Stragi partigiane
Le reali motivazioni della violenta «epurazione» avvenuta in Italia durante e dopo il Secondo Conflitto Mondiale

Il fenomeno della Resistenza Italiana contribuì a creare nel nostro Paese uno stato fondato su principi democratici e liberali, ma negli ultimi anni enorme risalto hanno avuto gli aspetti meno edificanti del movimento riguardanti, sopratutto, le epurazioni violente che si verificarono nell’immediato dopoguerra. Nel corso degli anni questi episodi hanno dato luogo a due posizioni estreme e contrapposte: da una parte c’è chi ha utilizzato questi omicidi per presentare l’intero fenomeno della Resistenza come qualcosa di criminale, in quanto composta esclusivamente da un partito comunista intenzionato a fare fuori il maggior numero di oppositori politici per instaurare la «dittatura del proletariato»; mentre dall’altra c’è chi ha invece giustificato queste uccisioni mostrandole come una legittima giustizia contro criminali fascisti.

Il primo punto ignora che questi omicidi furono, in realtà, in larga parte dovuti alla reazione contro le atrocità compiute dagli uomini di Mussolini oltre al fatto che i comunisti, pur essendo il gruppo più numeroso, non avevano il monopolio della Resistenza. Il secondo punto, invece, dimentica che in questa «epurazione» morirono anche persone che con il fascismo non avevano niente a che fare e che, anzi, in alcuni casi avevano persino avversato o combattuto il regime di Mussolini.

Le motivazioni che stanno dietro alle violenze accadute nell’immediato dopoguerra sono infatti diverse: in primo luogo, vi era l’intenzione di fare giustizia contro i soprusi effettuati dai fascisti; in secondo, vi era l’idea da parte di alcuni partigiani comunisti di condurre una lotta di classe contro «padroni e sfruttatori»; ed infine, vi è anche l’inserimento di criminali comuni che approfittarono del clima di confusione per effettuare rapine o regolare i propri conti personali[1].

Non si può comprendere il clima da «resa dei conti» scatenatasi dopo il crollo del fascismo senza fare cenno alle atrocità compiute da quest’ultimo. Durante il «ventennio» il regime non aveva mancato di colpire i propri avversari politici, ma la repressione di quegli anni ebbe un carattere molto più limitato paragonato ad altre dittature come la Germania nazista e ciò è dovuto al fatto che non riuscì mai a diventare «totalitario» in quanto dovette fare i conti con altre forze quali la Monarchia, la Chiesa e le forze armate: dal 1926 al 1943 il Tribunale speciale per la difesa dello stato commutò la pena di morte per 42 casi, e si calcola che furono circa 15.000 gli oppositori che furono inviati al confino. Durante la Repubblica di Salò, tuttavia, l’ala radicale prese il sopravvento e il regime, pur di impedire la propria caduta, non esitò ad impiegare qualsiasi mezzo per restare in vita e i crimini che compì assunsero una dimensione spaventosa poiché la repressione non colpì solo i vecchi e i nuovi avversari politici, ma anche la massa della popolazione che cercava di sfuggire al lavoro coatto, alla chiamata alle armi e alle deportazioni[2].

L’episodio più famoso di «resa dei conti» riguarda indubbiamente l’uccisione di Benito Mussolini: arrestato mentre tentava di fuggire, il Duce verrà in seguito fucilato insieme alla sua amante Claretta Petacci. I corpi dei due verranno successivamente esposti, insieme a quelli di altri gerarchi, a Piazzale Loreto poiché nello stesso luogo furono esposti nell’agosto 1944 i corpi di 15 partigiani fucilati dai fascisti su ordine tedesco[3].

Le disposizioni emanate dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia e dai comitati di liberazione stabilivano di passare per le armi i militi fascisti che non volevano smettere di combattere; mentre gli ufficiali militari e i funzionari della Repubblica Sociale Italiana che si erano arresi ai partigiani dovevano essere internati come prigionieri di guerra e, per i sospettati di crimini, si sarebbe dovuto accertare le responsabilità (i militari di leva erano invece internati nel solo caso ci fossero dei sospetti sul loro conto). Non furono, tuttavia, pochi i casi in cui i resistenti decisero di regolare personalmente i conti con le persone compromesse in passato con il regime fascista.

