La ghiacciaia di Seward
Nel 1867, gli Stati Uniti acquistarono l’Alaska dalla Russia. Per molti Americani, si trattava di una spesa inutile. Il Segretario di Stato Americano, invece, era convinto che si sarebbe rivelato un ottimo affare

A volte, ciò che sembra una follia si rivela un colossale colpo di fortuna, cosicché una mossa azzardata porta vantaggi insperati e addirittura non previsti. La storia che racconteremo nelle prossime pagine ne è un chiaro esempio.

Siamo nel 1867 e la Russia Zarista si trova in difficoltà finanziarie e diplomatiche, non solo a causa degli enormi debiti derivanti dalla sconfitta nella guerra di Crimea (1854-1855), ma anche degli ostacoli incontrati dai Ministri dello Zar Alessandro II nell’amministrare gli sconfinati territori dell’Impero.

L’Alaska, possedimento russo fin da quando l’esploratore Vitus Bering l’aveva rivendicata nel 1741, era una delle regioni più ingombranti: una terra gelida e inospitale, di montagne coperte da ghiacciai scintillanti come diamanti e prati d’erba rasa, d’un verde-giallino opaco, che assumeva tonalità bluastre in lontananza – magnifica da vedere, ma con poche possibilità di sfruttamento. Benché se ne fossero ricavate pelli di lontra marina e di foca in grande quantità, la società russo-americana che gestiva il territorio aveva sempre dovuto ricorrere ai sussidi statali per operare; d’altra parte, il clima rigido e la limitata potenzialità agricola non avevano mai fatto dell’Alaska un territorio adatto per la colonizzazione. Separate dal continente asiatico dal Mare di Bering, le coste dell’Alaska disponevano solo di alcune basi per il commercio delle pelli e di poche centinaia di cacciatori, funzionari e soldati russi ai quali era demandato l’incarico di rappresentare l’autorità dello Zar sul territorio. Una stampa d’epoca ci mostra l’aspetto di Novoarkhangelsk (l’odierna Sitka), capitale dell’Alaska russa, nel 1830: un agglomerato di poche case di legno, sui declivi di una collina rocciosa sopra la quale sorge una casa poco più grande, il forte del governatore, circondato da palizzate contro gli attacchi degli Indiani; la bandiera sventola alle raffiche d’un vento iroso, ma gli abeti sui lontani fiordi appaiono immobili; in primo piano, accanto a una serie di travi di legno lambite dalle onde spumose del mare, un ragazzino trascina verso una donna dall’espressione spenta, imbacuccata in una spessa pelliccia, alcuni pesci che sono l’evidente frutto di una pesca fortunata, mentre un cane magrolino lo guarda cauto sollevando una zampa – tutto dà l’idea di un mondo solitario e silenzioso, gelido e monotono, congelato in un attimo destinato a perpetuarsi all’infinito, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno, senza poter mutare, sempre uguale e se stesso. Nel caso fosse venuto in mente agli Inglesi o agli Americani di guardare con interesse a quelle terre, difficilmente lo Zar avrebbe potuto organizzare una difesa tempestiva. Le voci che vi fossero giacimenti auriferi e di altri minerali rendeva la situazione ancora più spinosa per i possessori: Alessandro II era sicuro che una volta che gli Americani avessero subodorato che cosa si nascondeva sotto la superficie di quel territorio desolato, ci sarebbe stata una corsa precipitosa, come si era verificato in California nel 1849. Meglio allora svendere subito il territorio per una modesta somma, piuttosto che farselo scivolare fra le dita per niente nel giro di qualche anno.

All’inizio di marzo, lo Zar incaricò il suo ambasciatore, il barone Eduard de Stoeckel, di offrire il territorio al Segretario di Stato Americano William H. Seward per 5 milioni di dollari. Ebbero subito inizio a Washington cordiali trattative.

Fu subito evidente che Seward non solo era interessato all’acquisto, ma non vedeva l’ora di concluderlo. Convinto espansionista e fervido sostenitore del «chiaro destino» degli Stati Uniti di dominare tutto il continente Nord-Americano, Seward era sicuro che l’Alaska, per tutto ciò che nascondeva, avrebbe finito per acquisire un grande valore per il suo Paese, anche se ci sarebbe voluta una generazione prima che gli Americani se ne rendessero conto. Doveva assolutamente ottenere l’appoggio del Congresso prima che gli avversari del Presidente Andrew Johnson avessero il tempo di organizzare una controffensiva al suo piano.

