I Visconti, Signori di Milano
Dal 1277 al 1447: storia e gloria di una grande dinastia di Signori lombardi

È la notte fra il 20 e il 21 gennaio 1277. Nelle campagne deserte fra Desio e Seregno, ad una ventina di chilometri da Milano, passano alcune centinaia di uomini armati. In testa alla colonna cavalca l’Arcivescovo di Milano, Ottone Visconti. Da quasi quindici anni – cioè da quando nel 1262 è stato nominato Arcivescovo – Ottone combatte una dura lotta contro i Torriani, Signori di Milano. L’occasione è propizia, i nemici si sono acquartierati nella cittadina con una scorta esigua di armati: l’Arcivescovo, con un attacco di sorpresa, irrompe nel borgo e sconfigge i Torriani in una battaglia violentissima e sanguinosa. A Milano, ormai Comune solo di nome, inizia così il governo via via più assoluto della potente famiglia dei Visconti.

Dopo aver vinto i Torriani, Ottone Visconti, fondatore della Signoria della sua famiglia, cerca subito di conquistare il favore popolare: distribuisce doni, compie atti di giustizia e promette una lunga pace, anche se non manca di confinare e perseguitare gli odiati avversari. Ma il gagliardissimo vecchio, che ha preso il potere a 70 anni, non vuole soltanto esercitare tutti i poteri, desidera passarli a suo tempo ai membri della propria famiglia. E, dato che il suo titolo ecclesiastico di Arcivescovo non può essere trasmissibile, Ottone chiama dalla provincia i suoi pronipoti, li educa nella difficile arte del governo e dà loro ricchezza e titoli sufficienti perché possano succedergli.

Ottone sceglie fra i pronipoti Matteo, che nomina nel 1287 Capitano del popolo e che inizia a governare otto anni dopo. La scelta si rivela ben fatta: Matteo si dimostra subito straordinariamente intelligente e capace. Per dare autorità alla propria Signoria invia messi e doni all’Imperatore Arrigo VII, perché gli conceda il titolo di Vicario Imperiale (cosa che otterrà dopo il pagamento di 50.000 fiorini). Nel frattempo fa sposare il primogenito Galeazzo con la sorella del marchese Azzo d’Este, avvalendosi così dell’alleanza della potente famiglia di Ferrara. Sotto di lui nasce il più antico nucleo del Castello Sforzesco, la Loggia degli Osii (1316-1330), che sarà incorporata nel castello da Francesco Sforza (l’intera costruzione sarà poi radicalmente restaurata nel 1904). La potenza dei Visconti cresce con grande rapidità.

Galeazzo succede al padre nel 1322, ma si dimostra di gran lunga inferiore. Combatte vittoriosamente contro i soldati pontifici, che nel 1323 sono giunti fin sotto le mura di Milano. Governa soltanto sei anni: nel 1328 gli succede il figlio, Azzo o Azzone.

Azzone è un saggio amministratore, amante delle opere di pace più che delle guerre; sotto il suo governo la città di Milano gode di un lungo periodo di sviluppo economico. Azzone muore a soli trentasette anni, dopo undici anni di regno ed è l’unico dei Visconti che sia stato sinceramente e profondamente amato dal popolo.

Alla morte di Azzone, che non ha avuto figli, viene proclamato Signore lo zio Luchino insieme al fratello Giovanni, entrambi figli di Matteo. Benché più anziano, Giovanni lascia il governo al fratello, salvo che per Novara, una delle città soggette a Milano e della quale egli è Vescovo e Signore. Luchino migliora grandemente le condizioni interne del dominio, che estende su altre sette città; diviene così Signore di diciassette città, la maggior parte delle quali sottomessa con le armi. Luchino si dimostra però anche un uomo triste, solitario e crudele: governa da tiranno, sempre chiuso nel suo palazzo, odiato e temuto.

Il nuovo Signore, Giovanni, che assume il governo nel 1349, è tutt’altro uomo: affabile, pacifico e maestoso nella persona; sotto il calmo atteggiamento da diplomatico raffinato, nasconde però una volontà ferrea e un intuito geniale di grande politico. Riesce a frenare e a sedare le numerose leghe antiviscontee; fa pace coi vicini, i Savoia, gli Scaligeri, combinando matrimoni fra queste famiglie e i suoi nipoti Galeazzo e Bernabò. Ingrandisce ulteriormente il dominio della Signoria estendendolo su Bologna e Genova e ne aumenta la gloria ospitando con signorilità il grande Petrarca. L’Italia intera guarda con stupore la potenza raggiunta da Milano. Ma solo dopo cinque anni di governo, Giovanni muore; chiede di essere sepolto nella stessa tomba del fondatore della dinastia, Ottone, in un’arca di marmo rosso tuttora esistente nel Duomo di Milano.

