Criminali nazisti in fuga. Tra leggende e riscontri storici
Insospettabili verità: chi aiutò i criminali di guerra nazisti a sfuggire alla morte, e perché lo fece?

Il 1945 segnò il crollo del III Reich. Dall’Est, l’esercito russo, dopo aver distrutto e superato le resistenze tedesche, puntò su Berlino (16 aprile)[1] che conquistò (2 maggio) e saccheggiò (i soldati USA arrivarono poche settimane dopo). In tale periodo, accanto alle vicende militari, si verificò un altissimo numero di violenze di ogni genere che colpì la popolazione civile presente nei territori già controllati dall’esercito hitleriano e dai suoi alleati. Sugli eccidi commessi si stese un velo di silenzio. Tacquero i vinti per non rendere noti gli stupri subiti e le tragedie che colpirono migliaia di persone. Tacquero i vincitori che divulgarono solo un costante messaggio di liberazione, di grande guerra patriottica, e che utilizzarono la cortina di ferro per non far trapelare cronache in più casi disumane. A questo punto, i drammi si estesero. I Francesi eliminarono quanti furono ritenuti collaborazionisti con processi sommari (un comportamento che fu duramente condannato dallo stesso Generale De Gaulle).[2]

Medesimo metodo fu usato nella Jugoslavia di Tito. Sulle violenze alle popolazioni non furono estranei neanche i soldati USA.

Gli orrori post-bellici proseguirono con massacri, eliminazione di avversari, maltrattamenti dei prigionieri militari contrari alla convenzione di Ginevra, omicidi commessi anche in Italia.


L’emergere di due situazioni

È utile accennare a queste coordinate storiche perché aiuta a meglio comprendere due situazioni che si verificarono in una fase precedente la cessazione dei combattimenti, e in tempi successivi:

1) il riversarsi di almeno dodici milioni di profughi in territori ritenuti meno a rischio;

2) la fuga dei criminali nazisti e dei loro alleati, attraverso molteplici iniziative, utilizzando il supporto di ex-camerati e comunque di soggetti anti-comunisti, sensibili alla «grande Germania».


1) I milioni di profughi

Già prima della fine del conflitto mondiale, e subito dopo, l’Europa fu segnata da un movimento di milioni di profughi che cercarono in ogni modo di fuggire da territori che erano stati luoghi di bombardamenti (per esempio Dresda), di battaglie sanguinose, di rastrellamenti, di eccidi di massa, di rappresaglie su vasta scala, di nuove occupazioni militari[3], di internamenti. Diversi testi storici, per più motivi, hanno evitato di riferire sulla condizione dei profughi. Piuttosto, si è preferito focalizzare l’attenzione dei lettori sulle strategie belliche (Rommel, Montgomery, Patton, Žukov, Konev ed altri), sulle battaglie finali (specie Kursk, Oder-Neisse, Berlino), sui contatti ufficiosi tra «nemici» per arrivare a una cessazione dei combattimenti («Operazione Sunrise»), sugli atti di resa incondizionata (Reims, Berlino), e – in ultimo – sul nuovo disegno geo-politico (che incluse una «guerra fredda» tra Est ed Ovest, e l’esistenza di una «cortina di ferro»).

Tutto ciò conserva un’oggettiva rilevanza. Necessita, però, di un completamento utilizzando una serie impressionante di dati che riguardano il movimento dei profughi. Milioni di persone dovettero, infatti, abbandonare in condizioni tragiche le zone ove risiedevano. Si trattava di una folla eterogenea di individui che proveniva:

– dagli ex territori della Germania trasferiti alla Polonia ed all’URSS dopo la guerra (tra questi il Brandeburgo Orientale, la Prussia Orientale, la Pomerania e la Slesia);

– dalla Cecoslovacchia, ricostituita nei confini della Cecoslovacchia pre-bellica, che comprendeva le zone occupate dalla Wehrmacht dopo l’Accordo di Monaco (1938);

– dalle aree polacche annesse o occupate dalla Germania nazista durante la guerra;

– dall’Ungheria, dalla Romania, dalla Jugoslavia Settentrionale (in prevalenza dalla regione della Vojvodina);

– dai Paesi Bassi, dalla Francia.[4]


Alcune caratteristiche

In questo movimento migratorio non mancarono i militari[5], ma fu pure presente un altissimo numero di civili[6]. Si trattava di neonati, bambini, adolescenti, vedove, anziani, malati, disabili, sofferenti a livello mentale, donne che avevano subito violenze. Erano profughi rimasti senza casa, apolidi in più casi, privi di reti di assistenza. Chiedevano aiuto (cibo, acqua, qualche indumento), la possibilità di dormire in qualche luogo riparato (in genere per terra), di poter usufruire di servizi igienici, di farmaci. Si rivolgevano a curie vescovili, parrocchie, conventi, istituti religiosi, associazioni cattoliche. Ciò avveniva perché in Germania una parte del mondo evangelico-protestante aveva sostenuto il regime hitleriano. Quindi i profughi badavano a non farsi passare per evangelici[7], né per sostenitori del regime, e nemmeno per atei (per non essere associati ai Sovietici). A questo punto non restava loro che chiedere l’appoggio della Chiesa, che era gratuito e che superava concezioni nazionalistiche. Tale flusso migratorio tentò in più modi di spingersi verso territori considerati meno a rischio. Considerando la difficoltà di raggiungere la Spagna o i Paesi Baltici, si preferì puntare verso l’Italia. In questo Paese, specie da Genova e da Napoli, partivano navi che raggiungevano i Paesi d’oltreoceano.


