I balestrieri della Repubblica di Genova alla battaglia di Crécy
Un’arma giunta dalla lontana Cina doveva divenire uno dei simboli distintivi della potenza militare della Superba

Per quasi tutto il Medioevo e per buona parte dell’epoca moderna la Repubblica di Genova si distinse non soltanto nella tradizionale pratica dei commerci o in quella finanziaria, ma anche nel settore militare. In più di un’occasione, nel corso della sua lunga storia, Genova si occupò della tutela dei suoi possedimenti o fortune attraverso la messa a punto di flotte da guerra o l’arruolamento di milizie destinate a presidiare il territorio della madrepatria o le sue colonie e fondaci, ed ebbe anche l’accortezza di fornire ai propri alleati, in diverse occasioni, consistenti aliquote di forze di mare e di terra.

Nella fattispecie, tra il XII e il XIV secolo, la Repubblica, o gruppi di Genovesi in esilio, misero a disposizione di comuni, potentati o corone straniere diversi contingenti di armati appartenenti ad una speciale categoria, quella dei balestrieri.

Il primo impiego mercenario dei balestrieri della Repubblica risale al 1173 quando, in seguito alla firma di un accordo militare tra il Marchesato di Gavi e Genova, la città di San Giorgio si impegnò, in caso di necessità, a fornire dietro pagamento all’alleato un certo numero di abili balestrieri.

Tuttavia, il primo, consistente utilizzo da parte di una «potenza» straniera di questi armati risale a più di un secolo più tardi, nel 1225, quando la città di Asti ottenne dalla Superba «per un mese di servizio» cento balestrieri appiedati e venti a cavallo da impiegare contro la vicina città di Alessandria. Ma cerchiamo di capire perché proprio a Genova la balestra, intesa come strumento da difesa e da attacco, fece presa al punto da diventare un’arma addirittura nazionale, molto apprezzata per le sue caratteristiche e destinata a rappresentare, dopo la galea, il simbolo distintivo della forza militare della Repubblica.

Innanzitutto, bisogna subito chiarire che la balestra in origine non era un’arma di tradizione genovese, essendo stata scoperta ed importata dal Medio Oriente verso la metà del 900 dopo Cristo, dove a loro volta gli Arabi l’avevano introdotta dalla lontana Cina, sua vera patria di origine.

L’invenzione della balestra risale ad epoche molto remote. Basti pensare che già nel 500 avanti Cristo lo stratega cinese Sun Tzu ne parlava diffusamente, ed entusiasticamente, nel suo ormai famoso trattato L’Arte della Guerra. L’arma venne infatti usata dall’esercito imperiale cinese, con notevoli risultati, in occasione dei lunghi conflitti da esso ingaggiati contro i Mongoli e contro gli Arabi. Per molti secoli i Cinesi rimasero fedeli a quest’arma tanto da farne uso fino ad epoche molto recenti. Uno speciale modello di balestra a ripetizione (cioè dotata di serbatoio per dardi e di sistema meccanico di ricarica) venne adoperato addirittura nel corso della guerra contro il Giappone del 1894-1895.

Ma ritorniamo alla balestra ligure. Verso la fine del 1100, dopo un relativamente lungo periodo di generalizzato ma incostante e non disciplinato utilizzo dell’arma da parte delle fanterie della Repubblica, il comando militare della Superba decise di costituire un vero e proprio corpo di armigeri scelti destinato, in caso di conflitto, a precisi compiti tattici. Nel giro di pochi anni si sviluppò quindi il nucleo di quella che sarebbe diventata la punta di diamante dell’esercito di San Giorgio. I balestrieri, detti «balistari», vennero suddivisi in compagini chiamate bandiere, composte ciascuna da venti uomini e comandate da un conestabile. Per l’arruolamento e il successivo addestramento della truppa, la Repubblica, dietro specifica ordinanza del Doge e dell’Ufficio della Guerra, incaricava due nobili esperti d’arme ai quali spettava il compito di valutare non soltanto la prestanza fisica e il coraggio degli uomini ma anche la loro propensione naturale all’uso di un’arma che presupponeva saldezza di nervi, colpo d’occhio e precisione (la preferenza cadeva, ovviamente, su coloro i quali palesavano dimestichezza con le armi da lancio, come l’arco e la fionda). Dopo l’arruolamento, ad ogni uomo, che doveva giurare fedeltà alla Repubblica e che era costretto a farsi rappresentare da un garante, veniva consegnato, in anticipo, un salario che variava a seconda della mansione e del grado (il conestabile percepiva una somma doppia a quella del balestriere semplice). L’ingaggio del milite era solitamente a termine e variava dai tre ai sei mesi. E se in questo periodo il balestriere disertava o si rifiutava di svolgere il suo lavoro a rimetterci era il garante che doveva rifondere lo stipendio al governo, pena il carcere.


