Ucraina, olocausto dimenticato
Una studiosa russa ha raccolto la «storia orale» di quel massacro che attende ancora di essere riconosciuto dall’Occidente e dall’ONU


«L’orrore della fame cieca che ci ha reso cannibali»

Ecco alcune testimonianze di sopravvissuti all’Holodomor (1933): «Prova un po’ tu a fare la fame… La gente usciva di testa… Varvara, quella che stava in fondo al villaggio, era andata a far acqua al pozzo. Ma vicino al pozzo si scivola, l’acqua versata era tutta una lastra di ghiaccio… Varvara scivolò e cadde… Per alzarsi le mancavano le forze… Rimase lì stesa finché non congelò. Il suo uomo la prese com’era, gelata, e la tagliò a pezzi per mangiarla…» (Bakanova V. S.). I cognomi sono seguiti dalle iniziali del nome e del patronimico.

«C’era una fame terribile… La gente era tutta gonfia. Una notte vado verso l’officina e vedo un vecchietto… L’inverno era freddissimo… Lui trascina una bambina, morta congelata, per il collo: che vuoi, bisogna pur mangiare» (Komlitskij I. V.).

«Mia mamma era già tutta gonfia e non poteva alzarsi dalla panca. Se ne stava lì sdraiata da qualche giorno… Ma era ancora viva. Dai vicini era rimasta viva una bambina, gli altri erano tutti morti. Andai da lei e in due cominciammo a disfare lo steccato per fare casse da morto… Mentre lo disfacevamo [così dicendo piange]… la mia mamma… la portarono via, viva… Non le ho dato l’ultimo saluto e non so dove è la sua tomba» (Kononenko A. N.).

«Che cosa ho fatto?… A partire dalla scuola abbiamo cominciato a scavare. Da tutto il villaggio portano i morti… Ma che morti… Crepati erano. Scaviamo la fossa profonda fino al ginocchio e li stendiamo lì come acciughe, uno sull’altro, purché basti la terra per coprirli. Arriviamo fino al policlinico, vedi, di qui sono quattrocento metri. Dall’ospedale trasportavano a carrettate tutti i cadaveri nudi. I carri non sono coperti e ora un braccio, ora una gamba finisce tra le ruote. Ma ecco che una donna porta un bambino che conosco: è la mia ex vicina, e mi dice: “Grisha, sotterramelo”. Allora io, per non offendere gli altri, scavo un po’ da una parte e metto lì quella piccola bara… Nella bara non si poteva seppellire e se qualcuno portava morti nella bara, noi la spaccavamo perché occupava troppo spazio… Le bare le spaccavamo e i cadaveri li stendevamo come acciughe» (Gontar G. K.).

«Soprattutto se la passavano male i bambini piccoli: cadevano semplicemente per terra, come mosche» (Gontar M. S.).

Racconto dell’autista di un dirigente di Partito: «Ne abbiamo fatta allora di strada, dappertutto le vie erano piene di cadaveri… Ce n’erano moltissimi, una quantità enorme… Non ricordo dove, lui mi dice: “Vedi, Vasilij, i kulak hanno nascosto il grano: preferiscono crepare piuttosto che tirarlo fuori”» (Lozovoj V. P.).

«Anche cani si mangiava, e gatti, e ratti… Gli uccelli piccoli, passeri e cornacchie, li avevamo mangiati in autunno, da un pezzo non ce n’erano più… Perché nasconderlo, si mangiava la gente» (Ivanova O. I.).

«Dietro di noi abitava Michailo Davydenko che si era mangiato la moglie».

Holodomor

Nina Marchenko, Madre nel 1933, 1998-2000

L’Ucraina, voci dal silenzio di uno sterminio

Di questo tragico episodio, taciuto nell’Unione Sovietica, ma di cui scrissero un giornalista come William Chamberlin e poi uno storico come Robert Conquest, le fonti storiche permettono di ricostruire i meccanismi. Ma, al di là di ogni ricerca specifica, c’è l’impressionante quadro di questo strazio che solo i suoi testimoni diretti, anzi le vittime sopravvissute, possono far rivivere, come è il caso dei racconti raccolti dalla storica moscovita Daria Chubova, e qui in parte tradotti, frammenti di una «storia orale» che nessuna storia «scritta» può superare.

Un’altra testimonianza si legge nelle memorie di uno dei maggiori «dissidenti» sovietici, Lev Kopelev, che, in gioventù fanatico comunista, partecipò come attivista del Partito alle spietate azioni contro i contadini affamati e, ricordando gli orrori cui assistette, si stupisce di non essere impazzito o di non essersi suicidato, ma di aver creduto che tutto ciò fosse necessario per un radioso avvenire comunista.

Dire che la colpa di questo eccidio (le cui vittime oscillano tra i quattro e i sei milioni) è del regime sovietico e di Stalin è ovvio. Meno facile è individuare il modo in cui tale crimine si è attuato. Si può affermare che l’Holodomor, la «Grande fame» nacque al punto di confluenza di due linee della politica staliniana: quella della «collettivizzazione» forzata e accelerata di tutta la campagna sovietica e quella della «deucrainizzazione» dell’Ucraina, cominciata proprio allora, nel 1933.