2) La fuga dei criminali

Al contrario di quanto scritto da alcuni autori, non è stato dimostrato l’esistere di un’unica rete di protezione per i criminali che tentarono di raggiungere i territori dell’America Latina o altri luoghi (posti nel Regno Unito, in Canada, in Siria, Egitto…). Tali individui erano in possesso di valuta estera, di oggetti preziosi. Si muovevano con relativa facilità. Potevano contare su conoscenze ed alleanze sorte già prima della guerra, e negli anni del conflitto («Asse Roma-Berlino-Tokyo»). Conoscevano in più casi il territorio italiano, con i suoi rifugi (alberghi, pensioni, case private, masi), i Tedeschi o gli Austriaci residenti, gli informatori, i collaborazionisti e le reti spionistiche. Non avevano necessità di appoggiarsi ad alcuna parrocchia o istituto religioso. Ognuno di loro poté appoggiarsi (grazie a disponibilità economiche) anche a gente senza scrupoli (specie per l’attraversamento dei confini, per il superamento di posti di blocco, per alloggi provvisori). Tali soggetti si mossero con documenti falsi, soli o con la propria famiglia (comunque in piccoli gruppi), indossando abiti diversi, mischiandosi tra i profughi in attesa di imbarco verso Paesi esteri. Si presentavano come persone in fuga dalle persecuzioni comuniste.


Alcuni dati spuri

Fu un romanziere, Frederick Forsyth, a inventare nel 1972 un acronimo: «Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen» (ODESSA, «Organizzazione degli ex-membri delle SS»). Il disegno «storico» presentato da questo autore fu semplice, di immediata comprensione: la fuga dei criminali nazisti si concretizzò grazie a un’unica regia occulta. Tale «stanza dei bottoni» fu in grado – secondo Forsyth – di controllare molteplici centri che operavano nell’ombra. Il libro di questo autore riscosse un notevole successo. Aveva gli ingredienti giusti: mistero, suspense, delitti, azioni compiute alle spalle delle forze dell’ordine e dei militari, volti anonimi, individui dai trascorsi terribili. Un regista, Ronald Neame, ne fece un film, mentre molti articolisti basarono il «riscontro storico» partendo da un documento che, in seguito, si rivelò spurio. Trattava di una riunione «segretissima», svoltasi a Strasbourg (nella Francia Orientale), di alti gerarchi nazisti e industriali. Doveva servire per organizzare fughe e per investire sul piano economico in Paesi terzi. Gli accertamenti degli studiosi dimostrarono, però, che in quel momento non erano possibili manovre mirate a salvare un sistema ormai crollato. Inoltre, erano in corso centinaia di arresti legati all’attentato contro Hitler (20 luglio 1944).[8] Al contrario, occorreva investigare cominciando le ricerche da anni precedenti lo stesso conflitto mondiale. Un riscontro ha confermato la validità di tale orientamento. Secondo un censimento del Dipartimento del Tesoro Americano, nel 1946 le società finanziarie e industriali fondate all’estero con capitale tedesco erano 750, distribuite in prevalenza tra Spagna, Portogallo, Turchia, Argentina e Svizzera.[9]


Accoglienza e utilizzo di criminali di guerra

A questo punto, diventa utile inserire un altro tassello al mosaico che si va componendo. Gli storici hanno dimostrato che non ci furono solo fughe di ex nazisti (e loro sostenitori). Si attuarono anche programmi di accoglienza, protezione e utilizzo di esponenti dell’Asse da parte degli Alleati. Un radicale cambiamento di strategia militare. Perché avvenne questo?

Per più motivi. La Wehrmacht, nel corso della guerra, aveva potuto utilizzare un armamento bellico non indifferente, grazie all’apporto di potenti industriali (per esempio Krupp, IG Farben). Gli scienziati del III Reich erano riusciti a sviluppare in tempi ravvicinati delle ricerche avanzate su più ambiti militari: aerei (per esempio Messerschmitt Me 262), missili (per esempio V1, V2), carri armati (per esempio Panzer VIII Maus), sommergibili (per esempio U-Boot tipo XXI), sistemi di intercettazione.

Tutto ciò interessava gli Alleati anche per un motivo: subito dopo il conflitto, cominciarono a verificarsi progressive fratture politiche tra l’Europa dell’Est e quella dell’Ovest, fino ad arrivare a quella che venne definita «guerra fredda» (durò circa mezzo secolo). Segni eclatanti di tale contrapposizione divennero la «cortina di ferro» e il «muro di Berlino». Per l’Occidente, le criticità da affrontare inclusero anche i Paesi divenuti «satelliti» dell’URSS.

Nel contesto delineato, l’utilizzo di ex nazisti da parte degli USA e di altri Paesi fu ritenuto uno strumento indispensabile per contrastare Mosca e i suoi alleati. Gli ex nazisti, infatti, rimanevano degli accesi anti-comunisti. Anche i sovietici vollero utilizzare la tecnologia nazista. Scattò così la cosiddetta «Operazione Osavakim».[10]


Il lavoro degli storici

Con il trascorrere del tempo, gli storici (specie dopo il 2000) hanno avuto la possibilità di accedere in più archivi chiusi da tempo, e di studiare carte significative. Tale cambiamento, comunque, non ha presentato identiche modalità in tutti gli Stati. Alcuni centri hanno presentato problemi: per esempio Mosca[11] e altre città russe, Belgrado, Damasco… In altri, la consultazione è avvenuta, ma esistono fascicoli che rimangono secretati: per esempio Regno Unito, Germania, Svizzera, Austria, Israele, USA, Argentina, Cile, Bolivia, Paraguay. Solo nel 2016 si è arrivati a studiare i diari di Heinrich Himmler (archivi del Ministero della Difesa Russo a Podolsk, vicino a Mosca).

