, quando le formazioni presenti sul campo si erano arrese confidando nella legge dell’onore militare che invece fu puntualmente disattesa, al pari di quanto accadde altrove. Del resto, la valle non era nuova a taluni episodi storici di particolare violenza, alla stregua di quanto si era già verificato in occasione delle guerre di religione nel XVI secolo, ma stavolta parecchie violenze furono particolarmente efferate, pur avendo avuto tempi relativamente circoscritti solo perché trovarono un limite nelle disposizioni degli Alleati.

Caddero anche le donne, nella misura di oltre il 9%, con un esempio particolarmente considerevole nella scomparsa dell’Ausiliaria Angela Maria Tam che vestiva l’abito di terziaria francescana, e che fu uccisa a Buglio in Monte il 6 maggio 1945, all’età di 39 anni (era nata a Villa di Chiavenna nel 1906). Ciò, in palese deroga al rispetto per la veste e per l’opera di fervido altruismo di benefattrice e d’insegnante, di cui è rimasta traccia nel breve «congedo» che le fu consentito di scrivere prima della fucilazione, dove dichiarava di perdonare tutti, di chiedere a sua volta perdono (!) e di domandare al Signore la benedizione per l’Italia, onde ricondurla «all’amore e all’unità per il nostro sacrificio»[3].

Considerando la «realtà effettuale» nell’ambito del giudizio storico a posteriori, sono da ritenersi sostanzialmente razionali gli atteggiamenti di Graziani e di Borghese, che non a caso riuscirono a conseguire una pur difficile salvezza fisica, diversamente da Pavolini e da gran parte dei maggiorenti repubblicani. Il sogno del Ridotto Alpino Repubblicano fu seguito dal brusco risveglio, essendo già chiaro che, a prescindere dalla disponibilità militare dei più fedeli, mancavano uomini, mezzi e tempi tecnici per realizzare un’infrastruttura complessa, oltre che ambiziosa, come quella necessaria per una difesa oltranzista volta a respingere il nemico, o per lo meno a «fare quadrato» e infine, a cercare la «bella morte» in una sorta di nobile crepuscolo wagneriano.

Caso mai, un’ultima occasione era stata perduta nel lungo inverno precedente, caratterizzato dal forte ridimensionamento delle azioni partigiane e dall’attendismo degli stessi Alleati sul fronte italiano, quando non vi furono fatti di rilievo, salvo qualche effimero successo repubblicano conseguito in dicembre nella Toscana Occidentale[4]. Peraltro, questa è tutta un’altra storia, senza dire che il progetto di Pavolini era ancora lontano, tanto più che la Linea Gotica stava dimostrando una notevole efficacia difensiva, diversamente da quanto sarebbe accaduto a primavera iniziata con le offensive degli Alleati in direzione delle città emiliane, e la rapida occupazione anglo-americana della pianura alla destra del Po.

Quella del «Ridotto Alpino» è una storia che, con lo scorrere del tempo, e col fatto che si era trattato di un’ipotesi velleitaria, ha avuto in sorte un progressivo ridimensionamento, in specie sul piano delle memorie. Tuttavia, se non altro per i tanti sacrifici di vite umane che la contrassegnarono, conserva motivi d’interesse e di permanente attualità, perché conferisce, anche a figure relativamente minori, il diritto a un ricordo non effimero, sempre dovuto alle vittime della lunga e spesso tragica vicenda umana.


Note

1 La cifra, di fonte repubblicana, si riferisce a disponibilità numericamente effettive, ma presenti sul territorio solo in parte, e nello stesso tempo con armamenti limitati, a differenza di quelli partigiani, largamente forniti dagli Alleati con lanci aviotrasportati. Sta di fatto che le forze in questione furono impegnate nei soli tempi brevi, e quindi in cifre molto ridotte, eppure con un notevole numero di caduti, in specie dopo la conclusione delle operazioni.

