Ottaviano e Marco Antonio
Con la fine delle guerre civili, a Roma ha termine anche la Repubblica e inizia l’Impero

Il 15 marzo dell’anno 44 avanti Cristo, Giulio Cesare cadeva trafitto da 23 pugnalate: la sua morte era stata decisa da un gruppo di giovani Senatori che lo consideravano un nemico delle istituzioni repubblicane per la sua volontà di accentrare in sé tutti i poteri, senza curarsi del parere del Senato e dei rappresentanti del popolo.

Ma l’improvvisa scomparsa di Cesare creò a Roma una difficile situazione, perché nessuno dei suoi uccisori fu giudicato degno di essere posto a capo della Repubblica. Sebbene avessero giustificato subito il loro gesto accusando Cesare di essere ambizioso e di volersi far Re, togliendo ai Romani la loro libertà, il popolo rumoreggiava. Ne approfittò allora Marco Antonio, che era stato il miglior luogotenente di Cesare nella guerra civile contro Pompeo.

Dire che un uomo è un «Marc’Antonio» significa oggi dire che è estremamente bello, alto e prestante, dalle spalle larghe. In effetti, Marco Antonio era di bei lineamenti e di alto lignaggio, con un corpo robusto, un vigore animale, una buona indole, generosità, coraggio e lealtà; ma era anche amante del vino, delle donne, del buon cibo e degli spassi. Era un buon Generale, energico e astuto; sapeva mostrare una calma cortese così come un’arroganza e una brutalità spietata: con un abile discorso tenuto durante i funerali di Giulio Cesare e reso immortale da Shakespeare, Marco Antonio riuscì a conseguire in pieno lo scopo che si era prefisso, cioè quello di aizzare il popolo contro i congiurati. «Io vengo a seppellire Cesare, non a dirne l’elogio. Il male che gli uomini fanno, vive dopo di loro; il bene è spesso sotterrato con le loro ossa» (William Shakespeare, Giulio Cesare, atto 3°, scena 2a).

Antonio non parlò direttamente male dei congiurati, ma ricordò al popolo ciò che tutti sapevano: la generosità di Cesare, i bottini delle sue campagne militari con cui aveva riempito le casse dello Stato, il fatto che tre volte avesse rifiutato la corona di Re. La lettura del testamento di Cesare fece il resto: della sua immensa fortuna, Cesare lasciava a ogni singolo cittadino romano 300 sesterzi (circa 600 euro attuali)[1]. In più lasciava ai Romani, per sempre, come primi parchi pubblici della città, tutti i suoi giardini, i pergolati, gli orti appena piantati. «QUESTO ERA UN CESARE! QUANDO NE VERRÀ L’EGUALE?» concluse Marco Antonio.

I funerali di Giulio Cesare si svolsero in un’atmosfera tragica e allucinante. La folla portò il cadavere nel Foro, davanti alla casa dove il dittatore aveva abitato come Pontefice Massimo. Il popolo invase il tribunale, lo spogliò di tutti gli oggetti, banchi, tavoli, scranni e improvvisò un rogo funebre. Quando il corpo cominciò a bruciare, i suoi legionari buttarono tra le fiamme, in segno di omaggio, le armi di parata, le corone e le decorazioni; le matrone offrirono i loro gioielli, gli abiti e le collane dei figli.

Poi, la furia popolare si rivolse contro gli assassini di Cesare. Un poveraccio, scambiato per uno dei congiurati perché si chiamava Cinna, come uno di loro, venne linciato e fatto a pezzi dalla folla. Bruto, Cassio e gli altri cospiratori dovettero darsi alla fuga mentre le loro case venivano devastate dal popolo inferocito.

Tolti dunque di mezzo quelli che potevano ostacolare i suoi piani e ottenuto il favore dei cittadini, a Marco Antonio parve ormai di essere diventato l’unico padrone di Roma. Quand’ecco giungere dal lontano Epiro (Grecia), dove stava compiendo i suoi studi, il diciannovenne Caio Giulio Cesare Ottaviano, pronipote di Cesare, da lui adottato come figlio e nominato suo erede.