Stoeckel, notata l’impazienza di Seward, decise di agire con apparente disinteresse: contava sul fatto che quanto più fosse cresciuta l’attesa del suo interlocutore, tanto più si sarebbe potuto aumentare il prezzo. Lo stratagemma funzionò: nel corso delle due settimane successive, Seward alzò ripetutamente l’offerta. Finché, la sera del 29 marzo, il Russo strappò una promessa di 7,2 milioni di dollari, dopo di che i due si strinsero la mano. Seward insistette per stilare il contratto la notte stessa. Tirati giù dal letto i loro collaboratori e convocatili al Dipartimento di Stato, Soeckel e Seward apposero le loro firme sulle 27 pagine del contratto di vendita, finendo verso le 4 del mattino. Una fotografia li mostra in una stanza arredata in modo elegante ma sobrio, l’Americano – un uomo dai capelli chiari e dal volto giovanile, accuratamente sbarbato – seduto su una poltrona, con una grande mappa sulle ginocchia e una mano che regge già la penna per la storica firma, mentre il Russo – un uomo con folti baffi neri, un inizio di calvizie e le palpebre abbassate in un’espressione di tranquilla soddisfazione – è in piedi, con una mano che sfiora indolente il mappamondo, quasi a testimoniarne la proprietà, non del mappamondo in sé, ma delle acque e terre che mostra.

trattative per la vendita dell'Alaska

Seward e de Stoeckel durante le trattative per la vendita dell'Alaska

Stoeckel era esultante per il risultato ottenuto, e si aspettava non solo l’elogio del suo Governo, ma anche una sostanziosa ricompensa per il servizio reso. Seward, invece, doveva ancora ottenere l’approvazione del Senato e persuadere la Camera dei Rappresentanti ad approvare un disegno di legge per uno stanziamento così rilevante. Il Senato si dimostrò favorevole, ma i membri della Camera s’infuriarono per non essere stati consultati prima. Non mancarono apprezzamenti ironici alla «ghiacciaia di Seward» e al «giardino dell’orso polare di Johnson», nonché accuse al Segretario di Stato di aver ordito nottetempo oscure macchinazioni.

Seward, dal canto suo, aveva bisogno di maggiori informazioni sul reale valore dell’Alaska per poter sostenere con efficacia la propria causa. Non appena firmato il contratto preliminare, perciò, organizzò una spedizione sotto il patrocinio della Smithsonian Institution affinché eseguisse un rapido sopralluogo della costa. Il 21 luglio 1867, il geologo George Davidson e un piccolo gruppo di scienziati partirono da San Francisco via mare alla volta dell’Alaska per raccogliere dati su correnti oceaniche, clima, caratteristiche fisiche, insenature, potenziale economico, flora, fauna, insediamenti umani e qualsiasi altro elemento d’interesse. Nel poco tempo a disposizione, Davidson e la sua equipe fecero del loro meglio e alla fine dell’anno tornarono a San Francisco con il loro rapporto. Ma mentre i sostenitori della transazione trovarono nel resoconto della missione numerosi elementi a favore della loro tesi, questo era probabilmente troppo vago e incompleto per far cambiare parere ai molti oppositori dell’acquisto.

Stoeckel controllava con attenzione, intanto, gli sviluppi della situazione e quando gli fu chiaro che l’affare poteva sfumare avvicinò Robert J. Walker, ex Ministro del Tesoro, proponendogli di lavorare per la Russia mettendo a frutto le sue relazioni.

Walker non solo era un convinto espansionista come Seward, ma aveva anche amici potenti a Washington e facile accesso all’influente quotidiano «Daily Morning Chronicle». Inoltre, essendo incappato in dissesti finanziari, aveva urgente bisogno di denaro: ciò spiega l’ardore con cui si accinse a usare la sua penna assai persuasiva, scrivendo quasi ogni giorno articoli in cui l’Alaska veniva descritta come posizione ideale per il dominio sul Pacifico – il clima era definito «incantevole» e il suolo abbondava di tali ricchezze che l’oro «si sarebbe potuto raccogliere a piene mani». E se indubbiamente il primo richiamo riguardava il commercio, gli Statunitensi avrebbero in seguito avuto l’onore di portare il Cristianesimo in quelle zone remote.

Uriah Painter, noto giornalista, aveva invece messo il suo talento a disposizione della fazione contraria e cominciò a pubblicare dure critiche dell’iniziativa di Seward. Ma le argomentazioni di Walker si dimostrarono più persuasive e, alla fine, il 18 luglio 1868 il decreto legge passò con 113 voti a favore, 43 contrari e 44 astensioni.

Painter, tuttavia, non aveva intenzione di darla vinta a Walker e, quando il 1° agosto il Tesoro consegnò a Stoeckel la somma pattuita di 7,2 milioni di dollari, volle controllare per vedere chi, fra i giocatori di questa partita all’interno e all’esterno del Congresso, si sarebbe arricchito improvvisamente. Non dovette attendere a lungo: pochi giorni dopo, apprese da un giornale di New York che Walker, mentre si trovava in visita nelle zone settentrionali, aveva avuto uno spiacevole incontro con un borsaiolo, che lo aveva taglieggiato di 16.000 dollari in certificati aurei del Tesoro; la polizia aveva acciuffato il malvivente e recuperato i quattrini ma, cosa strana, Walker aveva deciso di non procedere per vie legali. Per Painter ciò stava a dimostrare che Walker aveva qualcosa da nascondere e che il denaro era di dubbia provenienza, per cui lo accusò pubblicamente di essere stato al servizio del Governo Russo. Parecchi giornali repubblicani fecero propria l’accusa e questo spinse il Congresso a istituire una commissione d’inchiesta per scoprire se ci fosse stata corruzione. Non si poté dimostrare nulla: non risultò che si fosse speso denaro per comperare voti del Congresso, ma solo per «istruire» il pubblico e i membri del Congresso, manovra appena al limite dell’illegalità.

