Storia salesiana. Bon Bosco (1815-1888) ieri e oggi
Mutamenti socio–politici. Questione giovanile. Realizzazioni. Ricerca storica. Prospettive attuali

Avvertenza: per ragioni di lunghezza, e in accordo con l'Autore, questo articolo è stato pubblicato privo delle note presenti nel testo originale.

Nei decenni successivi alla morte di San Giovanni Bosco (sacerdote; 1815-1888) non emergono particolari studi storici sul fondatore e la sua Opera, mentre la pubblicistica di natura apologetica trova – al contrario – favori. Tale tendenza troverà un mutamento con i lavori di Don Pietro Stella sdb, con i contributi scientifici raccolti dal Professor Francesco Traniello, e con gli apporti dei membri dell’Istituto Storico Salesiano. Si configura in tal modo un disegno storiografico attento alla fase storica degli inizi e ai passi compiuti dalla «Societas Sancti Francisci Salesii». Aggiungasi che la sistemazione e l’apertura degli archivi salesiani, unitamente alle iniziative collegate al secondo centenario della nascita del Santo (2015), hanno favorito la pubblicazione di nuovi contributi. In tale contesto il presente lavoro valorizza i lavori di più Autori. Si ricorda ad esempio il già citato Don Stella e Don Francesco Motto sdb. Tra le opere di quest’ultimo si trova anche il libro: Ripartire da Don Bosco. Dalla storia alla vita oggi (Elledici, Torino 2007). Tale tematica è stata pure affrontata da Don Morand Wirth sdb in un lavoro dal titolo: Da Don Bosco ai nostri giorni. Tra storia e nuove sfide (LAS, Roma 2000). Rimangono inoltre rilevanti gli apporti offerti da Suor Grazia Loparco fma (ad esempio Donne in educazione. Figlie di Maria Ausiliatrice in Italia 1872-2010. Documentazione e saggi, con M. T. Spiga, LAS, Roma 2011).


Il periodo degli inizi (1846-1850)

Nato in provincia nel 1815, e trasferitosi da sacerdote alla periferia di Torino nel 1846, Don Bosco, con il sostegno dell’Arcivescovo Fransoni, di alcuni sacerdoti e di qualche laico, assunse in pochi anni la direzione di tre oratori. Questi, nel complesso, arrivarono ad accogliere un alto numero di giovani. Si trattava soprattutto di garzoni, apprendisti, stagionali, studenti e ragazzi provenienti dalle fasce più emarginate della Torino di quel tempo. In una capitale in rapida trasformazione, il giovane presbitero offrì a Valdocco – dal 1848 in poi – ospitalità a molti ragazzi che frequentavano scuole e laboratori in città e anche a chierici, a causa della chiusura in quell’anno del seminario per le tensioni legate al rapporto tra l’Arcivescovo e le autorità del tempo.

Preso atto che le strutture organizzate della Chiesa non erano più adatte a rispondere agli squilibri sociali e culturali dell’epoca, animato dalla tradizione caritativa cattolica, Don Bosco tentò una diversa interazione con i giovani sradicati dal proprio ambiente d’origine. Già prima di avere una sede stabile, specificò all’autorità cittadina apicale (il marchese Michele Benso di Cavour) che con il suo catechismo domenicale intendeva insegnare ai ragazzi semplicemente quattro «valori»: l’amore al lavoro, la frequenza dei santi sacramenti, il rispetto a ogni superiorità e la fuga dai cattivi compagni. Tale strategia pastorale verso centinaia di giovani della periferia cittadina, gran parte dei quali (come scriveva al Re) «erano usciti dalle carceri o erano in pericolo di andarvi», veniva seguita con favore da amministrazioni cittadine e apparati statali. Era ritenuta rassicurante.

Don Bosco riuscì a ottenere licenze edilizie, sussidi economici, autorizzazioni ed esenzione di spese postali per lotterie, dalle autorità municipali, dal Ministero dell’Interno, della Guerra, per gli Affari Economici, dall’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, dal Regio Economato dei Benefici Vacanti, dall’Opera della Mendicità Istruita e da altri enti dell’apparato amministrativo statale, oltre che dalla Casa Reale, verso la quale il Piemontese Don Bosco manifestò rispetto e fedeltà. Le maggiori risorse economiche derivarono da numerosi benefattori (sacerdoti, laici e molte famiglie della nobiltà locale).

L’attività del fondatore non subì rallentamenti neanche nel biennio 1848-1849, segnato da contrasti politico-religiosi legati a due situazioni: 1) la scelta del fondatore di non aggregarsi a specifici schieramenti politici (con il conseguente allontanamento di alcuni giovani e sacerdoti dall’oratorio), e 2) la difesa della religione (ritenendo «dichiaratamente ostili» verso quest’ultima il Presidente del Consiglio, il Governo e il Parlamento).


Un contesto socio-politico in continuo movimento

Nel periodo in esame la causa risorgimentale aveva trovato fautori che, per raggiungere l’obiettivo dell’unificazione, facevano pressioni in direzione di percorsi diversi. I rapporti tra monarchici (sostenitori di Casa Savoia) e repubblicani (per esempio, Mazzini) furono segnati anche da violenti attriti. Si acuirono inoltre dure conflittualità tra coloro che si proclamavano liberali e quanti non erano considerati tali, tra chi sollecitava l’opzione bellica per risolvere il problema italiano (anche se alcuni ritenevano sufficiente un’occupazione militare limitata alla sola Lombardia), e chi guardava con favore a una Federazione di Stati (Gioberti, Rosmini, d’Errico…). In tale realtà, sempre in movimento, confluirono pure le idee della Francia rivoluzionaria, della Massoneria, dei gruppi di base duramente ostili al potere temporale dei Pontefici e alle istituzioni ecclesiali.

Davanti a una situazione politica tesa, che procedeva in modo discontinuo, segnata da alterne vicende, Don Bosco manifestò apertamente il proprio orientamento. Radicato nella cultura astigiana, non si mostrò favorevole ai drastici stravolgimenti, ai violenti moti popolari, allo scontro sanguinoso tra eserciti, e – più in generale – non vide con favore quei progetti di lotta politica che avrebbero condotto a una conflittualità foriera di contrapposizioni e di scissioni. Tale linea fu compresa da varie persone, non condivisa da alcuni, avversata da altri.

Per Don Bosco occorreva preparare degli onesti cittadini con particolare attenzione a chi si trovava in una condizione di debolezza, di svantaggio. Era necessario spezzare ogni circolo vizioso, senza speranza. Diventava urgente frantumare le dinamiche involutive dell’ignoranza, le posizioni fatalistiche, le logiche dove il povero restava «comunque» perdente. «Naturalmente» inferiore. Soggetto a controlli perché ritenuto un pericolo per l’ordine pubblico. Quest’ultimo, nel pensiero del fondatore, non poteva essere garantito con prassi di tipo inquisitorio, con provvedimenti repressivi, con un tipo di beneficenza che non toglieva dalla miseria e dalla dipendenza. Si trattava di modificare «dal basso» un sistema non equo.


Piccoli passi. Lavoro di rete. Concretezza

Che cosa fare, allora? Per il fondatore era preferibile scegliere la politica dei piccoli passi. Certamente non eclatanti, ma quotidiani. Il mutamento auspicato doveva avvenire con l’apporto della gente comune e con l’avallo delle autorità. Da tale convinzione derivò un capillare lavoro di rete (attestato dall’Epistolario) che costituì il modo quotidiano di operare di Don Bosco. Senza essere costretto a stare a tutti i costi «da una parte», senza dover necessariamente esprimere pubblicamente una scelta a favore di questa o di quella corrente politica, di questa o di quella coalizione, senza accettare di essere allontanato a spintoni da una fedeltà alla Chiesa, il fondatore punterà su una proposta di crescita sociale legata a scelte concrete: percorsi di apprendistato, uso di capacità professionali, corsi scolastici, presenze qualificate nel civile e nel religioso.


Nel decennio dell’Unità d’Italia (1851-1861)

Tra il 1851 e il 1861 Don Bosco proseguì nella sua linea educativa e assistenziale. Questa era nota ai vertici dello Stato Sabaudo che consideravano la sua opera «benemerita della religione e della società». Il fondatore continuò inoltre a mantenere contatti con le istituzioni governative. A ben vedere, si trattava degli stessi vertici che pochi mesi prima, con l’approvazione delle Leggi Siccardi, avevano provocato l’interruzione dei rapporti diplomatici tra Torino e Roma, le proteste dell’Arcivescovo di Torino (1850), il suo provvisorio incarceramento nel forte di Fenestrelle, e il suo definitivo esilio a Lione. Lo strappo tra la Santa Sede e il Regno di Sardegna si accentuò nel maggio del 1855. In quel mese l’Onorevole Camillo Benso di Cavour (Presidente del Consiglio) e l’Onorevole Urbano Rattazzi (Ministro della Giustizia) fecero approvare dal Parlamento una legge sulla soppressione degli Ordini religiosi non aventi scopo di utilità sociale. Tale iniziativa esprimeva anche la volontà di Cavour di ridurre il numero delle diocesi del Regno. Il Re firmò il testo il 29 maggio 1855.

La reazione del Papa Pio IX fu dura. Scomunicò tutti coloro che avevano permesso l’approvazione della legge, Cavour e Sovrano compresi. A questo punto si inserì il primo intervento (non ufficiale) di Don Bosco per avvicinare tra loro le parti in causa. Falliti infatti alcuni tentativi di risolvere il caso della sede arcivescovile di Torino, il fondatore venne invitato (marzo 1858) dal marchese Gustavo Benso di Cavour, fratello del conte, a chiedere al Papa la creazione di Monsignor Fransoni a Cardinale e la nomina di un nuovo Arcivescovo a Torino. Il rifiuto dell’Arcivescovo di dare spontaneamente le dimissioni ebbe la meglio sulla disponibilità tanto della Santa Sede quanto del Governo del Regno. Non essendosi schierato in modo deciso a favore dei mutamenti politici, ma neppure opponendosi in modo diretto e pubblico, Don Bosco negli anni Sessanta riuscì a evitare eccessivi attriti. Continuò a essere in buoni rapporti con Ministri e alti funzionari dei Ministeri della Guerra, delle Finanze, di Grazia e Giustizia e soprattutto dell’Interno, Rattazzi «in primis», che rispondevano ai suoi appelli di sussidi, di indumenti e talora gli affidavano orfani, dietro versamento di una modesta pensione.


Un momento di crisi a Valdocco

I buoni rapporti si incrinarono quando cominciarono a essere mossi i primi passi verso l’Unità d’Italia. Nel maggio-giugno 1860, sei mesi dopo la fondazione della Società Salesiana (18 dicembre 1859), in un clima politico estremamente difficile, Don Bosco subì – come altri sacerdoti di Torino – una perquisizione poliziesca molto dura (per sospette relazioni politiche con la Santa Sede), ma il suo essere dalla parte del Papa era comunque un fatto notorio, e una severa ispezione scolastica per presunte inadempienze alla nuova legislazione scolastica non ebbe conseguenze.

