Nel segno dello stato
La rivoluzione politica del 28 ottobre 1922

Non è mai esistita una legge che tornasse comoda a tutti: la proverbiale sentenza di Catone è sempre attuale, e non appare fuori luogo richiamarsi alla sua chiarezza nel mettere a fuoco alcuni aspetti originali della Marcia su Roma, ad oltre 90 anni dagli eventi. Spente le luci della ribalta ed esorcizzati parecchi giudizi lontani dalla difficile obiettività dello storico, è possibile, se non anche doveroso, porre in luce come la rivoluzione italiana dell’ottobre 1922 abbia prodotto un «quid novi» altamente significativo in cui il forte «eccesso del giure comune»[1] diede luogo, nel medio termine, ad una struttura dello Stato opposta a quella del sessantennio precedente, tipica dell’Italia liberale. Questa mutazione strategica si sarebbe compiuta sul piano politico senza indulgere alla frequente prassi di altre rivoluzioni, come quelle francese e sovietica, caratterizzate da un altissimo numero di vittime: al contrario, trovando un ampio e crescente consenso popolare, che permise di elidere progressivamente l’incidenza di quanti non si riconoscevano nel nuovo ordine. In altri termini, la quota di «scomodità» della legge nel senso indicato dall’aforisma di Catone iniziò a declinare proprio a seguito della Marcia.

Sulle matrici dell’avvento fascista alla guida dell’Italia, pur nell’ambito di una coalizione iniziale piuttosto eterogenea che avrebbe governato per oltre un biennio e sulla successione dei fatti che videro conferire a Benito Mussolini l’incarico di formare il nuovo Governo, si è dissertato e scritto a lungo, analizzando ogni possibile dettaglio[2]. Qui, basti rammentare che l’Italia usciva da una guerra mondiale apparsa interminabile e caratterizzata da sacrifici immensi, cui non avevano corrisposto adeguati riconoscimenti internazionali in sede di conferenza della pace ed i giusti compensi a chi aveva tanto sofferto, cominciando dai milioni di combattenti contadini ed operai, dai mutilati, dagli orfani e dalle vedove, per non dire delle madri, simboleggiate dalla Triestina Maria Bergamas nella dolorosa scelta del Milite Ignoto compiuta ad Aquileia nell’ottobre 1921.

La precarietà della congiuntura economica e l’ampiezza della disoccupazione avevano fatto il resto, alimentando forti contrapposizioni fra le forze politiche e dando luogo ad un’interminabile serie di violenze, rese più vivaci dalla scissione socialista al congresso di Livorno e dalle nuove pregiudiziali comuniste; e sull’altro fronte, dall’intransigenza dei fascisti e dei nazionalisti, che non potevano e non volevano riconoscersi nel possibilismo, se non anche nel pressappochismo dei moderati. Dal canto suo, la tattica della Monarchia, impersonata da un Sovrano come Vittorio Emanuele III che nel lungo periodo in questione era sembrato dare preferenza all’attendismo, diversamente da quanto aveva fatto nei momenti più difficili della guerra, diede luogo ad equivoci e ritardi, senza dire che ne ebbe origine una singolare diarchia i cui effetti drammatici si sarebbero manifestati soprattutto a lungo termine. D’altra parte, i combattenti avevano giurato al Re ed erano in larga maggioranza monarchici: cosa di cui Mussolini doveva necessariamente tenere conto.

La crisi dello stato liberale divenne sempre più palese alimentando in tutta Italia una crescente domanda di ordine che ponesse fine alle violenze, ma prima ancora, alle ingiustizie sociali, alle discriminazioni ed alle offese obiettivamente gratuite di cui furono oggetto i combattenti ed i mutilati. Le conseguenze dell’immane conflitto, ben lungi dall’essere state annullate dal grande sole di Vittorio Veneto, costituivano un ostacolo permanente alla ripresa etica e civile in cui il movimento fascista, dopo grandi difficoltà iniziali, ebbe la possibilità di agire con un margine di autonomia discrezionale che col passare del tempo divenne sempre più ampio, traducendosi nella vivace stagione delle adunate e facendo dire a Mussolini, giunto a Napoli il 24 ottobre assieme ai suoi fedeli, che i tempi erano maturi per la chiamata del fascismo alla gestione del potere: in caso contrario, si sarebbe andati a Roma per prenderlo con la forza.

In altri termini, la vittoria era sostanzialmente acquisita ancor prima di marciare, grazie all’abilità politica dello stesso Mussolini che, nonostante qualche significativa discrasia organizzativa e concettuale, anche ai massimi livelli del movimento[3], ebbe buon gioco nel far valere una sorta di «astuzia della ragione» suffragata non tanto da improbabili supporti hegeliani quanto da uno spiccato e realistico pragmatismo.


La svolta storica

Il fatidico 1922 si distingue nella storia d’Italia per gli eventi che condussero il fascismo a «trarre il dado» e ad imprimere una svolta i cui effetti si sarebbero avvertiti anche a lungo termine. Non mancarono altre novità importanti, a cominciare, nel mese di febbraio, dall’ascesa al Soglio Pontificio di Papa Ratti (ovvero Pio XI, primo Pontefice a benedire la folla dalla tribuna di Piazza San Pietro dopo l’elezione) che sette anni più tardi avrebbe accettato, a fronte di consistenti concessioni, la conciliazione della Chiesa con lo Stato nazionale a circa un sessantennio da Porta Pia. Più tardi, Gabriele d’Annunzio avrebbe ricevuto Georgjj Cicerin, Commissario del popolo per gli Affari Esteri dell’Unione Sovietica[4], sollevando qualche perplessità negli ambienti della Destra Italiana, compresa quella moderata, ma il fenomeno determinante fu il progressivo ampliamento dell’azione fascista, condivisa in misura crescente dagli ambienti militari, dai poteri forti (con riguardo prioritario alla Confindustria) ed alla fine dalla stessa Monarchia.