Le statue mostrano Ottaviano con un viso fine, delicato, serio, improvvisamente diffidente, deciso, compiacente e tenace a un tempo: il viso di un idealista costretto a essere realista, di un uomo di pensiero che non senza pena imparò a essere uomo di azione. Era magro e pallido e soffriva di digestione difficile: mangiava poco, beveva ancor meno e sopravvisse agli uomini robusti che gli stavano attorno perché condusse una vita temperante e regolare. Sebbene debole e malaticcio, affrontava con coraggio i pericoli e le fatiche delle campagne militari, abituandosi a una vita spartana: per questo Cesare lo adottò, provvedendo che fosse istruito in modo accurato nelle arti della guerra e del governo, nella letteratura e nella filosofia greca e romana.

Ora, dopo la morte di Cesare, Ottaviano veniva a Roma deciso a prendere in mano il potere. I Romani manifestarono subito una grande simpatia verso quel giovane, i soldati che avevano combattuto con Cesare gli andarono incontro e gli offrirono il loro appoggio. Persino Cicerone si schierò al suo fianco per combattere Antonio, contro il quale scrisse le Filippiche, delle denunce che fornirono anche svaghi alla piazza: si ironizzava sulle imprese di Marco Antonio, che andava in guerra portandosi dietro l’harem – e non tutte erano donne!

Questi, dal canto suo, aveva intanto ottenuto con la violenza il governo delle Gallie, e ne aveva saccheggiato il Tesoro. Era deciso a resistergli Decimo Bruto, uno degli assassini di Cesare che il Senato aveva, per il momento, amnistiato; forte dell’appoggio del Governo, unì le sue schiere a quelle di Ottaviano e gli marciò contro.

La battaglia decisiva ebbe luogo nei pressi di Modena. Sconfitto, Antonio si ritirò in Liguria, lasciando il suo rivale libero di fare le proprie manovre: Ottaviano puntò senza indugio su Roma con i suoi uomini, chiedendo onori e ricompense per loro e la nomina a Console per sé. In un ultimo sussulto di dignità, il Senato gli rispose picche: a questo punto, Ottaviano si accordò proprio con Antonio, poi iniziò la sua vendetta.

Si formò un nuovo triumvirato: Ottaviano, Antonio e Lepido si spartirono le province dell’ormai agonizzante Repubblica. Per pagare le truppe, riempire le casse del Tesoro e render giustizia a Cesare, i tre instaurarono il più sanguinoso periodo di terrore della storia romana: fecero una lista di 300 Senatori e 2.000 Cavalieri da condannare a morte e offrirono forti somme di denaro ai cittadini liberi e agli schiavi che consegnassero la testa di un proscritto. In una città le cui porte erano presidiate dai soldati dei triumviri, alcuni condannati cercarono di salvarsi nascondendosi nei fossi, nelle fognature, nei solai, nei camini; ci fu chi morì difendendosi e chi si sottomise con serenità all’assassinio. Decimo Bruto venne ucciso dai suoi stessi soldati; alcuni furono uccisi dai loro schiavi, ma molti schiavi si lasciarono uccidere per difendere i loro padroni; figli e donne adultere o deluse consegnarono i loro padri e mariti per impadronirsi dei loro beni, altri sacrificarono la vita per salvare il padre e il marito. Tra i Senatori ci fu chi preferì, a un colpo di spada, il suicidio: il tribuno Salvio organizzò un banchetto, coi suonatori che intrattenevano gli ospiti, e alla fine si avvelenò; gli emissari dei triumviri gli tagliarono la testa e lasciarono il busto a tavola, ordinando agli altri di continuare il festino. Altri si lasciarono morire di fame, si impiccarono, si affogarono, si buttarono nel fuoco o si precipitarono da un tetto. Ci fu chi venne ucciso per errore e chi, non proscritto, si uccise sul corpo di un parente trucidato.

Per tenersi buono Antonio, Ottaviano non esitò a sacrificare la vita di Cicerone: due soldati guidati dal centurione Erennio e dal tribuno Polibio circondarono la villa, ma non lo trovarono. Fu Filologo, un giovinetto che il grande oratore aveva educato alle lettere, a indicare la lettiga con la quale il suo maestro stava fuggendo verso il mare. Erennio e Polibio la inseguirono di corsa con la pattuglia e Cicerone, vedendosi ormai perduto, ordinò ai portatori di fermarsi. La sua testa, spiccata dal tronco, venne portata a Roma ed esposta nel Foro. «Ma quella che si vedeva» scrisse Plutarco «non era la faccia di Cicerone, ma l’immagine crudele di Antonio». Era l’anno 43 avanti Cristo!