Don Bosco intuì le possibili conseguenze negative per la sua opera e protestò con il Ministro dell’Interno Luigi Carlo Farini e con quello della Pubblica Istruzione Terenzio Mamiani. Ricordò la propria ventennale e gratuita azione educativa, sempre sostenuta dalle massime autorità cittadine e del Regno. Fece inoltre riferimento alla sua rigorosa estraneità alla politica, convinto – scriveva – di poter come sacerdote esercitare «il suo ministero di carità in qualsiasi tempo e luogo, in mezzo a qualunque sorta di leggi e di governo, rispettando, anzi coadiuvando le autorità».

La crisi a Valdocco venne superata in tempi rapidi, mentre nella malattia mentale del Farini Don Bosco vide una punizione divina, così come nella morte di quattro membri della famiglia reale nel 1854-1855 e di quella, altrettanto prematura, del Cavour nel 1861, pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia e di Roma sua capitale. Questi fatti acuirono nei Cattolici quello che verrà definito il «caso di coscienza del Risorgimento Italiano».


Nel decennio post-unitario (1861-1871)

Favorito da un consenso popolare, Don Bosco, nel decennio successivo, andò avanti nella sua attività di educatore, direttore di scuole ginnasiali, responsabile di laboratori di «arti e mestieri», pubblicista, promotore dell’edificazione di oratori e chiese. Estese poi il suo operato al di fuori di Torino accettando di seguire l’attività di nuovi collegi-convitti. Singoli nobili, gruppi di Cattolici, amministrazioni comunali di orientamento politico moderato, gli offrirono ambienti e spazi per scuole. Sul finire degli anni ’60 (XIX secolo), con centinaia di ragazzi interni, Torino-Valdocco era diventato l’ambiente educativo che accoglieva probabilmente il più alto numero di persone del Regno d’Italia. Continuava a ricevere ragazzi segnalati e sostenuti economicamente da benefattori, e dai Ministeri, con prevalenza di quello degli Interni con i titolari: il Torinese Camillo Benso di Cavour, il Ravennate Farini, il Bolognese Minghetti, i Fiorentini Ricasoli e Ubaldino Peruzzi, gli Alessandrini Lanza e Rattazzi (il più generoso).

Certamente in quel primo difficile decennio post-unitario nessuno di loro ignorava la fedeltà di Don Bosco alla linea politica della Santa Sede, e non certo al loro disegno di Unità Nazionale. Non potevano essere d’accordo con lui quando affermava pubblicamente la necessità, per altro non assoluta, dello Stato Pontificio per l’indipendenza del Pontefice. Intuivano bene che i connotati dell’«onesto cittadino» cui Don Bosco in modo pubblico dichiarava di mirare a formare nei suoi giovani non erano gli stessi del «buon cittadino» del Regno d’Italia.


La questione delle sedi vescovili vacanti in Italia

La «teologia della storia» di Don Bosco (ben lontana dall’interpretazione dei suoi interlocutori), e le sue tendenze (egli poneva la politica al terzo posto, dopo la religione e la morale), non furono però tali da impedirgli di essere coinvolto e di farsi promotore di tentativi di soluzione del non semplice problema della nomina dei Vescovi alle decine di sedi che ne erano prive per motivi politici. Il fondatore, richiesto dai vertici vaticani, ne suggerì alcuni per il Piemonte. Delle nove sedi prive di Vescovo nei concistori del febbraio-marzo 1867 ne furono coperte sei.

Morto Cavour (6 giugno 1861), e proclamato il Regno d’Italia con territori sottratti allo Stato Pontificio, vennero deliberate una serie di misure lesive dei diritti di libertà di Vescovi e preti intransigenti, spesso senza processi regolari. La frattura Stato-Chiesa (aperta da tempo) si acuì. In tale contesto, la situazione si aggravò ulteriormente con la pubblicazione del Sillabo (dicembre 1864), con il sostanziale fallimento della cosiddetta missione Vegezzi, per la quale Don Bosco sembra abbia fatto dei passi presso il Papa, e con l’approvazione della legge sulla soppressione di enti ecclesiastici con vita comune (1866). Solo in autunno il nuovo Governo Ricasoli rese meno intransigente la politica ecclesiastica.


Concilio Ecumenico Vaticano I (1868)

Il 29 giugno del 1868 Pio IX, con la Bolla Aeterni Patris, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano I. La prima sessione si svolse nella basilica di San Pietro l’8 dicembre 1869. Vi parteciparono quasi 800 Padri Conciliari. L’iniziativa si collocava nel disegno del Papa di una società cristiana restaurata. A questo scopo il Pontefice invitò a partecipare all’assise anche le altre confessioni cristiane, immaginando il loro ritorno all’interno della Chiesa di Roma. L’invito fu respinto perché, in questa prospettiva, venne considerato una provocazione dai suoi destinatari. Il Concilio di Papa Mastai fu anche il primo al quale non furono invitati i rappresentanti dei poteri temporali del mondo cattolico. Fu sospeso «sine die» il 20 ottobre 1870, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia (regio decreto 9 ottobre 1870, numero 5.903).


La «breccia di Porta Pia» (1870)

Nel biennio successivo non si registrarono progressi. Così, Don Bosco dovette entrare di nuovo nei palazzi di governo a Firenze, per iniziare o ravvivare conoscenze dei politici che si succedevano nelle frequenti crisi ministeriali, per chiedere (non sempre con esito positivo) sussidi per i chierici, vesti e biancheria per orfani, denaro per l’acquisto di indumenti e di cibarie, esenzione o condono di qualche imposta, riconoscimenti per i benefattori, dispense di idoneità all’insegnamento per i collaboratori. Delle sue necessità economiche doveva essere informato anche il Re, visto che il 1° gennaio del 1869 gli fece recapitare due daini, da lui uccisi in una battuta di caccia.

Nel settembre del 1870 il nuovo Governo, presieduto dall’Onorevole Lanza, dette ordine all’esercito di occupare Roma (l’attacco avvenne il 20). Si concluse in tal modo il processo di unificazione nazionale mentre veniva soppresso il potere temporale pontificio. Nel maggio del 1871 fu promulgata la «legge delle guarentigie». Nelle intenzioni del nuovo Stato, tale normativa doveva risolvere ogni questione (inclusa l’indipendenza del Papa). Pio IX, però, la respinse chiudendosi in Vaticano. Don Bosco prese atto di tale situazione con sofferenza sperando in tempi migliori. Rimase, comunque, disponibile a mediare tra le parti.


La reazione negli ambienti cattolici (1870)

In tale contesto, una divisione all’interno del mondo cattolico si manifestò soprattutto di fronte al problema dell’accettazione o meno della conquista militare di Roma da parte del Regno d’Italia. I Cattolici Italiani si divisero così in transigenti (accettavano il fatto compiuto e operavano, pur con diverse sfumature ideologiche, per una conciliazione tra lo Stato Monarchico e la Chiesa), e intransigenti (quelli che, partendo dalla parrocchia come unità di base territoriale, organizzavano il Paese reale contro il Paese legale controllato dal ceto dirigente liberale, che era presente nell’esercito, nella magistratura, nella burocrazia e nell’area politica). I Cattolici intransigenti, almeno fino alla fine del secolo XIX, rappresentarono il movimento cattolico ufficiale, riconosciuto dalla gerarchia ecclesiastica.


La ripresa dei contatti (1871)

In tale contesto, nel giugno 1871, dopo un colloquio con l’Onorevole Lanza, Don Bosco raggiunse il Vaticano per riferire a Pio IX. Il Papa, in agosto, si mostrò favorevole a una ripresa del dialogo con il Re. A settembre il fondatore si mosse di nuovo tra Firenze e Roma per comunicare che il Governo era disponibile a lasciare al Pontefice piena libertà sulle nomine vescovili, e a rimuovere gli ostacoli al conseguimento delle cosiddette temporalità. La situazione ebbe in tal modo un parziale sblocco a fine ottobre 1871 con la nomina di una quarantina di Vescovi, di cui alcuni proposti dal fondatore. I concistori dei mesi seguenti servirono poi a coprire le sedi piemontesi di Fossano, Aosta, Biella e Novara.


Interazione con la Destra storica (1872-1876)

Nel periodo 1872-1876 Don Bosco affrontò molteplici impegni. All’attività letteraria ed editoriale, ai viaggi da «questuante», e alla corrispondenza per ottenere aiuti per un bilancio costantemente in rosso, aggiunse nel 1872 il trasferimento della piccola opera di Genova-Marassi all’ospizio di Genova-Sampierdarena (destinato a diventare in pochi anni una seconda Valdocco), e il rilevamento del collegio di Torino-Valsalice, pure destinato a un notevole sviluppo.


La figura della Mazzarello

Nel 1872, con l’aiuto di Maria Domenica Mazzarello, promosse a Mornese di Alessandria l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che nell’arco di pochi anni, in sintonia con i Salesiani, si estese con decine di opere educativo-assistenziali per bambine e ragazze.


La nuova mediazione tra lo Stato e la Chiesa

Sempre nel 1872 (febbraio), Don Bosco, superata una grave malattia, si offrì ancora di mediare tra il Regno d’Italia e la Chiesa ma, nonostante le sue insistenze, le reciproche proposte di varie formule non ebbero alcun effetto. All’inizio del 1873 il fondatore, presente a Roma (senza incarico ufficiale), riprese i colloqui con le due parti, favorendo lo scambio di nuove formule di soluzione del problema. Una di queste sembrò ricevere il gradimento della Santa Sede, ma la trattativa si fermò perché nel mese di giugno furono applicate anche alle case religiose di Roma le leggi eversive del 1866-1867, alle quali seguì la scomunica papale. A questo punto, con il nuovo Governo Minghetti (luglio 1873), si chiese a Don Bosco conferma degli accordi precedenti con Lanza (tale istanza, però, voleva conciliare l’inconciliabile).


Costituzioni salesiane. Opere oltre l’Italia

Nel 1874 il fondatore riuscì a ottenere dalla Santa Sede l’approvazione definitiva delle Costituzioni salesiane. Ciò gli garantì una libertà di movimento. Nel dicembre del 1874 Don Bosco era di nuovo nella capitale e fece un estremo tentativo di riavvicinare Stato e Chiesa. Nel 1875 aprì la prima casa salesiana fuori Italia, a Nizza, e inviò il primo nucleo di missionari in Argentina. Tale gruppo dette inizio a quella che sarebbe diventata l’Opera Salesiana nell’America Meridionale.