Malgrado ciò, alcuni processi promossi per questioni legate a risarcimenti economici e alla restituzione di beni ebraici[12], hanno avuto il merito di gettare luce su vicende che erano rimaste occultate per decenni.

La Svizzera, ad esempio, ha dovuto accettare di promuovere ricerche[13], di firmare intese per verifiche indipendenti.[14] Sono state rese pubbliche liste di correntisti bancari depositate in istituti di credito. Beni preziosi (per esempio opere d’arte) custoditi nei caveau hanno rivisto la luce. Sul piano politico, i responsabili dell’esecutivo hanno dovuto ammettere che la linea seguita negli anni bellici non si dimostrò, in molteplici casi, solidale con i perseguitati. Centinaia di Ebrei furono respinti alle frontiere e vennero in seguito eliminati nei campi di sterminio in Polonia.[15]

Gli Stati Uniti hanno reso pubblici molti documenti, ma il procedimento non ha comunque riguardato atti che a tutt’oggi si ritengono «sensibili». Pure in tale vicenda si è reso necessario un intervento legislativo, o comunque quello di un’autorità federale. I media americani hanno molto sostenuto il processo di desecretazione.[16]


Una volta aperti gli armadi…

Aperti gli armadi, sono usciti gli scheletri. Si è venuti a conoscenza del fatto che gli Anglo-Americani protessero individui che si chiamavano Nikolaus Barbie detto Klaus (il cosiddetto «boia di Lione»), Karl Friedrich Otto Wolff (capo delle SS in Italia), ed altri. Su molti altri criminali (di più Paesi) aiutati a fuggire, gli storici continuano a non possedere documentazioni complete e sicure.

Comunque, è possibile affermare che almeno mille nazisti trovarono protezione in territorio USA (Operazione «Overcast», meglio nota come «Paperclip»). Lavorarono per l’esercito americano ricevendo vitto, alloggio, stipendio. Furono impiegati in più ambiti operativi, specie nel settore militare e civile della missilistica (per esempio Wernher von Braun) e nei servizi di intelligence (per esempio Reinhard Gehlen). Tra i criminali arruolati dal citato Gehlen con il tacito assenso statunitense vi furono ufficiali delle SS quali: Erich Deppner, responsabile della deportazione di centomila Ebrei dall’Olanda; Werner Krassowski, capitano delle SS-Totenkopf nei lager polacchi; Konrad Fiebig, comandante dell’Einsatzkommando 9 che aveva massacrato undicimila Ebrei a Vitebsk ed altri.

Gli archivi USA hanno fornito, inoltre, ulteriori dati che si era cercato di coprire. Ad esempio, si è arrivati a sapere che fu possibile strutturare il nuovo servizio segreto della Germania Ovest utilizzando anche personale proveniente dalle formazioni naziste.

Unitamente a ciò, nei report conservati negli archivi USA è stato riscontrato un elevato numero di errori[17], approssimazioni, opinioni personali comunicate come informative attendibili, dispacci modificati più volte nel tempo ed altro. Tutto ciò acquista rilevanza per lo storico, perché gli suggerisce prudenza quando si devono tirare delle conclusioni.


Altre situazioni

Il Giappone commise dei crimini gravissimi in materia di esperimenti con armi batteriologiche. Utilizzò cavie umane. Si trattò di migliaia di prigionieri cinesi (donne e bambini inclusi), ma anche di Mongoli, Coreani, Russi e alcuni Inglesi e Americani catturati). Eppure, i responsabili di tali progetti non furono dichiarati criminali di guerra (per esempio il medico Shirō Ishii[18]). Non vennero processati. Arrivarono perfino a ricoprire ruoli prestigiosi nel proprio Paese. Ciò, a motivo del fatto che i militari USA si fecero consegnare l’intera documentazione sulle armi batteriologiche offrendo in cambio l’immunità penale.

L’Argentina ha dovuto riconoscere l’interazione con il Terzo Reich (precedente il 1939), specie dopo la direttiva del Presidente Nestor Kirchner di aprire gli archivi ai ricercatori. Malgrado questo input iniziale, molti documenti del tempo non sono stati divulgati. Altri sono ufficialmente irreperibili. In alcuni archivi gli storici hanno ricevuto una fredda accoglienza. In particolare, si è cercato di non rendere noti i dati relativi al periodo pre-bellico e all’azione svolta dal Presidente Juan Domingo Perón e dai suoi collaboratori. A tutt’oggi rimangono inevasi molti interrogativi. La stessa vicenda collegata al criminale di guerra olandese Abraham Kipp ne rimane una prova.[19]

Questi riferimenti possono essere ampliati ricordando anche l’azione di copertura svolta dalla stessa Spagna (per esempio Léon Degrelle, Otto Skorzeny ed altri) e da Paesi del Medio Oriente, specie da quelli ove insisteva un movimento avverso all’insediamento ebraico in Palestina e al protettorato inglese.


Le accuse contro la Chiesa Cattolica

Nel contesto delineato, mentre gli studiosi, in un arco temporale non breve, ricostruivano tracciati di fughe naziste (valutando anche i resoconti forniti dai testimoni del tempo), aumentarono di tono delle voci accusatorie nei confronti della Chiesa Cattolica.

La tesi principale, comune a più autori (Uki Goñi, Mark Aarons, John Loftus, Gitta Sereny ed altri), puntava il dito su un disegno protezionista. Il progetto, mirato a coprire i criminali nazisti (e i loro alleati), e a guidarli verso rifugi sicuri, era stato sostenuto – si diceva – anche dalle più alte autorità vaticane. In determinati testi, i rilievi – ampiamente diffusi dai media – mostrarono toni aggressivi, polemici, pur permanendo un punto debole: non sempre si distingueva tra opinione (soggettive convinzioni) e dato storico (oggettivi riscontri).