Il 20 settembre, parlando ad Udine nell’anniversario della «conquista» risorgimentale di Roma, Mussolini disse con molta chiarezza di rinunciare alla pregiudiziale repubblicana. Nella stessa occasione, ritenne di sferrare l’ennesimo attacco contro la classe politica degli «stracchi e dei vinti» che occorreva sostituire senza indugio, soggiungendo che «più la sostituzione sarà radicale, tanto meglio sarà». I tempi maturavano con crescenti accelerazioni: dopo l’espulsione dal movimento fascista di Piero Marsich, che assieme ai suoi fedelissimi non aveva condiviso lo strapotere di Mussolini, e dopo il colpo di stato di Fiume cui aveva fatto seguito, ad iniziativa del Governo, l’affidamento della città ad una Giunta militare (avallato dai fascisti e rimasto in vigore fino al trattato italo-jugoslavo del 1924), non c’erano dubbi che si fosse alla vigilia di eventi decisivi.

Le grandi adunate che coincisero con altrettanti successi (ma con la notevole eccezione di Parma) e le «prove generali» compiute ad Ancona, Bolzano e Trento[5] prepararono il terreno alle decisioni irreversibili, definite intorno alla metà di ottobre con la nomina dei «quadrumviri» e l’organizzazione delle colonne che avrebbero dovuto muovere su Roma, a cominciare da quella di maggior peso in partenza da Napoli, dove si erano concentrati, stando alle stime più attendibili, 26.000 fascisti. Non ci fu bisogno del ricorso alla forza: Vittorio Emanuele III, dapprima favorevole alla proclamazione dello stato d’assedio proposta dal Presidente Luigi Facta[6], non volle coinvolgere l’esercito e preferì accettare le dimissioni del Governo in carica affidando l’incarico a Mussolini, che giunse a Roma al mattino del 30 ottobre, dopo un lungo viaggio in vagone letto. Nel giro di mezza giornata, la lista dei nuovi Ministri fu pronta, ed ebbe luogo il giuramento nelle mani del Re.

La Marcia, a parte qualche episodio di opposizione soprattutto in periferia, si risolse nella lunga sfilata fascista che ebbe luogo il giorno 31 ed al termine della quale Mussolini diede l’ordine di una rapida smobilitazione[7]. La svolta rivoluzionaria era stata compiuta ma non venne percepita come tale: il 16 novembre, a conclusione del percorso per la fiducia, il nuovo Presidente del Consiglio, dopo aver affermato che avrebbe potuto trasformare «quest’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli» non senza «sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti», volle presentarsi quale campione di consapevolezza critica e di moderazione, votato da 316 deputati favorevoli contro 116 contrari e 7 astenuti. Non mancarono alcune adesioni particolarmente significative: fra le tante, quelle di Ivanoe Bonomi, Alcide De Gasperi, Giovanni Giolitti, Giovanni Gronchi, Filippo Meda, Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra.

Il realismo politico di Mussolini aveva vinto superando i dubbi e le perplessità degli stessi fascisti. Al momento, non c’era spazio immediato per disegni più ambiziosi (pur coltivati a parole nei giorni antecedenti la Marcia per tranquillizzare gli intransigenti) senza dire che il nuovo Governo aveva bisogno di una ritrovata pace sociale per avviare a soluzione i maggiori problemi dell’Italia, riassunti nella triade «economia ordine e disciplina» ed estesi al riordino tributario, ad una difesa convinta ma elastica degli interessi nazionali ed al contenimento della spesa pubblica senza trascurare il problema fondamentale dell’occupazione. Nondimeno, ad otto giorni dalla fiducia, la Camera avrebbe conferito a Mussolini i pieni poteri in materia economica ed amministrativa, completando senza colpo ferire la rivoluzione politica compiuta nel segno dello stato.


Il sogno della Quarta Roma

Nell’immaginario collettivo, Roma era stata associata sin dalla notte dei tempi ad un faro di luce e di civiltà, e se si vuole, ad un ricorrente oggetto di desideri. Il giorno della Marcia erano passati quasi 24 secoli dal sacco di Brenno e 350 anni dalla tragica devastazione perpetrata ad opera dei lanzichenecchi, una sorta di nuovi barbari peggiori di Attila che se non altro si era fermato al cospetto del Papa inerme. Soprattutto, era trascorso appena un cinquantennio dalla fine del potere temporale e dal compimento dell’Unità d’Italia, che aveva potuto finalmente salutare la propria capitale nella Città Eterna, la Roma «caput mundi» di Tacito e di Lucano.

Questi sentimenti furono accolti con ampio favore da Mussolini e dai fascisti di tutte le classi sociali che non videro nella romanità un semplice orpello retorico ma la conclusione di un percorso destinato a tradursi in una serie di valori, magari acquisiti, ma non per questo meno avvertiti nella loro realtà di fondamento etico del nuovo rapporto idealistico fra l’Uomo e lo Stato: dopo la Roma dei Cesari, la Roma dei Papi e la Roma dei Popoli, avrebbe potuto e dovuto sorgere una nuova Roma, quella degli Eroi, dove ciascuno, lungi dalle suggestioni e dalle illusioni massive di altri sistemi, sarebbe stato protagonista della nuova società civile, ed a suo modo, Eroe dell’impegno quotidiano nella vita sociale. Oggi, a quasi un secolo di distanza, quel disegno non è archiviato, perché presume il ripudio del relativismo e del consumismo, in difesa dei valori non negoziabili.