A livello nazionale rimaneva non risolto il contenzioso riguardante gli «exequatur» (accettazione e riconoscimento governativo legato alla nomina dei Vescovi). Costituiva un problema nella vita politica e nelle coscienze religiose dei cittadini. L’intransigenza ministeriale si scontrava con l’irriducibilità vaticana. Un’intesa, alla fine del gennaio del 1875, sembrò possibile, ma venne meno per gli attacchi della stampa cattolica reazionaria, e di quella anticlericale, nemica dichiarata di qualsiasi accordo.

Di anni d’infruttuose trattative rimaneva lo sforzo generoso di Don Bosco che si era prestato per conciliare in modo realistico le competenze e le responsabilità di entrambe le parti in causa. Gliene diede atto il Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, Onorevole Vigliani che, all’affermazione di Don Bosco «come prete io amo la religione, come cittadino desidero di fare quanto posso pel governo», rispondeva: «Se tutto il Clero fosse animato dai prudenti e moderati di Lei sentimenti, in tutto degni di un virtuoso sacerdote e di un buon suddito, Ella ed io saremmo ben presto consolati da buoni frutti di reciproca condiscendenza, se non di vera conciliazione nelle cose della Chiesa in relazione collo Stato. Faccia Ella dunque una savia propaganda e operi quel miracolo che alcuni forse troppo diffidenti proclamano impossibile. Il cielo continui a benedire e prosperare le molte di lei opere di carità e La conservi al bene della Chiesa ed anche dello Stato».


L’interazione con la Sinistra storica (1876-1888)

Dal 1876 in poi, Don Bosco, messe da parte le speranze di vedere ricostituito lo Stato Pontificio, cessata l’attesa di ulteriori castighi divini sui «nemici della Chiesa», continuò a sviluppare la sua opera a favore dei giovani, ben visto dall’opinione pubblica moderata. Così, i Salesiani si insediarono più o meno stabilmente con scuole, oratori, direzione di seminari e altro (perfino una cartiera) in una ventina di città o paesi dell’Italia (dal Veneto alla Sicilia).

Con i Governanti della Sinistra storica, più laicisti e anticlericali di quelli della Destra, con una significativa presenza di massoni, Don Bosco non ebbe più occasione d’intervenire in ambito di politica ecclesiastica, ma non rinunciò a mantenere contatti. A cinque mesi dall’insediamento del nuovo Governo il suo nome circolò in più ambienti del Paese per aver accolto cordialmente nel collegio di Lanzo Torinese, tra le note della banda di Valdocco, in occasione della pubblica inaugurazione del tratto di ferrovia Torino-Lanzo, tre massoni dichiarati: il Presidente del Consiglio il Pavese Agostino Depretis, il Ministro degli Interni il Catanzarese Giovanni Nicotera e il collega dei Lavori Pubblici il Bresciano Giuseppe Zanardelli. La cerimonia semplice, ma dal significato politico evidente, suscitò malumori nella stampa cattolica. Apprezzamenti vennero invece scritti su alcuni fogli filo-governativi. Don Bosco non si scompose e dalle nuove conoscenze politiche seppe, come di consueto, trarre qualche vantaggio.


La questione della libertà d’insegnamento

Erano gli anni in cui il fondatore dovette affrontare, tra l’altro, un non facile confronto con il Consiglio scolastico provinciale per la difesa della libertà di insegnamento nelle scuole ginnasiali a Torino. Percorse tutte le tappe dei tribunali fino al Consiglio di Stato. Si appellò a vari Ministri della Pubblica Istruzione. Nel 1878 Don Bosco fu ricevuto dal Ministro dell’Interno Onorevole Francesco Crispi. In tale occasione poté ricevere – e trasmettere alla Santa Sede – assicurazioni circa la piena libertà che il Governo Depretis lasciava ai Padri dell’imminente conclave di procedere all’elezione del nuovo Papa. Nel corso della stessa udienza con lo statista siciliano discusse di educazione, di metodi pedagogici adatti a prevenire i reati dei giovani, di conduzione di carceri minorili e, su richiesta dello stesso Ministro massone, gli inviò un promemoria ispirato ai principi del suo sistema preventivo (adoperarsi per diminuire il numero dei discoli, e per accrescere quello degli onesti cittadini), ma che poteva anche essere adottato in istituzioni educative laiche, non confessionali.


Il sistema preventivo

Don Bosco, già prima dell’incontro con Crispi, aveva chiarito i punti-chiave del suo metodo pedagogico. Il testo di tale sistema venne pubblicato per la prima volta in appendice all’opuscolo sull’inaugurazione del Patronato di San Pietro in Nizza (Francia; agosto 1877). In tal modo il fondatore volle esporre al pubblico gli orientamenti generali del proprio «sistema». Nello stesso anno, il documento venne inserito nel Regolamento per le case della società di San Francesco di Sales. Divenne così uno scritto «normativo» per gli educatori salesiani. Benché non sia stata reperita nessuna redazione autografa di Don Bosco (neppure in abbozzo), da testimonianze esterne e dalla stessa analisi lessicale, sintattica e stilistica, non esistono dubbi sulla paternità dello scritto ascrivibile al fondatore. È evidente che tale documento, molto sintetico, ha i limiti di un lavoro pensato per un collegio, come quello di Valdocco a Torino o di San Pietro di Nizza, e anche quello di essere, per onesta ammissione del redattore, un semplice «indice di un futuro lavoro organico», in realtà mai scritto. Si riporta qui di seguito un passo significativo.

«Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. Il Sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo. In questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti.

Il Direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare.

Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni.

Diverso e, direi, opposto è il Sistema Preventivo.

Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i Regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare, in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli Assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nell’impossibilità di commettere mancanze.

Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la Religione e sopra l’amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tener lontani gli stessi leggeri castighi. Sembra che questo sia preferibile per le seguenti ragioni:

l) L’allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore. Né mai si adira per la correzione fatta o per il castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.

2) La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari e i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui egli non ha mai badato, che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso, e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l’avesse ammonito.

3) Il Sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti; e si è osservato che i giovanotti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo ed anche di farne vendetta.

Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono brutalmente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione.

Al contrario il Sistema Preventivo rende amico l’allievo, che nell’Assistente ravvisa un benefattore che lo avverte, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.

4) Il Sistema Preventivo rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore, sia in tempo della educazione, sia dopo di essa.

L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che [ancora a lungo, Nota del Redattore] si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio.

Per queste e molte altre ragioni pare che il Sistema Preventivo debba prevalere al Repressivo».

A distanza di due decenni, nel 1900, l’antropologo e criminologo ebreo Cesare Lombroso gli dette pienamente ragione quando scriveva: «Gli istituti salesiani […] in Italia rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto».


Un punto nodale: essere cittadino e prete

Osservando le diverse vicende nelle quali operò Don Bosco, non è difficile evidenziare anche un ulteriore aspetto-chiave: il fondatore si mosse secondo un duplice principio di fedeltà, alla Chiesa e allo Stato. Tale impegno non fu certamente facile, considerando i mutamenti politici citati in precedenza. Lo documentano anche gli scritti. Nel 1854, dopo otto anni di non facile impegno all’oratorio di Torino-Valdocco, il prete astigiano indicava il suo duplice obiettivo sacerdotale:

«Quando mi sono dato a questa parte di sacro ministero intesi di consacrare ogni mia fatica alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime, intesi di adoperarmi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo. Dio mi aiuti (sic) di poter così continuare fino all’ultimo respiro di mia vita».

Se quattro anni dopo non gli risultò forse troppo difficile ribadire al Presidente del Consiglio, conte Camillo Benso di Cavour, di essere «pronto a quanto sono capace per la mia patria [il Regno di Sardegna] e per la mia religione», negli anni Settanta le difficoltà da superare per riaffermare le sue convinzioni dovettero certamente essere superiori, visto che i due termini di riferimento erano decisamente modificati: non solo la «patria» era ormai il nuovo Regno d’Italia allargato a tutta la Penisola, ma la «religione» vedeva il suo vertice – Pio IX – «prigioniero» in Vaticano. Don Bosco non modificò però la sua «fede politica», tanto che scrisse all’allora Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno Giovanni Lanza:

«Io […] l’assicuro che mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al Capo della Cattolica Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo, per i sudditi del quale ho sempre dedicate le deboli mie sostanze e le forze e la vita».

E lo ribadì al successore Marco Minghetti:

«Sebbene io viva affatto estraneo alle cose politiche, tuttavia non mi sono mai rifiutato di prendere parte a quelle cose che in qualche maniera possano tornare vantaggiose al mio Paese».


Riscoprire Don Bosco

Nel contesto fin qui descritto, e considerati gli studi pubblicati in occasione del secondo centenario (2015) della nascita di Don Bosco, assume un particolare significato l’attuale processo di «riscoperta» del fondatore. Tale orientamento può forse sorprendere chi ha già letto biografie e testi di approfondimento. Sembra quasi impossibile, dopo il Duemila, pensare di avere davanti un Santo che, almeno in taluni aspetti, rimane in parte «meno conosciuto». Ma qui non si tratta di avvicinare un soggetto di cui si ignorano personalità e opere, ma di entrare meglio nel suo mondo interiore, nel suo modo di ragionare, nei vissuti che lo videro protagonista di momenti lieti e di criticità, di comprendere con più attenzione quelle caratteristiche che l’hanno reso non unico nel suo genere ma irripetibile nella propria vocazione. È in tale contesto che è possibile anche parlare di «novità».


Memorie devote ed episodica edificante

Chi ha cercato negli anni di entrare nell’umanità di Don Bosco, nello stesso modo di pensare, si è trovato a volte tra le mani memorie devote e un’episodica edificante. Tale materiale, pur favorendo una filialità verso il fondatore, non è stato sempre dettato da un rigore storico (come già premesso nell’introduzione). In tal senso, la narrazione «a effetto», il racconto «emozionante», l’episodio «straordinario», hanno avuto talvolta il sopravvento su un’esposizione legata a riscontri.

Si cercò in particolare di mettere in risalto i segni non comuni (eccezionali) della personalità di Don Bosco. Tale fatto riguardò la predizione di fatti non ancora avvenuti (inclusa la morte di alcune persone); il recepimento di messaggi divini attraverso sogni; la moltiplicazione «miracolosa» di ostie, piccole pagnotte, castagne; il riportare in vita individui defunti (un giovane sui 15 anni di nome Carlo, nel 1849)… Tale tendenza ottenne talvolta dei risultati opposti alle intenzioni.