Davanti a tale realtà, che in taluni scritti stava assumendo sempre più un carattere generalizzato, senza distinguere tra situazione e situazione, chi scrive ha inteso dedicare anni per poter rintracciare e studiare incartamenti e documenti di merito, per ricostruire percorsi di fughe, per individuare possibili reti di copertura, per seguire canali finanziari e investimenti esteri.[20] Grazie a un numero significativo di referenti scientifici, presenti in più località (da Gerusalemme a Buenos Aires, da Bolzano a Madrid, da Genova a Berlino) è stato possibile cancellare quanto si è rivelato romanzato ed estrapolare dei dati concreti.

Tutti i riscontri sono stati da me pubblicati nel volume Oltre la leggenda nera. Il Vaticano e la fuga dei criminali nazisti (Ugo Mursia Editore, Milano, pagine 423). Al riguardo, alcuni aspetti storici hanno rivelato elementi interessanti. Per tale motivo, può essere utile annotarli qui di seguito.


Le evidenze emerse dagli studi più recenti

1) I percorsi seguiti dai criminali nazisti (e i loro alleati). Utilizzarono più itinerari. La via nordica, svizzera, iberica e italiana. In tale ambito, gli studi realizzati con molta fatica in Austria e nel Sud Tirolo hanno consentito di ricostruire, malgrado le resistenze incontrate, i veri itinerari di fuga. Si trattò quasi sempre di alloggi privati. Nel volume Oltre la leggenda nera è stato possibile pubblicare una mappa, aggiungendo anche un elenco di uffici comunali che rilasciarono documenti falsi. A tutt’oggi, i nomi dei civili che gestirono alloggi e che prepararono documenti falsi rimangono sostanzialmente non noti.

2) Carte del Vescovo Austriaco Alois Hudal. Studiandole, è stato possibile estrapolare nuovi dati. È emerso che il presule contestò la dottrina dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg, condannò l’estremismo nazista (incluso l’antisemitismo), riprovò i culti ariani, difese gli internati a motivo delle condizioni riprovevoli dei campi, si preoccupò anche dei bambini ebrei, nascose Ebrei nel proprio istituto, partecipò al tentativo di fermare il rastrellamento degli Ebrei Romani il 16 ottobre 1943, così da consentire una successiva fase di trattative.

3) Le lettere del sacerdote croato Don Karl Petranović. Leggendo le sue carte, conservate nella Curia Genovese, si rimane colpiti dal fatto che questo sacerdote non era assolutamente vicino al Cardinale Giuseppe Siri, ma addirittura era in contrasto con lui per non aver ricevuto dei permessi richiesti. Siri sostenne le opere caritative già iniziative dal suo predecessore, Cardinale Pietro Boetto, ma si mostrò avverso al nazionalsocialismo e condannò tutto quanto era fonte di violenza e di morte.

4) Le complicità. Il volume Oltre la leggenda nera affronta pure un tema delicato: la rete di complicità che ostacolò (quando non riuscì a bloccare) le iniziative volte a catturare i criminali nazisti fuggiti all’estero (e i loro alleati). Queste «alleanze» segrete furono diverse. Articolate. Una delle più gravi riguardò l’INTERPOL. Tale organismo di cooperazione tra polizie di più Paesi e di contrasto del crimine internazionale, ebbe nel dopoguerra, per un certo periodo di tempo, dirigenti apicali ex nazisti. Ciò spiega le resistenze che si verificarono nei procedimenti mirati a catturare criminali di guerra. Delle complicità succitate beneficiarono ad esempio: Gustav Wagner (morì a San Paolo), Josef Mengele (morì in Brasile), Walther Rauff (morì in Cile).

5) Comitato Internazionale della Croce Rossa. Anche questo organismo è stato messo sotto accusa perché, secondo riscontri effettuati da studiosi ebrei, era a conoscenza della vera identità di criminali nazisti ai quali rilasciò passaporti per l’espatrio. Su questo punto i dirigenti dell’Organismo umanitario si sono dovuti difendere. E hanno resi noti alcuni dati. Tuttavia, restano agli atti dei punti oscuri. Rappresentanti della CICR ebbero la possibilità di visitare campi di concentramento (e mantennero un successivo silenzio), di acquisire informative da parte di perseguitati (che non resero pubbliche). Alcuni responsabili apicali mostrarono, inoltre, una certa «vicinanza» al mondo hitleriano (riferimenti a missive intercorse). Inoltre, non si deve dimenticare che, durante la guerra, la Croce Rossa Tedesca venne inserita tra gli organismi statali nazisti, e che gli aiuti vaticani per la Polonia invasa dalla Wehrmacht furono deviati dalla stessa Croce Rossa a favore dell’esercito hitleriano.

6) L’Austria. Chi scrive ha pure ricordato alcuni Paesi, o talune aree geografiche, al cui interno il nazismo trovò un forte sostegno, e continuò a ricevere aiuti anche dopo la fine del conflitto. Un’indicazione riguarda l’Austria. A differenza di altre nazioni, questo Paese non ha mai voluto riesaminare la propria storia negli anni bellici e non sono state mai presenti dichiarazioni in grado di evidenziare almeno una presa di distanza. Ex esponenti nazisti divennero Segretari Generali dell’ONU e Presidenti della Repubblica (Kurt Josef Waldheim[21]). Ed anche nella pubblica amministrazione non vi furono mutamenti sensibili dopo la fine dei combattimenti (mancò una reale de-nazificazione). Nel 2013, un sondaggio promosso del Market Institut per il giornale viennese «Der Standard» ha rivelato che il 42% degli intervistati ha ammesso che «le cose non andavano così male sotto Hitler». Un altro territorio divenuto rifugio per molti nazisti fu il Südtirol (Alto Adige). Tra le foto che ho potuto esaminare grazie all’aiuto di un collezionista, ne ho individuato una risalente ai primi mesi successivi alla resa senza condizioni del III Reich. Nell’immagine si vedono truppe naziste (armate) che sfilano a Bolzano in piena tranquillità.