Il dileggio che le vulgate prevalenti riservano alla Marcia con singolare e pervicace perseveranza è strettamente collegato alla negazione di questi valori. In effetti, non ha molto senso squalificare i protagonisti di quella pagina di storia alla stregua di una vera e propria «Armata Brancaleone» perché la vittoria può essere conseguita anche da un esercito di «straccioni» animati da fede sicura e forti volizioni, come accadde ai 24.000 francesi di Valmy, sommariamente equipaggiati, che il 20 settembre 1792 misero in rotta un esercito austro-prussiano i cui effettivi si ragguagliavano al quadruplo. È pur vero che i fascisti del 1922 non vennero messi alla prova perché la rivoluzione, col suo totale successo politico[8], non ebbe bisogno di supporti militari, ma non va dimenticato che buona parte della base fascista era costituita da ex-combattenti, non certo inconsapevoli e tutt’altro che immotivati.

Poi, non sembra congruo disprezzare la Marcia ed esaltare, quasi per contrappunto, la «conquista» di Roma del 1870, ottenuta senza dichiarazione di guerra in ovvio spregio del diritto internazionale, impiegando dieci giorni nel percorrere gli ottanta chilometri che separavano il confine da Porta Pia, ed avendo ragione della difesa vaticana perché Pio IX aveva ordinato di cessare ogni resistenza, mentre gli Zuavi intonavano sulle rovine della Breccia l’Inno ai Crociati di Henri de Cathélineau, il mitico eroe della cattolicissima Vandea. Non a caso, nell’ottobre 1922 un laico di provata fede come Gaetano Salvemini avrebbe raccolto la testimonianza di un sacerdote secondo cui Roma era stata «difesa meglio» dall’esercito pontificio, forte di soli 13.000 uomini, contro 50.000 «italiani».

L’esecrazione nei confronti della Marcia che continua a perpetuarsi nelle pagine della storiografia italiana[9], compresa quella più impegnata o presunta tale, non può essere condivisa perché è sempre valido il classico insegnamento dello stesso Tacito: «Chi professa incorrotta fedeltà al vero, di ciascuno deve parlare senza amore e senza odio». L’assunto è valido, a più forte ragione, tenuto conto che tutti i protagonisti dell’evento sono ormai scomparsi[10].

Vale la pena di ricordare che appena un anno prima, fra il 28 ottobre ed il 4 novembre 1921, l’Italia era stata pervasa da un sentito fremito unitario quando il feretro del Milite Ignoto venne trasportato da Aquileia a Roma sotto una pioggia di fiori lanciati dalle folle in ginocchio al passaggio del convoglio; e tumulato in quello che sarebbe diventato, per unanime e spontanea definizione popolare, l’Altare della Patria, simbolo di amore, di dolore e di fede. Era stato un momento di alta coscienza morale, al di là delle divisioni politiche; ed una sintesi di pensiero e di sentimenti destinata a suscitare «egregie cose». In ogni caso, fu un momento di forte consenso che avrebbe lasciato qualche traccia importante nell’inconscio collettivo, non senza effetti positivi sull’ascesa del fascismo.


Il modello fiumano

La Marcia di Ronchi del 12 settembre 1919 che diede luogo all’occupazione di Fiume da parte dei Legionari di Gabriele d’Annunzio è stata considerata un «precedente» omogeneo a quella su Roma, se non altro per i tempi ravvicinati, ma talune similitudini nella prassi dei due protagonisti non possono elidere parecchie divergenze significative: anzitutto, l’Impresa fiumana, per quanto caratterizzata da una lunga esperienza politica protrattasi per 16 mesi e tradottasi nella creazione di una realtà statuale come la Reggenza Italiana del Carnaro, si concluse in modo negativo con la «guerra civile» fra l’Italia ufficiale di Giolitti e le forze legionarie. Poi, la Marcia su Roma, sebbene fosse stata preparata da una lunga dialettica di contrasti spesso drammatici che avevano opposto la Destra fascista e nazionalista alla Sinistra socialista e comunista, non senza il coinvolgimento più o meno episodico dei moderati, ebbe uno sbocco parlamentare, mentre d’Annunzio, per superare la barra di Cantrida, fu costretto ad offrire il proprio petto alle armi del Generale Pittaluga, imitando l’esempio, ed il momentaneo successo di Napoleone in marcia su Parigi dopo lo sbarco dall’Elba.

C’è di più. La Reggenza si diede una propria Costituzione, opera principale di un sindacalista rivoluzionario come Alceste De Ambris e socialmente assai avanzata, mentre il movimento fascista, nel corso del 1922, avrebbe agito – almeno dal punto di vista ufficiale – nell’ambito del vigente Statuto Albertino, e soltanto più tardi avrebbe completato l’evoluzione verso il nuovo stato forte, ma giammai totalitario (se non altro per la «diarchia» con Vittorio Emanuele III), perfezionata col discorso che il Duce[11] avrebbe pronunziato alla Camera il 3 gennaio 1925.

La storiografia ha espresso giudizi analoghi sulle due vicende, in ampia prevalenza critici, ma riservando all’esperienza dannunziana, caratterizzata da aperture più evidenti verso il mondo del lavoro, qualche attenzione meno pregiudiziale. Resta il fatto che quella di Fiume fu una sorta di prova «ufficiosa» di conquista del potere a mano armata, alle cui suggestioni il movimento fascista fu certamente sensibile, in specie nell’ala dei cosiddetti intransigenti: non a caso, il rapporto fra il Poeta soldato e Mussolini fu improntato, in una prima fase, ad ostentati vincoli di collaborazione che poi avrebbero conosciuto un progressivo affievolimento[12] quando da parte fascista si comprese che la Reggenza non aveva futuro e che la congiuntura politica avrebbe consentito di giungere al potere in tempi funzionali, ma nella probabile osservanza delle forme di legge (come effettivamente avvenne).

