Risorgimento in penombra
Da un’angolazione defilata fotografiamo un’epoca

Dobbiamo ammetterlo, noi Italiani non amiamo molto il nostro Paese sul piano politico, ed abbiamo le nostre ragioni. Ma approfondendo nel dettaglio, e da un’angolazione defilata, le vicende che portarono alla costituzione dell’Unità Nazionale, ci accorgiamo di quanto fosse diverso il sentire degli Italiani di tutto lo Stivale durante il primo Risorgimento. Piuttosto alta fu la partecipazione sia concreta che emotiva degli uomini e delle donne che fecero il Risorgimento. Dobbiamo perciò andare fieri, nonostante gli errori di valutazione che ci furono, dell’impegno profuso dai nostri avi in tutto lo Stivale per costruire l’Unità Nazionale, che fu movimento di popolo, prima ancora che di parte. Non voluta necessariamente così come si realizzò, ma pur sempre particolarmente agognata. Le vicende che sto per descrivere vogliono mostrare questa complessità, nonché la partecipazione sia del ceto nobiliare che borghese, ed in alcuni casi piccolo-borghese, all’intero movimento. Anche i contadini ne furono coinvolti. Perché talvolta anche loro partivano per queste missioni, soprattutto oltre oceano, per perorare la causa di libertà di altri popoli. E sostenevano i loro «signori» nelle questioni che videro questi in prima linea.

Desidero accennare anche alla mia particolare famiglia, molto coinvolta in queste vicende sia in sede che sul piano nazionale; e ad alcuni passaggi che sono riuscita a ricostruire. Scorrendo questo sito storico, alla voce «Risorgimento» si possono rintracciare le vicende dell’ingegnere dell’Esercito Sabaudo Ermete Pierotti di Pieve Fosciana, nell’attuale Garfagnana Lucchese, all’epoca Modenese. La famiglia dell’ingegnere abitava nel palazzo che oggi ospita il municipio del Comune omonimo. In Pieve Fosciana nel 1831, in concomitanza con i moti modenesi di Ciro Menotti, ci fu una sollevazione popolare che portò a far sventolare il tricolore sul municipio. Tra i sostenitori della rivoluzione Antonio Angelini, Jacopo Pierotti e Jacopetto Pierotti, gli ultimi erano due cugini che si votarono alla causa nazionale. Jacopo, medico, fu costretto a restare nella cittadina di Barga, al confino, in seguito a tali vicende del 1831. Barga anche all’epoca era sita in provincia di Lucca, dove regnava il bizzarro quanto assente Duca Carlo Ludovico di Borbone, che lasciava scorrazzare nel suo stato piuttosto impunemente molti patrioti della Penisola, ufficialmente interessato solo ai suoi traffici di collezionista ed erudito, in realtà pronto a cogliere l’attimo, qualora si fosse presentato, per agevolare la sua permanenza nel Ducato. Jacopetto, laureato in Legge, divenne viceversa un fedele assertore di Giuseppe Mazzini. Ma anche dei fratelli Fabrizi.

Questi, originari della frazione di Sassi-Eglio, vicino a Castelnuovo Garfagnana, ma vissuti sin dalla nascita a Modena, dove la loro famiglia si era trasferita, sono annoverabili tra i principali seguaci dell’agitatore ed uomo politico genovese nei vari moti sul territorio italiano. Andarono a sedersi in Parlamento dopo la formazione del neonato Stato Unitario perché, pur essendo stati vicini al «maestro», abbracciarono a tutto tondo la più generale causa nazionale, e dunque negli ultimi anni prima dell’Unità si smarcarono parzialmente dalla visione mazziniana. Del resto avevano sempre mantenuto una certa loro autonomia di pensiero ed azione, fondando in epoca non sospetta la «Lega Italica», che si prefisse sempre più ampia collaborazione rispetto alla «Giovine Italia» tra le varie anime risorgimentali.

Dopo i moti del 1831 Jacopetto Pierotti prese dimora a Borgo a Mozzano, in territorio lucchese, e nel 1848 fu uno dei rappresentanti del Governo Provvisorio della Garfagnana. Fu poi eletto Deputato della Garfagnana all’Assemblea Nazionale di Modena per l’annessione al Regno Sardo. Jacopetto e Fabrizi furono sempre interlocutori, fra l’altro avevano rapporti di parentela perché Pietro Pierotti, cugino di Jacopetto ed anche lui patriota oltre che artista, era cugino dei Fabrizi.