Qualcuno, avendo appreso dei frequenti suoi «sogni profetici», finì per considerarlo un visionario, ma dimenticò la concretezza dei suoi progetti. Altri, espressero riserve sul suo frequente far riferimento alla morte (senza tener conto dell’alto tasso di mortalità presente in Piemonte e altrove). Non mancarono, poi, coloro che, avendo letto dei contatti intercorsi tra Don Bosco e i più diversi interlocutori, ritennero il fondatore solo un abile «faccendiere», un soggetto capace di maneggiare abilmente elevate somme di denaro (senza considerare il voto di povertà del prete piemontese e dei suoi confratelli). In alcuni casi ci fu anche qualche agiografo che arrivò a presentare un’involontaria caricatura del fondatore. Si volle insistere a esempio sulle sue doti di «intrattenitore» ma senza evidenziare un dato essenziale: il gioco, il divertimento, apriva a una spontaneità di rapporti. Per questo motivo anche alla ricreazione negli oratori salesiani venne data molta importanza. In pratica, l’attività ludica rientrò a buon titolo nel disegno educativo del Santo Astigiano.


Caratteri tipici e percorso formativo

In altre situazioni, le agiografie hanno trascurato alcuni caratteri tipici che si ritrovano nella storia del prete piemontese, e che sono utili da studiare per poter comprendere l’«animus» del fondatore, la sua «ratio», il suo «modus operandi». Si annotano qui di seguito alcuni esempi.

1. Le mentalità

Radicate nell’«humus» popolare arcaico presenti nell’Astigiano, inclusa quella magico-sacrale (sogni, visioni, meraviglie, castighi divini). Esse spiegano il suo modo di procedere per passi, senza accelerate e senza rallentamenti; il desiderio di mantenere buoni contatti con i vicini di territorio; la condivisione delle situazioni locali; lo spirito di solidarietà che si traduceva in gesti immediati, concreti.

2. Gli insegnamenti ricevuti

In famiglia: esortazioni materne, realtà della morte, uso oculato del denaro, valore del tempo, partecipazione al lavoro di gruppo. Presso diversi educatori: Don Lacqua, Don Sismondo, Don Calosso. In ambienti lavorativi presso: i coniugi Moglia, Giovanni Roberto, Evasio Savio: apprendimento di vari mestieri.

Nel Seminario di Chieri: impronta formativa segnata da tendenze conservatrici, lezioni di teologia morale non distanti da una tendenza rigorista.

A Torino, nell’interazione con Don Guala: ascetica ignaziana, lotta decisa contro il giansenismo e il regalismo, sincera e tenera devozione al Sacro Cuore, alla Madonna, al Papa, frequenza dei Sacramenti, teologia morale secondo lo spirito di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

A Torino, nell’interazione con i sacerdoti Cafasso, Cocchi, Cottolengo: attenzione alle realtà sociali, analisi critica di fenomeni urbani, importanza di un «apostolato ambulante» nei luoghi della periferia, ideazione di progetti di promozione umana.

3. Le riserve mentali

Don Bosco non seguiva il primo impulso, rimaneva cauto. Valutava le circostanze. Sentiva il parere di persone a lui vicine. Da una parte disapprovò chi osteggiava la Chiesa Cattolica, il Papa, il clero, i religiosi, dall’altra non cessò però di comunicare con interlocutori utili per le sue opere, anche se erano massoni e anticlericali.

4. Le convinzioni

Il fondatore, pur prendendo atto della complessa realtà socio-politica e di situazioni delle quali rimaneva incerto lo sviluppo, avvertì l’esigenza di operare dei cambiamenti, si mostrò contrario alle posizioni attendiste, e fu deciso a realizzare un lavoro di rete.

5. La concretezza nelle scelte

Don Bosco non iniziò il proprio impegno sacerdotale con vasti progetti. Alcuni atteggiamenti di «grandezza» non gli appartengono. Egli si confrontò sempre con il reale, con quanto era possibile fare. Il suo disegno operativo si ampliò solo quando i mutamenti nel quotidiano gli fecero comprendere l’utilità di andare oltre i confini dell’area diocesana e di quelli della stessa patria.


L’osmosi tra Don Bosco e la nuova società

Unitamente a ciò, le agiografie non hanno sempre tenuto conto dell’osmosi tra il fondatore e la nuova società che stava nascendo. Al riguardo si può affermare che qualche autore non ha considerato il fatto che Don Bosco:

– intuì che la nascita di contesti socio-economici diversi dai precedenti non sarebbe stata indolore, che avrebbe prodotto lacerazioni, accentuando le dinamiche dei reazionari e i moti popolari tendenti a una re-impostazione dell’intero sistema politico;

– osservò che il processo di industrializzazione non costituiva un fenomeno di superficie perché avrebbe inciso sulla condizione dei lavoratori, sulla distribuzione della forza-lavoro, sulla situazione delle famiglie, sul pauperismo;

– arrivò alla consapevolezza che detto processo avrebbe prodotto un cambiamento irreversibile nei rapporti sociali, nei costumi della gente, nelle abitudini, nella stessa dimensione spirituale delle persone.


Il passaggio verso i nuovi tempi

Esisteva, quindi, per Don Bosco una fase di passaggio ove il «nuovo» non aveva solo il volto di cambiamenti ristretti a mutamenti apicali di responsabilità, o a diversi sistemi amministrativi, o a più aggiornati processi gestionali. Il «nuovo» si presentava con una mutata visione del mondo e dei rapporti umani. Davanti a tutto questo, come reagì il fondatore? Nelle trasformazioni epocali del tempo la forza e la vitalità del suo messaggio emersero e si estesero sul piano della società civile, non su quello dei rapporti con le istituzioni dello Stato; si rafforzarono e raggiunsero risultati nell’ascolto attento dei bisogni collettivi: l’alfabetizzazione, la cultura professionale, il lavoro, il raggiungimento di un ruolo sociale. Il giovane prete di Castelnuovo, nato da famiglia contadina, manifestò un Cattolicesimo legato a tempi non moderni ma dinamico, sorto nelle campagne piemontesi e divenuto elemento vivo in una dinamica segnata dall’urbanesimo e dalla prima industrializzazione. Da un quadro ambientale e sociale radicalmente diverso da quello in cui era nato, Don Bosco seppe individuare gli stimoli e le suggestioni per la realizzazione di istituzioni e di modelli culturali che trascrivevano sull’originaria e inalterata matrice contadina alcuni valori della nascente modernità. In altri suoi coetanei l’esperienza di una migrazione interna causò realtà di sofferenza.

Il non-adattamento si manifestò anche con fenomeni di indebolimento della personalità, la collocazione di ceti poveri in aree marginali produsse asocialità, la difficoltà legata a mantenere equilibri di salute e serenità familiare fu alla base di tensioni che causarono violenze domestiche o comportamenti penalmente rilevanti. In molti, anche nei meno svantaggiati, fu a volte problematico inserirsi in circuiti di partecipazione alla vita civile. Lo dimostrano anche talune situazioni fallimentari con conseguente ritorno in ambiente rurale.

Don Bosco, al contrario, non visse il passaggio dalla terra natia alla capitale del Regno come un abbandono di realtà care ma di poco valore. Egli conservò sempre quanto aveva imparato negli anni dell’adolescenza e della giovinezza. Utilizzò anche «quel» patrimonio per affrontare le ore delle scelte decisive.


La visione della storia

Nel passaggio dall’area rurale a quella urbana, nel progressivo inserimento nella vita torinese, nella graduale comprensione delle dinamiche politiche, nella necessità di operare delle scelte sempre più gravide di conseguenze, Don Bosco sviluppò una propria visione della storia. Tale suo modo di vedere i fatti del tempo poggiava per molti aspetti su:

– un insieme di temi neo-guelfi: cambiamenti senza moti rivoluzionari, propensione per un disegno federalista, ruolo centrale del Papato;

– e di malumori anti-giacobini: disaccordo verso la lotta armata, verso la radicale conflittualità con la Chiesa Cattolica, verso il deismo, verso le idee laiciste riguardanti i costumi da privilegiare.

Non si trova comunque nel prete astigiano un recupero nostalgico dell’epoca medievale. Al riguardo, all’inizio della sua Storia Moderna si possono leggere alcune righe, come queste:

«La serie degli avvenimenti, che io intraprendo a raccontarvi, dicesi Storia Moderna, sia perché abbraccia i tempi a noi più vicini, sia perché i fatti, che ad essi riferisconsi, non hanno più quell’aspetto feroce e brutale siccome quelli del Medio Evo. Qui è quasi tutto progresso, tutto scienza ed incivilimento; perciò ho motivo a sperare che le cose, che io vi andrò raccontando, debbano di certo riuscirvi utili e nel tempo stesso piacevoli».

Tuttavia, la sintesi tra la cultura del mondo contadino e i valori della realtà urbana rimase incompiuta, anche se fu ricca di frutti. Da una parte si trova:

– una spiccata propensione per il racconto e per la divulgazione dei propri sogni profetici;

– una narrazione evocatrice di antiche battaglie tra il bene e il male;

– una legittimazione del proprio ruolo di leader attraverso alcune forme di «bravura» come l’illusionismo, la prestidigitazione, i giochi acrobatici;

– una professata familiarità con il meraviglioso (un grande cane grigio si materializzava all’improvviso in momenti di pericolo, lo scortava nei suoi trasferimenti notturni, e spariva).

Su un versante opposto, nella figura e nell’opera del Santo, si riscontra una pratica spontanea di valori razionali:

– in una città segnata da aree sociali poste ai margini, e «a rischio», Don Bosco inserì i giovani «sbandati» in un’organizzazione, conferì loro un senso di identità, di appartenenza, di orgoglio;

– in tempi nei quali la pratica pedagogica cattolica corrente era volta soprattutto all’educazione del cuore (in nome della quale si trascurava volentieri il leggere e il far di conto), Don Bosco – al contrario – predispose un modello pedagogico che mise in risalto l’educazione della volontà e dell’intelligenza;

– in un periodo storico ove era elevatissimo il numero degli esclusi dalla scuola di base, Don Bosco avvertì l’alfabetizzazione di massa come un compito di importanza primaria, al quale si dedicò con forte determinazione;

– in anni nei quali la disoccupazione era tra le cause di tensioni irrisolte, l’ex piccolo contadino ed ex vaccaro affermò il valore del lavoro come strumento di emancipazione e come segno di dignità personale;

– in una fase politica segnata da fratture e da conseguenti non-intese, Don Bosco ebbe una consuetudine anche con le case aristocratiche e patrizie; le istituzioni da lui fondate non sarebbero state in grado di affrontare i necessari oneri senza un supporto derivante da un’interazione con i ceti dirigenti.