7) La figura di Pio XII. Il Pontefice, a differenza di altre autorità del tempo, volle richiamare con fermezza i leader politici ad assumere delle decisioni che, per i più diversi motivi, si stavano protraendo a danno di migliaia di persone. Un altissimo numero di soggetti, infatti, continuava ad essere internato. Nei campi controllati da militari o dalla polizia, i decessi avevano assunto dimensioni allarmanti (queste morti costituirono poi materia di polemica Francia-USA). E mentre in tanti continuavano a non conoscere il proprio destino, proseguivano dei confronti accesi. La Jugoslavia reclamava quanti erano fuggiti dal Paese (ma erano note le esecuzioni sommarie dei partigiani). La Russia voleva indietro tutti quei cittadini che avevano abbandonato le terre adesso occupate dalle sue truppe (ma si conosceva l’esistenza dei metodi repressivi adoperati e l’uso dei Gulag). In Germania rimaneva particolarmente evidente il braccio di ferro tra due zone controllate dalle potenze vincitrici. In Italia nessuno voleva i profughi e si cercava ogni strada buona per mandarli via (anche per criticità connesse alla ricostruzione). Gli stessi processi ai criminali di guerra avevano dimostrato debolezze. Irregolarità.

Nella stessa Norimberga, chi accettò di essere teste a favore dei Russi ottenne la protezione di Mosca. In altri casi, molti criminali non vennero neanche processati perché divenuti nel frattempo collaboratori delle forze alleate. Determinate liste di criminali non ricevettero adeguata attenzione perché gli equilibri politici si erano ribaltati, perché esistevano verità scomode (che potevano «saltar fuori» da eventuali processi)…

Tutto ciò motiva le pressioni di Pio XII sui Governi del tempo per trovare soluzioni a più contenziosi. Per far tornare a casa i soldati prigionieri (gli Italiani bloccati nei campi russi arrivarono in patria per ultimi). Nel contesto delineato, il Pontefice fu comunque esplicito su alcuni punti. 1. Si doveva garantire nell’immediato un’assistenza a profughi, prigionieri, internati, sfollati, reduci (centinaia di volontari risposero all’appello). 2. La Chiesa condannava i processi privi di garanzie per gli imputati, le violenze sui vinti, e le esecuzioni sommarie. 3. I criminali di guerra dovevano essere restituiti ai loro Paesi di origine.

8) La leggenda nera nazista. I processi disinformativi sulle fughe dei nazisti non costituirono un fatto sorto all’improvviso. Derivarono da leggende nere. Una di queste proveniva dai nazisti. Fin dall’invasione della Polonia, venne diffusa la voce secondo la quale Pio XII aveva abbandonato la popolazione a se stessa. Si voleva in tal modo distruggere il morale dei Cattolici. E allontanarli da una fedeltà al Pontefice. Il messaggio manipolato si dimostrò poi spurio attraverso le carte vaticane, i dispacci delle spie naziste, e le testimonianze di chi cercò di raggiungere – per conto della Santa Sede – le diocesi dei Paesi occupati. Si constatò, così, che i nazisti erano informati sulle iniziative umanitarie di Pio XII, specie su quelle mirate a proteggere i perseguitati (Ebrei in particolare). La disinformazione, però, non si fermò qui. Quando la sicurezza del regime cominciò a incrinarsi, la propaganda del III Reich diffuse messaggi che insistevano su un sostegno «totale» delle confessioni religiose allo stato hitleriano. In tempi successivi, anche questa notizia fu smentita dai dati riguardanti le condanne di Cattolici e i provvedimenti adottati contro la Chiesa. Alla fine, si giunse a una terza disinformazione. Riguardò una «indiscussa» vicinanza del Pontefice alle truppe tedesche che avevano combattuto contro il demone comunista. Per questo loro impegno dovevano essere salvate (quindi: fatte fuggire) dalla furia bolscevica. Dai procedimenti attivati da Paesi vincitori (URSS). Pure questa comunicazione, alla luce delle ricerche archivistiche, si è rivelata un dato spurio. Pio XII era certamente vicino a tutti coloro che avevano subito i drammi del conflitto mondiale, ma aveva – contemporaneamente – condannato la dottrina del nazionalsocialismo e quindi l’azione di quanti l’avevano imposta.

9) La leggenda nera comunista. Un’altra leggenda nera ebbe come fonte l’area sovietica. Pio XII si era chiaramente mostrato anti-comunista. Tale linea irritò fortemente Mosca e centri vicini a quest’ultima. Si ritenne allora necessario organizzare una campagna di disinformazione per rovinare moralmente la figura del Pontefice. A questo punto, entrarono in azione degli autori che formularono accuse: Pio XII era rimasto in silenzio davanti ai drammi del suo tempo (la Shoah in particolare), era stato vicino al III Reich, aveva sostenuto le fughe dei nazisti. La durezza delle affermazioni provocò polemiche e accesi dibattiti, ma fu solo il lavoro degli storici a dimostrare la debolezza delle tesi ostili alla Santa Sede.