Nel frattempo, l’Alaska di fatto era già diventata territorio americano. Tanto ansiosi erano i Russi di andarsene e gli Statunitensi, sotto la guida del Presidente Johnson, di prenderne possesso, che già nel settembre del 1867 il Generale Lovell H. Rousseau era salpato per Novoarkhangelsk, allora capitale russa dell’Alaska, per il passaggio ufficiale dei poteri. Il 18 ottobre presiedeva la cerimonia del cambio della bandiera che sventolava sulla città (che ora si chiama Sitka).

Piccoli contingenti di soldati americani furono dislocati a Sitka e in qualche altro porto, tanto per affermare la presenza statunitense; parecchi di questi furono però rimpatriati durante il decennio successivo, quando i combattimenti fra truppe federali e Indiani divennero un problema costante.

A poco a poco, numerosi cercatori d’oro cominciarono a incamminarsi verso l’Alaska in base alla ragionevole considerazione che le catene montuose che avevano fornito oro al Sud potessero essere ugualmente generose al Nord. Nel decennio successivo al 1870 un manipolo di veterani setacciò il corso inferiore del fiume Yukon, ma con modesti risultati. Poi, nell’agosto del 1896, cercando lungo un affluente del Klondike, un’ottantina di chilometri a Est del confine dell’Alaska col territorio canadese dello Yukon, un anziano pioniere trovò «spessi strati di oro grezzo inframmezzati da strati di roccia, come un sandwich al formaggio» (il paragone può far sorridere, ma rende bene l’idea). Nel giro di poche settimane, la popolazione della vicina Dawson passò da 500 a 5.000 anime. Nell’estate successiva, quando parecchi dei primi cercatori tornarono a San Francisco con tre milioni di dollari in pepite d’oro, circa 100.000 barbuti cercatori improvvisati s’imbarcarono per l’Alaska coi loro setacci. Un vivace affresco di quest’epopea lo si può trovare nel romanzo I minatori dell’Alaska di Emilio Salgari, la storia di alcuni emigranti che cercavano di arrivare in quella sorta di «Eldorado» attraversando praterie, montagne incrostate di neve, lottando contro orsi, branchi di lupi idrofobi, tribù di bellicosissimi Indiani e, non certo più amichevoli, altri cercatori, poco felici di dividere il loro «territorio di caccia» coi nuovi venuti.

Il sogno del Klondike svanì in fretta quando gli ultimi arrivati trovarono i campi migliori già occupati, ma intanto giunsero eccitanti notizie da un’altra parte: buoni ritrovamenti erano stati fatti tra le sabbie nere della penisola di Seward, a Capo Nome. Furono utilizzati tutti i mezzi di trasporto disponibili: con barche, slitte trainate da cani e persino biciclette, i delusi di Dawson si spostarono di oltre 1.200 chilometri verso Ovest. Ma anche Nome si esaurì presto: in due anni le sue spiagge furono spogliate di pepite per due milioni di dollari; poi, più nulla. L’oro dell’Alaska si era risolto in un fuoco di paglia, anche se la «febbre dell’oro» era servita almeno a portare gli abitanti in quell’immensa terra.

Nel 1912 la preoccupazione per la mancanza di leggi e di ordine in quel territorio negletto indusse il Congresso a prendere alcune misure organizzative, insediando in Alaska un Governatore, promulgando un corpo di leggi speciali e stanziando una piccola somma per l’istruzione degli indigeni. L’effettivo valore del territorio, tuttavia, era ancora dubbio e fu soltanto durante la Seconda Guerra Mondiale che considerazioni di ordine strategico e militare cominciarono a porre nella giusta luce la «follia» di Seward. Oggi, l’Alaska dona agli Americani il suo oro, non brillante ma sotto forma di un liquido nero e viscoso: il petrolio è portato dalla Baia di Prudhoe sulla costa artica fino al porto di Valdez, sul Prince William Sound, tramite un oleodotto che si snoda attraverso il territorio dello Stato e la cui costruzione è costata, nel complesso, 11,3 miliardi di dollari. L’immenso territorio, grande cinque volte l’Italia e costato pochi centesimi di dollaro l’etto, si è infine rivelato quell’affare che Seward aveva sempre sostenuto essere, anche quando molti gli erano contro.

(gennaio 2019)

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