Si scrivevano in codice, Jacopetto e i Fabrizi. Stiamo parlando prioritariamente di Paolo Fabrizi, il fratello che più di altri girovagò nel Mediterraneo per tenere i contatti con Malta, Algeri, Cipro, la Corsica, la Francia, e potrei continuare, per perorare la complessiva causa nazionale. Attenzione, non necessariamente in chiave sabauda, anzi. Per molto tempo i Fabrizi tentarono, avvicinandosi ai patrioti meridionali, soprattutto napoletani, ma anche siciliani, di portare avanti il sogno murattiano ormai svanito che fosse assolutamente inclusivo dell’intero Stivale nel processo unitario, visto come elemento conclusivo. Paolo Fabrizi nel 1839 non mancò di fare tappa a Livorno dove avrebbe dovuto incontrare il Pierotti. La famiglia Pierotti così come i Fabrizi era vicinissima ai superstiti della famiglia Menotti, ossia alla vedova Polissena ed ai figli del defunto Ciro, attivissimi nell’organizzazione. In particolare la signora Polissena Menotti fungeva da vettore di fiducia. Un cifrario divenne il codice distintivo delle lettere.

I Menotti avevano in quel periodo in Lucca la loro dimora. L’amicizia tra i Menotti e Pierotti traspare. Jacopetto non manca occasione per confermare la propria stima per Polissena. Achille Menotti, figlio di Ciro, fece conoscere a Jacopetto il marchese Tito Livio Zambeccari, figlio del noto scienziato di Parma Francesco, pioniere dell’aeronautica. Jacopo, molto coinvolto nella Lega Italica, incontrò Tito Livo Zambeccari per la prima volta in Lucca nel 1840. Si apprende dalle lettere che il marchese chiese espressamente la collaborazione del Pierotti e dei suoi. Anche Tito Livio Zambeccari diverrà sempre più coinvolto nella Lega Italica. Essenziale la lettera dell’11 aprile 1840 in cui un Martelli Córso, peraltro, scopriamo nelle carte, collaboratore di Ignazio Ribotti, molto amico sia dello Zambeccari che del Pierotti, insieme col patriota Luigi Ghilardi, Lucchese che morirà qualche tempo dopo in Sud America, combattendo per la causa di quei popoli, stava tentando di raccogliere in Corsica mille uomini per una spedizione in Sicilia. Troviamo documenti analoghi nel 1841 e nel 1842, anno in cui pervenne al Dipartimento degli Affari Esteri del Governo delle Due Sicilie notizia di una possibile spedizione rivoluzionaria per fare insorgere l’Italia, col coinvolgimento del Lombardo Pacchiarotti. Era davvero così? Posso confermare, date le carte in nostro possesso.

