La Chiesa e la Resistenza
I rapporti tra la Chiesa Cattolica, la Repubblica Sociale Italiana e le formazioni partigiane

Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 ha avuto luogo in Italia il fenomeno della lotta di liberazione contro il nazifascismo denominato «Resistenza». Furono circa 245.000 le persone coinvolte nel movimento armato antifascista al termine del Secondo Conflitto Mondiale (a cui bisogna aggiungere anche tutti quelli che lo supportarono senza prendere le armi) subendo la perdita di 35.000 combattenti oltre alle decine di migliaia rimasti gravemente feriti. Questo movimento fu il frutto della collaborazione di diverse forze politiche (comunisti, azionisti, Cattolici, liberali, monarchici...) e se, dal punto di vista strettamente militare, ebbe scarsa rilevanza, ebbe tuttavia il merito di rendere meno difficoltosa l’avanzata degli Alleati. La Resistenza lasciò dietro di sé un’eredità positiva, sebbene non siano mancati episodi deprecabili commessi da partigiani (basta pensare all’eccidio di Porzus o al «Triangolo della Morte»).

Il comportamento del clero in quel periodo variò a seconda dei casi e delle zone, spaziando su posizioni che andavano dall’aperto collaborazionismo col fascismo alla militanza attiva nelle formazioni partigiane. Tuttavia, si può affermare che il Vaticano tenne un chiaro distacco di fronte alla Repubblica di Salò, come è dimostrato dal fatto che la Santa Sede, con una nota del 27 settembre del 1943 del Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Luigi Maglione, rifiutò il riconoscimento diplomatico (scegliendo invece di riconoscere il Governo Badoglio), ribadendo che la Convenzione di Ginevra stabiliva che un Paese neutrale non riconosceva alcuno Stato sorto in tempo di guerra. Nonostante la Repubblica di Salò cercasse di giocare sul buon rapporto tra Stato e Chiesa ribadendo principi quali «la Religione Cattolica Apostolica Romana è la sola religione della Repubblica Sociale Italiana», l’alleanza con la Germania nazista, manifestatasi in particolar modo con l’introduzione delle leggi razziali e l’entrata in guerra a fianco dell’alleato tedesco, aveva profondamente «disaffezionato» l’Italia cattolica dal fascismo.

Alcune scelte concrete effettuate dalla Chiesa rimarcarono la diffidenza di questa nei confronti dello Stato Fascista: il rifiuto di Pio XII di ricevere il Generale Graziani, l’attribuzione delle sedi episcopali vacanti ad amministratori apostolici e non a Vescovi per evitare il «placet» del Governo, il sostegno ai Vescovi in contrasto con il regime o l’invito al rettore della Cattolica, Padre Gemelli, a evitare nei conferimenti delle lauree qualunque riconoscimento ai «poteri conferiti dallo «Stato»[1]. Oltre all’ostilità verso l’ideologia nazista, i fattori che spinsero gran parte del clero italiano a guardare con insofferenza, se non avversione alla Repubblica Sociale Italiana furono l’intuizione di una probabile vittoria alleata e il sentimento di stanchezza che accomunava il popolo italiano logorato dalla guerra voluta dal fascismo. L’ostilità del Vaticano verso la Repubblica di Salò era pienamente avvertita dal regime: «Oggi il Vaticano si comporta verso di noi da nemico» scriveva nel gennaio del 1944 il settimanale fascista «L’Orizzonte». I fascisti, per combattere la malcelata ostilità vaticana, agitarono lo spettro di uno scisma nazionale finanziando l’opera del sacerdote Don Tullio Calcagno. Questo parroco che non aveva inizialmente accolto con entusiasmo il fascismo (aveva criticato i Patti Lateranensi ed elogiato l’enciclica di Pio XI Non abbiamo bisogno), diverrà paradossalmente un fervente sostenitore del regime a partire dalla guerra d’Etiopia. Durante la Repubblica Sociale Italiana verrà utilizzato dal ras di Cremona, Roberto Farinacci, per incrinare la compattezza della Chiesa in maggioranza ostile alla ricomparsa dei fascisti. Con l’appoggio di Mussolini, il prete dirigerà il settimanale «Crociata Italica» che fu il giornale più letto dalla Repubblica di Salò con 100.000 copie di tiratura nonostante avesse avuto la condanna di importanti Vescovi come il Cardinale di Milano, Idelfonso Schuster o il Vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che invitarono i fedeli a diffidare di quel sacerdote che era già stato sospeso «a divinis», subendo per questo minacce («questo porco Vescovo di Cremona. Se sarò molestato, questo signore me lo lavorerò per benino» scriverà Farinacci a Mussolini). Don Calcagno sul suo giornale proporrà di costituire una Chiesa indipendente da quella romana con un primate italiano distinto dal Papa e per questo motivo sarà scomunicato il 24 marzo 1945. Verrà fucilato il mese dopo dai partigiani a pochi giorni di distanza dalla morte del Duce[2] (fine che faranno purtroppo anche molti altri sacerdoti che non si erano compromessi con il regime).