È difficile calcolare il numero delle persone che persero la vita in questa cruenta «epurazione» e la stima dei calcoli, come è stato notato dagli storici, varia a seconda degli autori, essendo le cifre spesso state gonfiate o ridotte in base agli scopi politici: dall’estremo di 300.000 vittime denunciate dai fascisti, fa da contraltare la dichiarazione fatta da Mario Scelba alla Camera nel 1952, in cui sosteneva che le persone che perdettero la vita dopo il 25 aprile furono 1.732. In un colloquio con l’ambasciatore dell’Unione Sovietica, Mikhail Kostylev, Togliatti aveva sostenuto che i fascisti uccisi durante l’epurazione furono 50.000, ma non è escluso che il politico italiano abbia potuto esagerare la cifra per tentare di impressionare Stalin. Grazie all’affievolirsi del dibattito politico, si è riusciti ad arrivare ad una stima più conforme alla verità, e gli studi effettuati dall’Istituto milanese per la storia della Repubblica Sociale Italiana hanno raccolto i nominativi di 19.801 persone uccise[4].

Le violenze partigiane, come è stato ricordato poco sopra, non colpirono solamente chi si era compromesso col fascismo, ma in alcuni casi toccarono anche antifascisti e altri partigiani. Episodio poco ricordato dalla storiografia con l’eccezione del massacro di Porzus[5]. Alcuni gruppi comunisti concepivano infatti la lotta armata come un mezzo per cercare di eliminare gli eventuali oppositori di una prossima rivoluzione. Non sarebbe corretto, tuttavia, presentare queste uccisioni come una strategia ordinata dal Partito Comunista Italiano: sebbene sia lecito dubitare della democraticità dei principali dirigenti del Partito Comunista Italiano, strettamente legati all’Unione Sovietica, il Partito Comunista Italiano aveva (almeno per il momento) scartato l’ipotesi «rivoluzionaria» per seguire la via «legalitaria»; e lo stesso Togliatti interverrà per fermare gli episodi di partigianeria violenta cosciente che potevano essere controproducenti (si veda, ad esempio, il suo discorso Ceti medi ed Emilia rossa)[6]. Nondimeno, sarebbe tuttavia ugualmente errato presentare questi episodi come semplice azione di gruppi di sbandati dato che questi poterono contare in alcuni casi sull’omertà o la copertura di figure interne agli apparati provinciali comunisti[7]. Gli autori di questi omicidi vennero inoltre sovente protetti dal Partito, che arrivò anche ad aiutarli a fuggire nei Paesi dell’Est Europa[8].

Una categoria dell’epurazione che ha suscitato particolare interesse è stata quella dei sacerdoti. Si calcola infatti che decine di preti furono uccisi durante o dopo il conflitto da partigiani o presunti tali. Le motivazioni che stanno dietro a queste uccisioni sono varie: vi è chi finì assassinato per la sua collaborazione col fascismo (o solo perché sospettato di essere un collaborazionista), chi per rapina o per essersi opposto agli abusi della guerra partigiana. Non mancò inoltre, in taluni omicidi, l’odio anticlericale: Don Luigi Bordet, parroco di Hône, paese della Valle d’Aosta, venne ucciso il 5 marzo 1946 dopo che in una predica ebbe a dichiarare che non si poteva essere cattolici e comunisti[9], Don Giuseppe Lenzini fu anch’esso ucciso, il 21 luglio 1945, per le sue prediche (sembra accertato che i suoi assassini lo percossero per costringerlo a farlo bestemmiare); mentre il seminarista Rolando Rivi venne assassinato il 13 aprile 1945 per via, come dichiarato dal pubblico ministero nel processo contro i responsabili dell’omicidio, della sua «manifesta intenzione di darsi al sacerdozio».[10]

La narrazione di questi fatti ha talvolta causato accese polemiche, in quanto sovente è piovuta l’accusa o il timore di voler demonizzare il movimento resistenziale. In realtà, se è importante e doveroso ricordare lo sforzo dei tanti partigiani che combatterono durante la Seconda Guerra Mondiale per ottenere la libertà e la democrazia, è anche importante ricordare una verità semplice che questi episodi hanno messo in risalto: un democratico deve per forza essere un antifascista, ma un antifascista (come illustrano bene anche i casi di Stalin o del Maresciallo Tito) non è necessariamente un democratico.