2 Per queste e per altre notizie, confronta Giuseppe Rocco, Com’era Rossa la mia valle, Edizioni Greco & Greco, Milano 1991, 262 pagine (con importanti riferimenti anche all’ultimo periodo del conflitto, alle forze repubblicane in campo, e infine, ai processi del dopoguerra, ivi compresi quelli a carico dell’Autore che era scampato più volte alla morte, e che dopo una condanna a 20 anni per opera di una Corte d’Assise Straordinaria sarebbe stato finalmente prosciolto da ogni accusa soltanto nel 1947).

3 Oltre ad Angela Maria Tam, erano state assassinate nell’Alta Valtellina due Ausiliarie rimaste sconosciute, oltre ad altre sette di anagrafe nota, quattro delle quali uccise a guerra ancora in corso, e comunque negli ultimi mesi di operazioni (Margherita Caligari De Romeri, Carolina Cassina, Caterina Ceciliani Mazzola, Maria Zuccalli), e tre a conflitto terminato (Jole Manzolini, Emilia Roversi, Maria Scarabelli). Lo stesso tragico destino spense la vita di un’altra trentina di donne, fra cui la crocerossina Giuliana Vaccaro Brancaleone, scomparsa a Sondrio per causa di servizio nell’ottobre del 1944. L’elenco delle vittime, femminili e maschili, riportato nel volume di cui alla nota precedente, è stato qui integrato – per quanto riguarda le Ausiliarie – alla luce del più recente Albo dei Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, a cura di Arturo Conti, Terranova Bracciolini 2005, 750 pagine).

4 Sorsero speranze di breve periodo, specialmente a fronte dei successi conseguiti da parte dell’Asse col recupero di alcune zone della Garfagnana e dell’Alta Versilia, che peraltro furono motivati dal ristagno delle operazioni per scelta degli Alleati, e da condizioni atmosferiche molto avverse che avevano impedito per parecchi giorni l’utilizzo della loro forza aerea.


Caduti valtellinesi nel secondo conflitto mondiale (1944-1945)


Periodo / Categorie

Uomini
Donne
Totale

Fine 1943 / 1944

85
16
101

Gennaio / Aprile 1945

79
8
87

Dopoguerra

132
10
142

Data incerta

33
1
34

Legione Tagliamento

28
-
28

Fuori Valle

20
-
20

Attacchi aerei alleati

8
4
12

Condanne a morte da CAS

2
-
2

TOTALE

387
39
426

Nota bene – Caduti di parte fascista per mano di formazioni partigiane (412) con le sole eccezioni di quelli vittime di attacchi aerei da parte alleata e di condanne a morte pronunciate dalle Corti d’Assise Straordinarie a guerra conclusa (14).

Elaborazione dei dati principali da: Giuseppe Rocco, Com’era Rossa la mia valle, Edizioni Greco & Greco, Milano 1991, 262 pagine, con Appendice fuori testo. Gli elenchi hanno carattere ufficioso e si devono considerare approssimati per difetto, verosimilmente considerevole.


(marzo 2024)

Tag: Carlo Cesare Montani, Seconda Guerra Mondiale, Rodolfo Graziani, Junio Valerio Borghese, Alessandro Pavolini, Giuseppe Rocco, Angela Maria Tam, Margherita Caligari De Romeri, Carolina Cassina, Caterina Ceciliani Mazzola, Maria Zuccalli, Jole Manzolini, Emilia Roversi, Maria Scarabelli, Giuliana Vaccaro Brancaleone, Arturo Conti, Po, Brennero, Italia, Giulino di Mezzegra, Valtellina, Giappone, Germania, Dongo, Val Chiavenna, Buglio in Monte, Toscana, Tirano, Sondrio, Garfagnana, Alta Versilia, Repubblica Sociale Italiana, Ridotto Alpino Repubblicano, Asse italo-tedesca, Armi segrete, Wehrmacht, Decima Flottiglia MAS, Partito Fascista Repubblicano, Brigate Nere, Linea Gotica, Corti d’Assise Straordinarie.