Il modello socio-professionale salesiano

Nel trascorrere del tempo, Don Bosco si trovò proprio sul confine tra una domanda di lavoro (migliaia di braccia inesperte affollavano i quartieri della periferia torinese della zona Dora, con l’apporto di un flusso costante di nuovi inurbati) e un’offerta che non era certo ampia ma che imponeva comunque dei ruoli specializzati e non generici. Per questo motivo il fondatore dovette operare delle scelte. Tali opzioni costituirono il modello socio-professionale salesiano. I suoi valori furono quelli di un ceto che voleva abbandonare una condizione posta ai margini sociali per inserirsi nella società di mercato con il lavoro. Tale processo si innestò non con delle attività di tipo generico (custode, facchino, addetto alle pulizie…), ma con delle prestazioni specifiche. Essendo svolto in imprese di piccole e medie dimensioni divenne un’affermazione personale di dignità, di capacità, di flessibilità. Un fabbro, un falegname, un tipografo o un meccanico esprimeva una cultura specializzata: era un professionista.


Iniziative precedenti l’opera salesiana

Sul piano dell’istruzione professionale, nell’area torinese, Don Bosco venne anticipato dai «Fratelli delle Scuole Cristiane», chiamati nel 1829 a Torino dal Re Carlo Felice. Dalla capitale del Regno Sabaudo poterono divulgare i loro metodi e programmi, specie per iniziativa del pedagogista Giovanni Antonio Raynèri, dei Ministri Gabrio Casati e Lanza, del politico Carlo Bon Compagni di Mombello, e dello stesso Cavour. Furono utili anche a Don Bosco. Accanto alla succitata Congregazione, è da ricordare il Collegio degli Artigianelli. Fondato a Torino (1849) dal già citato Don Cocchi, fu privo per circa 14 anni di una propria sede. Solo nel marzo del 1863 avvenne il trasferimento nello stabile di Corso Palestro 14, edificato per avere dei locali più ampi e dei laboratori per preparare i ragazzi ai mestieri di fabbro, falegname, tipografo, legatore… Nel 1866 venne chiesto a Don Leonardo Murialdo di accettare l’incarico di rettore del Collegio. Il prete accettò. Fu un altro Santo Piemontese molto attivo, proveniente da una famiglia di banchieri e buon amico di Don Bosco. Infine, sul piano storico, è doveroso citare anche un’iniziativa non torinese. Si tratta della «Società di Incoraggiamento d’Arti e Mestieri». Venne fondata nel 1838 da esponenti degli ambienti economici e culturali lombardi. Iniziò a operare nel 1841. I suoi fondatori (Heinrich Mylius, Antonio von Kramer, Michele Battaglia, Luigi Magrini, Giulio Curioni e altri) intesero favorire il perfezionamento tecnico-produttivo delle manifatture lombarde. In origine, l’attività della Società consisteva nell’assegnare premi, riconoscimenti e sovvenzioni ad artigiani, inventori, capi operai e operatori economici che si segnalavano per l’introduzione di elementi innovativi nei processi di produzione. Ben presto, tuttavia, si comprese che «il miglior modo di favorire l’industria è quello di illuminarla con l’istruzione». Così, la Società si dedicò all’organizzazione di corsi professionali articolati per settore.


Dal modello alla prassi quotidiana

Nei laboratori salesiani si mantenne una disciplina energica. Don Bosco non era un sentimentale e li gestiva come imprese industriali. I regolamenti erano molto sintetici e chiari. È comunque da sottolineare una coincidenza lessicale. L’articolo 1 del regolamento dei laboratori (testo definitivo del 1877), stabiliva che «i giovani allievi di ogni officina debbono essere sottomessi ad ubbidire all’assistente ed al maestro d’arte, che sono i loro superiori». In modo simile, l’articolo 36 del contratto nazionale dei metalmeccanici (rimasto inalterato dal 1948 al 1970) affermava: «I lavoratori dipendono direttamente dai loro superiori». Per almeno un secolo quel principio è rimasto valido. Tuttavia, se questo rappresentava il volto esigente dell’operato salesiano, esisteva anche un risvolto che lo giustificava e lo correggeva: era un modello che non mortificava le attese personali di emergere nel sociale, e che favoriva la mobilità sociale. Per i datori di lavoro, l’impiego di dipendenti che erano passati attraverso le scuole di Don Bosco a Valdocco costituiva di per sé garanzia di carattere forte e di capacità professionale.


Mondo imprenditoriale e progetto salesiano

Un primo esempio dell’attenzione del mondo imprenditoriale per la formazione salesiana è dato dalla fitta trama di rapporti che presto si realizzò tra Don Bosco e la direzione torinese delle Ferrovie. Quest’ultima costituiva – nella seconda metà dell’Ottocento – una delle più importanti imprese della città. Nel tempo, manifestò una preferenza per l’assunzione di operai preparati a Valdocco. Attraverso questi meccanismi, il modello salesiano:

– si presentò come un punto di riferimento per chi desiderava una forma di elevazione sociale;

– agì come un moltiplicatore delle aspirazioni sociali per le fasce più deboli della popolazione;

– contribuì a diffondere una domanda di istruzione ben al di fuori di quei ceti elevati che ne erano stati i fruitori privilegiati.


Le differenze rispetto alla politica statale

Diverso era allora l’orientamento dello Stato Liberale. Senza intuire la domanda di professionalità diffusa che la nascente società industriale avrebbe posto, la Legge Casati sull’istruzione del 1859 non prese neppure in considerazione l’istituzione di scuole professionali. La normativa prevedeva invece un triennio di scuola tecnica e un successivo triennio di istituto tecnico. Questi anni erano destinati, in teoria, a formare i quadri medi della società degli affari, degli impieghi e dei commerci. In teoria, perché nella realtà questo genere di scuola, non sapendo risolversi a una scelta netta tra una cultura generale di stampo umanistico e un più deciso orientamento al mondo del lavoro, non riuscì a proporre un efficace modello formativo. Ancora negli ultimi anni dell’Ottocento esisteva una forte polemica sull’incapacità di queste scuole a «dare un mestiere».

Don Bosco e i suoi successori avranno perciò dalla loro una formula assai più flessibile e dinamica. Osserva in proposito lo storico Stella: «Tra l’antico modo di stabilire rapporti di lavoro tra padrone di bottega e apprendisti, e il nuovo modello della scuola tecnica prevista dalla legge organica sull’istruzione, Don Bosco preferì percorrere la sua terza via: quella cioè dei grandi laboratori di sua proprietà, il cui ciclo di produzione, di livello popolare e scolastico, era anche un utile tirocinio per i giovani apprendisti». Si può aggiungere un dato: Don Bosco, non in sintonia con diversi principi dello Stato Liberale unitario, nel rapporto con la società del suo tempo:

– non rifiutò comunque di interagire con le concrete dinamiche politico-economiche;

– si rese conto che in uno Stato che proclamava il valore della proprietà e dell’iniziativa privata, era necessario costituire un’organizzazione che rispettasse tale affermazione;

– prese atto che la Società Salesiana avrebbe dovuto reggersi soprattutto sui proventi delle scuole, dei laboratori e della produzione tipografica ed editoriale.


Oltre i racconti del Santo imprenditore

Nel contesto fin qui delineato, la figura di Don Bosco riacquista forza. Lo attesta pure un fatto non marginale. Ancora vivente il fondatore, l’industriale Alessandro Rossi rivolse attenzione all’opera di Valdocco e chiamò i confratelli del Santo nell’area produttiva di Schio. Tutto ciò non avvenne a caso. Le iniziative salesiane presentavano ormai connotati di cultura imprenditoriale recepiti dalle stesse Leggi Siccardi. Queste, pur non gradite, furono considerate il segno di una tendenza irreversibile nei rapporti Stato-Chiesa. L’organizzazione salesiana venne allora concepita come una società ove i membri conservavano i diritti civili, erano assoggettati alle leggi dello Stato, pagavano le imposte. In pratica, un’associazione di liberi cittadini impegnati in opere di beneficenza. Realizzare ciò, cercare un’autonomia economica, significava tuttavia investire e organizzare le risorse secondo criteri e strategie che non avevano nulla a che fare con il passato. Per tale motivo Don Bosco utilizzò in modo concreto i beni immobili di cui disponeva. Quando gli mancarono le risorse umane per servirsene, li monetizzò. Divenne così un imprenditore privato di iniziative socio-assistenziali.


Influire sulle istituzioni sociali

Nel disegno del fondatore, la Congregazione doveva cercare di diventare autosufficiente sul piano economico. A ogni Salesiano venne chiesta una presenza attiva nelle istituzioni sociali del tempo. Lo attesta anche un passo del Discorso tenuto dal Santo nel 1879, riportato da Monsignor Antonio Maria Belasio con il titolo Non abbiamo paura!:

«Già Tertulliano diceva a’ pagani: Voi non ci volete perché cristiani: e noi v’abbiamo già empito il vostro esercito… Sì, noi vi abbiamo già empito le vostre curie, traffichiamo con voi nei mercati, ci affratelliamo in tutte le cose, lasciamo a voi solo i templi de’ vostri idoli. Anche i Salesiani diranno: Voi non volete più frati, né religiosi di qualunque congregazione, e noi verremo a farci laureare nelle vostre università per difendere il più caro patrimonio del genere umano, le verità che salvano. Bene, noi saremo artigiani nelle vostre botteghe e lavoreremo come servi fedeli del Padre di tutti; noi saremo chiamati coscritti nei vostri reggimenti, e faremo rispettare le virtù e la religione che non si conoscono se non per bestemmiarle; oh sì, vogliamo intrometterci tra voi dappertutto, e lasceremo ai nemici della religione solo le tane dei vizii. I Salesiani si son gettati nel mezzo di una società in movimento, in progresso, ed essi devono dire con vivace parola: Fratelli, anche noi corriamo con voi; e con amabile affabilità fermarli seco, quasi a divertirli con una cert’aria di novità».

La forma di presenza ricordata dal Belasio non ha nulla in comune con le strategie mirate ad accentuare le diversità. In Don Bosco era necessario proporre, coinvolgere, realizzare, partecipare, convergere (quando possibile) su progetti condivisi. Tutto ciò era fattibile se si evitavano delle contrapposizioni radicali. Piuttosto che insistere sull’idea di conflitto sociale, di eversione politica, era necessario partire da micro-realizzazioni, cioè da esperienze concrete. Solo da una quotidianità operosa poteva nascere un «fatto concreto», un’esperienza ripetibile, una prospettiva non mortificante. In tal senso non si trova nel fondatore né un desiderio di trionfalismo, né una posizione di supremazia. Il suo desiderio rimaneva quello di vivere Cristo nella Chiesa, traendo da tale realtà la forza per operare nel sociale.