Alla morte di Giovanni, lo Stato Milanese viene diviso fra i tre figli di Stefano (il più oscuro dei figli di Matteo): Matteo II, Bernabò e Galeazzo II. Matteo, il primogenito, muore misteriosamente un anno dopo, e il potere viene spartito fra Bernabò e Galeazzo. Al primo toccano Cremona, Bergamo, Brescia ed il distretto ad Est dell’Adda, Lodi, Piacenza, Parma e i quartieri milanesi di Porta Romana, Tosa e Orientale; al secondo vanno Como, Pavia, Asti, Tortona, Alessandria, Novara, Vigevano, Bobbio e i quartieri milanesi di Porta Comasina, Vercellina e Ticinese. I due fratelli vanno d’accordo, benché diversissimi di carattere: Bernabò possiede un carattere esuberante, inesauribile; ama la guerra ed è sempre in lotta con qualche nemico; col passare del tempo diviene crudele, inasprisce i vecchi balzelli, ne inventa di nuovi e si merita l’appellativo di «Feroce». Galeazzo II è tutto l’opposto: amante della pace, predilige la compagnia di letterati ed artisti che ospita nel magnifico castello di Pavia che si è fatto costruire.

Gian Galeazzo, figlio di Galeazzo II e di Bianca di Savoia, succede al padre nel governo di Pavia, vivente ancora Bernabò. All’inizio conduce un’esistenza modesta, rinchiuso nel suo castello pavese: legge e studia; di lui si dice che non rida mai. Lo zio Bernabò lo considera un inetto. Gian Galeazzo lo lascia credere: si mostra indeciso e imbelle, ma è tutta una commedia che recita per non essere preso di mira sia da Bernabò, sia dai suoi numerosi cugini (Bernabò ha avuto ben diciassette figli legittimi!). Al momento opportuno mostra però la sua vera indole: nel 1385 marcia su Milano alla testa di 500 uomini, fa imprigionare Bernabò e i figli nel castello di Porta Giovia, e assume il comando assoluto della Signoria, che riunifica ed arricchisce con Pisa e Siena. Sposa la figlia Valentina con Luigi d’Orléans, che le porta in dote la città di Asti. Sotto il suo governo si inizia la costruzione di numerose chiese, tra cui il Duomo di Milano (1383) e la Certosa a Pavia (1396) a cui pone personalmente la prima pietra: autore della Certosa è Berardo da Venezia; Francesco Sforza farà erigere la chiesa da Giovanni Solari e suo figlio Guiniforte; la facciata, del 1481, e i due chiostri sono di Giovanni Antonio Amadeo; Cristoforo Solari ha fatto le tombe di Ludovico il Moro e di Beatrice d’Este. Con Gian Galeazzo la Signoria di Milano cessa di essere un Vicariato Imperiale e diviene uno Stato autonomo, un Ducato, la più potente Signoria d’Italia. Il bellissimo e aristocratico Duca conduce abilmente una politica di predominio e di supremazia su buona parte della Penisola: oltre a Milano, sono sue le città di Alessandria in Piemonte, di Bormio, Bellinzona, Como, Bergamo, Brescia, Pavia in Lombardia, di Verona, Padova, Vicenza e Belluno nelle Venezie, di Piacenza, Parma, Reggio e Bologna nelle Romagne; in Toscana cadono sotto il suo dominio Lucca, Pisa, Livorno, Siena, Perugia e Grosseto, e Firenze stessa sta per essere presa; egli vagheggia il titolo di Re, la Corona d’Italia, ma non come uno Stato in senso moderno bensì come un patrimonio privato, da amministrare come un bene di famiglia e a suo esclusivo beneficio. Purtroppo all’improvviso il superbo Duca perisce, di peste, a Melegnano. È il 1402.

Gian Galeazzo è stato un uomo difficile, cupo e sgradevole: per punire i suoi oppositori, se non c’erano prove, le inventava, e non disdegnava il ricorso alla tortura. La più «raffinata» era quella della Quaresima, detta così perché, nelle intenzioni dei carnefici, doveva durare quaranta giorni (ma era raro che la vittima sopravvivesse ai primi dieci): il condannato subiva successivamente la mutilazione di un arto, della lingua, del naso, degli orecchi. Il cancelliere Pasquino Capelli, accusato di tradimento, è stato avvolto nudo in una pelle di bue e poi murato vivo in una cella del castello di Pavia.

