La destra storica e la questione sociale
Un problema di notevole gravità particolarmente nel nostro Meridione

Una vasta letteratura del passato voleva che liberali e conservatori fossero difensori delle classi superiori e insensibili alle questioni sociali. Se la situazione delle classi popolari in Italia come in molti altri paesi era nell’Ottocento decisamente grave, occorre comunque fare delle distinzioni. Liberali e conservatori sono stati del tutto contrari a richieste che andassero contro il diritto alla proprietà contestato dai socialisti e ovviamente alle violenze per ottenere degli avanzamenti economici, ma entrambi ritenevano utili dei miglioramenti per i lavoratori agricoli e industriali. Per una corretta valutazione della situazione di quel periodo, non dimentichiamo le diverse iniziative della sinistra democratica, i provvedimenti di Garibaldi in Sicilia contro i contadini che aggredivano i proprietari terrieri, l’avversione di Mazzini verso i comunisti, mentre a fine Ottocento Francesco Crispi della sinistra garibaldina decretò lo stato d’assedio in Sicilia per fermare le violenze di contadini e zolfatari. Non sempre le questioni economiche e le lotte sindacali erano gestite con i dovuti metodi, il movimento dei Fasci Siciliani del 1893 degenerò in atti di violenza e all’interno di esso (come nel caso del leader Bernardino Verro) operavano gruppi mafiosi.

La situazione sociale ed economica italiana al momento dell’Unità era grave e il tasso di analfabetismo superiore alla media europea occidentale ne dava conferma. Il decennio postunitario fu un periodo difficile per varie ragioni, fra le quali l’ostilità della Chiesa, la lotta al brigantaggio, il disavanzo del bilancio dello stato. La Rivoluzione Industriale già iniziata in vari paesi europei intorno al 1840, venne fortemente rallentata nel nostro paese dalla mancanza di ferro e carbone, tuttavia le statistiche storiche indicano che un certo grado di progresso economico era presente. Riportiamo alcuni dati (fonte Istat), gli alunni delle scuole elementari passarono gradualmente da poco più di un milione nel 1861 a quasi tre milioni nel 1900. Un miglioramento delle condizioni di vita può essere attestato dal consumo delle famiglie di carne bovina, di cui nel periodo precedente vi era stata grave carenza, che aumentò nello stesso periodo di circa il 50%. Le retribuzioni dei dipendenti pubblici con gradi più bassi (non si hanno statistiche su quelli privati) aumentarono in maniera superiore rispetto a quelle dei gradi più alti. Per quanto riguarda in particolare il Meridione, il nuovo stato unitario nei limiti del bilancio favorì la realizzazione di strade, ferrovie, poste, promosse l’utilizzo delle terre demaniali (o cosiddette di uso comune) ed ecclesiastiche in stato di semiabbandono, l’abolizione delle barriere doganali interne e il contrasto al brigantaggio, oltre alla eliminazione delle ultime consuetudini feudali (formalmente abolite nel 1838), l’ampliamento dei mercati e una maggiore legalità. I progressi in generale non furono rapidi, ma dobbiamo considerare che le risorse economiche erano molto inferiori a quelle del secolo successivo.

Fra coloro che si sono occupati della questione sociale e di quella meridionale abbiamo i detrattori dello stato unitario ma analfabetismo, ferrovie, infrastrutture dimostravano la gravità della situazione del Sud sotto i Borboni. Essendo il tema oggetto di contrasti per motivi politici, cerchiamo di concentrarci sui dati sicuri e oggettivi. La rete ferroviaria al Sud nel 1859 consisteva di un centinaio di chilometri, in quello stesso anno l’Italia nel suo complesso disponeva di 1.472 chilometri, passati a oltre 6.000 nel 1870 equamente ripartiti fra tutte le regioni. Non diversa la situazione delle strade, al momento dell’Unità 14.000 chilometri nel Sud contro i 28.000 della sola Lombardia, il tasso di analfabetismo era del 90% nel territorio borbonico contro il 50% del Nord. La tesi dello sfruttamento del Nord appare in generale suggestiva ma estremamente povera di fatti reali, praticamente impossibile per lo studioso di storia comprendere quali siano stati i provvedimenti legislativi o amministrativi a sfavore del Meridione, né si comprende perché la cosiddetta politica di sfruttamento del Nord verso le regioni aggregatesi al Piemonte non abbia impedito invece lo sviluppo dell’Italia centrale.