La balestra a staffa genovese

Il modello di balestra più frequentemente adoperata dalle milizie genovesi era quella cosiddetta «a staffa» che si differenziava sia dalla più piccola e leggera arma cinese che da quella, più grossa, cosiddetta «da posta», cioè da difesa statica. Nel corso degli anni, la balestra genovese venne sottoposta a diverse modifiche e perfezionamenti tecnici che alla fine la trasformarono in un’arma da fanteria veramente efficace e originale.

La costruzione delle balestre a staffa veniva affidata ad artigiani armaioli specializzati che, a partire dal 1275, vennero riuniti in un’apposita corporazione. La produzione di quest’arma, pesante circa sei chilogrammi, era molto accurata e sottoposta ad un rigido controllo tecnico e qualitativo da parte delle autorità.

La balestra a staffa era formata da un fusto, solitamente in faggio o rovere (e per certi modelli pregiati in tasso italiano), da un arco inizialmente in legno – rinforzato talvolta da ossa o corna bovine e, in seguito, in ferro forgiato –, da una corda fatta di intreccio di canapa o legamenti di animale e da una staffa in ferro collocata sulla cima esterna dell’arco che serviva per tenere ferma la balestra a terra durante l’operazione di caricamento dell’arma. Il tipico munizionamento della balestra era composto da robusti quadrelli a punta piramidale o da più leggeri verrettoni a punta conica. Entrambi i proiettili erano costruiti da un’apposita confraternita di artigiani chiamati «quarellari».

La balestra genovese surclassava per gittata – e soprattutto per forza di penetrazione, poiché era capace di sfondare con facilità l’armatura di un cavaliere o di trapassare da parte a parte un cavallo – l’arco, anche se quest’ultimo risultava ovviamente più agevole da ricaricare. Un arciere professionista era infatti in grado di scagliare mediamente 5/6 frecce al minuto contro un solo quadrello o verrettone della balestra. In condizioni ottimali di vento quest’ultima aveva una gittata massima di 350-400 metri contro i 250-300 dell’arco. Insomma, fino dalla sua comparsa, la balestra a staffa si dimostrò un marchingegno di morte decisamente efficace e tale da essere addirittura bandito dalle più alte autorità religiose. Durante i lavori del Concilio Laterano del 1139, Papa Innocenzo II la definì «arma infernale e sconveniente per i Cristiani». Ma ciononostante l’arma raccolse molto presto il consenso di diverse potenze europee che iniziarono a contattare la Repubblica per garantirsi l’appoggio dei balestrieri liguri nelle file dei loro eserciti impegnati in guerra. Per quasi tutto il periodo medioevale, dunque, la balestra genovese svolse un ruolo di primo piano in molte dispute belliche, rivelandosi una delle migliori, se non la migliore, arma da getto per fanteria. Si può quindi parlare di un lungo predominio che ebbe termine soltanto con l’avvento in Europa delle prime armi da fuoco portatili (metà del XIV secolo), anche se, paradossalmente, fu però un’arma ben più antica – l’arco – a segnare il tramonto della balestra ligure nel corso di un particolare evento bellico della Guerra dei Cento Anni, la battaglia di Crécy (1346).


La battaglia di Crécy

Durante la cruenta battaglia di Crécy i balestrieri genovesi che militavano nelle file dell’esercito francese di Filippo VI di Valois furono costretti a confrontarsi loro malgrado, con modalità operative e tattiche errate, alle preparate truppe inglesi di Re Edoardo III e di suo figlio il Principe Nero, subendo una disfatta così pesante da compromettere quasi definitivamente il loro prestigio e quello della loro arma.

