Memorie della Seconda Guerra Mondiale
Una vita all’insegna del patriottismo e del rischio: Amleto Elio Patriarca (1924-2011)

La grande storia è composta da una miriade di storie minori, vissute e talvolta scritte da uomini e donne destinati a rimanere generalmente sconosciuti, ma non per questo meno importanti dei maggiori protagonisti, se non altro per il contributo di sofferenze vissute sulla propria pelle, e per le riflessioni che ne possono scaturire anche a distanza di tanto tempo.

Proprio per questo, è cosa doverosa e giusta dare spazio anche alle testimonianze degli umili, o se si preferisce un’espressione attuale, dei cosiddetti ultimi: non certo per avallare la concezione materialistica della storia in antitesi a quella delle «èlites» ma per sottolineare come il grande processo del divenire sia costituito dall’apporto convergente di tutti e di ciascuno.

Un caso fra tanti è quello di Amleto Elio Patriarca[1]. Si tratta di un combattente della Seconda Guerra Mondiale che ha lasciato un quaderno di ricordi manoscritti, gelosamente custodito dai familiari sino alla sua scomparsa, e messo a disposizione della storiografia nell’ottica di una rilettura oggettiva, all’insegna di meditazioni non effimere ma tanto più auspicabili alla luce del tempo trascorso e dell’opportunità di trarne giudizi al di sopra delle parti, conformi all’antico, insuperato insegnamento di Tacito, secondo cui lo storico deve trarre le proprie conclusioni «senza amore e senza odio» in modo da poter professare «incorrotta fedeltà al vero».

Il racconto di Amleto Elio comincia col ricordare la sua nascita a Scauri, in provincia di Littoria (oggi Latina), il 15 gennaio 1924, e la prima giovinezza nel vicino paese di Castelforte, dove sarebbe rimasto fino a 16 anni. Nel 1940, quando la guerra era scoppiata in Europa sin dal settembre precedente, con un fraterno amico d’infanzia decise di arruolarsi nella MVSN (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) alla luce dei comuni ideali patriottici: in conseguenza della domanda fu chiamato a Littoria.

Qui, il Segretario della Federazione Fascista provinciale gli disse che, in quanto minorenne, doveva tornare a casa, ma dopo ulteriori insistenze il giovane Elio ottenne di essere inquadrato nei reparti. Nel frattempo, anche l’Italia era scesa in campo (10 giugno) e tanti Volontari partirono per il fronte, da dove non sarebbero più tornati, come accadde emblematicamente a Berto Ricci, il mitico Direttore de «L’Universale», caduto in Cirenaica nel 1941.

Patriarca ignorava le cose della vita, e come ammette senza reticenze nelle sue coinvolgenti memorie, aveva paura; ma in breve tempo si era fatto tanti amici, e l’unione si tradusse in coraggio consapevole. Fu trasferito a Padova dove rimase tre mesi in addestramento: al termine, fu destinato alla Milizia Contraerea assieme a una decina di compaesani e inviato dapprima a Portogruaro, in provincia di Venezia, poi a Fiume, e infine a Trieste. Durante questi spostamenti il gruppo rimase per alcuni giorni anche a Basovizza, che in tempi successivi avrebbe assunto una tragica notorietà per le esecuzioni in massa a danno degli Italiani perpetrate dalle milizie di Tito: se vi fosse rimasto, come ha scritto nelle proprie riflessioni, avrebbe rischiato di finire in foiba.

Erano passati meno di tre anni da quando Elio aveva lasciato il paese. Nel frattempo, sopraggiunto il 18° compleanno (1942) era diventato idoneo alla leva, sebbene a quell’epoca la maggiore età si raggiungesse al compimento dei 21, e quindi venne arruolato nell’Esercito: più precisamente, nel 128° Reggimento di Fanteria.

Quando sopraggiunse l’8 settembre 1943, giorno dell’infausto armistizio con gli Alleati, si trovava a Firenze col suo reparto: nel caos più totale, non sapeva che cosa fare, al pari di tanti commilitoni, ma gli ufficiali superiori dissero a tutti che si doveva andare a casa perché la guerra era finita. Patriarca e gli altri partirono in modo avventuroso e impiegarono più giorni per compiere fortunosamente il percorso da Firenze a Minturno, la stazione più vicina al paese: gli ultimi 100 chilometri, da Roma in poi, con 10 ore di treno, quasi a passo d’uomo. Del resto, il fronte non era lontano.

