Alessandro Filipepi, in arte Sandro Botticelli
Un artista intellettuale, mistico e tormentato dallo stile elegante e raffinato, dimenticato dai suoi contemporanei e riscoperto nel tardo Ottocento

Oggi vi faccio scoprire un insolito Sandro Botticelli conservato nelle sale del Museo di Capodimonte a Napoli. Ogni tanto vi delizio parlandovi di uno dei numerosissimi capolavori conservati nella pinacoteca napoletana e oggi tocca ad uno dei maestri del Rinascimento Italiano. Come avrete intuito, non seguo nessun percorso cronologico né stilistico, ma seguo il mio piacere di descrivere un capolavoro unico, uno dei tanti gioielli conservati in questo museo, che evidenzio per stuzzicare la vostra curiosità poiché tale maestosa pinacoteca nonostante sia posizionata un po’ fuori dal classico circuito turistico merita di essere visitata.

Quindi faccio un lungo salto dal Medioevo, ben rappresentato da Simone Martino con il suo San Ludovico di Tolosa, all’elegante e raffinato Sandro Botticelli, uno dei massimi rappresentanti del Rinascimento quattrocentesco italiano.

Sicuramente per ammirare pienamente lo stile di Botticelli bisogna andare a Firenze o a Roma, ma vi assicuro che la sua opera qui custodita è veramente bellissima e spicca tra gli altri capolavori proprio per la peculiarità stilistica di Sandro.

Alessandro Filipepi detto Battiloro ovvero «battigello», da tutti conosciuto come Sandro Botticelli.

Sandro Botticelli, il cui vero nome è Alessandro Filipepi, nacque a Firenze nel 1445 e morì nella sua città natale nel 1510. Discepolo di Filippo Lippi, lavorò unicamente nella Firenze governata da Lorenzo il Magnifico.

Sandro Botticelli si caratterizzò subito sia per lo stile raffinato sia come artista intellettuale, mistico e tormentato che ha saputo perfettamente rappresentare sia il rinnovamento culturale promosso dai Medici che la loro fine e il cambio culturale impresso dal Savonarola.

Il giovane Sandro nacque in una numerosa famiglia di conciapelli e il suo temperamento vivace convinse il padre a fargli intraprendere la carriera artigiana così, grazie al fratello Antonio, fu introdotto alla complessa arte orafa. E forse è proprio dal lavoro svolto dal fratello Antonio come battiloro ovvero «battigello» che deriverebbe il soprannome di Sandro.

Sandro e Antonio lavoravano nella bottega orafa che, com’era consuetudine nel Rinascimento, era un luogo dove gli artisti s’incontravano, si confrontavano e dove, grazie proprio allo scambio d’idee, le nette distinzioni tra le varie arti si annullavano, così l’arte orafa, quella pittorica e quella scultorea si influenzavano reciprocamente. Le botteghe erano delle vere e proprie officine polivalenti e non deve sorprendere che molti artisti iniziassero il loro apprendistato partendo proprio dalle botteghe orafe dove imparavano l’attenzione e la cura al dettaglio oltre al disegno e alla padronanza dello spazio, poi passavano alla grande arte.

Botticelli, come ogni grande artista, mostrò subito la sua bravura così il padre lo mise a bottega come garzone del grande Filippo Lippi. Dal maestro apprese la padronanza prospettica e l’eleganza del dettaglio molto presenti sin dalle sue prime opere realizzate fino al 1470, cioè fino a quando Filippo Lippi fu chiamato a Spoleto e lasciò Firenze.

Dopo il 1470 Botticelli, come confermano le varie fonti storiche, avendo già una sua bottega iniziò ad eseguire, grazie alla sua bravura e alle varie amicizie, tra tutte spicca quella con i Vespucci, molti lavori per i potenti Medici. Proprio grazie al rapporto con i Medici, soprattutto con Lorenzo il Magnifico, conobbe la filosofia neoplatonica promossa dai filosofi Marsilio Ficino e di Pico della Mirandola. Tale filosofia presentava un forte accento estetizzante in cui ridefiniva il ruolo dell’arte che non doveva porsi come puro strumento del sapere ma come funzione dialettica in cui oltre a ciò che raffigurava si doveva porre la domanda su come raffigurarlo, in poche parole la perfezione artistica, il bello ideale usato per esprimere nobili e alti valori umani. Da queste conoscenze, Botticelli maturò un suo personalissimo stile che si presentò subito agli occhi dei contemporanei come unico: i suoi capolavori come la Venere e la Primavera sono sicuramente tra i migliori esempi da citare per l’arte laica, così come si trova una ricercata umanità anche nelle sue opere religiose che mostrano anche un altro lato del Botticelli quale fine e colto conoscitore della religione cristiana e della sua filosofia, basti citare Sant’Agostino nello studio la cui composizione risente della profonda conoscenza dell’epistola agostiniana in cui il Santo descriveva una particolare apparizione avvenuta durante i suoi studi, in poche parole vide un fascio di luce e sentì la voce di San Girolamo, in seguito capì che tale apparizione avvenne nel preciso momento in cui San Girolamo spirò.