Nonostante bizzarrie, crudeltà e soprusi, è grazie a lui che Milano diventa una metropoli di rango e dimensioni europee, una delle città più popolose, intraprendenti ed animate di tutto il Continente: 250.000 abitanti, oltre 15.000 case, più di 200 chiese, 130 campanili, una quindicina di conventi e altrettanti ospedali (con una quarantina di medici e oltre 150 chirurghi). Più di 400 macellerie, più di 300 panetterie, centinaia di taverne, migliaia di botteghe di vari generi, lavoro e pane per tutti. Nella città affluiscono mercanti provenienti da ogni contrada d’Europa, uomini d’affari inglesi, francesi, tedeschi, veneziani, fiorentini; vi si possono acquistare le merci più disparate, dalle spezie ai broccati, dalle sete ai tappeti, agli animali esotici; la periferia è costellata di botteghe di fabbri, di fucine, di laboratori, d’armerie, da cui escono spade, lance, scudi, celate, elmi che vengono venduti ovunque. Feste, tornei, balli pubblici allietano la vita del popolo milanese.

Il figlio maggiore di Gian Galeazzo, Giovanni Maria, succede al padre ma, per la sua giovane età, sotto la tutela della madre Caterina, una donna ancora giovane e piacente ma assolutamente incapace di governare. I nemici dei Visconti approfittano della scarsa energia di Caterina, portando disordini e guerre nel Ducato; molte città si staccano da Milano. Nel 1404 o 1405 Giovanni Maria fa imprigionare la madre nel castello di Pavia (dove vi trova la morte, pare avvelenata) e assume il comando del Ducato. Nonostante sia un bell’uomo dai tratti armoniosi e delicati, si dimostra inetto, crudele, bizzarro: viene ucciso per una congiura mentre si avvia alla chiesa di San Gottardo per assistere alla Messa. È il 16 maggio 1412.

Gli succede il fratello Filippo Maria, secondogenito di Gian Galeazzo. Possiede un’intelligenza acuta come quella del padre, ma è di carattere ombroso, tetro, sospettoso. Ama leggere (Tito Livio, Petrarca e le canzoni di gesta), il gioco della palla e le passeggiate lungo il Ticino. Si fida unicamente dei paggi, che sceglie di persona e che impiega come segretari, come consiglieri e talvolta come ministri e ambasciatori. Vive col terrore d’essere avvelenato o assassinato nel sonno, fa assaggiare il cibo prima di ingerirlo e dorme circondato dalle guardie del corpo, con le candele accese; le sue notti sono costellate da incubi. Parla poco, senza mai guardare in faccia l’interlocutore: i suoi argomenti preferiti sono la guerra, i cani e i cavalli; quand’è di buon umore (caso raro) racconta barzellette scurrili, di cui poi si pente.

Quest’uomo singolare continua a combattere per ingrandire lo Stato: i cittadini, ormai indifferenti alla sorte della loro città, non amano più il servizio delle armi e i Signori debbono ricorrere a «capitani di ventura», ad abili condottieri che prestano la loro opera a pagamento. Il matrimonio con Beatrice di Tenda, vedova del condottiero Facino Cane, gli procura, oltre a ricchezze e domini, la migliore compagnia di ventura del tempo, con la quale può ricostruire lo Stato, sfaldatosi alla morte del padre (il Ducato non era altro che una costellazione di città tenute insieme da un vincolo che singolarmente le aveva collegate alla persona del Duca, e che alla morte di questi era stata spartita tra i figli legittimi e illegittimi); Filippo Maria deve le sue fortune in guerra a Francesco di Bussone, poi creato conte di Carmagnola, il più grande condottiero del Quattrocento e il suo maggior collaboratore. Nel corso di un decennio sottomette tutta la Lombardia, prende Genova, occupa il Canton Ticino cacciandone gli Svizzeri, poi prende ad avanzare in Romagna e Toscana. Quando però il carattere del Duca lo porta a diffidare del Carmagnola questi, offeso, passa al servizio di Venezia, nemica dei Visconti. Filippo Maria chiama allora al suo servizio Francesco Sforza, un altro famoso condottiero dell’epoca che sarà destinato a succedergli nel governo del Ducato. Per rendere più saldo il legame con lui, gli dà in sposa la sua unica figlia, Bianca Maria. Egli non può sapere che quella coppia porterà nuovo e grande splendore alla città di Milano.

(luglio 2014)

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