In quel periodo troviamo una particolare documentazione relativa ad alcuni patrioti lucchesi, peraltro dei religiosi, che si spostarono sulla scia di Fabrizi sia in Corsica che a Malta e poi a Cipro. Si tratta dei fratelli Giambastiani. Due di loro, Francesco e Alipio, sono frati agostiniani[1]. Un altro fratello è impresario teatrale e si sposta tra la Corsica, Marsiglia e la Spagna. Si ha poi un quarto fratello, architetto, che attraverso Malta e l’Algeria, partendo da Livorno, si recherà in Grecia, passando per le isole greche. Quest’ultimo è ivi chiamato ufficialmente per fare non solo il costruttore ma, pare, l’agronomo, cosa assai poco probabile. Riporto perciò una particolarissima lettera del Lucchese Ant. M., così si firma. Ho motivo di credere che trattasi di Antonio Mordini, il grande collaboratore di Giuseppe Garibaldi, Barghigiano, che diverrà il Prodittatore della Sicilia ai tempi della spedizione dei Mille, sostituendo in tale compito lo stesso Garibaldi, quando questi si sposterà sul Continente. Il contenuto della lettera è davvero rilevante, perciò la trascrivo per intero, sperando di appassionare il lettore a questi cifrari in codice e dando poi una traduzione della lettera: «Cefalonia 29 ottobre 1843: Amico carissimo, per giovare a tuo fratello non ho potuto attenermi all’espediente di parlarne con i membri di questa Società Agraria perché indirettamente avrei potuto offendere con ciò il Barone che ne è il Presidente, ed a me venne commesso l’incarico di provvedere, a mio piacimento, per la Società un ottimo agronomo. Dunque ho fatto di più; e l’ottimo risultato mi prova che non ho errato. Mi aveva promesso il Barone di far venire il tuo Fratello, appena gliene parlai, dicendomi che ne avrebbe scritto al Massei. Ricevuta l’ultima tua sono andato a trovarlo, gli ho parlato di tuo fratello; è il soggetto preciso che ci richiede all’uopo delle sue qualità della sua abilità, e me ne sono reso garante; e più l’ho mostrato che tuo fratello è il soggetto preciso che si richiede all’uopo, e che farà grande onore a chi lo richiederà. A queste ed altre osservazioni fattegli da me fare e troppo sarebbe il volerle ripetere, mi ha risposto che al primo vapore per Malta manderà gli ordini opportuni perché tuo fratello parta subito per Cefalonia. Forse darà ordini anche per pagargli il viaggio, ma in caso, per opera mia, far sì che sia rimborsato delle spese di viaggio appena sarà giunto. Sono stati assegnati, come ti dissi, 30 colonnati al mese, il 2,5% sull’estrazione dei vini ed ora otterrà pur anche l’alloggio gratis. Più dietro le mie insistenze sulle abilità di tuo Fratello, il Barone mi ha detto che se è vero quanto io gli ho assicurato in ordine a Pietro, egli gli farà dare una paga dal Governo a titolo di secondo ingegnere. Insomma, la cosa va bene, e tuo fratello farà una buona fortuna. Quindi stai pur tranquillo sull’esito di questo affare, che se la molteplicità degli affari ad altro impedisce di scrivere a Lucca, all’uopo al Barone nel presente ordinario non ti dia fastidio, perché i discorsi fatti da me e le premesse che ne seguiranno sono tali che io potrei dirti venga all’istante tuo fratello – ciò nonostante aspetta l’ordine suo che non potrà tardare gran fatto. Intanto ti dirò l’itinerario per tuo Fratello del quale se ne servirà per recarsi così. Vada a Livorno, il 1°; o l’11; o il 21 di ogni qualsiasi mese; prenda imbarco per Malta sul vapore da guerra francese. La spesa è di 40 franchi. Arrivato a Malta, prenda imbarco sul vapore inglese che parte per Cefalonia due volte al mese. La spesa è di 20 colonnati. In sei giorni arriva qui. per questa strada risparmierà modi di dogana, mentre egli – tuo fratello – verrà con tutto ciò che è necessario alla sua professione. Malta è porto franco; dunque imbarcato una volta a Livorno, i suoi bagagli non verranno più visitati fino qui; e qui sono io amico del capitano del porto, e del capitano della lancia che deve dargli la pratica; dunque? Per la via di Ancona la spesa, non computando gli incomodi, ascende a 28 colonnati da Ancona a qui e da Lucca in Ancona ne bastano 10 altri. Affinché tuo fratello possa anche maggiormente economizzare sulla totale spesa di 28 colonnati – via di Malta –, le farei fare lettere commendatizie per Paolo Fabrizi che trovasi in Malta. Egli è un degno, degnissimo Italiano conosciuto in Lucca dal Torrini o Dorrini (dirrei Borrini nella traduzione) e da tutti gli emigrati modenesi. Ti serva di regola. Veniamo ad altro che mi occorre in Italia. Mi manderai immancabilmente per tuo Fratello 18 braccia di Ermenesino blu e, non trovandosi blu, nero della larghezza di 2 braccia a 5 paoli al braccio, e vedi che sia di ottima qualità perché deve servire ad appagare le brame, e la commissione di persona che fu utile a me e a tuo fratello. Mandami per conto della medesima persona 3 o 4 libbre di burro ben lavato e stivato in barattolo, non che 3 libbre di polvere buona da caccia. Manderai a me la traduzione di Sallustio dell’Alfieri, le orazioni di Cicerone con la traduzione delle medesime del Dolce, i dizionari latini, se puoi, ed un cappello per me di pelo fine di moda della dimensione qui segnata in ordine alla testa. Di tutto quanto, che indebitamente io attendo, mi manderai abrasiomento che io non mancherò di rimborsarti unitamente al resto che ti devo quando il Barone avrà trovato la vera nicchia per me. Ora vivo con 28 colonnati al mese di paga, e le mie spese non permettono di fare una grande abrasionomia. Ma il Santo pensa ancora a me. Invia l’acclusa a mio fratello, salutami Casali cordialmente, nonché tutti i Simi, Allegrini, Pieri e Nocchi e tutti gli amici[2]. Spero che alla venuta di tuo fratello non debba restarmi in ordine alle commissioni date, come rimasi al ricevimento dell’ultima in ordine alle nuove che io ti chiedeva di mia famiglia. Salutami tuo fratello, digli che l’attendo con ansietà per abbracciarlo e per vivere con lui come due fratelli. La polvere da caccia quando sarà vicino a Cefalonia se la metta addosso, il resto l’annunzi alla dogana. Digli che venga munito ben bene ancora di biancheria perché qui costa carissima. Addio sono tuo affezionatissimo amico Ant. M.