A questo punto, Ottaviano decise che era il tempo di vendicare la morte di Cesare sui capi dei congiurati. Bruto e Cassio avevano messo insieme in Macedonia un grande esercito finanziato con le esazioni fiscali spinte oltre ogni precedente (dalle città orientali avevano preteso e ottenuto con la forza 10 anni di tasse in anticipo): dominavano l’Oriente e confidavano nella vittoria. A Filippi, nel 42 avanti Cristo, trovarono invece la sconfitta; per non esser presi prigionieri, si uccisero buttandosi sulle loro spade.

Lepido fu tacitato con il governo dell’Africa, mentre Ottaviano e Antonio decisero di spartirsi il territorio della Repubblica: a Marco Antonio toccarono le terre d’Oriente, a Ottaviano quelle d’Occidente, compresa l’Italia.

La situazione a cui doveva far fronte Ottaviano era disastrosa: il Senato era un relitto, formato di avventurieri e Generali; la lotta contro la disoccupazione era senza posa, i «populares» erano disorganizzati, Sesto Pompeo bloccava l’importazione di viveri, gli affari erano fermi per la sfiducia; spoliazioni e tasse avevano rovinato quasi tutti i patrimoni, e molti uomini vivevano in una ininterrotta orgia dei sensi col pretesto che l’indomani poteva portare con sé il rifiuto della moneta o altre spoliazioni o la morte. Ottaviano agì con risolutezza, anche grazie ai suadenti consigli e alle aristocratiche relazioni della seconda moglie, Livia: ridusse le tasse, restituì 30.000 schiavi fuggiaschi ai rispettivi padroni e si mise all’opera per riportare l’ordine in Italia. Con l’aiuto di Agrippa e di una squadra navale data da Antonio, distrusse l’intera flotta di Sesto Pompeo, ponendo così fine alla lunga resistenza pompeiana e assicurando i riforimenti all’Italia. Il Senato lo nominò per acclamazione «tribuno a vita».

Mentre in Occidente Ottaviano governò in modo da conquistarsi il favore di tutti, ben diversamente si comportò Marco Antonio in Oriente. All’inizio si mostrò saggio e compassionevole: perdonò alle città dell’Est i tributi versati ai suoi nemici, ne determinò i confini e sistemò gli affari, esentò da ogni tassa le città che più avevano sofferto a causa di Bruto e Cassio, affrancò molti uomini che erano stati venduti schiavi dai congiurati. Ma allo stesso tempo si abbandonò a una sensualità così sfrenata, che i suoi sudditi persero ogni rispetto della sua autorità: si circondò di ballerini, musici, cortigiane, gaudenti e sedusse mogli e concubine. Mandò un messaggio a Cleopatra, la Regina d’Egitto, ordinandole di raggiungerlo a Tarso, dove sarebbe stata processata con l’accusa di aver aiutato Cassio. Fece costruire un trono imponente in mezzo al Foro cittadino e pose delle transenne per trattenere la folla desiderosa di assistere al dibattimento. Il giorno stabilito, mentre la gente si ammassava sulla piazza, sul fiume Cidno apparve una nave dalle vele di porpora, dalla poppa d’oro e dai remi d’argento che solcava le acque al ritmo di flauti, zampogne e arpe; l’equipaggio era formato da splendide donne a seno nudo, vestite da Ninfe del mare e da Grazie; Cleopatra, in abito da Venere, giaceva sotto un baldacchino intessuto d’oro. Un’ancella della Regina si presentò da Antonio con dei fiori e l’invito di Cleopatra a salire a bordo per il pranzo. L’incontro fu fatale per Marco Antonio: aveva visto la Regina quando era fanciulla in Alessandria, ora la ritrovava ventinovenne nel pieno rigoglio del suo fascino; quella stessa notte, Cleopatra lo conquistò. Invece di sottoporla a giudizio, Antonio le regalò la Fenicia, la Celesiria, Cipro e parti dell’Arabia, della Cilicia e della Giudea (pretendendo persino che il Senato approvasse le sue decisioni), quindi la seguì ad Alessandria d’Egitto. Si inebriò dell’amore di una donna che non era innamorata di lui: semplicemente, Cleopatra sapeva che l’Egitto, ricco e debole, avrebbe suscitato presto le cupidigie di Roma, e che l’unica salvezza per il suo Paese e per il suo trono era nel suo matrimonio col padrone di Roma. Per questo lei gli portò in aiuto poche truppe quando Antonio andò a combattere contro i Parti che avevano invaso le ricche province romane della Cilicia e della Siria; conquistò l’Armenia ma poi fece un tale errore tattico, che gli costò quasi per intero l’esercito[2]. Rioccupò l’Armenia, ne prese prigioniero il Re, si impossessò delle sue ricchezze e si fece amici i Medi staccandoli dall’alleanza coi Parti. Si concesse quindi un trionfo magnoloquente e pomposo, con il Re Armeno, la moglie e i figli avvinti in catene d’argento, celebrandolo però ad Alessandria anziché in Italia. Divorziò dalla seconda moglie, la nobile e virtuosa Ottavia (sorellastra di Ottaviano) e sotto il caldo sole africano, nel 32 avanti Cristo, lui e Cleopatra convolarono a nozze. Per un anno, Antonio si abbandonò ai bagordi e al lusso sfrenato. La loro fu la storia d’amore più famosa e più «chiacchierata» del mondo antico.

