Capitano Walter Jonna
Soldato senza macchia e senza sconfitta salvato da due fucilazioni
Per una memoria storica nel decennale dalla scomparsa

La lunga, e per tanti aspetti non ripetibile vicenda terrena di Walter Jonna si chiuse il 3 agosto 2013 nella calda estate di Milano, ma non si è mai chiusa una complessa esperienza di vita all’insegna di valori etici perseguiti con sistematica coerenza nel segno dell’onore. È un motivo in più, trascorso il decennio, per ricordare agli ignari, e soprattutto agli immemori, la nobile figura di un invitto Ufficiale Alpino che aveva fatto dell’amor di Patria un impegno costante e una lezione tanto più meritoria in un’epoca come la nostra, improntata al relativismo, se non anche al nichilismo materialista[1].

Walter si era forgiato negli anni Trenta alla Scuola di Mistica Fascista di Nicolò Giani, da cui erano usciti personaggi come Guido Pallotta, Berto Ricci, Teseo Tesei e Maria Pasquinelli, che nell’aprile 1945 si trovò ad assistere in una piazza milanese, con quali emozioni e suggestioni è facile immaginare, alla «seconda fucilazione» del Capitano Jonna per opera di una banda partigiana. La prima, da cui si era miracolosamente salvato, cadendo sotto i corpi dei commilitoni falciati da una mitragliatrice sovietica, era già avvenuta nel 1942 in Russia, nei tragici giorni della sacca di Nikolajewka e della celebre ritirata alpina, che resta una pagina indimenticabile del valore italiano, anche nella cattiva fortuna.

Erano tempi in cui sfuggire alla prassi sommaria e vile d’improvvisati plotoni d’esecuzione costituiva una fortuna, assolutamente improbabile. Ebbene, riuscirvi addirittura due volte, come accadde a Walter Jonna, deve considerarsi un segno del destino, se non anche di una giustizia superiore che aveva voluto premiare la scelta patriotticamente idealista di un Alpino sempre fedele alla Patria, pur dopo esperienze allucinanti come quelle del fronte russo, e peggio ancora, dei tanti tradimenti che aveva dovuto apprendere dopo il rientro in Italia, in condizioni di salute compromesse per il resto dei suoi giorni, ma non tali da impedirgli l’arruolamento volontario nella Decima, dove fu accolto, assieme a tanti altri, dall’abbraccio del Comandante Junio Valerio Borghese.

Jonna ha lasciato un volume di testimonianze dirette, edito da parecchi anni con il titolo assai pertinente di Inseguendo un sogno[2].

Questo sogno apparteneva a tutti i ragazzi che, come lui, non si lasciarono irretire dal verbo di «liberatori» non sempre degni di questo nome, e restarono invitti per sempre, a costo della vita, offrendo un esempio di onestà intellettuale e di fedeltà etica che vale la pena di meditare e di approfondire. Con tale chiarimento non si vogliono negare gli ideali della minoranza che si era battuta sull’altro fronte, talvolta con decisione e coraggio, e a cui lo stesso Jonna non negava il rispetto che si deve ai valori della buona fede e di un forte disprezzo dei pericoli. Al contrario, si vuole bollare con un giudizio oggettivo la maggioranza grigia che si era rifugiata in un lungo attendismo, senza dire di quanti si scoprirono partigiani di provata fede a «liberazione» avvenuta, e grandi campioni dell’antica arte italica di saltare sul carro del vincitore. Un’arte, è giusto rilevarlo, che era lontana anni-luce dall’etica di Jonna, e pervicacemente relegata nei meandri di un sovrano disprezzo.

Uomo d’azione, ma nello stesso tempo di pensiero, Walter è stato anche saggista e pubblicista: un’attività complementare a quella di apprezzato dirigente industriale, ma non per questo meno sentita. Basti ricordare la monografia che aveva dedicato nel 2009 proprio a Maria Pasquinelli, l’eroina di Libia e Dalmazia che volle sacrificare una lunga vita centenaria al gesto con cui espresse, il 10 febbraio 1947, l’estrema protesta del popolo istriano e giuliano contro l’infamia del «diktat», indirizzando tre colpi della sua rivoltella sul Generale Robert De Winton, incolpevole comandante inglese della piazzaforte di Pola, e tuttavia assurto a simbolo di quella grande ingiustizia. Un comportamento, rileva Jonna a conclusione del suo saggio[3], governato dal «tragico errore» di Maria: avere creduto in buona fede che gli Italiani fossero quelli che lei sperava fossero, e non quelli che erano (con tutte le nobili eccezioni del caso, che restano disperatamente tali).