Va aggiunto che il Comandante, nonostante la straordinaria popolarità, non ebbe la possibilità di contare sui diffusi supporti che al giovane fascismo vennero dall’ambiente militare (fatta eccezione per due soli Generali che furono a Fiume con d’Annunzio: Sante Ceccherini e Corrado Tamaio) e dal mondo economico (nel momento decisivo Mussolini fu sostenuto dai massimi vertici di Confindustria e più specificamente dal Presidente Alfano Benni e dal Segretario Generale Gino Olivetti). D’altra parte, pur prescindendo dalle questioni internazionali che condizionarono immediatamente il tentativo dannunziano e dal diverso peso specifico che il Governo della Reggenza poteva far valere nei confronti dei Nitti e dei Giolitti (a loro volta non certo omogenei al Facta ormai catafratto), bisogna dire che i tempi erano diversi, se non altro per il clima del 1922 improntato al disordine, all’indisciplina ed alla necessità di voltare pagina, mentre nel 1919 non si erano ancora spente le speranze suscitate dalla Vittoria e dall’attesa di una risolutiva palingenesi sociale.

Nondimeno, la Marcia di Ronchi fu una base di riferimento importante per il fascismo; da una parte perché aveva creato anche dal punto di vista culturale i presupposti di possibili soluzioni extra-parlamentari della crisi in atto, allargando notevolmente la presunzione di quanto tali sbocchi fossero condivisibili sul piano etico ancor prima che su quello politico; e dall’altra, perché aveva permesso di esorcizzare gli errori inevitabili di ogni esperienza innovatrice, a cominciare da quelli, che Mussolini prevenne, di un’informazione carente e di una copertura internazionale insicura. Caso mai, rimase in lui un malcelato complesso di inferiorità nei confronti del Comandante, culturalmente comprensibile ma eliso da un’elevata intelligenza politica, sia strategica che tattica, che ebbe buon gioco nell’esaltare il suo ruolo di leader.


Nella storia e nella vita

La Marcia su Roma del 1922 (ma nello stesso tempo «contro» la Roma di una stagione politica ormai esaurita e di una classe dirigente incapace di comprendere e di fare proprie le nuove attese del popolo, in primo luogo sul piano etico) costituisce un momento essenziale nella storia italiana del Novecento, in quanto «pietra angolare» di una costruzione rivoluzionaria come quella dello stato fascista. Non a caso, lo stesso Mussolini avrebbe stabilito che il calendario della nuova era muovesse da quella data.

Con la Marcia e con l’avvento del Governo Mussolini che la segue con pronta immediatezza, il fascismo entra nella storia non soltanto nazionale in modo ineludibile, ma nello stesso tempo diventa atto concreto di vita e realizza una convergenza di pensiero e di azione che si richiama a quella posta alla base dell’idealismo moderno[13].

La svolta compiuta nell’ottobre 1922 è opera di Mussolini e del suo intuito strategico e tattico, certamente superiore a quello di altri massimi esponenti del movimento, propensi ad un maggiore attendismo (Dino Grandi) od all’azione immediata ma intempestiva (Italo Balbo). La conquista fascista del potere, in ogni caso, è opera di pochi, a conferma di quanto fosse attuale, anche nell’esperienza italiana, la teoria delle «élites» che era stata di Roberto Michels, Gaetano Mosca e Georges Sorel. Del resto, quando il fascismo venne fondato a Milano nel marzo 1919, quello dei fascisti non era un gruppo numeroso, tanto che avrebbe costituito una ristrettissima cerchia benemerita anche negli anni di massimo successo: giustappunto, i cosiddetti «diciannovisti».

Quella svolta, peraltro, non si sarebbe compiuta senza un concorso attivo della base che si era impegnata duramente negli anni della preparazione e che il 31 ottobre, come detto, avrebbe sfilato per sei ore davanti a Vittorio Emanuele III, quasi a sottolineare l’importanza di una massa selezionata, ad integrazione di un ruolo trainante del vertice. In qualche misura, era la «Grande Proletaria» che si era mossa nel 1911, secondo la suggestiva immagine coniata da Giovanni Pascoli, e che proseguiva con forte accelerazione nel proprio cammino. L’Italia vera e profonda esigeva «ordine e disciplina», onorava i combattenti della Grande Guerra e non era insensibile al richiamo di un adeguato rango internazionale; ma nello stesso tempo, voleva posti di lavoro e terra ai contadini, invece della lunga e dolorosa emigrazione che i Governi liberali non avevano saputo o voluto prevenire.

Il fascismo, identificato dapprima nel partito e poi nello stato, avrebbe ottenuto grandi consensi pervenuti a livelli sostanzialmente plebiscitari nella prima metà degli anni Trenta, ma senza risolvere la questione istituzionale e lasciando spazi importanti ai poteri forti, con particolare riguardo ai potentati economici che lo avrebbero puntualmente abbandonato al momento opportuno. Questa è un’altra storia, nel cui ambito si può anche parlare di Marcia tradita e di un distacco (spesso inconsapevole ma talvolta drammatico) dall’autenticità delle origini che sarebbe stato parzialmente recuperato grazie alla Repubblica Sociale ed a coloro che vollero battersi, nel dramma di una stagione plumbea, per l’Idea e per l’Onore: qui, basti ricordare, fra i tanti, i nomi di Niccolò Giani, Franco Aschieri, Carmelo Borg Pisani, Berto Ricci, Guido Pallotta, Maria Pasquinelli.