Mentre Antonio era distratto dai piaceri orientali, Ottaviano si preparava a sbarazzarsi anche di lui. Non ebbe troppe difficoltà a convincere il Senato a schierarsi al suo fianco; quanto al popolo di Roma, la condotta di Antonio aveva dato troppo scandalo per passare impunita: se ne andava in giro abbigliato come un dio greco, aveva sposato una straniera innalzandola al rango di «Regina dei Re d’Oriente», aveva assegnato a lei e alla sua prole illegittima la maggior parte dei tributi delle province romane, mirava forse a fare di Alessandria la capitale dello Stato riducendo Roma e l’Italia a un ruolo subordinato. Quando lesse il testamento di Antonio (il cui contenuto è falso secondo Grant, autentico secondo Volkmann e Joachim Brambach) in cui venivano proclamati come unici eredi del rivale i figli natigli da Cleopatra e si disponeva che Antonio venisse sepolto ad Alessandria d’Egitto accanto alla Regina, nessuno ebbe più dubbi. Nel 32 avanti Cristo, Ottaviano dichiarava guerra non a Marco Antonio, ma alla sola Regina Cleopatra, facendo del conflitto una sorta di «guerra santa» per l’indipendenza dell’Italia: una grande flotta salpò al comando dell’Ammiraglio Agrippa.

Quando venne a sapere che il Senato Romano gli aveva dichiarato guerra, Antonio si preparò alla lotta con impegno, ma anche organizzando feste e ricevimenti, radunando le forniture belliche così come gli artisti di teatro e i buffoni; l’isola di Samo echeggiò dei suoni del flauto e dell’arpa, i teatri erano colmi di spettatori e si organizzarono concorsi tra i cori. Antonio decise di affrontare l’esercito e la flotta di Ottaviano prima ancora che questi potesse giungere in Egitto. A Efeso, dove era stato raggiunto da Cleopatra con la potente flotta egiziana, Marco Antonio andava ricevendo le truppe inviate a lui dai Re amici dell’Asia. In poco tempo riuscì a formare un esercito di 100.000 uomini e 1.200 cavalieri, e una flotta di forse 300/350 navi; Ottaviano aveva messo in campo 80.000 fanti e 1.200 cavalieri, oltre a 400/450 navi. «Se affrontiamo il nemico per terra, avremo una vittoria sicura» esortarono alcuni ufficiali; ma Antonio aveva già deciso di seguire il piano di Cleopatra, che voleva impegnare Ottaviano in una battaglia navale. In realtà, la Regina aveva valutato l’impossibilità di una vittoria, a causa – man mano che il tempo si protraeva – delle defezioni di molti alleati, delle epidemie dovute al clima malsano delle paludi presso cui si erano accampati e di certi prodigi infausti che avevano gettato nello scoramento l’esercito.