Verso la fine dell’Ottocento nacque un importante gruppo di studiosi noti come «meridionalisti», così chiamati sia perché studiavano la situazione economica passata e attuale del Mezzogiorno, sia perché sostenevano la necessità di una politica nazionale a favore delle regioni depresse. I principali esponenti di questo gruppo furono saggisti e politici della destra conservatrice e liberale. In particolare abbiamo un Primo Ministro come Sidney Sonnino, Ministri e senatori come Stefano Jacini, Leopoldo Franchetti, Pasquale Villari, e in un periodo di poco successivo Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti. Più vicini alla sinistra liberale furono invece nel Novecento Napoleone Colajanni (senior), Gaetano Salvemini ed Emilio Lussu. Infine vanno ricordati vicini a questo gruppo due personaggi antitetici, Antonio Gramsci e Benedetto Croce.

Già Cavour negli ultimi tempi della sua vita aveva parlato di una situazione sociale grave, della necessità di un credito agrario e di istruzione popolare, un suo importante uomo di fiducia, Costantino Nigra aveva espresso al termine di un suo soggiorno a Napoli poco dopo l’arrivo di Garibaldi la gravità della situazione della città e della Campania in generale a causa anche dell’amministrazione corrotta e dell’ignoranza diffusa. Tuttavia per un certo periodo di tempo si riteneva ancora che il Sud fosse un territorio fortunato grazie al suo clima, il futuro capo del primo governo di sinistra, il lombardo Agostino Depretis scrisse che la regione «è un vero paradiso… [ma] era stata governata da Satana». La svolta avvenne con l’inchiesta del deputato Massari del 1863 sul brigantaggio che metteva in luce fra le sue cause quella della povertà dei contadini e ancor più con quella sulla questione agraria del 1881-1886 del deputato conservatore cattolico Stefano Jacini.

Stefano Jacini fu proprietario terriero, imprenditore di una fabbrica tessile in Lombardia e avvocato ma si dedicò molto alla questione agraria, nel 1851, cioè in un periodo in cui la sua terra era ancora sotto il governo austriaco, scrisse sulle condizioni economiche e sociali dell’agricoltura lombarda e successivamente di quella parte più povera che era la Valtellina. In esse si espresse a favore di una proprietà meno concentrata, minore pressione fiscale a carico dei proprietari e contratti agrari più favorevoli verso i lavoratori. Dopo l’Unità fu diverse volte Ministro, difese il decentramento amministrativo insieme a un altro esponente della destra, Marco Minghetti, ma Jacini è conosciuto soprattutto per la sua Inchiesta Agraria. In essa mise in luce le condizioni di vita dure dei contadini in particolare meridionali (soprattutto per quanto riguardava le case e l’accesso all’acqua) ed espresse la necessità di bonifiche, rimboschimenti, scuole agrarie, credito agrario (anche pubblico) per il miglioramento delle terre e la diffusione della coltivazione intensiva diversa da quella generalmente praticata nei latifondi. In pratica scrisse sulle difficoltà sia dei proprietari (per questioni fiscali) che dei lavoratori e fece presente l’esistenza al Sud di vaste estensioni di terra coltivate estensivamente o abbandonate e indicò nella mezzadria una possibilità per il miglioramento della situazione. Nello stesso periodo si affacciava un problema del tutto nuovo, il minore costo dei trasporti marittimi aveva portato a notevoli importazioni di grano dalle Americhe e dalla Russia a prezzi concorrenziali rispetto al prodotto nostrano. Si poteva ricorrere ai dazi e protezionismo a favore degli agricoltori ma Sonnino fece presente che tale politica avrebbe portato a un aumento del costo del pane con gravi sofferenze per la popolazione cittadina più povera, questione quindi molto complessa.

Il napoletano Pasquale Villari di famiglia borghese, a vent’anni prese parte alla rivolta del 1848, fu successivamente professore di storia e filosofia, deputato e Ministro della Pubblica Istruzione con il governo di destra (1891-1892) presieduto da Di Rudinì, di idee positiviste (aderì anche alla Massoneria), ma contrario al socialismo, è ricordato soprattutto per la sua opera Lettere Meridionali del 1878 che in modo commovente descrive la terribile condizione delle classi popolari del Sud.