Attraverso la pubblicazione di quanto l’intelligence nazista aveva trasmesso a Berlino, dei messaggi decrittati dagli Alleati, delle carte vaticane, delle testimonianze di Cattolici e di Ebrei, delle dichiarazioni di ex esponenti della Wehrmacht e delle SS, è stato possibile dimostrare l’intenzionalità di una sottile manovra che doveva indebolire il Vaticano.

Pio XII, durante gli anni del conflitto, non rimase in silenzio. Egli parlò ai più stretti collaboratori, agli operatori umanitari, a chi operava in modo nascosto a favore dei perseguitati, ai responsabili delle Chiese locali, al corpo diplomatico, ai responsabili dei pubblici poteri, ai militari, e alla gente che ascoltava i suoi interventi e che leggeva i documenti del magistero. Dai messaggi delle spie di Berlino si ricava un dato inequivocabile: i gerarchi nazisti consideravano Papa Pacelli un nemico con cui regolare i conti alla fine della guerra.

10) La rete di assistenza vaticana. Tale sistema espresse l’opera umanitaria della Santa Sede. Si sviluppò tramite il supporto delle Chiese locali. A questa rete si rivolse un numero altissimo di persone. Questa gente proveniva dalle realtà più diverse. Si arrivò a un numero di istanze talmente elevato che la commissione pontificia di assistenza fu costretta a mobilitare molti volontari (laici e religiose). Fu anche necessario istituire più comitati suddivisi per aree linguistiche, posizionati in sedi diverse. Contemporaneamente, vennero promossi centri territoriali per fornire molteplici forme di aiuto, specie di natura alimentare. Si chiesero alle autorità alleate, e a quelle italiane, permessi di accesso nelle aree sorvegliate per consegnare pacchi dono, e per garantire un’assistenza spirituale a quanti vivevano in aree vigilate da militari.

11) Ruolo del personale di assistenza. Dalla documentazione a tutt’oggi conservata, che è stato possibile esaminare, si evince che detto personale non sconfinò in competenze spettanti alle ambasciate, ai consolati, alle forze alleate, alla polizia italiana, alle procure militari, ai comitati per l’emigrazione. Le persone vennero aiutate seguendo un criterio di sostegno a condizioni precarie e incerte. Non vennero svolte approfondite indagini sulle reali identità personali perché tale opera di accertamento rimaneva un dovere istituzionale delle forze dell’ordine.

12) I silenzi sulle opere di soccorso. Unitamente a ciò, si deve evidenziare anche un dato storico non debole: accanto alle leggende prive di prove storiche, si è voluto tacere sulle molteplici reti di soccorso umanitario.

Ad esempio, chi scrive ha ritrovato in Francia (archivio del Cardinale Eugène Tisserant) l’incartamento relativo ai tentativi messi in atto per ordine del Pontefice per allontanare dall’Italia i soldati del Nord Africa autori di turpi azioni («marocchinate»). Al riguardo, non si deve poi dimenticare il fatto che proprio nel Frusinate un parroco venne seviziato e ucciso per aver difeso delle donne che stavano subendo violenza.

Unitamente a ciò, le iniziative di Cattolici in difesa degli Ebrei seguirono una rete di aiuti di cui ancora oggi è nota solo una parte. Sacerdoti, religiosi e laici, ritennero – infatti – un dovere morale salvare dei perseguitati. Per tale motivo, chi partecipò ad azioni umanitarie ad alto rischio non volle ricevere ringraziamenti, attestati di benemerenza, e chiese di non essere citato neppure in articoli storici. Nostra madre fu una di queste persone.

Pur tuttavia, un’analisi comparata tra le indicazioni pontificie, i documenti pastorali dei Vescovi e le stesse lettere circolari dei dirigenti nazionali dell’Azione Cattolica, è sufficiente per accorgersi dell’esistenza di un filo rosso (le carità operaie) che motivò l’azione di singoli e di gruppi.


Una ricerca sempre in movimento

Il lavoro di ricerca, pubblicato nel volume Oltre la leggenda nera, non rimane comunque un impegno concluso. Esso si interseca con molti altri studi (editi) che hanno chiarito aspetti storici che rischiavano di cadere nell’oblio. Ad esempio, tra le operazioni umanitarie studiate da chi scrive si possono ricordare quelle di Karel Weirich, documentate in carte conservate presso l’archivio privato della signora Helena Weirichova (Treviso).[22]

Karel nacque a Roma ma era figlio di Cechi. Cattolico (e dipendente vaticano), organizzò una rete sotterranea di aiuti agli Ebrei Cechi che arrivò a coinvolgere persone in Italia e all’estero. Riuscì, in particolare, a garantire agli Ebrei rinchiusi nel campo di Ferramonti (comune di Tarsia, provincia di Cosenza) notevoli cifre economiche oltre a generi di prima necessità. Segnalato da un delatore, venne arrestato. Torturato. Non rivelò alcuna informazione utile a rintracciare Ebrei ed altri perseguitati. Fu condannato a morte. La Santa Sede riuscì a commutare la pena capitale in detenzione presso un campo di lavoro coatto. Fu tradotto in Germania per lavorare in un’industria bellica. Riuscì a sopravvivere. Abitava nel quartiere della Balduina, in Viale delle Medaglie d’Oro. E, nella chiesa romana di San Pio X, si trova ancora la statua in gesso della Pietà, opera del padre di Karel (scultore).[23]

Le ricerche di chi scrive hanno permesso di approfondire pure la figura di un commissario di polizia, il Dottor Giovanni Palatucci in servizio a Fiume (ove arrivò alla fine a dirigere la Questura per un certo periodo). Le azioni di quest’ultimo sono state anche esaminate da una commissione internazionale di inchiesta che ho avuto l’onore di presiedere.[24] Tutti i risultati sono stati resi pubblici nel web.[25]

