L’Eccidio di Vergarolla (Pola) – 18 agosto 1946
Una verità definitiva

Sono passati oltre sessant'anni da quel tragico 18 agosto 1946, quando i festeggiamenti per l’anniversario della Società Nautica «Pietas Julia» vennero tragicamente funestati sulla spiaggia di Vergarolla, nelle immediate vicinanze di Pola, in Istria, dallo scoppio di una trentina di bombe che provocarono oltre un centinaio di vittime, alcune delle quali in condizioni tali da non consentirne nemmeno l’identificazione; quelle a cui fu possibile dare nome e cognome furono solo 64. Fino al 2008 non era venuta alla luce alcuna notizia inoppugnabile circa la matrice di quella violenza, che la «vox populi» attribuì immediatamente all’occupazione straniera ed al suo disegno di creare un ulteriore incentivo all’esodo in massa degli Italiani: quell’esodo che pochi mesi dopo, non appena firmato il trattato di pace del 10 febbraio, avrebbe assunto carattere plebiscitario con la partenza di quasi tutti gli abitanti. I profughi dovettero lasciare tutto, dalle case alle tombe, dagli affetti ai ricordi.

In teoria, era rimasto il dubbio sia pure formale che la strage fosse avvenuta per una tragica fatalità, anche se questa interpretazione, per i modi ed i tempi da cui il drammatico evento fu caratterizzato, era puramente teorica (le bombe erano state disinnescate e non avrebbero potuto esplodere, anche se avrebbero potuto e dovuto essere rimosse: d’altra parte, nel 1946 i residuati bellici erano disseminati dovunque).

Sta di fatto che se qualcuno aveva inteso servirsi del terrorismo di massa, in aggiunta a quello delle persecuzioni personali, per portare a compimento la pulizia etnica che in tempi successivi sarebbe stata ammessa esplicitamente da luogotenenti di Tito del calibro di Milovan Gilas e di Edvard Kardelj, il suo disegno fu coronato da successo, perché il 15 settembre 1947, quando una città spettrale venne formalmente consegnata da un ufficiale alleato ad Ivan Motika, balzato agli onori delle cronache parecchio tempo dopo, in occasione del famoso «processo agli infoibatori», a Pola non erano rimasti più di duemila Italiani (alcuni vecchi e malati, e pochi altri di fede marxista). Per la precisione, il 92% dei Polesi scelse di esodare.

Grazie all’apertura degli archivi inglesi di Kew Gardens (Foreign Office), si è saputo anche in via ufficiale come andarono le cose, a conferma di ciò che gli esuli giuliani e dalmati avevano ragionevolmente presunto. È venuto alla luce, tra l’altro, il nome del massimo responsabile della strage, Giuseppe Kovacich: un Fiumano che, come è stato documentato dalla storiografia locale[1], si recava a prendere ordini dall’OZNA, la polizia politica del regime titoista. C’è di più: gli stessi Servizi Segreti Italiani avrebbero saputo subito quanto era realmente accaduto, tanto da essere stati proprio loro ad informarne quelli alleati, sia pure con una riservatezza comprensibile alla stregua delle condizioni politiche contingenti, ma inaccettabile in via morale, soprattutto nei successivi silenzi.

Il documento probatorio porta la data del 19 dicembre 1946, con il titolo emblematico di Sabotage in Pola. Esso contiene persino una descrizione fisica del Kovacich quale soggetto alto, magro, castano, con gli occhi azzurri, e «corrisponde in buona parte a quella fornita da alcuni testimoni che avevano visto un individuo avvicinarsi con fare sospetto al deposito di mine»: si trattava di un disertore della Marina Militare «molto zelante nel perseguitare gli Italiani» e prontamente sparito dopo l’esplosione. La maggiore inesattezza riguarda il numero delle vittime: la fonte in questione attesta che sarebbero state 63, cifra poi corretta in 70, mentre si presume che siano state molte di più. Non a caso, Padre Flaminio Rocchi, nella sua fondamentale opera sull’Esodo, parla di 109 caduti a Vergarolla[2].