Note

1 Confronta Gianni Oliva, La resa dei conti, Milano 1999, pagina 132.

2 Confronta Hans Woller, I conti col fascismo, Bologna 1997, pagine 9-11.

3 Paradossalmente, Mussolini aveva deplorato con i Tedeschi lo scempio dei corpi dei partigiani, forse perché cosciente che questo avrebbe esacerbato ulteriormente gli animi della popolazione («il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro» disse ad un suo collaboratore). D’altro canto, anche il successivo scempio dei corpi del dittatore e degli altri gerarchi fu criticato da importanti esponenti della Resistenza: Ferruccio Parri, Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, definì l’episodio «macelleria messicana».

4 Confronta Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Torino 2003, pagine 370-371.

5 Nel febbraio del 1945 la Brigata Gappista «13 martiri di Feleto» comandata da Mario Toffanin, detto «Giacca», uccise 17 partigiani della Brigata Osoppo. La causa dell’eccidio va ricercata nella volontà degli osoppiani di opporsi alle mire espansionistiche jugoslave. Questo episodio, tuttavia, presenta una differenza sostanziale rispetto alle violenze partigiane commesse nell’Italia Centro-Settentrionale, poiché in questo caso ebbe una parte rilevante la vicinanza del regime comunista del Maresciallo Tito. Un aspetto triste di questo episodio sono i tentativi, da parte di certa storiografia, nel cercare di gettare fango sulla Brigata Osoppo asserendo di una presunta alleanza dei partigiani bianchi con i fascisti in funzione antislava o arrivando persino ad affermare che questi avessero in precedenza ucciso dei partigiani garibaldini. Per una confutazione delle principali calunnie si veda Elena Aga Rossi, «Porzus» nella storiografia. La Osoppo e il mancato «rovesciamento di fronte», in «Critica Sociale», 3-4, 2012, pagine 24-25.

6 La posizione del «Migliore» sugli episodi di giustizia sommaria non fu sempre coerente: se negli incontri del Partito e pubblicamente condannò l’illegalismo, come nel suo discorso inaugurale come Ministro di Grazia e Giustizia del 28 giugno 1945 dove esprimeva l’esigenza che si cessassero «tutte le forme illegali di rappresaglia contro coloro che tradirono la patria», nei suoi colloqui con i Sovietici Togliatti riferiva spesso delle uccisioni dei fascisti con altri termini. Il 31 maggio 1945, ad esempio, riferiva che «le autorità angloamericane hanno lasciato liberi i fascisti arrestati, ma il popolo immediatamente li ricatturava e i poteri partigiani subito li eliminavano». Confronta Elena Aga Rossi-Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il Partito Comunista Italiano e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Bologna 2007, pagine 99-100.

7 Si veda l’intervista di Bruno Gravagnuolo allo storico Massimo Storchi, Storchi: «1945, il vero sangue fu quello dei vincitori», «L’Unità», 29 settembre 2008.

8 Confronta Elena Aga Rossi-Victor Zalavsky, Delitti partigiani: una discussione aperta, «La Repubblica», 18 febbraio 2004.

9 È bene ricordare che lo stesso sacerdote ebbe screzi anche con il regime mussoliniano: fin dal ’34 ebbe a protestare per il divieto fascista di parlare francese e, durante la guerra, finì anche arrestato dai nazifascisti per essersi opposto ai loro metodi di occupazione.

10 Per le storie di questi e di altri sacerdoti uccisi dai resistenti consultare il volume di Roberto Beretta, Storie dei preti uccisi dai partigiani, Casale Monferrato 2005.

(gennaio 2017)

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