P. S. Tuo fratello non dimentichi di portare con sé tutti i metodi per la fatturazione dei vini perché questo per ora è l’essenziale. Libri di coltivazione, innesti etc, etc, siano in sua compagnia. Raccogli lettere da mio fratello e dagli amici che volessero scrivermi, e mandamele per tuo Pietro, e mio, eccetera».[3]

Nel 1843 Mordini si dette per l’appunto a perorare la causa repubblicana di Mazzini e fondò a Firenze con i banchieri Fenzi ed altri una società segreta per far progredire le idee repubblicane ed unitarie. Che anche lui fosse finito per un breve periodo a Cefalonia come l’architetto Pietro Giambastiani di Lucca, citato nella missiva? Probabile. Il Barone menzionato, che fu tale grazie al Duca lucchese Carlo Ludovico di Borbone che tale lo fece, è il Barone d’Everton, alias Sir Charles Sebtight, che fu molto caro alla Regina Vittoria d’Inghilterra. Per un certo periodo servì il Duca Lucchese, per poi spostarsi a Cefalonia e divenire il governatore nominato dalla Corona Inglese.

Ma veniamo al Sallustio dell’Alfieri piuttosto che al Cicerone del Dolce. Questi sono riferimenti politici. Il Cicerone di Ludovico Dolce, lo scrittore riformato veneziano, fa riferimento al Duca Lucchese, anche lui Ludovico di nome e convertitosi alla fede protestante. Il riferimento al Sallustio dell’Alfieri vuole sottolineare che Sallustio è un plebeo nobilitato dell’antica Roma come Vittorio Emanuele di Savoia, che diverrà dopo l’abdicazione paterna Vittorio Emanuele II, poiché la leggenda (poco probabile ma diffusa anche all’epoca) volle che fosse figlio illegittimo di un macellaio romano, scambiato nella culla col vero erede per salvare la dinastia sabauda che prevedeva il maggiorascato nella successione al trono. Pertanto secondo i riferimenti letterari citati i due Regni, ossia il Ducato Lucchese e il Regno Sabaudo, stavano facendo l’occhiolino in questo frangente alle vicende mazziniane della Lega Italica di Fabrizi. Tutto il resto della lettera è una boutade molto esplicita per gli addetti ai lavori per sottolineare quanto si stava preparando in quel periodo. Poteva un architetto fare l’agronomo? Un Fratello, più volte sottolineato con la «F» maiuscola? E la polvere da caccia, e le perquisizioni alla dogana, ed il tragitto così ben delineato? La citazione di Paolo Fabrizi da sola non lascia dubbi. Senza contare le numerose lettere in possesso dell’ingegner Enrico Marchi di Lucca appartenute ai quattro fratelli Giambastiani, di cui due, ripeto, frati agostiniani, che tali rimarranno anche quando Francesco, dopo le vicende del 1848 in cui fu implicato, dovette fuggire a Corfù e lì si suicidò (versione ufficiale) mentre in realtà il suo suicidio non è affatto probabile. C’è poi l’interessante citazione a Ermenesino. Trattasi probabilmente del fratello prete di Ermolao Rubieri di Prato, lo scrittore. Suo fratello sacerdote morirà proprio in quegli anni in Algeri e fu vicino al Fabrizi. Ma potrebbe far riferimento anche ad Ermete Pierotti, cugino di Jacopo, che fu molto coinvolto nelle vicende politiche del periodo. Il Barone d’Everton, a capo della Società Agraria in Cefalonia, come traspare dalla lettera, dovette essere nelle medesime condizioni dei referenti agrari delle società che nella Penisola si andavano formando, in particolare a Torino, con intenti politici prima ancora che agrari. Sappiamo che Carlo Alberto permise sottobanco la costituzione intorno al 1840 di una Società analoga in Torino per fini politici. Gli storici potrebbero, alla luce di queste carte, rivedere le loro posizioni che vogliono Mazzini e Fabrizi fuori dai circuiti cattolico-liberali. E soprattutto scoprire quanto profonda fosse la collaborazione tra i Sovrani d’Antico Regime della Penisola, soprattutto quelli che di Casata non facevano Asburgo (probabilmente gli stessi Borboni di Napoli, cugini di Carlo Ludovico al pari di Carlo Alberto di Savoia) nonché le frange più moderate della Chiesa Romana. Assolutamente da rileggere molte pagine del nostro risorgimento. Solo così potremmo capire meglio le vere radici del nostro stato.