Resta da aggiungere che il Kovacich non fu un isolato, ma appartenne al gruppo terroristico dell’OZNA specializzato in azioni di sabotaggio, con il concorso di almeno quattro giovani, Oreste Perovel, Marco Lipez, Silvano Picorich e Guido Fiorino. È quanto emerge da un altro rapporto di fonte italiana venuto alla luce, ugualmente, dai «National Archives» del Regno Unito.

In sintesi, questa è la storia dell’eccidio di Vergarolla come si è venuta completando alla luce delle più recenti e sostanzialmente definitive informazioni, che hanno il pregio di consentire un giudizio oggettivo sulla strage, e prima ancora sulle motivazioni che furono alla sua base. Il disegno di «realpolitik» perseguito da Belgrado prevedeva che dall’Istria e dalla Dalmazia si dovesse espungere totalmente l’etnia italiana, fatta eccezione per i pochi fedelissimi: non aveva importanza che si creasse il vuoto, come accadde in modo emblematico a Pola, Fiume e Zara, per non dire degli altri centri istriani rivieraschi, perché si sarebbe provveduto a riempirlo con una nuova ondata di migrazioni interne, in specie dalla Jugoslavia Meridionale.

Si trattava di un disegno che non stava certo a sottilizzare sui mezzi coercitivi adottati per realizzarlo. Vergarolla fu soltanto un esempio, ma di tale impatto da creare nei Polesi, già sconvolti dalla vicenda delle foibe, la pur sofferta consapevolezza di dover prendere la via dell’esilio, non solo per affermare una scelta di civiltà, ma prima ancora per un’elementare esigenza di salvezza fisica. Dovrebbero rammentarlo coloro che dissertano a posteriori su un opinabile «errore dell’esilio» affermando che le sorti della Venezia Giulia e dell’Istria sarebbero state diverse qualora gli Italiani non avessero «abbandonato» i loro focolari: a parte il fatto che la storia non si scrive con le proposizioni ipotetiche od avversative, è fuori di ogni ragionevole dubbio che l’esodo ebbe il carattere plebiscitario documentato dai grandi numeri e da miriadi di testimonianze, perché col nuovo padrone, diversamente da quanto era accaduto ai tempi dell’Austria (sia pure con difficoltà), era impossibile qualsiasi tipo di convivenza.

La disponibilità di una fonte autorevole come quella dei «National Archives» britannici e l’utilizzo che ne è stato fatto in sede storiografica non hanno portato a scoperte rivoluzionarie, ma se non altro hanno consolidato nella memoria collettiva, col suffragio di documenti inoppugnabili, la realtà delle cose. Nel conto dei delitti di cui qualcuno deve essere chiamato a rendere conto, se non altro in via morale, esiste a pieno ed incontestabile diritto anche l’eccidio di Vergarolla: una vera e propria strage di innocenti, in cui persero la vita, fra gli altri, 22 bambini e molte donne (l’età media delle vittime identificate assomma a circa 26 anni).

In buona sostanza, Vergarolla fu un atto proditorio di criminalità programmata. Esso costituisce un oltraggio permanente alle «alte non scritte ed inconcusse leggi» che trascendono il diritto positivo e vivranno per sempre nel cuore degli uomini: proprio per questo, è bene che, in conformità all’auspicio dell’antico saggio, gli ignari apprendano, e gli altri avvertano l’obbligo di ricordare.


Note

1 Pietro Spirito, Gli archivi inglesi rivelano: la strage di Vergarolla voluta dagli agenti di Tito, in «Il Piccolo», Trieste 9 marzo 2008, anno 127, numero 59, pagina 15 (con riferimenti all’opera di Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino, Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra, Trieste 2008).

2 Padre Flaminio Rocchi, L’Esodo dei 350.000 Giuliani, Fiumani e Dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma 1990, pagina 576 (si tratta della storia di un autentico «calvario» come da commento alla prima edizione apparso su «L’Osservatore Romano» del 5 marzo 1971).

(agosto 2014)

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