In tale contesto, si possono aggiungere molti altri dati. Penso alle risultanze emerse dai contatti che ho avuto a Roma con le Suore della Sacra Famiglia di Bordeaux (Via dei Gracchi), con quelle di San Giovanni Battista (Viale delle Milizie), con le Francescane Missionarie Insegnanti di Praga (Villa Betania). Le loro consorelle operarono nell’ambito di una rete che dalla singola parrocchia arrivava al Vicariato e quindi alla Santa Sede. E si può anche aggiungere la rete umanitaria romana ove operò nostra madre. Ebbe come base operativa la chiesa di San Rocco all’Augusteo, ma si sviluppò seguendo una linea che toccò la parrocchia di San Lorenzo in Damaso per estendersi ulteriormente tra le socie della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, l’Unione Donne di Azione Cattolica e le volontarie che operavano negli ospedali da campo (organizzati nelle scuole) dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Nostra madre fu assegnata al liceo Virgilio in Via Giulia.


In conclusione

Dalle ricerche che ho potuto realizzare in un arco temporale non breve emergono in definitiva delle evidenze che rimodulano coordinate storiche e risultanze. Partendo da una serie di input (l’interazione della Germania nazista con più Paesi[26], i silenzi su un elevato numero di civili e di militari che facilitarono le fughe dei criminali[27], la non de-secretazione di più fascicoli[28]), si è arrivati alla fine a distinguere in modo chiaro due dati che costituiscono delle chiavi di lettura non deboli:

1) la «via dei topi» («rat line») fu seguita, di nascosto, dai criminali nazisti (e dai loro alleati). Non ebbe una regia centralizzata. Percorse gli itinerari più diversi. Poté realizzarsi grazie a una rete di supporto che fu composta in prevalenza da connazionali, da gente pagata, e in più casi dagli stessi Alleati;

2) la «via dei conventi» fu un itinerario percorso alla luce del sole da un impressionante numero di profughi. Si trattava di persone di ogni età, malati, disabili, soggetti affetti da gravi turbe psichiche a causa delle sevizie subite, donne incinte, pazienti terminali. Tali soggetti ebbero necessità di un’assistenza a più livelli: farmaci, vestiario, cibo e cure ai bambini terrorizzati dall’esperienza dei bombardamenti.

Sulla base delle più recenti pubblicazioni, e alla luce di documenti individuati solo di recente (lettere, diari, memorie in parte edite) sembra possibile affermare che:

1) i criminali del tempo usufruirono primariamente di una rete di interazioni tra connazionali. Tale dinamica riguardò Tedeschi, Austriaci, Croati, Ungheresi ed altri… Servì a sfuggire a giustizie sommarie. Su questi connazionali i dati acquisiti, tranne eccezioni, continuano ad essere incompleti;

2) non si dovettero creare delle reti di fuga perché queste già esistevano, grazie a operazioni avvenute prima della Seconda Guerra Mondiale (per esempio in Argentina), durante il conflitto (specie in ambito finanziario), e al termine dell’evento bellico;

3) le autorità alleate sostennero un alto numero di criminali nazisti (e i loro alleati) per logiche legate alle nuove politiche;

4) negli anni del dopoguerra si sviluppò anche un movimento di profughi composto in gran parte da civili (migliaia di militari rimasero internati per periodi non brevi);

5) le autorità del tempo dimostrarono un vivo interesse a far allontanare al più presto i profughi dal territorio italiano;

6) molti procedimenti amministrativi furono facilitati al massimo per «chiudere» la questione profughi;

7) la Chiesa Cattolica, attraverso le sue espressioni di vertice e di base, intervenne per accogliere e assistere i profughi. Agì anche presso i Governi del tempo per sbloccare delle situazioni di impasse riguardante gente ancora internata o prigioniera;

8) ecclesiastici che si assunsero ruoli non strettamente religiosi, agirono di propria iniziativa. Ogni responsabilità fu personale.


Note

1 Battaglia delle Alture Seelow, Battaglia di Halbe.

2 La condanna di questi fatti si trova nelle memorie del Generale De Gaulle.

3 N. M. Naimark, The Russians in Germany: A History of the Soviet Zone of Occupation, 1945-1949, Belknap Press, Cambridge 1995.

4 Il maggior numero di espulsioni si verificò nei territori dell’ex Germania Orientale trasferiti alla Polonia e all’Unione Sovietica.

5 Gran parte di loro era stata comunque internata in campi dell’Europa Centro-Occidentale e in aree poste a Oriente.

6 Anche per questi soggetti ci furono internamenti.

7 www.avvenire.it/Cultura/Pagine/luterani-nazismo-mea-culpa-su-hitler-intervista-stephan-linck.aspx.

8 L’attentato ebbe luogo all’interno della Wolfsschanze, il Quartier Generale del Führer, posizionato a Rastenburg (Prussia Orientale).

9 G. Cavalleri, L’oro dei nazisti, Piemme, Casale Monferrato 2001, pagine 149-152.

10 T. Bower, The Pledge Betrayed: America and Britain and the Denazification of Post War Germany, Doubleday Publishing, New York 1981.

11 Già prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica erano comunque iniziate ricerche archivistiche. Si cercava di determinare il numero di persone uccise sotto il regime di Stalin. Sono emerse alla fine differenti posizioni tra studiosi. Robert Conquest, ad esempio, ha sostenuto (1999) che gli archivi dell’NKVD sono inaffidabili. Presentano dati contraffatti. Stephen Wheatcroft ha affermato (2000) che l’analisi di Conquest ha esagerato il numero di prigionieri e di morti nei campi di lavoro. Inoltre, è in contraddizione con le analisi demografiche, gli studi condotti sull’uso dei lavori forzati in Unione Sovietica e i dati di archivio desecretati.