Ma desidero continuare e definire la posizione degli avi, nobili di spada a partire dal Medioevo, citati parlando dei fratelli Fabrizi, che con loro ebbero, così traspare dai documenti, rapporti di parentela. Narrerò perciò brevemente, rimandando ad un articolo che ho scritto e pubblicato sul sito, alla loro radicalizzazione lucchese assolutamente documentabile, ma anche ai molti riferimenti, che già ho parzialmente indicato, nella Media Valle e Garfagnana, quest’ultima all’epoca sotto il Ducato Estense di Modena degli Asburgo d’Este della Casa d’Austria.

Lorenzo Pierotti (1767-1854) fu per «vox populi» uno degli amanti di Elisa Baciocchi, la sorella di Napoleone che regnò in Etruria e sul Ducato Lucchese. Baciocchi, che pare fosse particolarmente geloso dei due fratelli Paganini (i celebri musicisti genovesi che a Lucca restarono per molto tempo e che furono entrambi amanti di Elisa) non altrettanto dovette esserlo di Lorenzo. Infatti i Baciocchi li ritroviamo ancora in Lucca nel 1874 dimoranti nella stessa località dove gli eredi di Lorenzo vivevano. E sempre questi eredi «ospitarono» in Benabbio, nei pressi di Bagni di Lucca, i cugini del Baciocchi, ossia i figli di Luciano Bonaparte e lo stesso Luigi Napoleone, futuro Napoleone III, quando erano dei perseguitati politici mazziniani negli anni Trenta del XIX secolo. Il 1° gennaio 1815 Lorenzo Pierotti scrisse di fatto al conte Fabrizio Lazzari a Torino per perorare la causa dei Bonaparte naturalizzando un patriota in Piemonte. Napoleone I stava preparando la sua fuga dall’isola d’Elba, tenendosi in contatto con i familiari, ed in particolare con Re Gioacchino, alias Gioacchino Murat. All’epoca Carlo Alberto di Savoia era ancora vicino alle posizioni giacobine così come l’amico Fabrizio Lazzari, nipote del Generale Napoleonico Rege de Gifflenga. Le lotte interne ai Bonaparte sappiamo benissimo che furono causa del fallimento degli intenti unitari di Re Gioacchino. Perorare le vicende napoleoniche significava mantenere lo «status quo» antecedente la restaurazione viennese che preludeva a nuovi assetti politici nella Penisola, sicuramente perorati dalle frange più liberali del nostro Paese.