Quale tragedia sia stata la «collettivizzazione», che poneva violentemente fine al mondo contadino costringendolo nelle aziende agricole di Stato, è noto. Come è noto che tale politica venne svolta all’insegna di una «guerra di classe» ideologica e poliziesca senza quartiere contro i cosiddetti kulak, i «contadini ricchi» che in realtà per lo più tali non erano e semplicemente si opponevano alla requisizione dei loro beni. Di questa politica soffrirono tutti i contadini laboriosi e attivi, russi e non russi, ma più di altri quelli ucraini, le cui tradizioni erano meno legate a tradizioni «collettive». D’altra parte, quando la carenza di derrate, a causa delle disfunzioni del nuovo sistema agricolo e del cattivo raccolto, avrebbe reso necessaria una importazione di granaglie, Stalin oppose nettamente il suo rifiuto perché, come aveva scritto precedentemente, «l’importazione di grano minerebbe il nostro credito all’estero e aggraverebbe le difficoltà della nostra posizione internazionale. Dobbiamo quindi farne a meno ad ogni costo. Il che è impossibile se non si intensifica l’ammasso del grano».

Nel 1932, quando cominciò la carestia, e milioni di persone morivano di fame, non solo avvenne tale «intensificazione» requisendo tutto il possibile ai contadini, ma continuò l’esportazione all’estero, il che, assieme alle draconiane misure di polizia varate, rese il potere centrale direttamente responsabile dell’ecatombe (tenuta nascosta per non minare il «credito» dell’Unione Sovietica!).

L’altra linea che spiega l’accanimento di Stalin nei riguardi dell’Ucraina è la svolta nella politica nazionale in generale per tutte le componenti dell’Unione Sovietica e in particolare verso la seconda Repubblica, per importanza e grandezza, l’Ucraina appunto. È questa una storia meno nota e chiara. Basterà ricordare che per un decennio, dal 1923 al 1933, si svolse la cosiddetta «ucrainizzazione» dell’Ucraina, cioè il riconoscimento da parte del potere centrale sovietico delle peculiarità (linguistiche, culturali, amministrative) di questa Repubblica. Si parla addirittura di nazionalcomunismo ucraino, espressione eccessiva poiché il momento politico unitario e centralizzato sovietico non venne mai meno; pur tuttavia questo decennio fu piuttosto positivo per l’Ucraina e per quei suoi rappresentanti, politici e culturali, che aspiravano a una relativa autonomia da Mosca in quanto centro della Russia. L’«ucrainizzazione» era il modo tattico in cui il potere sovietico si voleva radicare in una singola area etnico-nazionale: con la franchezza da lui usata almeno in privato, in una lettera a Lenin, nel 1922, Stalin riconobbe che negli anni precedenti, durante la guerra civile, «noi siamo stati costretti a far mostra del liberalismo di Mosca nella questione nazionale», ma, aggiungeva, in tal modo involontariamente si erano formati dei comunisti che «esigono una vera indipendenza in tutti i sensi», il che era inammissibile («indipendenza» che l’Unione Sovietica, comunque, per meglio influenzare le politiche internazionali, concesse per finta, nel dopoguerra, ottenendo anche un seggio all’ONU, in questo modo, l’Unione Sovietica aveva un seggio come Unione Sovietica ed un secondo come Ucraina).

Nel 1933, quando il regime comunista si era radicato e Stalin aveva ormai conclusa la sua ascesa al potere totale, e non c’era quindi più bisogno di far mostra di «liberalismo», all’«ucrainizzazione» venne posto fine, come del resto, in modo analogo avvenne per le altre Repubbliche, e si affermò l’unità assoluta della «patria sovietica», la cui componente centrale era quella grande russa (a partire dalla lingua), a sua volta, però, denazionalizzata e sovietizzata.

Non è possibile riferire qui ciò che avvenne poi in Ucraina: la decimazione dei suoi dirigenti «nazionalcomunisti», accompagnata da suicidi illustri anche di intellettuali, il cui «sogno» si spezzava contro la realtà. L’Ucraina subì, per così dire, una duplice tragedia entro quella generale sovietica: un eccidio di massa e un massacro di vertice e fu così sottomessa con un’ulteriore ondata di terrore al «nuovo corso», soltanto col crollo del comunismo riacquistando, settant’anni dopo, la sua autentica indipendenza nazionale.

(agosto 2013)

Tag: Ercolina Milanesi, Ucraina, Holodomor, cannibalismo, carestia, Unione Sovietica, William Chamberlin, Robert Conquest, Daria Chubova, Lev Kopelev, Grande fame, Stalin, collettivizzazione, deucrainizzazione, kulak, ucrainizzazione, Lenin, Mosca, ONU.