Il 2 settembre del 31 avanti Cristo, i due eserciti nemici si trovarono attestati l’uno di fronte all’altro sulle opposte spiagge del Golfo di Ambracia (ora Golfo d’Arta): i soldati di Ottaviano nell’Epiro, quelli di Antonio nell’Acarnania. Anche le flotte erano presenti: le navi di Antonio erano ancorate nel golfo, quelle di Ottaviano si trovavano schierate presso Corcira, l’attuale Corfù. Verso mezzogiorno, proprio davanti al promontorio di Azio, ebbe inizio la battaglia navale. Le navi di Antonio si spinsero subito in avanti: erano enormi, dotate di robusti speroni e protette sui fianchi da una sorta di corazzatura in legno, possedevano da otto a dieci file di rematori e sul ponte le macchine da lancio erano poste dentro torri imponenti; si trattava di vascelli praticamente imprendibili, ma con scarsa manovrabilità. Il progetto di Cleopatra, quello di scompaginare lo schieramento navale nemico e fuggire verso l’Egitto, sembrava destinato ad andare a buon fine. Le navi nemiche, piccole liburne che avevano al massimo tre file di remi, ma più spesso una sola, cominciarono a ritirarsi verso il mare aperto, come per mettersi in fuga. Ma all’improvviso invertirono la rotta e, guidate dall’abile Agrippa, passarono decisamente al contrattacco, con un’efficace avvolgimento a tenaglia. Più maneggevoli e più veloci di quelle del nemico, le navi romane assalivano ora l’uno ora l’altro dei vascelli avversari, danneggiandone gli scafi ma sottraendosi a uno scontro diretto. Gli equipaggi di Antonio tentavano di colpire gli avversari con fitti lanci di sassi e di frecce, e di bloccare le loro navi gettandovi sopra dei raffi di ferro; gli uomini di Ottaviano scagliavano sulle navi nemiche dei dardi incendiari, fiaccole accese legate alle loro lance o, mediante delle catapulte, piccoli recipienti colmi di carbone e di pece infuocati. La flotta di Antonio si trasformò in un rogo orrendo. Dice Dione Cassio che «alcuni marinai perirono a causa del fumo prima che le fiamme li raggiungessero, altri morirono dentro l’armatura diventata rossa e incandescente; altri furono abbrustoliti nelle loro navi come in altrettanti forni; molti si buttarono in mare; alcuni vennero divorati da mostri marini; altri trafitti dalle frecce; altri annegarono. Gli unici che ebbero una morte sopportabile furono quelli che si uccisero l’un l’altro» (Storia di Roma, libro LI, 35). Cleopatra, che da una nave assisteva alla battaglia, fu presa dallo sgomento: aveva confidato troppo nella potenza delle sue navi. Per non cadere prigioniera di Ottaviano, la Regina prese l’unica decisione possibile: diede ordine alle sue navi – che non avevano ancora preso parte al combattimento – di aprirsi un varco tra la flotta romana e dirigersi a tutta velocità verso l’Egitto. 60 navi egiziane riuscirono a passare, ma il resto della flotta rimase bloccato. Non riuscendo a liberare dalla mischia la nave ammiraglia, Antonio l’abbandonò e a forza di remi raggiunse la nave della Regina.

Nessuno si era accorto della fuga del Generale e così il combattimento continuò più furioso di prima.

A notte inoltrata la battaglia era conclusa: tutte le navi di Antonio erano state distrutte. L’esercito di terra, dopo aver atteso invano per sette giorni l’arrivo di Antonio, si arrese al vincitore. Ancora una volta, l’Occidente aveva trionfato sull’Oriente.

A ricordo di una vittoria di tale portata, Ottaviano fondò in Grecia la città di Nicopoli (dal greco «nike», «vittoria» e «polis», «città»), a tre miglia dall’odierna Prevesa. Poi inseguì Antonio e Cleopatra: sbarcato in Egitto in capo a qualche mese, pose sotto assedio e conquistò la città di Alessandria. Informato della falsa notizia della morte di Cleopatra, Antonio si trapassò con un pugnale; fu portato nella torre dove lei si era rifugiata e spirò tra le sue braccia. Cleopatra tentò ancora una volta di conquistare il vincitore con il suo fascino, ma ormai aveva 39 anni e aveva perso la freschezza della gioventù: l’incontro non ebbe alcuna conseguenza e la Regina, viste respinte le sue offerte di pace, pensò solo a come evitare di essere portata a Roma prigioniera, esposta agli scherni del popolo come simbolo della sua sconfitta.