Il figlio di Lorenzo, Cesare (1806-1901) negli anni immediatamente successivi divenne un seguace «poco fedele» del patriota livornese Domenico Guerrazzi, ma molto caro all’altrettanto celebre patriota, sempre livornese, Tommaso Corsi, uno dei padri della società nazionale che costituì poi l’Unità d’Italia.

E che dire del figlio di questi, il pittore cattolico-liberale, ma non troppo, Giuseppe (1826-1884)? Nel 1860 scrisse a Gino Capponi, un moderato, a Firenze con un esplicito riferimento alla grande amicizia con lo statista fiorentino («Capponi mio», specifica nella lettera) ma crebbe alla scuola dei Macchiaioli del pittore Bezzuoli, pur non essendo lui un Macchiaiolo. Fu cioè compagno di studi sia di Giovanni Fattori che di Telemaco Signorini. Negli anni in cui i loro «cugini» mazziniani Jacopo e Jacopetto lottavano con Polissena in Lucca, Cesare era in Lucca (sua residenza abituale) un mazziniano. Non so quanto ciò fosse gradito al padre Lorenzo, ma penso che non gli dispiacesse poi troppo. Cattolici sì, ma anche giacobini e soprattutto canoviani[4]. Perché la lettera di Lorenzo indirizzata di fatto al conte Lazzari, rinvenuta, stava a casa di Pelagio Palagi, l’architetto canoviano amico di Carlo Alberto di Savoia, che gli fece ristrutturare tutta Torino negli anni Trenta del XIX secolo. Che distanza, chiediamocelo, poteva esserci sul piano politico tra Polissena, la sua amica Cleobulina Cotenna, mazziniana lucchese che ospitò lo stesso Mazzini e la sua amante Giuditta Sidoli, e i nostri eroi, amici della Polissena e della Cleobulina (peraltro cugina per parte materna di Guglielmo Libri, celebre patriota coinvolto nelle questioni risorgimentali) con provata certezza? Nessuna, sicuramente nel 1840. Ma neppure nel 1850. Certamente dopo le vicende unitarie.

I libri di storia sin qui non hanno prodotto riflessioni accurate sulle reali concomitanze che gestirono le prime fasi del nostro Risorgimento e che dovrebbero invitare dunque ad una riflessione che non investe soltanto il nostro passato, ma molte domande sul nostro presente ancora senza risposta. Soprattutto dovrebbero mettere nella condizione di comprendere che il movimento risorgimentale interessò i patrioti di tutta la Penisola e fu voluto, a suo modo, certamente in maniera opportunistica ma anche partecipata, nel caso da Carlo Alberto di Savoia che rischiò il trono in età giovanile per la partecipazione attiva a queste vicende, non così descritta, ritengo, dalla storiografia ufficiale. I personaggi citati, soprattutto le donne, come ad esempio Cleobulina Cotenna, parteciparono attivamente nel 1848 sui campi di battaglia in Lombardia. I Fabrizi continuarono l’attività intrapresa da Re Gioacchino che voleva un’inclusione attiva del Sud nelle vicende risorgimentali. Il nostro proverbiale campanilismo fu in quel Primo Risorgimento, ritengo, molto meno marcato. Si abbandonavano spesso nel caso dei nobili e dei borghesi vite agiate, si dilapidavano patrimoni pur di perorare la comune causa nazionale. Che poi le situazioni nazionali ed internazionali portassero a continui fallimenti e a coordinamenti complessi e dispersivi sul piano pratico, possiamo tranquillamente affermarlo. Ma non ci sarebbe stata la spedizione dei Mille senza i Mille di Paolo Fabrizi. Ed il concorso di tanti sacerdoti e prelati della Curia Romana che si spesero attivamente in questo gioco delle parti, alla ricerca di una soluzione comune.


Note

1 La documentazione di quanto espongo la si può trovare in una pubblicazione del dottor Silvio Fioravanti di Castelnuovo Garfagnana e nei documenti dell’ingegner Enrico Marchi di Lucca, erede dei Giambastiani, che ha un suo blog in rete.

2 I personaggi testé citati hanno cognomi appartenenti a famiglie lucchesi.

3 Lettera di proprietà dell’ingegnere Enrico Marchi di Lucca.

4 Giorgio Tori, Lucca giacobina, Archivio di Stato di Lucca, Fonti Archivistiche.

(settembre 2016)

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