Il sogno messianico dell’ethos tradotto nel momento politico attraverso l’autonoma moralità dello Stato è sempre attuale, e trova fondamento perenne nella forza di valori non negoziabili come quelli della fede, della patria e della famiglia, da cui discendono il diritto alla vita, il senso dell’appartenenza comunitaria e l’impegno fattivo contro il consumismo, l’edonismo, ed in ultima analisi, contro ogni forma di materialismo. In questa ottica, è possibile affermare che fra le origini di questo sogno si colloca l’esempio del migliore Risorgimento, oggettivamente concluso con la Quarta Guerra d’Indipendenza, l’Impresa di Fiume e la svolta storica del 1922.


Note

1 La presunzione «juris ac necessitatis» di una deroga eccezionale alle normative vigenti «per fine di pubblica utilità» costituisce il fondamento della «Ragione di Stato» nella classica teoria elaborata da Giovanni Botero quale strumento di una politica moderna che, sulle orme di Nicolò Machiavelli, non deve essere condizionata dall’etica tradizionale «tamquam a subalternante» ma fare riferimento a nuovi canoni morali, ed in primo luogo a quelli di tutela e di «salvezza dello stato». In questo senso, la correlazione con l’esperienza fascista del 1922 e l’avvento del Governo Mussolini non è priva di suggestive evidenze, accanto a qualche iperbole: tra gli adempimenti che si richiedono al «Capitano» nell’ambito della sua attività di leader militare e politico c’è persino quello di assicurare la felicità, a cui avrebbe fatto successivo riferimento, in ben diverso contesto «democratico», la Costituzione degli Stati Uniti (Giovanni Botero, La Ragion di Stato, a cura di Chiara Continisio, Donzelli Editore, Roma 2009, pagina 172).

2 Un contributo fondamentale dell’epoca, naturalmente di parte, è quello di Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Edizioni del Borghese, Roma 1972 (Istriano ed irredentista, l’Autore fu attento e partecipe testimone del Ventennio). Sul fronte opposto, una ricostruzione dettagliata della vicenda, fra le tante, è quella di Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Einaudi, Torino 1956, pagine 180-221. Per quanto attiene alla genesi ed alle matrici, confronta Emilio Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Società Editrice Il Mulino, Bologna 2011. In un’ottica più divulgativa, ma comunque supportata da un’esauriente bibliografia, è sempre utile la sintesi di Indro Montanelli, L’Italia in camicia nera (1919-1925), Rizzoli Editore, Milano 1976.

3 Nelle convulse giornate precedenti la Marcia, alcuni esponenti di spicco del movimento fascista (fra i quali Dino Grandi e Cesare Maria De Vecchi) si impegnarono, talvolta all’insaputa dello stesso Mussolini, nelle trattative per la formazione di un nuovo Governo e per lo spazio che avrebbe dovuto esservi riservato a favore dei fascisti. Furono subito sconfessati e la loro stella venne temporaneamente oscurata: il futuro Duce, con il supporto di Michele Bianchi (il cosiddetto «quadrumviro col frustino») e della base più fedele, esigeva l’incarico di Presidente del Consiglio per sottolineare la centralità decisiva del fascismo, anche se poi, nella ripartizione dei dicasteri, si sarebbe accontentato, oltre alla sua, di tre sole poltrone (Alberto De Stefani alle Finanze, Aldo Oviglio alla Giustizia e Giovanni Giuriati alle Terre Liberate, mentre Giovanni Gentile sarebbe andato all’Istruzione in qualità di indipendente). Da questo punto di vista, il Governo fascista sorgeva all’insegna del pluralismo, sia pure in un’ottica di necessità contingente che sarebbe stata superata, alla luce degli eventi, nel giro di un biennio.

4 L’incontro, reso possibile dal viaggio che Cicerin aveva compiuto in Italia per partecipare alla conferenza sindacale di Genova, era stato anticipato in gennaio da un intervento di Mussolini in chiave filosovietica, che auspicava l’inserimento dell’URSS nella comunità internazionale. Del resto, fra i primi atti di politica estera del nuovo Governo avrebbe trovato spazio, il 7 febbraio 1924, un trattato italo-russo che conteneva il riconoscimento vicendevole dei due stati «con relativo scambio di ambasciatori»: in occasione della firma, Cicerin esaltò la nuova amicizia tra Mosca e Roma ed «ebbe parole laudative per Mussolini» (Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Einaudi, Torino 1956, pagina 177). In questo senso, il «cordiale incontro» fra d’Annunzio e lo stesso Cicerin non avrebbe dovuto sorprendere più di tanto, al di là dei rapporti non sempre ottimali che intercorsero fra il Vate di Gardone e lo stesso Mussolini.

5 Negli otto mesi intercorsi fra l’adunata di Milano e quella di Napoli da cui la Marcia avrebbe preso le mosse, almeno una dozzina di città importanti fu protagonista di analoghe iniziative con ampia risonanza nazionale come nei casi di Andria, Bologna, Cremona, Ferrara, Genova, Magenta, Novara, Ravenna, Rovigo, Tolentino e Viterbo, quasi a sottolinearne l’ampia diffusione sul territorio, a conferma di tensioni generalizzate e di un disagio altrettanto ampio. Un cenno particolare spetta alle «spedizioni» su Ancona e Parma (agosto), e su Bolzano e Trento (ottobre): nel capoluogo emiliano i fascisti trovarono una forte opposizione, mentre negli altri tre le previsioni di vivaci contrasti vennero smentite dalla realtà (caso mai fu motivo di perplessità quanto accadde in Trentino-Alto Adige, dove le colonne guidate da Alberto De Stefani agirono in totale autonomia dalla «guida» del movimento rivoluzionario).

