Una Resistenza dai molti volti
Alcune vicende poco conosciute

Nell’immaginario comune, la parola «resistente» è sinonimo della parola «partigiano» ed evoca la figura di un uomo in abiti civili e armato di mitra che combatte contro i nazi-fascisti in nome della libertà. Quasi ottant’anni di antifascismo ormai più sbandierato[1] che realmente sentito hanno cristallizzato quest’immagine.

In realtà, nella Resistenza confluivano molte persone e molti obiettivi, spesso in contrasto più o meno aperto tra di loro: c’erano idealisti e c’erano criminali, proprio come nella Repubblica Sociale Italiana; c’era chi combatteva per la libertà, chi per la democrazia, chi per instaurare in Italia una repubblica bolscevica sul modello sovietico, chi per avere un «patentino» resistenziale da esibire a guerra finita, chi per poter operare vendette personali restando impunito, chi per accaparrarsi la terra altrui, chi – e purtroppo non furono pochi – per depredare e derubare il prossimo.

C’era poi tutta una folta schiera di chi riteneva che la vita umana fosse sacra, persino quella del nemico, e che era disposta ad accettare il pericolo, il carcere, la tortura, anche la fucilazione, ma non avrebbe mai imbracciato le armi, non avrebbe ucciso nessuno: avrebbe nascosto prigionieri, ricercati, Ebrei, avrebbe dato la propria casa perché vi si potessero depositare documenti. C’erano preti, donne, ragazzini, vecchi. C’era anche chi si immolò per salvare altri, per dare la vita in riscatto di altre vite: il caso di Salvo D’Acquisto è il più noto, forse anche il più emblematico, ma non l’unico. Nessuno di questi ha avuto la qualifica di «resistente»; nessuno di loro l’ha mai chiesta.

Nel 1992 partì l’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti con la posa, davanti alle abitazioni delle vittime, di pietre d’inciampo, blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone sulla quale sono incisi il nome della persona, la data di nascita, il luogo di deportazione e la data di morte: questo per ridare individualità a chi si vedeva ridurre soltanto a numero. In Italia, le pietre d’inciampo sono circa un migliaio; nella Provincia di Monza e Brianza ce ne sono attualmente più di 100 (le vittime accertate furono quasi 400 tra deportati politici, Ebrei e militari).

Cinque pietre d’inciampo sono a Desio[2], città in cui sono nato e abito. Raccontano storie molto diverse tra loro.

Nella centralissima Via Garibaldi, al civico 13 (ora 59), vicino a Piazza Conciliazione (ex Piazza Vittorio Emanuele II), abitava Luigi Scalfi, nato il 7 novembre 1921, ultimo di sette fratelli. Fu scartato alla leva per la sua costituzione gracile, ma desiderava con tutto il cuore rendersi utile alla Patria, per cui si arruolò volontario: venne assegnato al 2° Reggimento Genio Pontieri e Chimici, di stanza a Parma. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, come soldato fu catturato dalle truppe tedesche, disarmato e invitato ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana o alle SS naziste. Rifiutò con un atto notevole di coraggio, e questo gli fu fatale: venne deportato su un vagone piombato in Germania e rinchiuso nel Lager di Dortmund, in Westfalia, dove subì varie umiliazioni, lavorando in modo forzoso e malnutrito; le atrocità dei carcerieri erano a totale disprezzo delle regole internazionali sui prigionieri di guerra. Il 28 novembre del 1944 si spense per la tubercolosi sopraggiunta a causa delle privazioni e del deperimento fisico; aveva solo 23 anni. Fu sepolto nel Cimitero Centrale di Dortmund; a Desio è ricordato nella Cappella dei Caduti e nel piccolo Memoriale di Santa Rita.

Altrettanto tragica, per quanto profondamente diversa, è la vicenda di Mario Michelini, nato nel 1909 a Pieve di Cento (in provincia di Bologna) e venuto a risiedere a Desio nel 1943, curiosamente anche lui al civico 13 di Via Garibaldi. Chissà se lui e Luigi Scalfi si conoscevano? Se avevano avuto occasione di parlarsi? Sposato con Erminia Jetri, padre di due figli, di mestiere faceva il fonditore. Politicamente era una persona comunista e dichiaratamente antifascista, già nota ai repubblichini quando si insediarono al potere a causa della sua partecipazione ai tumulti successivi alla caduta di Mussolini del 25 luglio 1943. Insieme ad alcuni altri, si era avventato contro un fascista che era comparso sul terrazzo della sua villa e aveva sparato alcuni colpi di pistola; qualche settimana dopo, il fascista lo aveva denunciato ai Carabinieri. Ma non fu quel fatto a segnare il suo destino, quanto il suo daffare per procurare armi e denaro destinati alle bande partigiane della Valsassina: fu arrestato a Desio il 9 febbraio 1944 proprio mentre organizzava un trasporto di armi verso le montagne, portato inizialmente al carcere di Desio, poi trasferito a Monza e infine a San Vittore. Inviato a Fossoli, fu deportato a Mauthausen dove giunse l’11 marzo 1944; morì il 28 aprile 1945, un giorno prima che le truppe tedesche sul fronte italiano firmassero la resa.