Per quanto riguarda l’incorporazione del Napoletano nel Regno d’Italia, Villari riporta che i primi luogotenenti (amministratori provvisori prima dell’unificazione) seguirono una politica di inserimento della vecchia burocrazia borbonica ma con scarso successo, maggiori risultati ottenne il severo generale Cialdini nominato dopo alcune gravi violenze nel luglio 1861 che si avvalse di alcuni garibaldini. In generale lo studioso napoletano esprimeva un giudizio positivo sulle iniziative unitarie: Costituzione, ordinamento giuridico, sistema amministrativo, tuttavia a pochi anni dalla fatidica unità del nostro paese mise in luce anche le aspettative mancate nel campo economico. Le infrastrutture, ferrovie, strade, telegrafi, eccetera cambiarono il volto d’Italia in pochi anni, ma l’ignoranza e il mal costume che degeneravano nelle zone più arretrate in violenza risultarono difficili da estirpare così come i rapporti di lavoro, subordinato e non, rimanevano antiquati a detrimento di chi esercitava un lavoro manuale. Occorre comunque ricordare che il problema del bilancio dello Stato che impedì alcune politiche di miglioramento, venne risolto solo pochi anni prima della stesura di tale opera. Per Pasquale Villari la soluzione al problema della miseria non era la sola beneficenza, che anzi spingeva i poveri a una certa passività e nemmeno solo l’istruzione elementare se non accompagnata da legalità e maggiore dignità della persona. Camorra, mafia, brigantaggio costituivano dei mali terribili per l’autore, ma anche eliminati con azioni di polizia sarebbero rinati se non si poneva rimedio alla questione sociale, tuttavia ammetteva una certa predisposizione alla violenza di certe zone: «La vera sede della mafia è nei dintorni di Palermo: di là essa stende le sue fila nella città. Qui il basso popolo non è avvilito ed oppresso; ma piuttosto sanguinario». Nell’interno dell’isola la situazione era molto peggiore, con terre da coltivare lontane dalle abitazioni come nel Medioevo, utilizzate per la coltivazione del grano in vasti latifondi. Tali terre erano gestite dai cosiddetti gabellotti, gli affittuari, i proprietari risiedevano nelle grandi città non sempre per scelta ma anche a causa della mafia in grado di tiranneggiare anche sui possidenti. A tal proposito si possono ricordare due importanti fatti di cronaca, l’uccisione del fattore del dottor Galati e l’assassinio del marchese Notarbartolo direttore del Banco di Sicilia, insieme alle molte intimidazioni ai proprietari di limoneti sulla costa. I contratti agrari nel Meridione anche quando si presentavano simili alla mezzadria prevedevano delle situazioni di svantaggio per i contadini, a ciò si aggiungevano i lunghi tempi di inattività senza alcun tipo d’aiuto nel periodo invernale e gli interessi usurari per ottenere sementi e attrezzi agricoli per iniziare l’attività. Una situazione molto diversa da quella della Toscana, «dove il contadino non solo è un uomo indipendente e libero, ma è il vero socio del suo padrone», l’autore propendeva come diversi altri economisti per la mezzadria e l’enfiteusi. Riteneva infine importante il credito agrario per eliminare l’usura verso i contadini e concludeva con una importante affermazione: «Senza liberare gli oppressi non aumenterà fra noi il lavoro, non crescerà la produzione... Bisogna promuovere l’industria, l’agricoltura, il commercio. E per riuscirvi bisogna sollevare le classi inferiori», tesi che venne in qualche modo fatta propria successivamente da uomini come Henry Ford e John Keynes.

Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino formarono un sodalizio di studi con Villari, viaggiarono anche in terre difficili da raggiungere e documentarono la situazione dell’agricoltura e la dura vita dei contadini meridionali. Franchetti apparteneva a una famiglia di proprietari terrieri ebrea; liberale e monarchico, fu favorevole al suffragio universale e all’espansione coloniale alla quale dedicò diversi studi e viaggi. Fu un filantropo, fondò scuole e laboratori innovativi per l’epoca, la sua emotività tuttavia lo spinse al suicidio dopo la sconfitta di Caporetto. Nei primi anni Settanta dell’Ottocento scrisse a Villari: «In regola generale, i contadini di quelle province (Abruzzi e Molise) sono per il loro vitto, d’anno in anno, nella dipendenza assoluta dei proprietarii, dipendenza che si manifesta non solo nella durezza delle condizioni dei contratti agricoli, ma ancora nella indeterminatezza di alcune delle loro clausole, che riportano la mente al tempo del servaggio».