6 L’atteggiamento di Vittorio Emanuele III nella convulsa e rapida sequenza degli eventi relativi alla proclamazione dello stato d’assedio ed alla sua revoca dopo poche ore, è stato oggetto di numerose analisi storiografiche, alcune delle quali ben documentate, ma le reali motivazioni del voltafaccia, certamente decisivo per il successo della «Marcia indolore» dei fascisti, sono rimaste ignote, per quanto suffragate da diverse supposizioni attendibili. Il Sovrano non si fidava di Mussolini, come attesta una testimonianza dello stesso Facta (confronta Indro Montanelli, L’Italia in camicia nera (1919-1925), Rizzoli Editore, Milano 1976, pagina 160), ma nutriva timori probabilmente non infondati circa il filo-fascismo del Duca d’Aosta che avrebbe potuto costituire una minaccia per il ramo dei Carignano. Sta di fatto che il Generale Pugliese era pronto ad agire militarmente, cosa che peraltro aveva suscitato i dubbi di Armando Diaz, Duca della Vittoria, secondo cui l’esercito era pronto a fare il proprio dovere, ma sarebbe stato «meglio non metterlo alla prova»: affermazione alquanto generica, eppure non infondata, che secondo logica non fu estranea alla retromarcia della Corona. Al di là di queste interpretazioni più o meno accettabili, non è azzardato presumere che nella scelta di Vittorio Emanuele III abbiano pesato altre motivazioni di più ampio respiro, a cominciare dall’opportunità di evitare un nuovo scontro fratricida dopo quello che nel 1920 aveva dato luogo al tragico «Natale di sangue» fiumano, e che aveva lasciato non poche resipiscenze, con una traccia destinata a sedimentare lungamente nella coscienza collettiva italiana: fu così che la rivoluzione fascista, avviata con forte rischio, non conobbe ostacoli e la Marcia «contro» Roma si concluse in una passeggiata sotto la pioggia.

7 Le cronache parlano di una sfilata di parecchie ore, compiuta da almeno 70.000 fascisti: a quelli delle prime concentrazioni si erano aggiunti i non pochi neofiti dell’ultimo momento, confermando la tradizionale disponibilità italiana a correre in soccorso del vincitore. Mussolini aveva «portato» al Quirinale l’Italia di Vittorio Veneto, come disse al Sovrano nel presentarsi per ricevere l’incarico, ma l’impegno del nuovo Governo a supporto dell’ordine doveva iniziare subito col ritorno a casa degli squadristi: e così fu fatto. L’ordine di «tornare a casa» impartito agli squadristi dal Duce vittorioso stava a significare ancora una volta il ruolo prioritario del Capo e sottolineava il principio dell’ubbidienza e della gerarchia come carattere intrinseco del fascismo.

8 Nella storia d’Italia era già accaduto che non ci fosse bisogno di ricorrere alla forza per affermare la volontà del popolo. Un esempio emblematico in tal senso è costituito dalla Rivoluzione Fiorentina del 27 aprile 1859 che si concluse in tempo reale quando il Granduca Leopoldo II diede ordine alla fortezza del Belvedere di non sparare sulla città e partì per l’esilio assieme alla famiglia; come racconta Raffaello Lambruschini, che fu il cronista di quella vicenda, i popolani si levarono il cappello al passaggio della carrozza lorenese e «la rivoluzione andò a desinare». Nondimeno, resta una differenza di fondo coi fatti del 1922, perché i plebisciti del Risorgimento, caratterizzati da percentuali «bulgare» a favore dell’annessione, furono generalmente taroccati (con la sola eccezione della Toscana dove i suffragi per il Regno separato raggiunsero cifre non trascurabili), mentre l’incarico a Mussolini venne conferito nel rispetto dello Statuto ed a margine di un aspro confronto tra le forze politiche nell’ambito di una complessa dialettica parlamentare.

9 Nel cinquantenario della Marcia (28 ottobre 1972), nonostante il tempo trascorso e l’opportunità di esprimere giudizi storici più equilibrati, non mancarono interpretazioni che parvero ridurre quella rivoluzione, sia pure sostanzialmente incruenta, ad una «pochade» in cui «invece di spaventarsi» sembrava che «la gente si divertisse» (è quanto emerge dal «reprint» di Paolo Monelli, La Marcia su Roma, Ugo Mursia Editore, Milano 2012, pagina 20). Fra le innumerevoli espressioni dell’antifascismo radicale, un esempio assai significativo, nell’ottica di un progressismo che si ritiene possibile solo a sinistra, è quello di Lelio Basso, Due totalitarismi: fascismo e democrazia cristiana, Garzanti, Milano 1951. Oggi, invece, non mancano interpretazioni orientate in senso meno pregiudiziale anche nell’ambito antifascista, del resto largamente maggioritario: al riguardo, confronta Patrizia Dogliani, Il fascismo degli Italiani: una storia sociale, Utet Libreria, Torino 2008 (con ampia bibliografia): in parziale dissenso da quanti hanno giudicato la Marcia alla stregua di una farsa, l’Autrice rileva che la vicenda «è stata minimizzata per opposte ragioni sia dalla storiografia fascista che da quella antifascista» (Ibidem, pagina 23).