All’inizio del 1346, due nobili genovesi fuoriusciti, Antonio e Stefano Doria, rifugiatisi a Marsiglia con trentaquattro galee e 12.000 armati (6.000 dei quali balestrieri) per sfuggire all’esercito del comandante Simone Vignoso, braccio armato del Doge Giovanni Murta al quale si erano ribellati, avevano deciso di mettersi con i loro armati a disposizione del Re di Francia impegnato contro l’Inghilterra, nella speranza non soltanto di ricavarne una certa somma ma forse anche per garantirsi un successivo appoggio per una loro rivincita contro il Doge. E il Re di Francia, a corto di truppe specializzate nell’uso di armi da getto, accettò di buon grado l’offerta dei due nobili genovesi. D’altra parte, non era la prima volta che truppe liguri si affiancavano agli eserciti transalpini. Già nel 1302, infatti, truppe liguri avevano combattuto sotto gli stendardi franchi a Courtray, contro l’armata fiamminga.

L’esercito di Filippo VI di Valois, come si è accennato, pur disponendo di una forte e numerosa cavalleria pesante (nelle cui file militava il fior fiore della nobiltà francese) e di un discreto numero di fanti, difettava quasi completamente di arcieri, specialità quest’ultima, molto curata e largamente presente nell’esercito inglese. E quindi, gli oltre 6.000 balestrieri genovesi di Antonio e Stefano Doria giungevano proprio a proposito per colmare questa grave lacuna. Senza contare che nel corso di quella prima fase (1337-1346) della Guerra dei Cento Anni in corso tra Inghilterra e Francia, quest’ultima aveva già subito alcuni disastrosi rovesci (nel 1340 la flotta francese era stata distrutta dagli avversari d’oltremanica nella battaglia di Sluys), che il Valois voleva controbilanciare al più presto con una sfolgorante vittoria.

Stipulato quindi un rapido accordo con i due Doria, il Re di Francia ordinò alla truppa genovese di raggiungere il suo esercito già in marcia verso la Normandia, dove nel frattempo era sbarcata l’armata inglese.

L’arruolamento dei mercenari genovesi non incontrò però il favore dei comandanti francesi e soprattutto dell’alta e media nobiltà equestre che considerava la «plebea» truppa ligure inaffidabile. Va ricordato a questo proposito che l’esercito del Valois era ancora una compagine organizzata, sia sotto il profilo strutturale che organizzativo, prettamente su un criterio di censo, e che quindi la fanteria in genere, vuoi armata di spade e picche o dotata di archi e balestre, veniva considerata pura e semplice massa di manovra destinata il più delle volte ad impegnare soprattutto la parte centrale degli schieramenti avversari, lasciando alla cavalleria pesante nobiliare, solitamente schierata su linee arretrate o sulle ali, il compito di sferrare gli attacchi decisivi e risolutivi ai fini della vittoria.

Comunque sia, il Valois non si fece influenzare più di tanto dall’indignazione dei suoi comandanti e, pur condividendo la loro opinione, fece prevalere la razionalità di giudizio e la giusta valutazione tattica sul semplice pregiudizio.

All’inizio dell’estate del 1346, l’esercito francese, con armati e carriaggi, iniziò a confluire con decisione verso Nord, dove era stata segnalata la presenza del grosso dell’armata inglese, e ai primi di agosto, dopo quasi due mesi di logorante marcia, raggiunse la zona collinare di Crécy, un tranquillo borgo di campagna nei pressi dell’estuario della Somme, non molto distante dal Passo di Calais. Accampato l’esercito e fatti trascorrere pochi giorni, il minimo indispensabile, per fare riposare gli uomini e per ricompattarne le file, Filippo VI convocò il suo Stato Maggiore e decise di prendere immediatamente l’iniziativa contro l’armata inglese di Edoardo III, i cui attendamenti non distavano che poche miglia.

L’attacco venne fissato per il giorno 26 agosto. E all’alba di quel giorno il poderoso esercito francese composto da 8.000 cavalieri, 4.000 uomini d’arme, ben 44.000 fanti e circa 6.000 balestrieri genovesi prese posizione, del tutto sfavorevole sotto il profilo tattico, ai piedi dei colli già presidiati dagli Inglesi.