L’importanza di una comunicazione a raggio

Proteso verso una linea imprenditoriale, Don Bosco ebbe anche un singolare senso delle comunicazioni di massa, infrequente in quel momento storico. Il messaggio da trasmettere doveva essere diretto, coinvolgente, impostato in modo da essere ricordato per qualche dettaglio posto in evidenza. La circolazione di testi religiosi e di cultura varia doveva servire per rafforzare nella fede, per sentire «cum Ecclesia», per migliorare i costumi, per aiutare le opere salesiane, per formare onesti cittadini. In tale contesto, la produzione editoriale che uscì dai laboratori tipografici ebbe un particolare successo: «Il Giovane provveduto», «Le Letture Cattoliche», «Il Bollettino Salesiano», diventarono presto i simboli e i veicoli di una rete editoriale che il trascorrere del tempo non fece altro che qualificare ulteriormente. I 150 volumi e volumetti pubblicati dal fondatore ebbero una vasta diffusione. La sua Storia d’Italia raccontata alla gioventù raggiunse 31 edizioni. Quando il politico Antonio Gramsci, divenuto un Torinese naturalizzato, espresse la sua ammirazione per la diffusione della stampa cattolica, certamente aveva presente questo aspetto della cultura imprenditoriale salesiana.

All’Esposizione Industriale di Torino del 1884, l’unica istituzione cattolica seriamente rappresentata fu proprio la Società Salesiana, che presentò il ciclo continuo della carta prodotta nello stabilimento salesiano di Mathi Canavese (Torino), con quanto di meglio offriva in quel momento la tecnologia europea, secondo il riconoscimento degli esperti che formavano la giuria. Insieme a questi macchinari, furono messi in mostra anche i procedimenti tipografici che portano dalla carta al libro finito. Si trattò di una delle grandi attrazioni dell’Esposizione. La carta, la tipografia, l’attività editoriale, i laboratori, le scuole, le missioni… il Santo imprenditore era così riuscito a realizzare quello che oggi si definisce un sistema sinergico.


Le salite da affrontare

La presenza dei Salesiani nelle istituzioni sociali, e i positivi risultati ottenuti sul piano del sistema sinergico e su quello, collaterale, dei processi di comunicazione, farebbero pensare a un Don Bosco perennemente vincitore. La storia, al contrario, racchiude anche pagine dolorose. Il fondatore, infatti, dovette affrontare:

– prove legate al rapporto con le pubbliche autorità: convocazioni di ufficio sulla base di segnalazioni, critiche legate alla presenza di minori «a rischio», osservazioni sui metodi pedagogici, ispezioni…;

– attacchi di giornalisti: ad esempio, i redattori del giornale anticlericale la «Gazzetta del Popolo» di Felice Govean, accusarono Don Bosco di eccessiva spregiudicatezza nell’uso del denaro; analoghi rilievi emersero in sedi ecclesiastiche ufficiali, anche nel corso delle stesse fasi di canonizzazione;

– accese polemiche provenienti da esponenti della Massoneria e della Comunità Valdese;

– dure affermazioni di un tipografo (Favale) e di un editore libraio (Vigliardi): sostenevano che le tipografie degli «Istituti Pii» conducevano una concorrenza sleale nei confronti delle tipografie e librerie private, e che era necessario sopprimerle;

– vicende ecclesiali che lo videro in forte difficoltà con alcuni esponenti della gerarchia cattolica (specie gli Arcivescovi torinesi: Ottaviano Ricardi di Netro e soprattutto il già citato Lorenzo Gastaldi): non identità di vedute sullo sviluppo dell’Opera salesiana;

– situazioni politiche segnate dalle criticità del tempo;

– attacchi da parte di chi era schierato contro il Papa e i suoi sostenitori;

– continui problemi economici; ad esempio, l’11 ottobre 1883 Don Bosco scriveva al barone Feliciano Ricci des Ferres: «Il Santo Padre ha diviso la Patagonia e le isole adiacenti in tre Vicariati Apostolici. Ne affidò tutta la cura ai Salesiani ma non un soldo» (Biblioteca storica di Palazzo Dal Pozzo della Cisterna, Torino);

– difficoltà a conservare negli oratori e negli istituti salesiani lo spirito delle origini.

In particolare, sul piano economico, l’attacco frontale convergeva su un punto: il fondatore cercava soldi, li chiedeva a tutti, riusciva a ottenere molti sostegni e lasciti dai benefattori, ma – in seguito – come veniva usato tutto quel denaro? Erano documentate le spese? Esisteva una puntuale contabilità? Davanti a tali interrogativi non era difficile indicare dove andavano a finire «le ricchezze». Gli investimenti realizzati e quelli in fase di attuazione restavano prove più che sufficienti a dimostrare un corretto uso del denaro. Malgrado ciò, sarebbe comunque molto interessante tentare una ricostruzione dei conti di Don Bosco. Come in tutte le società sviluppatesi nel periodo in esame e nei decenni successivi, non stupirebbe il riscontro di qualche incongruenza. Forse, il valore d’acquisto di determinati beni immobili potrebbe apparire sottovalutato. Comunque, sul piano delle operazioni immobiliari, Don Bosco rivelò un intuito singolare. Da una lettera dell’architetto Alessandro Antonelli si ricava il fatto che il fondatore era entrato in trattative con la stessa comunità israelitica torinese per l’acquisto della Mole Antonelliana. Alla fine, non se ne fece nulla. Probabilmente anche lui dubitò sull’utilità dell’iniziativa.


Dalla storia all’attualità

Don Bosco, sacerdote educatore, individuò presto i problemi sociali del suo tempo. Conobbe di persona i drammi legati alle condizioni di abbandono di una parte della gioventù. Si accorse che molte criticità presenti nelle nuove generazioni non costituivano un fatto circoscritto alle sole terre piemontesi. Si potevano riscontrare pure in altri territori. Per tale motivo il prete astigiano, abituato alla concretezza e alla solidarietà contadina, avvertì l’urgenza di cominciare a realizzare una rete di interventi. Tale azione doveva coinvolgere gli organismi pubblici e la Chiesa (principio di corresponsabilità).


Percorrere le strade del possibile

In presenza di una situazione ove la vita delle pubbliche amministrazioni rimaneva gravata anche da omissioni e da ingiustizie, Don Bosco reagì in modo proporzionato alle sue capacità e alle risorse che aveva. Di volta in volta individuò le realtà sociali legate alle mutate condizioni storico-culturali, e alle congiunture economiche. Malgrado l’acuirsi del conflitto tra Chiesa e Stato, tra clericalismo e anti-clericalismo, tra i transigenti («Cattolici col Papa liberali con lo Statuto») e gli intransigenti («Con il Papa e per il Papa»), non si rassegnò alla rottura delle relazioni Chiesa-Stato. Viveva infatti in prima persona una sofferenza che era legata alla situazione di persone che si allontanavano dalla propria fede. Nei contatti non conflittuali con più interlocutori, il fondatore intese conservare la libertà e la fierezza dell’autonomia. Non volle legare la sorte della sua Opera al vincitore politico del momento. Per sé e per i suoi cercò di salvaguardare la possibilità dì inserirsi nelle realtà del tempo senza doversi collocare in schieramenti di parte.

Semplice sacerdote-educatore, e pur essendo figlio di una teologia e di una concezione sociale con evidenti limiti, riuscì comunque ad anticipare, in più aspetti, la moderna azione educativa (basata sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza). Evidenziò la possibilità di realizzare soddisfacenti integrazioni nella cooperazione pubblico-privato. Intuì la validità di un sistema sociale rispondente a logiche di solidarietà e di sussidiarietà (principi acquisiti dai Governi solo in tempi successivi). Operando nel civile e nel sociale, ma con risvolti religiosi, Don Bosco dette prova di una duplice cittadinanza: quella della città terrena e quella della città celeste, non disgiunte tra loro.


Storia di un fenomeno?

Qualcuno ha voluto definire la vicenda terrena di Don Bosco come la storia di un fenomeno. Tale linea di pensiero, pur non trascurando le fonti, rischia – però – di mettere in ombra la fatica di un cammino. E può accantonare un dato: il prete astigiano non si fece strada insistendo su analisi teoriche o elaborando trattati scientifici. Scelse piuttosto di procedere con gesti poveri. In modo umile. Con scarse risorse. Il fondatore seppe inserirsi gradualmente nei vissuti dei minori, oltre che in quelli degli adulti e degli anziani. Tutto questo spiega la semplicità del suo linguaggio. Non tutti lo compresero. Qualche critico, suo contemporaneo, lo accusò di voler mediare tra Stato e Chiesa secondo logiche da riprovare. Altri, nel migrare del tempo, gli hanno rimproverato di scrivere in modo troppo semplicistico. Di non sviluppare compiutamente un apporto teologico. Di non essere eccessivamente preciso nei riferimenti e nelle stesse ricostruzioni storiche. Di spingersi un po’ troppo verso l’emotivo e il fantasioso. In realtà, in tali sottolineature, si riscontra l’assenza di alcuni tasselli storici.


La scelta di partire «dal basso»

Per realizzare le diverse iniziative che, negli anni, condurranno verso un disegno compiuto, Don Bosco scelse di partire «dal basso». Pur se in seguito ebbe necessità di sostegni anche autorevoli, non si preoccupò di convincere «prima» e «subito» i teorici dell’educazione del tempo e i responsabili delle aree formative. Il fondatore affrontò piuttosto la strada dell’esperienza graduale. Da realizzare in più contesti. Facendo presto i conti con le prove derivanti dall’inesperienza, dalla precarietà degli inizi e dalla scarsità di risorse.


Don Bosco oggi

Di Don Bosco, grazie anche alle Memorie, agli otto volumi dell’Epistolario, e a varie testimonianze, si conoscono la vita spirituale, le idee, le iniziative e i contatti attivati con i più diversi interlocutori. Tutto questo spinge attualmente gli storici a cercare di comprendere meglio:

– l’estensione della visione progettuale (lettura dei segni dei tempi; fedeltà alla Chiesa e rispetto delle pubbliche autorità; rapporto carisma-istituzione; interazione tra scelte civili e opzioni politiche);

– le coordinate del disegno educativo (un nuovo umanesimo; le alternative all’individualismo; i processi di accompagnamento; il fattore religione; la libertà di scelta di ogni persona; l’attenzione alle nuove esperienze socio-pedagogiche);

– la presenza di obiettivi pluricentrici (dall’alfabetizzazione alla formazione professionale, dalla lotta all’emarginazione al sostegno verso nuovi ruoli sociali…);

– lo sviluppo dei rapporti di Don Bosco con esponenti del mondo politico (Regno di Sardegna, poi d’Italia), con i Papi (Pio IX, Leone XIII), con i Cardinali, i Vescovi, con il clero, con i religiosi, con il laicato cattolico;

– la rapidità con la quale si mossero le missioni salesiane, le iniziative promosse a favore degli Indios (Argentina, 1875);

– le attività realizzate nel campo della «cultura popolare» cattolica (conferenze, libri, opuscoli, stampa di periodici, sostegno ad alcuni giornali…);

– l’interazione con esponenti del Movimento cattolico per favorire una presenza laicale utile alla vita del Paese.