A casa fu accolto con un grande abbraccio, ma ebbe l’immenso dolore di apprendere che suo padre era stato ucciso dai partigiani.

Riprese la consueta vita locale ma per poco: una mattina giunse improvvisamente un battaglione della Wehrmacht, l’esercito tedesco impegnato nei combattimenti sul fronte italiano. Ci fu un rastrellamento che si concluse con l’arresto di 36 uomini, fra cui Amleto Elio: vennero caricati su camion e condotti nel vecchio carcere militare di Gaeta, dove le condizioni erano spaventose, mancando persino acqua e luce. Erano in preda al terrore, convinti di essere destinati alla fucilazione anche se, naturalmente, non avevano alcuna «colpa» dell’armistizio e del «tradimento» di cui vennero ingiustamente accusati.

Invece, dopo tre giorni furono trasferiti a Frosinone, dove la notte successiva vennero fatti salire sui vagoni di un treno merci che furono immediatamente sprangati e sigillati. Seguì la partenza, completamente all’oscuro circa la destinazione, ed ebbe inizio un viaggio angoscioso, privo di qualsiasi conforto. Era impossibile fuggire, ma in Toscana il convoglio venne fermato e i prigionieri poterono scendere per qualche istante, sorvegliati dalle sentinelle armate; qualcuno riuscì a parlare col macchinista e a concordare tempo e luogo di un rallentamento che consentisse di evadere attraverso un’apertura praticata da alcuni animosi sul pavimento del vagone. Un compaesano di Elio volle provarci, purtroppo con esito infausto.

Dopo 70 ore il treno giunse in Baviera, nei pressi di Monaco. I prigionieri erano diventati 2.000 e vennero subito divisi: i Cattolici da una parte e gli Ebrei dall’altra, sempre guardati a vista. Furono sistemati in baracche, in ognuna delle quali c’erano 10 letti a castello e una stufa. Il vitto era orribile: patate, rape rosse e 20 centimetri di pane facevano sentire i morsi della fame che si tentava di placare con gli sparuti scarti della cucina.

Contiguo a quello italiano c’era un campo di prigionieri russi e polacchi che stavano relativamente meglio perché avevano lo «status» di appartenenti a Paesi belligeranti riconosciuto dalle convenzioni internazionali ed erano assistiti dalla Croce Rossa, mentre gli Italiani venivano trattati alla stregua di «banditi». Tuttavia, fu possibile qualche baratto, ed Elio scambiò un paio di scarpe e una cintura per un pugno di cibo.

La giornata degli IMI (Italiani Militari Internati) era sempre uguale: appello sul piazzale, cani lupo pronti ad azzannare chi non avesse rispettato gli ordini, disposizioni secche e perentorie. E soprattutto, tanta fame.

Una mattina, il fatto nuovo. Il comandante del campo disse che il Duce era stato liberato e che si era costituita la Repubblica Sociale Italiana (23 settembre): chi avesse voluto, poteva arruolarsi subito nelle nuove Divisioni in fase di organizzazione e tornare in Italia al termine dell’addestramento. Bastava esprimere la scelta con un passo avanti: contrariamente a quanto emerso dalle «vulgate» di turno, lo fece una quota molto significativa di combattenti decisi a riscattare l’onore nazionale.

Le condizioni di vita cambiarono subito quanto a cibo, sistemazione logistica, vestiario, libertà di movimento. Elio fu aggregato alla Divisione «San Marco» che dopo il riarmo e le esercitazioni fu inviata in Liguria con prima destinazione a Savona e impiego immediato nell’attività anti-guerriglia, invece che contro gli Alleati. In pratica, era l’annuncio della guerra civile.

Tutti compresero che l’immediato futuro sarebbe stato drammatico, tanto più che i partigiani potevano contare sui mezzi forniti dalle forze anglo-americane e sugli aiuti popolari: Elio vide morire un commilitone proprio accanto a lui, con la gola squarciata da un proiettile della Resistenza. Gli scontri fratricidi non furono molti, ma potevano capitare da un momento all’altro.