Qui si passa dalla storia alla leggenda. Che Cleopatra abbia fatto uccidere 6.000 schiavi ebrei per scoprire il modo più rapido e indolore di morire è cosa abbastanza credibile (a parte il numero esorbitante degli uccisi), nel senso che sarebbe stato perfettamente in linea col suo carattere cinico e calcolatore. Il resto è dubbio: qualcuno nega che Cleopatra abbia potuto chiudersi, in compagnia delle ancelle Iris e Charmion, nella stanza del suo sepolcro, sprangando la porta, senza il beneplacito del vicitore. Si narra che si sia data la morte facendosi mordere al seno da un aspide, un piccolo serpente estremamente velenoso, che le era stato recato in un canestro di frutta; all’arrivo di Ottaviano, lo spettacolo che gli si offrì fu orribile. Resta da capire come poteva, qualcuno, introdurre un serpente all’interno di un palazzo presidiato da ufficiali e soldati romani: forse, quella morte le era stata accordata dallo stesso Ottaviano, per motivi che non è dato conoscere.

Cleopatra aveva lasciato un messaggio per il vincitore: forse non aveva mai amato nessuno, ma chiese di essere sepolta accanto a Marco Antonio. Questa grazia le fu concessa; Ottaviano risparmiò e mandò in Italia i figli di Antonio e della Regina, che furono allevati da Ottavia come se fossero figli propri, ma fece uccidere Cesarione (il figlio che Cesare aveva avuto da Cleopatra) e il figlio maggiore di Antonio e di Fulvia, la sua prima moglie. Trovò il tesoro d’Egitto intatto e ricco come l’aveva sognato. Sfilando in trionfo per le vie della città capitolina, Ottaviano si accontentò del ritratto della bella Regina.

Era l’agosto dell’anno 29 avanti Cristo: come Giulio Cesare dopo la vittoria su Pompeo, Ottaviano era rimasto il solo e assoluto signore di Roma. La Repubblica aveva definitivamente cessato di esistere: un’età di libertà lasciava il posto a un’età di ordine e disciplina!

A Roma, al Museo Vaticano sono conservati una statua di Ottaviano, un busto di Marco Antonio e un busto di Emilio Lepido; nel Museo Capitolino, si trova un busto di Cleopatra; nel Circolo delle Forze Armate, un dipinto di L. Grazi raffigura la Battaglia di Azio.


Note

1 Per maggior chiarezza, ecco i prezzi di alcuni prodotti e servizi nell’Impero Romano del I secolo dopo Cristo:
1 piatto di minestra = un quarto di sesterzio;
1 ingresso alle terme = un quarto di sesterzio;
1 chilo di grano = mezzo sesterzio;
1 chilo di pane = mezzo sesterzio;
1 litro di vino ordinario = 1 sesterzio;
1 litro di vino selezionato = 2 sesterzi;
1 litro di olio di oliva = 3 sesterzi;
1 litro di vino di Falerno = 4 sesterzi;
1 tunica = 15 sesterzi;
1 mulo = 520 sesterzi;
1 schiavo = dai 1.200 ai 2.500 sesterzi.
Sei sesterzi al giorno erano sufficienti per il vitto di tre persone (una piccola famiglia del ceto medio).

2 Aveva affidato la protezione delle macchine d’assedio principalmente alle truppe armene, di cui c’era poco di cui fidarsi: quando i Parti attaccarono, gli Armeni fuggirono in massa e le macchine d’assedio, essenziali per espugnare le fortezze nemiche permettendo il seguito della marcia, furono interamente perdute.

(febbraio 2021)

Tag: Simone Valtorta, Ottaviano e Marco Antonio, fine della Repubblica Romana, Giulio Cesare, Marco Antonio, Pompeo, Shakespeare, testamento di Cesare, funerali di Giulio Cesare, Cinna, Bruto, Cassio, Caio Giulio Cesare Ottaviano, secondo triumvirato, Lepido, Decimo Bruto, Salvio, Ottaviano, Cicerone, Erennio, Polibio, Filologo, Plutarco, battaglia di Filippi, Sesto Pompeo, tribuno a vita, Cleopatra, Egitto, fiume Cidno, Ottavia, Antonio e Cleopatra, testamento di Antonio, Grant, Volkmann, Joachim Brambach, Agrippa, battaglia di Azio, Dione Cassio, Storia di Roma, Nicopoli, Iris, Charmion, aspide, Cesarione, Fulvia, L. Grazi.