10 L’ultimo partecipante alla Marcia, Vasco Bruttomesso da Annone Veneto, è mancato nel 2009 alla venerabile età di 106 anni: a suo modo un primato, che peraltro non è il solo nell’esegesi del fatto storico. Al riguardo, è da sottolineare che nel 1922, quando Benito Mussolini venne incaricato di formare il nuovo Governo, divenne il più giovane premier dell’Italia unita, e l’unico a non essere in possesso di laurea né di titoli nobiliari: cosa che contribuisce a spiegare bene le sue parole al fratello Arnaldo – «Ah, se ci fosse il babbo!» – quando gli pervenne il telegramma del Generale Cittadini che a nome di Vittorio Emanuele III lo invitava a Roma, in quel momento davvero «caput mundi» (Mussolini sarebbe partito subito, raccomandando al ferroviere di servizio, in risposta alla sua richiesta di disposizioni, l’esigenza di «partire in orario»: non fu altrettanto per l’arrivo a Roma, che ebbe luogo dopo 16 ore, in quanto il treno, instradato per la linea tirrenica, maturò forte ritardo a causa delle manifestazioni di entusiasmo che i fascisti riservarono al Capo in diverse stazioni). Era un aspetto esteriore della Rivoluzione, ma non per questo meno emblematico, al pari delle rapide mutazioni nei giudizi dell’epoca da parte della stampa estera, che diventarono lusinghieri, se non anche agiografici, quasi in tempo reale: è il caso di quella anglo-americana, con riguardo prioritario al «New York Times» ed al «New York Tribune» da parte statunitense, ed al «Times» od al «Daily Mail» da parte inglese (confronta Augusto Cherchi, Storia d’Italia, Istituto De Agostini, Milano 1991, pagina 383). In buona sostanza, l’appiattimento della grande stampa sulle posizioni del nuovo potere non fu certamente un’esclusiva italiana.

11 Come emerge dall’omonima opera di Dino Biondi (Casa Editrice Vallecchi, Firenze 1967), la «fabbrica del Duce» aveva avuto inizio con largo anticipo, quando il movimento fascista era ben lungi dal vedere la luce. Ad esempio, il 13 marzo 1912, allorché i compagni forlivesi si riunirono per festeggiare l’uscita di Mussolini dal carcere (era stato arrestato per attività sovversiva) e per salutare in lui il nuovo direttore del quotidiano socialista «Avanti!», lo definirono «nostro duce intemerato». Addirittura, otto anni prima, quando il tribuno romagnolo, all’epoca emigrato in Svizzera, aveva subito a Ginevra un altro arresto, era stato acclamato quale «grande duce della locale sezione socialista» (19 aprile 1904).

12 Al pari della Marcia su Roma, anche su quella di Ronchi e sull’Impresa di Fiume esiste una bibliografia quasi sterminata. Fra gli innumerevoli titoli, per un inquadramento esauriente e sostanzialmente corretto sul piano della metodologia storiografica, confronta Michael Leeden, D’Annunzio a Fiume, Laterza Editore, Bari 1975; e nell’ambito delle fonti d’epoca, Giuseppe Barbieri, L’Album dell’Olocausta, Archeo Tipografia, Milano 1932 (con l’elenco nominativo di tutti i Legionari ed ampia iconografia); nonché Edoardo Susmel, La Marcia di Ronchi, Editore Ulrico Hoepli, Milano 1941 (con una lunga raccolta di documenti originali). Quanto all’argomento specifico evidenziato nel testo, si veda Renzo De Felice, Introduzione al carteggio d’Annunzio-Mussolini, Edizioni Mondadori, Milano 1971.

13 Nel corso di una suggestiva commemorazione fiorentina dei «Giovani Fascisti» di Bir-el-Gobi e di Berto Ricci (il non dimenticato pensatore de «L’Universale» e della dissidenza fascista in senso etico, volontario in Africa Settentrionale dove cadde eroicamente) fu detto che il fascismo appartiene non tanto alla storia quanto alla vita (Giuseppe Niccolai, Berto Ricci: quarantacinque anni dopo, Quaderni de «La Quercia», Firenze 1986). È un’espressione di sintesi senza dubbio pertinente dove convergono spunti di alta dottrina: fra i tanti, è da ricordare quello di Carlo Curcio, secondo cui il fascismo è perenne «strumento di mediazione fra esigenze di conservazione ed innovazione della società, ad opera dello stato» (confronta Emilio Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Società Editrice Il Mulino, Bologna 2011, pagina 401) e quindi sorgente di atti politici intesi come prassi che scaturisce dall’Idea. Nella medesima ottica, Camillo Pellizzi (che, al pari di Curcio, sino agli anni Sessanta fu cattedratico del «Cesare Alfieri», la prestigiosa Facoltà fiorentina di Scienze Politiche) avrebbe sostenuto che il fascismo è «soprattutto vita» ma respingendo, in un articolo pubblicato su «Gerarchia» proprio nell’ottobre 1922, la tesi di una presunta ed impertinente «inconciliabilità» del fascismo stesso «con una concezione filosofica» (Ibidem, pagina 410): quella che avrebbe avuto espressione compiuta nel pensiero di Giovanni Gentile.


Cronologia essenziale

1861: Proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo)

1866: Terza Guerra d’Indipendenza ed acquisizione del Veneto (3 ottobre)

Venezia Giulia, Dalmazia e Trentino restano terre irredente

1870: L’Italia invade lo Stato Pontificio (10 settembre)

Breccia di Porta Pia e conquista di Roma (20 settembre)

1871: Trasferimento della capitale a Roma (27 gennaio)

1883: Benito Mussolini nasce a Predappio (29 luglio)

1911: Guerra di Libia: l’Italia approda alla «quarta sponda» (29 settembre)

1912: Pace di Losanna: l’Italia acquisisce anche il Dodecaneso (18 ottobre)

1914: Inizia la Prima Guerra Mondiale (28 luglio)

1915: L’Italia scende in campo a fianco dell’Intesa (24 maggio)

Fondazione del «Popolo d’Italia» (14 novembre)

1918: Armistizio di Villa Giusti (3 novembre)

Le truppe italiane entrano a Trento e Trieste (3 novembre)

Bollettino della Vittoria (4 novembre)

1919: Si costituisce a Milano il Movimento dei Fasci Italiani (23 marzo)

Pubblicazione del programma dei Fasci (6 giugno)