A prima vista, l’armata di Edoardo III poteva risultare numericamente inferiore, ma in realtà era avvantaggiata da alcuni importanti fattori. A parte la migliore disposizione acquisita sul terreno (gli Inglesi si trovavano in posizione leggermente sopraelevata rispetto all’avversario), l’esercito di Edoardo III rappresentava – per quanto concerneva l’organizzazione, la composizione e l’armamento individuale – ciò che di più moderno poteva offrire la scienza militare dell’epoca. Compagine mista ma ben amalgamata nella quale sia i nobili che gli artigiani o i contadini godevano più o meno dei medesimi diritti (almeno sul campo di battaglia) e delle stesse attenzioni da parte dello Stato Maggiore, l’esercito inglese era composto da 2.400 cavalieri, 3.000 uomini d’arme, 5.000 fanti del Galles, ben 12.000 addestrati arcieri e – innovazione rivoluzionaria per un’armata europea – alcune dozzine di artiglieri («gunners») dotati di sei o sette rudimentali ma rumorosissime bombarde. La totale assenza tra le file inglesi di balestrieri era dovuta ad un fatto ben preciso. Nel 1199, nel corso dell’assedio della cittadella di Chaluz, Re Riccardo I Cuor di Leone era stato colpito a morte proprio da un quadrello di balestra, e da quella data gli Inglesi, che erano molto affezionati al loro Sovrano, avevano abbandonato quell’arma. Anche se, più verosimilmente, l’accantonamento della balestra si era verificato per una motivazione assai meno romantica e attribuibile al fatto che gli Inglesi consideravano il loro tradizionale arco lungo in olmo semplicemente superiore alla potente ma troppo macchinosa balestra. Contrariamente all’armata avversaria, quella inglese poteva inoltre contare su una numerosa flotta ancorata a poche decine di miglia di distanza e in grado di rifornirla con facilità, mentre l’esercito francese, reduce da una lunghissima marcia di avvicinamento, aveva ancora parte delle sue salmerie molto distanti dalle prime linee.

Nonostante tutti questi fattori non certo positivi, Filippo di Valois, sempre più smanioso di venire alle mani con il suo illustre avversario, non soltanto predispose subito un’imprudente e prematura azione offensiva ma arrivò anche a concepirla nella maniera più errata. Il Re ordinò infatti ai due fratelli Doria di schierare in prima linea centrale i balestrieri genovesi e di farli avanzare da soli verso la muraglia di picche e lance della fanteria inglese che, protetta da una muraglia di scudi, li attendeva a piè fermo.

Battaglia di Crécy

Mappa della battaglia di Crécy

I Genovesi che soltanto due giorni prima erano stati costretti dal frettoloso Sovrano Francese a percorrere a piedi e affardellati le ultime venti miglia che li separavano dal villaggio di Crécy, dichiararono immediatamente tutta la loro perplessità circa l’opportunità di una simile manovra, giudicandola, a ragione, non soltanto inutile ma anche pericolosa, dal momento che dietro i ben protetti fanti inglesi erano pronti ad intervenire i numerosi arcieri che senza alcuna difficoltà avrebbero potuto bersagliarli con nugoli di frecce. Le osservazioni dei mercenari genovesi suonarono ovviamente agli orecchi dei nobili cavalieri francesi alla stregua di codarde invocazioni, e il duca di Alençon, comandante non certo famoso per la sua arguzia e per il suo talento militare (in precedenza, nel corso della lunga guerra, gli uomini da lui guidati erano stati battuti diverse volte dal nemico) si pronunciò da par suo: «Ecco che cosa si ottiene ad impiegare furfanti che se la squagliano appena c’è qualcosa da fare!».

Colpiti nell’orgoglio, i balestrieri genovesi decisero di accettare l’assurda sfida, partendo con armi in pugno all’attacco dell’impenetrabile baluardo di picche inglesi, proprio nel mentre si scatenava un improvviso quanto violento temporale che, nell’arco di pochi minuti, rese il terreno viscido e melmoso. Non solo. Oltre che ad ostacolare l’attacco dei Genovesi, l’acquazzone provocò anche l’allentamento delle fisse corde di canapa delle balestre, rendendone inservibile una gran parte.