Il comportamento del clero contribuì nell’insieme a delegittimare il regime fascista e ad alimentare indirettamente il senso di continuità dello Stato Legale Monarchico con le sue attestazioni di neutralità (viste con preoccupazione e rammarico da parte delle autorità repubblichine). La Chiesa svolse il ruolo di supplenza istituzionale che né la Repubblica Sociale Italiana, né il Comitato di Liberazione Nazionale riuscirono interamente a ricoprire, proponendosi come ruolo di mediazione triangolare tra le autorità fasciste, le formazioni partigiane e la popolazione civile. L’attività più importante compiuta fu comunque quella che svolse a livello assistenziale, che si manifestò attraverso l’aiuto agli sbandati e ai prigionieri di guerra alleati, all’organizzazione del soccorso e rifugio nei conventi degli antifascisti ricercati, e alle proteste contro le violenze e i procedimenti di rappresaglia effettuati dai fascisti e dai Tedeschi. Un’opera che si sviluppò sia a livello del basso clero, sia al livello delle alte gerarchie, e lasciò dietro di sé un’eredità positiva come è confermato dal consenso sociale conquistato nel dopoguerra dalla classe dirigente cattolica[3].

Una conferma che viene anche dagli attestati di riconoscenza che molti membri della Resistenza faranno pervenire al Pontefice al termine del conflitto. Degno di nota, ad esempio, è il fatto che l’antifascista e futuro Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (che durante la guerra trovò rifugio all’interno delle mura vaticane) si fece promotore nel 1964 di una posizione ufficiale del Governo di condanna verso l’opera di Rolf Hocchut, «Il Vicario». In un comunicato affermò: «La campagna di calunnie contro il Sommo Pontefice Pio XII viene vivamente deplorata dal Governo Italiano, di cui fanno parte uomini che sono vivente testimonianza della paterna sollecitudine del compianto Pontefice per la difesa dei supremi valori dell’umanità e della civiltà»[4].


Note

1 Confronta Marco Roncalli, La Chiesa che disse no a Salò, «Avvenire», 20 settembre 2013.

2 Sull’atteggiamento della Chiesa nella Repubblica di Mussolini e sulla vicenda di Don Tullio Calcagno si veda Silvio Bertoldi, Salò, Milano 1978, pagine 344-362.

3 Confronta Gianni Oliva, La Resistenza, Firenze 2003, pagine 83-85.

4 Citato in Antonio Spinosa, Pio XII, Milano 2004, pagina 378.

Articolo in media partnership con www.uccronline.it
(aprile 2016)
Tag: Mattia Ferrari, Pio XII, Italia, Seconda Guerra Mondiale, Chiesa Cattolica, Repubblica Sociale Italiana, Roma, la Chiesa e la Resistenza, fascismo, movimento armato antifascista, eccidio di Porzus, Triangolo della Morte, Luigi Maglione, Governo Badoglio, Generale Graziani, Don Tullio Calcagno, Roberto Farinacci, Idelfonso Schuster, Giovanni Cazzani, Comitato di Liberazione Nazionale, Giuseppe Saragat, Rolf Hocchut.