Moti torinesi del settembre 1864
Ricordo della vivace protesta per il trasferimento della capitale e del conseguente bagno di sangue

Nell’omaggio sempre doveroso ai Padri fondatori non bisogna ignorare che il percorso verso la conquista dell’indipendenza e dell’Unità fu caratterizzato, come spesso accade, da ingiustizie e prevaricazioni, non senza momenti di tensione su cui una storiografia generalmente conformista ha preferito sorvolare.

Il giovane Regno d’Italia proclamato nel 1861 aveva preso la decisione di trasferire la capitale a Firenze come passaggio interlocutorio nella sottintesa e malcelata riserva secondo cui il completamento della strategia unitaria non avrebbe potuto prescindere dalla questione romana, almeno per le forze progressiste; nondimeno, nel capoluogo subalpino tale provvedimento parve significare che Torino e il Piemonte, in assenza di adeguate perequazioni a carattere amministrativo, finanziario e fiscale, venissero ingiustamente penalizzati nonostante i notevoli sacrifici compiuti e il tanto sangue versato nelle vicissitudini e nelle guerre del Risorgimento.

C’è di peggio. Il trasferimento della capitale, come emerse dalla «Convenzione di settembre» (il patto segreto del giorno 15 stipulato con la Francia da parte del Governo presieduto da Marco Minghetti ma prontamente reso di pubblico dominio) era accompagnato dalla garanzia che il problema romano sarebbe stato archiviato per sempre come da auspici di Napoleone III, votatosi a strenuo difensore di Pio IX e dello Stato Pontificio, sia pure amputato dalle annessioni di Romagna, Marche e Umbria.

Tale compromesso, inaccettabile per i patrioti locali, le cui simpatie di gran lunga maggioritarie restavano d’impronta garibaldina e mazziniana, venne contestato dalla piazza in una dimostrazione del 21 settembre 1864 che si concluse con un bagno di sangue perché gli allievi carabinieri, presi alla sprovvista e sopraffatti dal panico, anche perché sostanzialmente inesperti e mal guidati, spararono sulla folla ad altezza d’uomo, cosa che ebbe seguito ancora più grave all’indomani, dopo l’arrivo di adeguati rinforzi fatti arrivare a Torino con urgenza, anche se i dimostranti si erano ragguagliati, secondo le stesse valutazioni di polizia, a non più di cinque o seimila persone. Alla fine delle due giornate di sangue, restarono sul terreno 52 vittime e 187 feriti, con quattro caduti anche tra le forze dell’ordine[1].

Il Governo Minghetti si dimise prontamente, tanto più che il Sovrano si era dissociato dalle misure d’emergenza eccezionale adottate nella circostanza, e vennero avviate con altrettanta solerzia istruttorie processuali che peraltro si conclusero, nel giro di breve tempo, con un nulla di fatto[2].

Si era attuata una cesura ormai profonda, da un lato fra la Monarchia Sabauda, che aveva già fatto una scelta fortemente conservatrice e che per motivazioni politiche continuava a guardare al «sogno» di Roma, sia pure con parecchie resipiscenze e ritrosie, ma non disdegnava di trescare con Parigi nell’attesa di qualche fatto nuovo capace di sbloccare la situazione (come sarebbe avvenuto sei anni più tardi); e dall’altro lato, la cittadinanza torinese e piemontese, nel cui ambito vennero a maturazione le manifestazioni di protesta, sfociate nelle tragiche giornate di settembre.

Del resto, era logico prevedere che il declassamento di Torino sarebbe stato la premessa di una decadenza con cui il Piemonte, disgregato dai legami tradizionali col resto dell’Europa, sia pure allo scopo di «fare» l’Italia, si deve ancor oggi confrontare. Non a caso, talune tendenze centrifughe degli ultimi tempi, come quelle che hanno supportato la nota e irrisolta vertenza sull’Alta Velocità, traggono origine sia pure indiretta e lontana dalle antiche delusioni per un potere centrale anonimo e troppo spesso miope come quello del nuovo Regno d’Italia, ben diverso dalla gestione dello Stato che era stata espressa dalla non dimenticata oligarchia subalpina di matrice liberale, ispirata dal Conte di Cavour.

Nel triste inizio autunnale del 1864 la protesta fu soffocata nel sangue con una vera e propria strage dalle motivazioni assurde, e i cittadini torinesi, nelle cui file si trovarono accomunati uomini e donne d’ogni età e condizione, vennero massacrati alla stregua di banditi o di rivoltosi, anche se inermi. Ciò, nell’ambito di una violenta e ripetuta repressione indiscriminata, protrattasi per due giorni con scariche di fucileria e assalti alla baionetta; e quel che è peggio, senza alcuna preventiva intimazione.

Ad aggravare il trauma si aggiunse il fatto che a intervenire – soprattutto il giorno 22 – furono, oltre agli allievi carabinieri, anche militari già affluiti dai nuovi territori aggregati al vecchio Regno di Sardegna coi plebisciti del Centro e del Mezzogiorno, cosa che contribuì ad accrescere la discrasia fra il Piemonte e il resto d’Italia, di cui si avvertono tuttora alcune conseguenze.

Vale la pena di aggiungere che il trasferimento della capitale del giovanissimo Regno d’Italia a Firenze, avvenuto materialmente nell’anno successivo, non fu un affare nemmeno per il capoluogo toscano, costretto a subire strazi urbanistici, incrementi decisamente abnormi dei costi dovuti alla forte immigrazione di burocrati statali, e un ulteriore stravolgimento degli equilibri che erano stati tipici del vecchio regime caduto nella «rivoluzione di velluto»[3] svoltasi al mattino del 27 aprile 1859.