12 Un processo di restituzione ha diviso l’opinione pubblica tedesca: il quadro di Kirchner Berliner Strassenszene, esposto al Museo Brücke di Berlino, è stato restituito all’erede di Alfred Hess, poiché la vendita del 1936 avvenne su pressione delle autorità naziste.

13 La Commissione indipendente di esperti Svizzera-Seconda Guerra Mondiale (CIE), guidata dallo storico svizzero Jean-François Bergier, fu istituita con un decreto parlamentare il 13 dicembre 1996. Alla CIE fu assegnato il mandato di eseguire «ricerche storiche e giuridiche sulla sorte degli averi giunti in Svizzera in seguito all’avvento del regime nazionalsocialista».

14 Nel maggio 1996, l’Associazione svizzera dei banchieri e diverse organizzazioni ebraiche istituirono una commissione paritetica composta di persone particolarmente qualificate, e guidata dall’ex Presidente della Federal Reserve, Paul Volcker. Essa era incaricata di effettuare verifiche indipendenti, al fine di identificare i conti bancari svizzeri in giacenza.

15 Tra il 1996 e il 2002, la Commissione Bergier pubblicò una serie di rapporti, contenente più di undicimila pagine suddivise in venticinque volumi. Le conclusioni della CIE confermarono che il Governo Svizzero e l’industria avevano collaborato con i nazisti, e che la Svizzera aveva respinto migliaia di profughi ebrei alle frontiere.

16 Tra il 1996 e il 2002, la Commissione Bergier pubblicò una serie di rapporti, contenente più di undicimila pagine suddivise in venticinque volumi. Le conclusioni della CIE confermarono che il Governo Svizzero e l’industria avevano collaborato con i nazisti, e che la Svizzera aveva respinto migliaia di profughi ebrei alle frontiere.

17 Gli stessi Mark Aaron e John Loftus (autori del libro Ratlines, Newton-Compton, Roma 1993), con riferimento al rapporto firmato dall’agente La Vista, hanno ammesso la presenza di significativi errori.

18 Shirō Ishii fu il responsabile dell’Unità 731 (esercito giapponese) che fu attiva dal 1936 al 1945 in Manciuria (Cina Nord-Orientale), principalmente nel campo di Ping Fang situato nel Nord-Est della città cinese di Harbin (parte del governo fantoccio di Manchukuo).

19 Membro delle Waffen-SS e dei servizi di sicurezza nazisti. Condannato a morte in contumacia. Si rifugiò in Argentina. Ne venne chiesta l’estradizione. Il Governo Argentino non la concesse.

20 Si pensi, ad esempio, al fatto che già nel 1920 erano sorte in Svizzera due banche con quote determinanti di partecipazione tedesca. Si trattava della «Johann Wehrli&Cie. AG» di Zurigo, e della «Eduard Greutert&Cie.» di Basilea. Si può anche ricordare un altro fatto. Nel 1928 il gruppo IG Farben fondò a Basilea la IG Chemie. Si trattò di una holding e società di finanziamento per le proprietà internazionali del colosso chimico tedesco.

21 Il nome di Waldheim compare nella «lista d’onore» della Wehrmacht, di quelli cioè che erano stati responsabili di operazioni militari concluse con successo. Lo stato fantoccio di Croazia premiò Waldheim con la Medaglia d’Argento della Corona di Re Zvonimiro con rami di quercia.

22 http://www.papapioxii.it/wp-content/uploads/2014/09/CONTRIBUTO.-Pio-XII.-Roma-2-ott.-14.pdf

23 https://carlomafera.wordpress.com/2014/10/06/resistenza-civile-a-roma-pio-xii-santa-sede-vita-ecclesiale-comunita-ebraica-karel-weirich-1906-1981/

24 http://it.gariwo.net/dl/201504020904_dossier%20palatucci.pdf

25 http://www.rigocamerano.it/giovannipalatucci2.html

26 La IBM statunitense fornì i calcolatori elettronici ai nazisti per Auschwitz e altri campi di sterminio. L’intesa si fermò solo quando gli USA entrarono in guerra con il III Reich.

27 Ancora adesso non si conosce un altissimo numero di persone che aiutò i criminali nazisti a sfuggire ad ogni controllo.

28 Un esempio riguarda il fascicolo Adolf Eichmann custodito in Germania. Sono noti pochi dati.


Bibliografia

Pier Luigi Guiducci, Oltre la leggenda nera. Il Vaticano e la fuga dei criminali nazisti, Ugo Mursia Editore, Milano, pagine 423

http://www.lastampa.it/2015/10/16/vaticaninsider/ita/documenti/oltre-la-leggenda-nera-il-vaticano-e-la-fuga-dei-criminali-nazisti-RvtssyJ18NOY6rhTnxaCYM/pagina.html

http://it.aleteia.org/2016/02/26/il-vaticano-aiuto-la-fuga-dei-criminali-nazisti/

http://www.radioradicale.it/scheda/452160/intervista-a-pier-luigi-guiducci-sul-suo-libro-oltre-la-leggenda-nera-il-vaticano-e-la

https://carlomafera.wordpress.com/2015/06/05/pier-luigi-guiducci-oltre-la-leggenda-nera-il-vaticano-e-la-fuga-dei-criminali-nazisti-mursia-milano-2015-pagine-430-euro-22/

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/nazisti-in-fuga-non-grazie-alla-chiesa.aspx

(novembre 2016)

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