L’Austria firma il trattato di pace con l’Italia (10 settembre)

Trento e Trieste sono italiane, ma non Fiume e Dalmazia

Gabriele d’Annunzio entra a Fiume coi Legionari (12 settembre)

1920: Nasce la Confederazione Generale dell’Industria (20 marzo)

Proclamazione della Reggenza del Carnaro (8 settembre)

Trattato italo-jugoslavo di Rapallo (12 novembre)

Natale di Sangue a Fiume (24-31 dicembre)

1921: Fondazione del Partito Comunista (21 gennaio)

Primo discorso di Mussolini alla Camera (21 giugno)

Spedizioni fasciste su Treviso e Sarzana (luglio)

Patto di pacificazione tra fascisti e socialisti (2 agosto)

Fondazione del Partito Nazionale Fascista (11 novembre)

1922: Esce il primo numero di «Gerarchia» (1° gennaio)

Morte di Papa Benedetto XV (22 gennaio)

Il nuovo Pontefice Pio XI sale alla Cattedra di Pietro (6 febbraio)

Colpo di stato nazionalista a Fiume (3 marzo)

Grande adunata fascista a Milano (26 marzo)

Adunate fasciste a Bologna, Rovigo e Ferrara (maggio)

Gabriele d’Annunzio incontra Cicerin (giugno)

Spedizioni fasciste su Andria, Viterbo, Cremona e Novara (luglio)

Occupazione fascista di Tolentino (17 luglio) e Magenta (24 luglio)

Raid fascista di Ravenna (26 luglio)

Giuramento del nuovo Governo Facta (1° agosto)

Occupazione fascista del Comune di Milano (3 agosto)

Scontri fra opposte fazioni a Genova, Livorno e Parma (agosto)

Il Partito Nazionale Fascista pone le basi della Marcia su Roma (13 agosto)

Mussolini rinuncia alla pregiudiziale repubblicana (20 settembre)

Adunate fasciste a Bolzano (2 ottobre) e Trento (3 ottobre)

Nomina del Quadrumvirato (16 ottobre)

Convegno del Partito Nazionale Fascista a Napoli (24 ottobre)

Proposta di un nuovo Governo aperto al Partito Nazionale Fascista (25 ottobre)

Michele Bianchi incita il partito alla mobilitazione (26 ottobre)

Dimissioni del Gabinetto Facta e proposta di stato d’assedio (27 ottobre)

Vittorio Emanuele III non firma il decreto per lo stato d’assedio (28 ottobre)

26.000 fascisti marciano su Roma (28 ottobre)

Il Sovrano chiama Benito Mussolini a Roma (29 ottobre)

Nasce il nuovo Governo con quattro soli fascisti (30 ottobre)

Costituzione formale del Ministero (31 ottobre)

Grande sfilata fascista davanti al Re (31 ottobre)

Discorso del «bivacco» (16 novembre)

La Camera vota la fiducia al Governo Mussolini (16 novembre)

Pieni poteri a Mussolini in economia ed amministrazione (24 novembre)

1923: Scioglimento delle squadre d’azione (12 gennaio)

Dichiarazione di incompatibilità tra fascismo e massoneria (13 febbraio)

Statuizione della giornata lavorativa di otto ore (10 marzo)

Abolizione del Primo Maggio ed avvento del Natale di Roma (21 aprile)

Entra in vigore la riforma della scuola di Giovanni Gentile (27 aprile)

Incidente di Giannina con quattro vittime italiane (27 agosto)

Occupazione italiana di Corfù (31 agosto)

Proclamazione dell’amnistia per i reati politici (31 ottobre)

Lo sbilancio statale si è ridotto da tre miliardi a 700 milioni (8 dicembre)

1924: Trattato italo-jugoslavo di Roma ed acquisizione di Fiume (27 gennaio)

Scambio dei riconoscimenti ufficiali Italia-Unione Sovietica (7 febbraio)

Rapimento ed uccisione di Giacomo Matteotti (10 giugno)

Le opposizioni si ritirano sull’Aventino (27 giugno)

Trattato di Londra: l’Oltre Giuba somalo è italiano (15 luglio)

1925: Discorso di Mussolini alla Camera: nasce lo Stato fascista (3 gennaio)

Patto di Palazzo Vidoni fra Confindustria e Sindacato (2 ottobre)

La Confindustria assume l’attribuzione di «fascista» (12 novembre)

1929: Conciliazione fra Stato e Chiesa (11 febbraio)

1935: L’Italia entra in guerra con l’Etiopia (3 ottobre)

Proclamazione delle sanzioni contro l’Italia (11 ottobre)

Giornata della Fede (18 dicembre)

1936: Il Duce proclama la fondazione dell’Impero (9 giugno)

1937: Patto di amicizia e collaborazione italo-jugoslava

1939: Scoppia la Seconda Guerra Mondiale (1° settembre)

Inizia la «non belligeranza» italiana

1940: L’Italia scende in campo a fianco dell’Asse (10 giugno)

1943: Caduta del Governo Mussolini (25 luglio)

Armistizio di Cassibile (3 settembre)

Annuncio ufficiale dell’armistizio (8 settembre)

Costituzione della Repubblica Sociale Italiana (23 settembre)

Il Regno d’Italia dichiara guerra alla Germania (13 ottobre)

1945: Benito Mussolini viene fucilato dai partigiani (28 aprile)

Fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa (7 maggio)

La prima bomba atomica colpisce Hiroshima (6 agosto)

Il Giappone firma la resa incondizionata (2 settembre)

Testo – ampliato e riveduto – dell’intervento svolto a Perugia in occasione del Convegno di studi per il novantesimo anniversario della Marcia su Roma (28-29 ottobre 2012)
(ottobre 2016)

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