Dopo un iniziale sbandamento, i balestrieri liguri proseguirono comunque nella loro disperata avanzata, entrando inevitabilmente nel campo di tiro degli arcieri inglesi. Giunti a circa duecento metri dalle prime linee nemiche, i balestrieri genovesi vennero infatti investiti da una micidiale pioggia di frecce. Nel giro di pochi minuti, circa mille soldati della Repubblica caddero trafitti dalle punte acuminate avversarie («Gli arcieri inglesi – narrò più tardi il cronista francese Froissart – scagliavano i loro dardi con tanta rapidità e costanza che sulle teste dei Genovesi pareva si fosse scatenata un’autentica tormenta di neve»).

Le forze francesi che, fino a quel momento, si erano ben guardate dall’intervenire per soccorrere in qualche modo i mercenari liguri ormai decimati dal tiro nemico, reagirono con sovrano e folle disprezzo, coprendo di improperi e maledizioni i balestrieri ormai in fase di arretramento. «Ammazzate quei gaglioffi!» gridò Re Filippo ai suoi luogotenenti. «Quella marmaglia non fa che bloccare l’avanzata della cavalleria».

E fu così che la prima schiera dei cavalieri francesi iniziò a caricare e a travolgere i Genovesi, molti dei quali, nonostante la batosta subita, stavano cercando di riordinare le file e di rispondere con le loro armi al nemico.

Balestrieri Genovesi

La battaglia di Crécy in un manoscritto delle Cronache di Jean Froissart del XV secolo

Proprio nel mentre i cavalieri francesi, in preda ad una foga isterica, erano impegnati nel sciabolare i loro alleati, una nuova ed ancora più fitta tormenta di frecce inglesi si abbatté sulle loro teste, trafiggendo conti, baroni ed abbattendo al suolo decine di destrieri.

Non comprendendo la portata del disastro e soprattutto l’inutilità di quella assurda e controproducente manovra, il comando francese ordinò alle altre file di cavalieri di ritentare la carica verso la muraglia di picche inglesi.

Per ben sedici volte, la cavalleria di Filippo tentò di manovrare in questo senso e per altrettante volte venne respinta dagli arcieri inglesi. Alla fine, ormai decimati e in gran parte disarcionati, i superstiti, toltisi i pesanti elmi e buttati gli scudi, iniziarono, barcollando, a riguadagnare le retrovie. E fu proprio a quel punto che dal compatto ed ordinato schieramento inglese si mossero al contrattacco i fanti di Edoardo. In pochi minuti, come marea montante, migliaia di fanti gallesi si riversarono sull’armata franco-genovese ormai in piena rotta, massacrando il nemico – appesantito dalle armature e dalle ormai inutili armi da getto – a colpi di ascia, di spada e di mazza. Il massacro fu totale e, come narra sempre il Froissart, «lo scempio fu tale che a battaglia conclusa perfino il Re d’Inghilterra ne ebbe ribrezzo».

Filippo di Valois, che nel parapiglia era stato anch’esso disarcionato e ferito, riuscì comunque a mettersi in salvo, con non più di qualche centinaio di cavalieri. Nell’immane disastro di Crécy persero la vita o vennero feriti quasi 30.000 tra soldati e cavalieri dell’esercito francese (compresi circa 5.000 Genovesi, comandanti inclusi), tra i quali il conte di Alençon, otto principi e 1.532 nobili. Irrisorie risultarono, invece, le perdite inglesi: duecento soldati, due cavalieri e uno scudiero.

Sotto il profilo politico, la battaglia di Crécy – che rimane in assoluto uno dei più importanti eventi bellici europei del Medioevo – provocò un pesante ridimensionamento della Monarchia Francese e, per contro, un notevole rafforzamento di quella inglese, anche in ambito continentale. Mentre dal punto di vista militare, lo scontro segnò l’inizio del declino della balestra come arma tattica da fanteria, anche se, per un certo periodo, l’arma – nella sua versione «da posta» – continuerà ad essere utilizzata per la difesa statica da fortezza. Il più semplice e maneggevole arco lungo inglese aveva rivelato in campo aperto le sue intrinseche qualità, paradossalmente, proprio in occasione della battaglia che segnò anche il debutto (rumoroso ma ancora relativamente efficace) delle rivoluzionarie armi da fuoco. Nel giro di un paio di secoli, queste ultime – attraverso un lungo processo di innovazione tecnologica che avrebbe portato alla realizzazione dei primi archibugi – avrebbero poi, a loro volta, definitivamente soppiantato non soltanto l’arco ma tutte le armi a sistema nervobalistico.

(giugno 2012)

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