Durante un rastrellamento, era entrato in una casa col fucile spianato e stava per andare via non avendo trovato segni di vita, quando vide una scarpa che spuntava da sotto un letto: era un partigiano, poco più che un ragazzino, tutto tremante di paura. Elio gli disse semplicemente di restare dov’era e di aspettare che la pattuglia si fosse allontanata: nella sua testimonianza si è dichiarato consapevole di non avere fatto il proprio dovere, ma ugualmente fiducioso di essere stato il protagonista di un’opera buona.

In seguito, il reparto fu trasferito a Imperia con compiti analoghi mentre la guerra proseguiva con sorti sempre peggiori per le forze dell’Asse. Elio, grazie a un colonnello comprensivo che gli aveva dato notizie della famiglia, precisando che i nonni si trovavano nel Veneto, e più precisamente a Piove di Sacco, ebbe una licenza e prese il treno per Padova: era in divisa repubblicana, e tutti lo guardavano «in un certo modo».

La nonna non si era più ripresa dal dolore per il figlio ucciso dai partigiani e aveva lasciato il paese laziale in preda alla disperazione: le fu di conforto poter abbracciare Elio. Questi non tornò alla sua Divisione perché la guerra finì prima della licenza, ma sopravvennero nuovi e maggiori guai. Subito dopo il 25 aprile venne da lui un partigiano col fazzoletto rosso al collo che gli intimò di seguirlo: dapprima nella locale Caserma dei Carabinieri e poi nelle carceri di Padova, dove incontrò tanti camerati nelle sue stesse condizioni. Quello della fucilazione era un rischio concreto: due prigionieri, colpevoli soltanto di essersi battuti nel campo dell’onore, vennero passati per le armi senza alcuna parvenza di processo.

Non troppo paradossalmente, per chi aveva militato nella Repubblica Sociale le probabilità di cadere a guerra finita erano addirittura superiori a quelle del periodo bellico. Ogni «pietas» era davvero morta e la salvezza sembrava diventare il risultato positivo di una crudele lotteria.

Elio ebbe fortuna. Sottoposto a giudizio dopo parecchi mesi di detenzione e di vessazioni, con un avvocato d’ufficio perché non aveva soldi per pagarsi una vera difesa, il tempo fu galantuomo e valse a promuovere la comprovata consapevolezza che nulla poteva essergli imputato. Al pari di tanti altri, molti dei quali non sopravvissero a quella stagione plumbea, aveva avuto una sola colpa: quella di amare l’Italia.


Nota

1 Amleto Elio Patriarca è «andato avanti» nel 2011, all’età di 87 anni, conservando nella mente e nel cuore il ricordo incancellabile di una stagione allucinante, e di tutti coloro che scomparvero senza poterlo affidare alla memoria e all’attenta riflessione dei posteri. Qui si è voluto dare voce alla sua testimonianza diretta di Italiano e di Combattente, opportunamente rielaborata nel rispetto dell’originale, in primo luogo sul piano etico; e nello stesso tempo, onorare la sua sensibilità patriottica che costituisce un esempio e una lezione, perché il Soldato Patriarca ha difeso la Bandiera con la fedeltà e la coerenza di tutta una vita. Come emerge dal suo manoscritto, i valori a cui seppe ispirarsi in momenti altamente drammatici, in guisa da compiere scelte immediate e decisive ma sempre consapevoli, furono quelli di un antico e nobile senso dello Stato; nondimeno, senza escludere l’osservanza delle «alte non scritte e inconcusse leggi» che videro il sacrificio di Antigone, come emerge in maniera illuminante dall’episodio – avvenuto 75 anni or sono – del giovanissimo partigiano sottratto a un tragico destino altrimenti già scritto. In questo senso, nei comportamenti di Amleto Elio si deve cogliere l’adesione a un autentico imperativo categorico in cui non esistono suggestioni faziose ma la semplice certezza di dover operare secondo i modelli essenziali del buono e del giusto.

(marzo 2019)

Tag: Laura Brussi, Amleto Elio Patriarca, Seconda Guerra Mondiale, MVSN, Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, 8 settembre 1943, carcere militare di Gaeta, IMI, Italiani Militari Internati, Repubblica Sociale Italiana.