Come Mario Michelini, anche Luigi Briani era un acceso antifascista: la sua vicenda, nota anche attraverso testimonianze di partigiani e familiari, presenta però dei lati non del tutto chiari. Nato il 24 gennaio 1900 a Desio, sposato e padre di un bimbo piccolo, svolgeva attività di propaganda e sostegno ai gruppi partigiani alla Breda, dov’era operaio gruista. Il 14 marzo del 1944 i fascisti vennero a prelevarlo direttamente a casa, dove lo trovarono con il figlioletto in braccio, e lo caricarono su un carro senza nemmeno mettergli le manette. Passati davanti a un salumificio, entrarono a mangiare un panino lasciandolo incustodito e sostando a lungo nel negozio... sembrano i fascisti ingenui e stupidotti di molti film americani del dopoguerra, a meno che – per ragioni ignote – non avessero deciso di dare a Luigi almeno una possibilità di salvarsi, pur sapendo che ne avrebbero dovuto risponderne davanti ai superiori. A questo punto, uno si aspetterebbe che il prigioniero se la desse a gambe levate: non era ammanettato, i fascisti non badavano a lui e un carro non è certo un veicolo maneggevole o estremamente rapido per inseguire un uomo su un terreno accidentato o boschivo; oltretutto, lo stesso salumiere sollecitò Luigi a scappare. Ma quello, dimostrando più incoscienza che coraggio, rispose che non aveva fatto niente di male e che lo avrebbero lasciato libero: riteneva che i giudici avrebbero avuto un occhio di riguardo perché era padre, o perché il suo aiuto ai combattenti partigiani sarebbe stato considerato di scarsa importanza? Comunque fosse, non andò come lui si aspettava: da Milano fu trasferito nel campo di transito di Fossoli, da dove poté scrivere alla moglie rassicurandola e chiedendole cibo e vestiario. In seguito fu tradotto a Bolzano e poi, il 5 agosto dello stesso anno, venne deportato a Mauthausen per essere assegnato al lager satellite di Gusen, dove il 10 ottobre trovò la morte.

Fin qui abbiamo parlato di chi accettò volontariamente di non collaborare con chi considerava il nemico. Si trattò, a tutti gli effetti, di «resistenti». Ci fu però chi non ebbe la possibilità di scelta.

Leah Elertt Haselnuss, nata in Polonia nel 1882, e la figlia Anna Haselnuss (classe 1915) si erano trasferite a Venezia. Si sa che esisteva un altro fratello di Anna mentre il padre, Salomon Elertt, era divorziato. Le due donne vennero arrestate a Desio dai Carabinieri del distaccamento locale il 3 dicembre del 1943, deportate il 30 gennaio 1944 da Milano e uccise ad Auschwitz all’arrivo, il 6 febbraio, nelle camere a gas. Ma la loro vicenda, si può dire, in qualche modo ebbe un «lieto fine»: Anna aveva avuto una figlia, Yehudith («Giuditta»). La bambina fu salvata dai vicini di casa, i coniugi Elvira ed Ernesto Cattaneo. Venne poi condotta nel convento desiano delle Suore Ancelle della Carità di Brescia, dove la Madre Superiora, Suor Colomba Tamanza (chiamata col nome di Suor Teresa) la prese a cuore. Dopo la guerra, Yehudith fu accolta nella ex colonia Sciesopoli a Selvino (provincia di Bergamo) che dal 1945 al 1948 divenne struttura di accoglienza per circa 800 bambini ebrei rimasti orfani; qui recuperò le ragioni di vita e la serenità; fu in seguito imbarcata su una delle navi della speranza, verso la Palestina sotto mandato britannico, futuro Stato di Israele.


Note

1 Si arriva a situazioni paradossali, come il tentativo, il mese scorso, di sostituire il nome Cervinia al paese con un nome francese perché Cervinia era stato dato dal fascismo: tentativo che naufragò per l’insorgere della popolazione. Cervinia è infatti conosciuta in tutto il mondo con quel nome; gli alberghi, le magliette, gli oggetti di artigianato locale portano tutti la scritta «Cervinia», che non richiama nulla del fascismo. Cambiare nome significherebbe rovinare l’intera economia del paese, per non parlare del caos burocratico (modificare carte d’identità, passaporti, atti d’ufficio, certificati di ogni tipo...), e tutto questo per nulla.

2 A Desio non si registrò un’attività resistenziale combattentistica di rilievo: l’unico Tedesco che fu ucciso era stato trovato solo e isolato, mentre tentava di tornare in Germania. Le statue delle quattro virtù cardinali in Piazza Conciliazione, mutilate delle insegne fasciste (fasci littori) all’indomani della «Liberazione», furono restaurate una ventina di anni fa secondo il progetto originario, fasci littori inclusi.

(gennaio 2024)

Tag: Simone Valtorta, Resistenza Italiana, Seconda Guerra Mondiale, partigiani, Repubblica Sociale Italiana, Salvo D’Acquisto, Gunter Demnig, pietre d'inciampo, Desio, Luigi Scalfi, Mario Michelini, Luigi Briani, Leah Elertt Haselnuss, Anna Haselnuss, Elvira ed Ernesto Cattaneo, Suore Ancelle della Carità, Suor Colomba Tamanza, Stato di Israele.