Walter Jonna è «andato avanti» raggiungendo i suoi Alpini che erano caduti a decine di migliaia nelle steppe ghiacciate della Russia o sugli altri fronti di guerra, dalla Grecia alla Linea Gotica, ma sempre «inseguendo il sogno» di un’Italia migliore, governata dall’«ethos», o per lo meno, lontana dalle ricorrenti concessioni al compromesso, alle meschinità, e in ultima analisi, al tradimento. Se non altro per questo, è doveroso onorare chi, come lui e tutti quelli come lui, è stato fedele alla Bandiera e può gloriarsi di avere servito, come gli antichi cavalieri, «senza macchia e senza sconfitta».


Note

1 Walter Jonna (1922-2013) aveva appena 17 anni quando rispose volontariamente alla chiamata della Patria, e fu combattente nella Seconda Guerra Mondiale, dapprima in Francia, poi in Grecia e nell’Unione Sovietica, dove fu ferito a Nikolajewka, evitando miracolosamente la fucilazione e riuscendo a rientrare dopo una drammatica ritirata con gravi problemi di congelamento. Profondamente deluso dall’armistizio dell’8 settembre, raggiunse La Spezia, ancora in stampelle, per arruolarsi nel Reparto Nuotatori Paracadutisti della Decima Flottiglia MAS, appena cinque giorni dopo. La fine delle ostilità lo colse a Milano, dove rischiò – caso davvero unico – una seconda fucilazione, stavolta per opera partigiana. Ebbe il riconoscimento di tre Croci al Merito di Guerra, e in seguito, dopo essere rimasto sempre fedele alla Bandiera, fu anche Presidente dell’Associazione Combattenti della stessa Decima. Per queste notizie, confronta Marina Jonna, Le ragioni di una scelta, in «Panorama», Milano, 16 settembre 2013 (toccante commemorazione del padre appena scomparso).

2 Walter Jonna, Inseguendo un sogno: noi, i ragazzi della Decima, Ritter, Milano 2006, 256 pagine. L’Autore era stato tra i più giovani ufficiali italiani impegnati nella campagna di Russia e aveva combattuto valorosamente nell’ansa del Don. Tornato in Italia dopo la miracolosa salvezza e la salute compromessa dal congelamento degli arti inferiori, non ben curato e non perfettamente guarito, aveva aderito alla Repubblica Sociale: nelle sue memorie, si fece premura di dedicare particolari attenzioni all’epopea dei giovani che avevano svolto attività di controguerriglia nel Mezzogiorno, talvolta con esito infausto come accadde a Santa Maria Capua Vetere per Franco Aschieri e per i suoi commilitoni. Inseguendo un sogno è un’opera scritta di getto, e quindi non priva di taluni errori (a parte quelli tipografici) come l’affermazione secondo cui Firenze sarebbe stata liberata nel 1945 anziché nell’anno precedente, o come quella che definisce Joseph Goebbels uno dei maggiori imputati di Norimberga mentre si era suicidato prima del processo: quindi, se non altro alla luce del suo straordinario valore di documentazione umana e storica, si auspica nuovamente l’apporto di opportune correzioni, in occasione di una nuova ristampa maggiormente attenta, oggi per lo meno doverosa.

3 Il Capitano Walter Jonna mantenne per tutta la vita un’altissima considerazione per tutti i Caduti che si erano immolati per l’Idea, spesso dopo atti di supremo valore, come la Medaglia d’Oro Carlo Borsani, grande invalido di guerra, ma ciò nondimeno fucilato dai partigiani nelle convulse giornate di fine aprile 1945; o come Carmelo Borg Pisani, indimenticabile eroe dell’irredentismo di Malta fucilato dagli Inglesi perché reo di tradimento (!) e sepolto in una tomba anonima. Non a caso, citando Eschilo, lo stesso Capitano Jonna avrebbe rammentato con lucida convinzione che «i vincitori si salveranno se rispetteranno i templi e le divinità dei vinti».

(settembre 2023)

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