Anche Sidney Sonnino apparteneva a una famiglia ebraica e iniziò la sua vita professionale nella diplomazia. Fu antisocialista e anticlericale, in Parlamento si espresse sulle dure condizioni di vita dei lavoratori del riso e della Campagna Romana utilizzata per l’allevamento brado, sostenne leggi sociali e per il risanamento di Napoli con i suoi quartieri insalubri. Insieme con Franchetti viaggiò a lungo in Sicilia e scrisse con lui La Sicilia nel 1876. In generale il quadro che ne fanno è molto duro, e sebbene il primo dei due autori fosse egli stesso un possidente agrario, le critiche ai proprietari furono molto pesanti e misero in luce i miglioramenti limitati che si erano avuti dopo l’Unità, mentre riportavano come Inghilterra e Germania nello stesso periodo avessero realizzato molto di più sulla questione sociale. In particolare portavano a conoscenza la terribile situazione dei fanciulli impiegati nelle zolfatare, adibiti a lavori pesanti e pericolosi. Come Villari, riportavano che la vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici avrebbe potuto essere un’occasione per migliorare la situazione dei lavoratori delle campagne anche se la mancanza di istruzione e di capitali non consentiva agli stessi di divenire gestori di terre. Anche l’imposizione fiscale risultava pesante e iniqua, tale da impedire l’innovazione e si soffermavano sulla questione della realizzazione di case coloniche con annessi pozzi per l’acqua vicine alle terre da coltivare in modo da tenerle sotto vigilanza e migliorare i lavori, anche se, in alcune zone, riconoscevano sarebbe risultato pericoloso vivere in abitazioni isolate. La mezzadria avrebbe potuto essere una buona soluzione anche se non sempre applicabile «sia per deficienza di acqua, sia per la malaria persistente e generale, sia per la immediata vicinanza delle zolfare, ogni coltura media o piccola darebbe risultati molto inferiori» oltre che a causa della insicurezza di certe zone. La realizzazione di strade, comunicazioni e scuole promosse dal nuovo stato erano comunque fatti positivi: «L’istruzione, col togliere un ostacolo, altrimenti insormontabile, al passaggio del lavoro da un gruppo industriale ad un altro», le strade «liberano il coltivatore dalle pressioni delle camorre locali nella vendita dei suoi prodotti, aprono più vasto il mercato al suo lavoro, tolgono l’incubo delle carestie locali, facilitano l’emigrazione sì temporanea che permanente, agevolano il frazionamento delle grandi aziende agrarie». Il credito fondiario e agricolo risultava sicuramente utile ma trovava un grosso limite negli alti interessi che lo Stato concedeva sui propri titoli, solo alcune Opere Pie, Monti Frumentari e il Banco di Napoli offrivano qualche aiuto contro l’usura e per i miglioramenti fondiari. Per far fronte ai gravi mali dell’isola, i due politici proponevano anche iniziative inusuali per l’area politica a cui appartenevano, come le associazioni sindacali, anche se «l’associazione perde una gran parte delle sue armi là dove, come nei latifondi siciliani, non vi è quasi alcun capitale fisso che possa deperire per effetto della sospensione dei lavori». Infine occorreva favorire l’emigrazione che spingeva i proprietari a offrire migliori salari per non restare senza manodopera.

Non è facile comprendere le ragioni per le quali la destra prima e la sinistra giunta al potere dopo il 1876 realizzarono con ritardo leggi a sostegno della popolazione più povera, nonostante che come abbiamo visto uomini dell’alta borghesia non fossero contrari ad esse. La Legge Rattazzi entrata in vigore subito dopo l’Unità prevedeva il controllo pubblico e l’obbligo di documentazione contabile per le Opere Pie, nel 1886 venne introdotta la Legge Berti sui limiti al lavoro dei fanciulli e delle donne, ampliata sedici anni dopo con la Legge Carcano che introduceva anche un periodo di riposo dopo il parto e un locale per l’allattamento negli stabilimenti lavorativi. Nel 1885 venne emanata la prima Legge per il Risanamento della città di Napoli ampliata successivamente e nel 1890 (Legge Crispi) vennero introdotti gli Istituti di assistenza e beneficenza a carattere pubblico controllati dai Comuni. Negli anni successivi si ebbe la realizzazione della legislazione sociale in senso stretto, nel 1898 l’assicurazione obbligatoria per gli infortuni, le pensioni per vecchiaia e invalidità, dieci anni dopo il riposo settimanale. Nel 1904 venne infine emanata la Legge Speciale per la Basilicata che prevedeva vari tipi di intervento, dalle innovazioni nella tecnica agricola agli acquedotti e nello stesso periodo venne favorita la formazione di cooperative di contadini per la gestione in affitto dei terreni. Il miglioramento delle condizioni di vita in generale fu un processo lento, ma non mancarono elementi positivi.


Bibliografia

Stefano Jacini, Inchiesta Agraria, 1886

Pasquale Villari, Lettere Meridionali, 1876

Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino, La Sicilia nel 1876

Istat, Sommario di statistiche storiche, 1968.

(settembre 2019)

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