Sono questi alcuni aspetti che rivestono un’attualità non debole.

1) Guardando infatti alla storia del fondatore si individua in lui una visione del circostante e del mondo capace di guardare in direzione di orizzonti estesi. Non soffocati da schemi rigidi, immodificabili. In tale contesto, se è vero che Don Bosco rimane a tutt’oggi il Santo dei giovani, è anche vero che il prete astigiano manifestò più attenzioni. Le rivolse ai nuclei familiari (esempio «Il Bollettino Salesiano»), all’educazione permanente degli adulti (esempio le «Letture Cattoliche»), alle migrazioni interne e a quelle che oltrepassavano l’Atlantico, ai progressi della tecnica e della scienza, al mondo politico e a chi operava ai vertici dello Stato, ad altre Famiglie religiose.

Si tratta quindi di continuare a «leggere» il presente senza perdere di vista proprio «l’orizzonte esteso». Ciò consente una libertà di movimento. E permette di affiancare a scelte orientate verso la macro-struttura (valorizzata dagli storici cortili salesiani), nuove tipologie di servizi socio-educativi. In aree critiche, ad esempio, la micro-realizzazione può forse essere più indicata per la migliore flessibilità operativa.

2) Nell’opera di Don Bosco questo «orizzonte esteso» si è concretizzato attraverso obiettivi pluricentrici (oratori, officine, scuole, collegi, attività culturali). Tale scelta rimane attuale. Non si tratta, infatti, di modificare un carisma, o di lasciare alle spalle un cammino storico ritenuto afono, ma di attuare degli orientamenti «di prossimità» verso le nuove povertà, le «situazioni a rischio», le realtà sociali «difficili», gli attuali processi di esclusione, di emarginazione, le moderne forme di sfruttamento e quelle di schiavitù.

3) Rimane significativa anche la lezione di Don Bosco in materia di rapporti Stato-Chiesa. Da una parte la sua opera di mediazione potrebbe sembrare a qualcuno priva di una qualche attualità. Pur tuttavia, a ben vedere, rimane un’indicazione-chiave valida per più contesti internazionali. Concretizzando il principio di corresponsabilità, il fondatore – in un certo senso – quasi superò la rigida demarcazione tra ambito civile e area ecclesiale. E trasmise un messaggio «unitario». Nel suo pensiero ogni Stato e la Chiesa Cattolica interagiscono «naturalmente». Al centro dei loro interventi c’è la persona. Che è un progetto di vita. Che possiede più dimensioni. Valorizzando ognuno di questi aspetti si ricompone l’unità dell’essere, ma si rinsalda anche l’unità di ogni Paese che vive con il respiro dei buoni, dei generosi e dei pionieri.


Altri insegnamenti per l’oggi. Missioni e «stato missionario»

Nel contesto fin qui delineato emergono anche altri aspetti di Don Bosco che mantengono un’attualità non debole.

4) La stessa rapidità con la quale le missioni salesiane mossero i primi passi non cessa a tutt’oggi di «provocare». Di «smuovere» passività. Di scuotere incertezze, attendismi, indifferenze. Di superare orientamenti di tipo nichilistico, criticismi sterili. La «missio», attivata nell’Ottocento, continua a trasmettere nell’attuale periodo due forze propulsive. Da una parte costituisce una spinta «ad extra»:

– a entrare cioè nei vissuti delle più diverse popolazioni, nelle loro storie, nelle mentalità, nelle credenze, negli usi, nei simboli espressivi, nei valori;

– a sviluppare processi di inculturazione, a delineare intese, progetti, programmi umanitari a medio e lungo termine. In tal modo vengono superati quei nazionalismi che sul piano storico hanno sovente aperto le porte ai regimi autoritari, militaristici.

Dall’altra, esiste una spinta «ad intra». Il respiro missionario di Don Bosco, infatti, aiuta anche all’interno dei nostri ambienti quotidiani ad avvicinare molti «lontani» che sono vicini. Che trasmettono messaggi. Che faticano a superare le demarcazioni imposte da taluni in modo prevaricante.


La questione cultura

5) Anche l’attenzione rivolta da Don Bosco alla cultura popolare, sostenuta dalla religione, continua a essere una «voce» attuale. Nel suo lavoro «in progress» il fondatore dovette passare tra due estremi. Da una parte, nei ceti elevati, rimaneva il rapporto cultura-potere (principio di dominanza). Dall’altra, erano lasciati spazi lavorativi a vari salariati. In tal modo non si inceppava il rapporto intercorrente tra investimento, guadagno e logiche di mercato (criterio utilitaristico). L’umanesimo di Don Bosco dovette superare a fatica queste posizioni. E sostenere altre idee: la cultura è per tutti. Il lavoro è un fattore di crescita sociale. Unitamente a ciò, il fondatore non cessò di acquisire conoscenze e di elaborarle. Si interessò ai processi comunicativi, al mondo scolastico, alla formazione professionale, alle nuove tecniche lavorative, alla musica, al teatro, ai media, alla fotografia (per i processi della memoria), all’editoria, all’edilizia, alla pittura, alla scultura… Sulla base di questa cultura edificò la sua Opera.

Anche nel presente periodo la spinta propulsiva del fondatore rimane attuale. Ciò risulta evidente appena si osservano i moderni modi per definire la cultura.

a) Per alcuni, questa si identifica con la tecno-scienza. b) Per altri, è solo l’apporto umanistico a dare un senso compiuto alla conoscenza, al sapere (che rimangono solo percorsi di natura strumentale). c) Qualcuno insiste poi sul fatto che gli attuali insegnamenti (trasmissione di cultura «ufficiale», politicamente corretta), con le loro regole imposte, non dettano più l’ultima parola. Esistono infatti altre fonti di cultura. d) In taluni ambienti, inoltre, il fattore «religione» è lasciato ai margini del patrimonio culturale. Si contesta la propagazione di «dottrine». Si negano rivelazioni «dall’alto». Conserva valore solo quel pensare positivo che trova sostegno da messaggi estrapolati da pensieri antichi e moderni. In tal modo, nulla si manifesta in termini «divini». Tutto confluisce in un sincretismo rilassante e gratificante.


Don Bosco e la cultura nell’attuale periodo

In un contesto così articolato, l’attualità del contributo salesiano si sintetizza in un messaggio: la cultura costituisce un pane spezzato per tutti. È un qualcosa che non respinge le voci del nostro tempo. Cerca piuttosto di inserirle in un disegno generale di crescita. Sono quindi importanti i contesti ambientali, i patrimoni culturali, le memorie, le tradizioni, gli insegnamenti ricevuti, le sintonie con i nuovi modi di produzione della cultura. L’apporto della Famiglia salesiana continua anche oggi a partire da qui:

– da una capacità personale e comunitaria a diventare punto sensore, per meglio entrare in sintonia con le voci, le grida e i silenzi del nostro tempo, con i contributi offerti in quest’epoca a ogni livello, con le sperimentazioni proiettate verso il futuro;

– ma anche da una sintonia con quel respiro del cuore e con quell’intuito della mente che non temono di proclamare la dignità della persona, che non hanno paura a sostenere scelte di vita capaci di superare gli estremi dell’auto-salvezza, e degli entusiasmi acritici e momentanei.

Lungo tale linea, l’insegnamento salesiano, valorizzando anche il fattore «religione», continua ancora oggi a sostenere il rapporto «fides et ratio» («fede e ragione»). Si pone così in alternativa alle diverse forme di fideismo di autori quali Blaise Pascal o Johann Georg Hamann, al pessimismo di filosofi quali Pierre Nicole o Arthur Schopenauer, o al mero razionalismo di studiosi quali Auguste Comte.

Nelle biografie scritte dallo stesso Don Bosco, nelle Memorie dell’Oratorio, e negli otto volumi dell’Epistolario, l’azione del prete astigiano confida certamente in Dio e nell’Ausiliatrice, ma sa anche «rimboccarsi le maniche». Sa operare delle scelte. Sa affrontare il metodo esperienziale. Sa chiedere aiuti economici per i suoi giovani. Tale insegnamento rimane particolarmente attuale. Davanti a un mondo sfigurato da guerre estese, da conflitti interni a singoli Paesi, da ignoranza, da epidemie, da pandemie, da povertà di ogni tipo, da uno stravolgimento del sistema ecologico… non si può rimanere passivi in attesa di un aiuto che scenda «dall’alto». L’osservatore è chiamato a mutare ruolo. Con l’aiuto di Dio deve diventare operatore di pace. Di fraternità. Di giustizia.


Don Bosco e il Movimento Cattolico attuale

6) Un altro insegnamento di Don Bosco, che rimane attuale, si collega alla sua interazione con gli esponenti del nascente Movimento Cattolico. Questi, offrirono degli aiuti molto diversificati:

– dall’apporto offerto ai Savoia (esempio, stesura dello Statuto Albertino) e al Risorgimento Italiano (inno nazionale; presenza di Cattolici nelle vicende delle Guerre d’Indipendenza, anche sul versante umanitario);

– alla volontà di superare i conflitti legati alla «Questione Romana» e a quella «Sociale» (promuovendo a esempio società di mutuo soccorso, favorendo l’occupazione giovanile);

– dai nuovi metodi pedagogici (esempio, il sacerdote Raffaello Lambruschini);

– ai contributi su più aspetti scientifici (esempio, l’abate Antonio Maria Vassalli, fisico e astronomo).

In tale contesto, superati gli estremi del confessionalismo, dell’integrismo e del collateralismo, qualcuno oggi si chiede: ha ancora senso parlare di un Movimento Cattolico? In una società ove il primato delle ideologie ha ceduto il passo a intese trasversali a ogni livello, il riferimento a un Movimento Cattolico non rischia di costituire un ritorno al passato? E quale significato si può attribuire al rapporto tra la vitalità salesiana e questo Movimento? A un’analisi più attenta si individuano anche in questo caso degli aspetti non deboli.

a) Da una parte, i movimenti socio-politici in generale, sembrano in talune occasioni manifestare solo una forza d’urto iniziale. Capace di modificare equilibri. Precaria, però, nel momento in cui si tratta di superare la prova: del tempo, della coerenza, della compattezza interna, e dello stesso consenso popolare.

b) Dall’altra, la presentazione di programmi sovente generici (così da estendere i consensi), l’emergere di leader con deboli formazioni personali, il venir meno (talvolta) di una forte cultura di sostegno, il ripetersi di personalismi allenati a rassicurare e a promettere (senza dati positivi in termini di risultato), rendono più marcato in molti lo stacco dal mondo socio-politico, dai luoghi di partecipazione diretta, e dall’assunzione di personali responsabilità.