La sua profonda fede e i profondi cambiamenti culturali che colpirono Firenze dopo la morte di Lorenzo il Magnifico (1492) e la cacciata di suo figlio Piero (1494) fecero crollare tutte le certezze del sensibile e colto Botticelli perché con la fine dei Medici crollò quel mondo che lo aveva accolto e onorato come suo maestro, mentre la violenta predicazione del Savonarola (1498) aprì in lui una profonda crisi spirituale accentuata anche dalla convivenza con il fratello Simone, fervido seguace del frate domenicano. Le violente prediche del Savonarola soprattutto sulla vanità e corruzione umana dovettero insinuare il dubbio in Botticelli sulla sua attività passata, sulla sua passione e lo studio sul mondo e i miti classici; nelle sue ultime opere troviamo proprio una forte attenzione alla funzione moralizzante dell’arte sia quando raffigurava temi sacri che in quelli profani.

Il Botticelli, nella cerchia medicea, era considerato un mistico del bello ideale, un puro esteta la cui abilità stava nel saper evidenziare nella sua arte sia problemi religiosi sia morali, egli utilizzò il bello ideale come strumento etico e conoscitivo così com’era promosso nella cerchia culturale neoplatonica, a cui il Botticelli era, più d’ogni altro, profondamente legato e degno rappresentante. Proprio tale forte legame, una volta terminata la gloriosa parentesi medicea, decretò subito il suo oblio, infatti, Botticelli fu subito «dimenticato» dai contemporanei perché, sull’ultimo scorcio del Quattrocento, a Firenze si diffuse la «maniera nuova» di dipingere rappresentata dalle opere di Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Il suo stile colto e raffinato non piaceva più così come gli ideali che raffigurava e quando morì nel 1510 la sua arte era ormai sorpassata, ma si prenderà una bella rivincita nel tardo Ottocento grazie alla sua riscoperta da parte dei rappresentati del decadentismo inglese, poi con i preraffaelliti e con l’Art Nouveau che gli tributavano quel successo che gli era stato negato.

E ora vengo all’opera conservata a Capodimonte.

La Madonna con il Bambino e due Angeli rientra nella fase giovanile dell’artista, nella fase cosi detta delle «Madonne» e risente molto dell’apprendistato svolto nella bottega di Filippo Lippi; durante la sua formazione il giovane artista doveva apprendere i trucchi per ottenere i migliori colori e realizzare tecnicamente un’opera quanto più simile a quella del maestro, il risultato è che molti storici dell’arte hanno avuto difficoltà ad individuare le opere realizzate dal maestro Filippo Lippi da quelle realizzate dall’allievo Botticelli, molti ipotizzavano che il maestro le iniziasse e il suo allievo le ultimasse.

Accanto all’apprendistato dal Lippi, Botticelli affiancò un altro apprendistato nella bottega di un altro grande maestro, il Verrocchio, e le influenze stilistiche dei suoi due grandi maestri sono evidenti nelle sue opere giovanili in cui ritraeva soprattutto la Madonna con il Bambino.

Tali influenze sono evidenti soprattutto nella Madonna napoletana, in cui lo stile di Filippo Lippi si vede nel volto dei bambini mentre il volto della Madonna, più scultoreo, risente dell’influenza stilistica del Verrocchio, ma adatta entrambe le influenze al proprio di stile più dolce e con colori più sfumati che saranno ripresi e perfezionati nelle sue opere più mature. Sempre da Filippo Lippi ha appreso la composizione e la collocazione delle figure in ambiente chiuso, «hortus conclusus», in cui evidenzia l’idea cristiana promossa dai Padri della Chiesa del giardino come luogo sacro, in ricordo del perduto Eden creato da Dio, in cui si trova il tramite a cui l’uomo si rivolge, la Madonna, gli angeli suoi intermediari e il Bambino Gesù, simboli di quel Paradiso cristiano a cui si accederà alla fine dei tempi.

Articolo in media partnership con polveredilapislazzuli.blogspot.it
(marzo 2017)

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