Furono tutti buoni motivi in più per suffragare i disagi e le proteste fiorentine del 1871 – ma senza raggiungere la tragica consistenza dei moti torinesi di qualche anno prima – quando Roma divenne a sua volta capitale del Regno: all’epoca, l’antica «Toscanina» si distingueva ancora per un moderatismo di fondo ben dimostrato dal fatto che in occasione dei plebisciti per l’Unità i voti per la conservazione del Granducato, diversamente da ciò che accadde altrove, furono quanto meno apprezzabili sfiorando, soprattutto a Firenze, l’incidenza del 5% (contro lo 0,2‰ dei suffragi veneti a favore dell’Austria).

Si deve onestamente ammettere che l’oblio della strage torinese del 1864, di cui non esiste apprezzabile traccia in buona parte della storiografia e della memorialistica (fatta salva la lapide «ad memoriam» installata sul muro di Piazza San Carlo a 135 anni di distanza dai fatti: una cifra significativamente abissale), assume una valenza emblematica: l’oleografia del Risorgimento, che non giova agli stessi valori di uguaglianza, oltre che di indipendenza e di libertà, su cui si era dichiarato di voler costruire la nuova Italia, ha censurato questo massacro, o meglio strage di Stato al pari di tante altre (prima fra tutte quella di Milano compiuta nel 1898 coi cannoni di Bava Beccaris ai danni di un popolo che si era limitato a chiedere prezzi calmierati per il pane quotidiano).

Non fu un caso isolato nemmeno agli esordi dell’Unità: basti pensare alle migliaia di contadini meridionali e di ex legittimisti delle Due Sicilie che vennero accomunati ingiustamente ai cosiddetti briganti, e furono vittime incolpevoli di analoghi e a più forte ragione tragici errori. Ma ciò non significa che uno Stato moderno e sicuro dei propri valori non possa e non debba fare massima luce sulle pagine più oscure e meno commendevoli della sua storia.

Gli eventi torinesi del 21-22 settembre 1864 (cui non fu estraneo l’affidamento del Ministero degli Interni a Ubaldino Peruzzi, nativo di Firenze) si prestano bene ad alcune riflessioni di significativa rilevanza attuale, non meno che storiografica, e in primo luogo alla conferma di un Risorgimento ben lontano da quello illustrato nelle vulgate tuttora prevalenti, conforme a suggestioni romantiche non sempre aderenti al disagio sociale ed economico del popolo, nel quadro di un’azione civile e patriottica di nobile significato etico e militare, ma certamente minoritaria.

Quale corollario, ne discende la continuità di una permanente discrasia fra le classi dirigenti e la base, lungi dall’essere stata elisa, se non in misura limitata, dall’esperienza unitaria della Grande Guerra, anche perché poi compromessa dalla mancanza di un’effettiva e condivisa riconciliazione dopo il Secondo Conflitto Mondiale.

La meta di un’Italia veramente unita e consapevole dei suoi valori fondanti è tuttora lontana, ma una conoscenza oggettiva della storia, nelle sue luci come nelle sue ombre, costituisce condizione imprescindibile di reale progresso umano e civile perché, come è stato detto, «un popolo senza memoria è un popolo senza futuro».


Note

1 Le cifre non sono esenti da divergenze, a seconda delle testimonianze. Secondo fonti diverse da quelle ufficiali, il numero delle vittime sarebbe stato notevolmente più alto, nell’ordine complessivo di una settantina, dovendosi tenere conto anche di coloro che all’inizio figuravano nell’elenco dei feriti e che morirono successivamente, talvolta senza nemmeno cure ospedaliere. In ogni caso, un punto fermo resta quello dell’età media piuttosto bassa, pari a circa 26 anni, assieme all’estrazione popolare di gran lunga maggioritaria: il caduto più giovane, Carlo Alberto Rigola, era un tipografo quindicenne, mentre il più anziano, Ignazio Bernarolo, era un vetraio di 75 anni. Buona parte dei morti apparteneva alle classi degli artigiani e degli operai, con l’aggiunta di tre commercianti, un impiegato e uno studente, nonché di una donna, la ventiseienne Ludovica Ruffino da Barolo (Cuneo). Quasi tutti erano Piemontesi, ma non mancarono gli immigrati come il tipografo Giulio Dalla Laita, nativo di Trento, il fornaio Mattia Guerra, originario di Vicenza, e il tornitore Antonio Chellin di Legnano (Milano), cui deve aggiungersi, fra i caduti di parte militare, il caporale Giuseppe Belfiore da Jesi (Ancona).

2 A seguito della strage, 58 carabinieri vennero deferiti alla Procura militare per essere sottoposti a processo, ma la cosa non ebbe seguito: da una parte perché il Governo, definito per l’occasione «ministero dell’assassinio», aveva attestato come fosse stata «la plebaglia armata» ad avere «aggredito i soldati»; e dall’altra, perché il 3 febbraio 1865 il Re Vittorio Emanuele II, al momento di partire per la nuova capitale di Firenze, avrebbe firmato un’amnistia generale per entrambe le parti. La stessa memoria storica dei fatti di settembre ebbe vita breve: dopo la solenne commemorazione del settembre 1865, in occasione del primo anniversario, e pochissime successive, l’iniziativa andò in desuetudine.

3 La pagina storica fiorentina conclusa con la partenza del Granduca Leopoldo II e della sua famiglia per l’esilio di Vienna fu un modello di moderatismo, essendosi compiuta nel giro di poche ore senza lo sparo di un solo colpo. La carrozza del Sovrano venne salutata dai popolani che si toglievano il cappello al suo passaggio, e la rivoluzione, come raccontava Raffaello Lambruschini che ne fu attento cronista coevo, «andò a desinare».

(ottobre 2018)

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