In tale contesto, riflettendo sui colloqui che Don Bosco ebbe con i suoi sostenitori, ma anche con politici, Ministri e Presidenti del Consiglio, si può individuare un insegnamento attuale:

– ogni capacità progettuale non può guardare solo alle questioni del momento. Deve anche saper lavorare nel lungo periodo, avendo in mente la «polis», il bene comune, la tutela dei soggetti più fragili, più deboli;

– il disegno propositivo non può spezzare tra loro gli aspetti socio-politici-culturali. Un settorialismo prolungato finisce per impoverire il tessuto sociale;

– la stessa azione economica non può essere succube di un liberismo economico senza freni. Quando mancano delle regole e delle tutele dei più deboli, sono pochi coloro che traggono benefici, mentre sono molti coloro che rimangono confinati in aree marginaliste.

In tale contesto, la presenza di un Movimento Cattolico non è da intendere come la vittoria della supremazia di qualcuno, o come un’arroganza di parte. Esprime piuttosto una diaconia sociale, politica e culturale. Tale impegno rimane significativo:

– per individuare nuovi percorsi di promozione umana, a fianco di ogni persona;

– per sostenere dei valori non negoziabili: il valore della vita, della persona, della famiglia, della comunità, il valore di ogni apporto «per» la «polis», il valore dei beni della terra, il valore della trascendenza.


Qualche annotazione di sintesi

Superato l’anno Duemila, si possono talvolta ascoltare delle voci che esprimono rilievi sul lavoro svolto da Don Bosco nell’Ottocento. Con riferimento a tale aspetto, sembra utile annotare qualche considerazione rimanendo legati a fatti concreti. A esempio, rimane facile individuare i limiti di un’opera di divulgazione popolare di Don Bosco quale la Storia d’Italia raccontata alla gioventù (che tra il 1856 e il 1888 riscosse ampi consensi). Addirittura, si può anche non accogliere la maggior parte dei giudizi estetici (legati a emozioni e a stati d’animo) espressi da Don Bosco nel succitato lavoro.


I limiti di Don Bosco non sminuiscono la sua figura

Tutto questo non sminuisce la positività della sua figura. Al riguardo, occorre ricordare che il fondatore è un personaggio che non è facile da classificare con gli abituali schemi di una certa storiografia politica. Egli può ben allinearsi alle direttive di Pio IX nel contestare lo Stato Liberale; il fatto è che la frequentazione dei suoi massimi esponenti – dal conte di Cavour, a Lanza, a Rattazzi – non è affatto occasionale. Secondo una tarda testimonianza del Vescovo Geremia Bonomelli, Don Bosco gli avrebbe detto: «Nel 1848 io mi accorsi che se volevo fare un po’ di bene, dovevo mettere da banda [da parte, Nota del Redattore] ogni politica. Me ne sono sempre guardato e così ho potuto fare qualche cosa, non ho trovato ostacoli e anzi ho avuto aiuti anche là dove meno me l’aspettavo». È anche noto che il personaggio politico più largo di aiuti sostanziali a Don Bosco fu l’Onorevole Urbano Rattazzi. Quando la capitale venne trasferita a Firenze (1865), Giovanni Lanza e altri coinvolsero il fondatore nella nomina dei Vescovi per le sedi vacanti. Giunta al potere la Sinistra liberale, il prete astigiano ebbe modo di continuare a tessere forme d’intesa, malgrado critiche e perplessità emergenti negli ambienti politici vaticani, e nonostante l’opposto orientamento dell’ala intransigente del Movimento Cattolico ufficiale.


Dove «collocare» Don Bosco?

Il vero punto di vista di Don Bosco sulla presenza del Cristiano nella realtà sociale e politica non è, dunque, né temporalista, né guelfo, né cattolico-liberale. Con lui le categorie di giudizio esclusivamente politiche non fanno presa. Non risulta agevole, in definitiva, collocare una persona come Don Bosco nelle coordinate di una pluridecennale storiografia politica, riferimenti interiorizzati a tal punto da applicarli a ogni circostanza storica, situazione, personalità. Gli schemi concepiti per coppie di antinomie (autorità-profezia, tradizionalismo-riformismo, intransigentismo-conciliatorismo) si rivelano inadeguati a rappresentare la complessa vicenda storica del fondatore, così come quella di un Don Giovanni Battista Piamarta o di un Don Luigi Guanella.


Don Bosco evitò di farsi chiudere in storici steccati

Don Bosco capì che nella situazione piemontese, e in quella successiva dello Stato post-unitario, la religione rischiava di essere troppo coinvolta nelle vibranti passioni della politica, e non si lasciò imprigionare dagli storici steccati. La linea operativa che caratterizzò la sua opera in quasi mezzo secolo di attività, e in particolare dopo il 1848, non fu la stretta alleanza, ma la feconda interazione, la comunicazione non ostile, la reciproca conoscenza, con le istituzioni politiche e amministrative dello Stato Liberale (per esigenze concrete e urgenti).


L’intuizione-chiave

Il prete di Valdocco, a cui premeva sempre e in primo luogo aiutare le persone a conquistarsi la vita eterna, aveva compreso un fatto. Non sono i dibattiti, le teorie, i sogni utopistici, i trasformismi, a fare dei Cattolici una forza costitutiva del Paese. Sono piuttosto le iniziative concrete con le quali i Cattolici difendono i diritti dei deboli, dei fragili. È in tale contesto che ogni progetto di Don Bosco maturò prima di tutto dall’intelligenza dei tempi avuta dal fondatore, e dalla sua disposizione al confronto con il moderno in ambiti quali il sistema di produzione industriale, le innovazioni scientifiche e tecnologiche, la ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro per il ceto operaio.

Don Bosco rimane a livello storico un personaggio significativo anche perché aveva compreso che l’ideologia propria di taluni partiti e di movimenti agrari e/o contadini (il ruralismo) rimaneva un’utopia fuori dalla realtà. Il problema vero era quello di accettare la sfida dei tempi nuovi, impegnandosi a fare entrare le nuove generazioni nel processo di produzione industriale, aiutando i giovani sul piano della competenza professionale, e formandoli a una saldezza morale e religiosa tale da renderli forti di fronte ai pericoli di dissociazione e di perdita in umanità che la fabbrica poteva recare con sé.


L’etica del lavoro produttivo

Il prete astigiano contribuì a rinnovare nella Chiesa e nella società quella che Piero Bairati ha chiamato «l’etica del lavoro produttivo». Fondatore di «una congregazione nuova, sorta – sono parole di Don Bosco – per incorporarsi col popolo e assimilarsi a lui in una sola vita», la cultura salesiana del lavoro («chi non sa lavorare non è salesiano») non appartiene alla storia del primo capitalismo e supera la concezione assistenzialistica. Fin dai primi regolamenti della Casa, redatti tra il 1852 e il 1854, Don Bosco volle insistere sul valore auto-formativo del lavoro e sul suo alto significato sociale, essendo ogni contributo professionale un modo di servire il prossimo e di contribuire al bene comune. «Adamo era stato posto nel Paradiso Terrestre perché lo coltivasse», ammoniva il fondatore. E nella redazione definitiva del regolamento dei laboratori salesiani, quella del 1877, all’articolo 19 si legge una chiara eco del paolino «chi non lavora non mangi»: «L’uomo è nato pel lavoro e solamente chi lavora con assiduità trova lieve la fatica e potrà imparare l’arte intrapresa per procacciarsi onestamente il lavoro».


Don Bosco accompagna nelle ore di transizione

Il fondatore cercò di non rendere dolorosa alle nuove generazioni la transizione da una società rurale a un tessuto industriale che aveva ritmi e comportamenti radicalmente diversi. Insegnò la serietà del lavoro organizzato, volle insistere sulla specializzazione professionale e sulla qualità del prodotto, perché nella società di mercato ogni persona si doveva inserire e si affermava in ragione della propria capacità a produrre beni e servizi. Non ebbe torto la «Voce dell’Operaio» di Torino, che non si era mai occupata del fondatore, a scrivere, in occasione della morte: «Don Bosco consacrò al bene della classe operaia la sua grande anima». L’intuito imprenditoriale del fondatore gli permise di concretizzare in modo rapido la lezione dei fatti, fin dall’inizio del decennio dominato dalla figura del conte di Cavour. Per quanto potesse non condividerla, Don Bosco capì che la politica ecclesiastica liberale era irreversibile, e che in quelle condizioni era necessario, per realizzare programmi educativi e sociali, il raggiungimento dell’autonomia economica sia nei confronti della Chiesa che dello Stato. Le sue intuizioni non potevano reggersi su rendite ecclesiastiche. Così egli cercò di mettersi nella condizione di non possedere beni che potessero essere considerati manomorta ecclesiastica. In una società fondata sulla libertà d’impresa, le istituzioni salesiane dovevano essere un’impresa privata.


L’ultima lezione

Sono molte le lezioni che Don Bosco è stato capace d’impartire senza sedere dietro una cattedra. I suoi insegnamenti riguardano più aspetti: religiosi, ecclesiali, sociali, civili, culturali. Davanti a un disegno così esteso può sembrare non facile trovare una idea di sintesi. Ma, a ben vedere, esiste una lezione base che il fondatore ha scritto tra le pagine della storia: dalla vita in Dio nasce l’impegno di prossimità verso tutti i Suoi figli. Nessuno è escluso. Nessuno ha «chiuso» con la società. Con questa premessa Don Bosco ha lottato per spezzare delle logiche perdenti che sostenevano di fatto il perpetuarsi di uno «status quo». Ha cancellato soprattutto i fatalismi. Ha creato spazi di nuova partecipazione. Ha costruito dei passaggi. Dei mutamenti nei ceti sociali. I suoi atti innovativi hanno seguito la strada del percorso pedagogico, della crescita della «polis». Tutto ciò è stato realizzato per convergere:

– non su generici consensi ma su precise intese,

– non su manifestazione di buoni desideri ma su edifici da costruire e su laboratori da organizzare,

– non su programmi ove la tecnica è separata da una globale cultura anche religiosa, ma su valori non negoziabili, in assenza dei quali resteranno solo dei brindisi senza festa.


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Ringraziamenti

Professor Alfredo Petralia (Catania University Former Professor; già Direttore del Dipartimento di Biologia Animale «M. La Greca» dell’Università di Catania; Membro dell’Associazione Ex Allievi di Don Bosco catanesi). Professor Giuseppe Vecchio, Ordinario di Diritto Privato presso l’Università di Catania, già Preside della Facoltà di Scienze Politiche dal 2003 al 2009 e Direttore dello stesso Dipartimento dal 2009 al 2013. Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. Don Thomas Anchukandam sdb (Direttore dell’Istituto Storico Salesiano). Don Petr Zelinka sdb (Responsabile dell’Archivio Salesiano Centrale). Professor Don Francesco Motto sdb (Presidente dell’Associazione Cultori Storia Salesiana).

(agosto 2020)

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